martedì 25 agosto 2020

Abruzzo: Castel del Monte, Calascio e Rocca Calascio.

Saranno almeno dieci anni che, di ritorno da trekking alpini agostani, nella lista dei buoni propositi infiliamo un “weekend in Abruzzo alla volta del Gran Sasso”. Perché, dai!, è impossibile non esserci ancora andati! Su, è dietro l’angolo, basterebbe partire il venerdì sera per godersi una bella escursione. Evidentemente, con la gestione dei weekend non ce la caviamo benissimo. E certi luoghi più sono vicini più se ne rimanda la visita.

Quindi, quale occasione migliore di un anomalo 2020 per esplorare senza fretta un altro pezzetto del vicino Abruzzo? Abbiamo optato per un b&b a Castel del Monte, abbiamo prenotato e poi siamo tornati alle nostre attività. 

Allora? Cosa ti aspetti da questo Abruzzo?, fa il coniuge.

Nessun conto alla rovescia, nessuna trasferta da organizzare, nessuna lettura preparatoria.

Non saprei. È la prima volta che arrivo ad un viaggio così impreparata.

Ma non è un viaggio! Faremo delle escursioni, qualche passeggiata; è la regione con cui confiniamo, la conosciamo già: non è un viaggio, ribadisce perentorio.

Sì, ma andiamo in posti in cui non siamo mai stati, altri monti, altri borghi; luoghi da scoprire. Insomma, un viaggio.

Inizia con un confronto (irrisolto) sulla definizione di viaggio, il viaggio - non viaggio verso il Parco Nazionale del Gran Sasso. Premessa eccellente.


Ho imparato a conoscere Castel del Monte dal blog camminare leggendo.

Ad un certo punto è apparso, lassù, inerpicato ma disteso; un borgo in pietra su un cucuzzolo a 1346 metri di altitudine, più ampio di quanto immaginassi; con le case che sembrano scendere dolcemente sulla costa.


Non è la torre campanaria a catturare la mia attenzione, bensì le gru che sovrastano il centro storico. Il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009 ha lesionato solo parzialmente i borghi in prossimità di Campo Imperatore, ma i cantieri per la ricostruzione post sisma sono tutti lì, e l’immagine di gru e impalcature ha caratterizzato ogni nostra visita nei centri storici della zona.

Mi aspettavo un borgo silenzioso, però siamo in prossimità del Ferragosto e, percorrendo il centralissimo Viale della Vittoria, sembra impensabile la desolazione e lo spopolamento di queste zone dell’Appenino. Mi tornano in mente pochi versi imparati a memoria alle elementari:

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri […]

Gabriele D’Annunzio, I pastori.

 

Questo territorio dell’Appenino è stato tra i più importanti per l’industria della lana e l’allevamento delle pecore. A settembre i pastori castellani riunivano le greggi, iniziando la transumanza che, attraverso il Tratturo Magno, li avrebbe condotti presso il Tavoliere delle Puglie. Il commercio della lana ha trainato l’economia dell’area fino all’Unità d’Italia; poi, sono arrivate l’importazione dei tessuti, le concessioni delle terre da coltivare lungo i tratturi, le guerre, l’emigrazione verso le aree industriali della Francia e del Belgio, lo spopolamento. Oggi, digitando Tratturo Magno su Google, avete buone probabilità d’imbattervi in un progetto dedicato ai camminatori. L’evoluzione della transumanza.


Camminando tra le viuzze di Castel del Monte, mi innamoro degli sporti: archi scavati all’interno della roccia calcarea, che collegano le abitazioni. Una sorta di micro gallerie che sostengono più livelli abitativi; una soluzione praticata per aumentare lo spazio abitabile dei centri in alta quota. La stessa struttura caratterizza anche i borghi di Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.


Nei vicoli del centro storico raccolgo stralci di conversazione.

Da quanto tempo siete arrivati? Resterete anche dopo Ferragosto? Uh, zio, con quella mascherina non t’avevo riconosciuto. State tutti bene?

Passo a salutarvi al Miramonti prima di partire…

Un borgo di seconde case, che furono le prime e uniche case di padri, nonni, avi. Case che tornano a vivere ad agosto, per la celebrazione del patrono, per la notte delle Streghe, il 17 agosto (non quest’anno), per godersi la montagna imbiancata in inverno (non nel 2020, in cui di neve non se n’è vista). Piazzette illuminate dal sole e vicoletti bui.


Si esce da Porta San Rocco e già si sente il brusio del Miramonti, bar principale, luogo di ritrovo di residenti e turisti, con i tavoli esterni occupati a qualsiasi ora. L’emergenza sanitaria ha stroncato i tradizionali eventi del mese di agosto, ma non ha fermato i turisti. Le poche strutture alberghiere e i ristoranti sono pieni. Le mascherine non nascondono volti rilassati e occhi ridenti.

 

I sentieri in questa zona non sono segnati granché bene. Talvolta non sono segnati affatto. Ma il coniuge ha scaricato un’app diabolica che ci permetterà di affrontare qualsiasi percorso senza perderci. Ci permetterà anche di scegliere il tragitto più lungo possibile per raggiungere la meta. Ma cosa vuoi che siano quei 5/6 chilometri in più nel mezzo del niente?

Tra i due, il navigatore è lui; quindi, a me non resta che seguirlo.

Iniziamo con un tour facile: non si scala nulla, si va da Castel del Monte a Calascio, poi si sale sulla Rocca, ci si avvicina a Santo Stefano di Sessanio (senza entrare nel paese), si guadano fiumi d’erba, cardi ormai secchi, piante urticanti di vario tipo e, stremati, dopo più di venti chilometri di cammino, si chiude l’improvvisato circuito ad anello tornando al punto di partenza. La conferma che potesse esserci un percorso alternativo a quello suggerito dall’app è arrivata quando i piedi fumavano, ma ormai era troppo tardi.

Con alle spalle Castel del Monte, lo scenario che si presenta è questo:

Lasciato il bosco e diverse arnie sparse, inizia ad intravedersi in lontananza la Rocca di Calascio. Agli amanti del fantasy non sfuggirà una certa somiglianza con le ambientazioni del film Ladyhawke. Io, che ignoravo il film, giunta al borgo di Calascio, un po’ distante dai ruderi del castello, mi son chiesta perché ci fosse così tanta gente in cerca di parcheggio (affollatissimo), che snobbava il centro ma che era disposta ad inerpicarsi verso la rocca.    


All’ennesima persona che ripeteva adesso arrivano Ladyhawke e il monaco!… ho capito che un luogo così suggestivo doveva essere stato un fantastico set cinematografico (qui una delle scene girate sulla Rocca di Calascio, dimora del monaco Imperius).

 

Lasciata la rocca, nel lungo percorso verso Castel del Monte, non abbiamo incontrato alcun viandante. Nessuno. Forse perché abbiamo seguito rotte anomale, forse a causa del caldo, o forse perché chi viene in queste zone predilige le cime note, osserva l’asprezza del paesaggio dall’alto o dai finestrini delle auto. Eppure, c’è qualcosa di brusco e doloroso camminando a queste altitudini che sfugge quando ci si dirige verso il Corno Grande e i massicci più popolari. Una bellezza selvaggia che neppure le foto riescono a catturare.


Note:

- In questo e nei prossimi post troverete qualche appunto di viaggio (perché, coniuge, per me è stato un viaggio); ma invito chiunque sia interessato a saperne di più su Castel del Monte, sulla sua storia, sulle escursioni in terra d’Abruzzo e non solo, a visitare l’ottimo blog di Gius.ante, Camminare leggendo: una miniera d’informazioni scritte da chi conosce bene questi luoghi.

- Castel del Monte dista una mezz’ora d’auto da Campo Imperatore, punto di partenza per la maggior parte delle escursioni che avevamo deciso di fare. Noi abbiamo soggiornato presso la Residenza storica Le civette, gestita da due mattacchioni, Rino ed Emanuele, non originari di Castel del Monte, che hanno rallegrato la nostra settimana. Se cercate indicazioni utili per la gestione delle escursioni, non potrete fare alcun affidamento sui gestori delle Civette, quanto di più lontano possa esserci dalla montagna. Ma, al ritorno dalle vostre scarpinate, potrete sempre contare su una birra, un bicchiere di vino e una buona cena, preparata direttamente da Emanuele. E a qualsiasi ora partiate, zaino in spalla, troverete depositato un vassoio con una ricca colazione davanti alla porta della vostra stanza. Non male come buongiorno.

- Tutte le foto sono state gentilmente concesse dal coniuge. 



venerdì 7 agosto 2020

Il ritorno del biblioterapeuta. Uccido chi voglio, Fabio Stassi


Non pensavo di tornare dal biblioterapeuta in questi giorni. Mi ci sono imbattuta per caso, anzi, per dirla tutta, è stato lui ad urtarmi per richiamare la mia attenzione. Ho incontrato Vince Corso nei pressi della stazione Termini, in evidente stato confusionale, mentre si dirigeva verso Via Merulana. Farneticava su tutte quelle cose che per anni e anni aveva sottolineato sui libri e ora si stavano manifestando una dietro l’altra nella sua vita.

Quelle due anziane signore assassinate in un appartamento di Piazza Vittorio, hai saputo? Pare per una storia di strozzinaggio. E poi il cadavere di un uomo sulla trentina, di provenienza nordafricana, ritrovato sul lungomare di Tarquinia, in una giornata dal caldo feroce, con la luce che si riversava sulla sabbia come una sciabolata. Per non parlare del tremendo incidente del tram 19: l’uomo è scivolato sulle rotaie proprio mentre ero lì vicino (sarà stato a causa dell’olio rovesciato da una signora di ritorno dal mercato?); il tram l’ha decapitato e la sua testa, woom, è ruzzolata a terra. Pare fosse un turista olandese. E poi tutti quei ciechi che mi perseguitano.

Le storie escono dai libri davanti ai miei occhi e io ne vengo travolto. Come se non bastasse, mi ritrovo sempre alle costole, lui, Ingravallo.

Chi?, quello der Pasticciaccio?

No, cioè, sì, insomma… Ecco, vedi non riesco a raccapezzarmici più. Ingravallo è il Commissario dell’ufficio di polizia dell’Esquilino, vicino Piazza Dante. Un tipo dai capelli crespi e disordinati, gira sempre da solo. Mi osserva, sospetta di me.

Ma sospetta cosa? Insomma, Vince, rilassati, fammi capire qualcosa. Tu leggi libri, ascolti musica, fai lunghe e solitarie passeggiate romane e per mestiere consigli libri alla gente per farla sentire meglio. Da cosa sei terrorizzato? Cosa c’è di tanto pericoloso nella tua vita?

Esatto. Era quello che pensavo anch’io prima che questa settimana iniziasse! Pare che suggerire libri alla gente sia uno strano mestiere.

Che sia uno strano mestiere, in un paese in cui leggono in pochissimi, non c’è dubbio. Ma addirittura pericoloso…

Succedono strane cose e io non ho mai un buon alibi. Non posso più fidarmi dei libri, non ci credo più.

Forse è tutta colpa di questo tremendo ronzio alle orecchie che non vuole smettere; un acufene insopportabile. Sarà il destino che bussa alle mie porte, come diceva quello scrittore sudamericano, in quel romanzo… Basta, è tardi. Ti ho già detto troppo; devo andare.

 

Uccido chi voglio mi è capitato tra le mani pochi giorni dopo la pubblicazione, quando neppure sapevo fosse in libreria. Il coniuge ha capito che era un segno e me l’ha regalato. Letto d’un fiato, divertendomi molto e prendendo nota di diversi rimedi letterari che devo ancora testare.

Fabio Stassi sa scrivere libri che parlano di libri in modo arguto e non banale e lo fa camminando in una Roma letteraria e magica. Ed ogni volta che esco dai suoi libri, penso sempre al potere salvifico dell’immaginazione.

Qui il mio primo appuntamento con il biblioterapeuta e qui il secondo.


Illustrazione di Gabriel Pacheco

martedì 4 agosto 2020

La stagione dell'ombra, Léonora Miano

Come scegliere le letture mensili di un gruppo? Coordino un gruppo di lettura da quattro anni e ancora mi pongo lo stesso quesito. Abbiamo sperimentato metodi diversi, tutti abbastanza soddisfacenti ma è come se mancasse sempre qualcosa. All’inizio del 2020, avevo meditato sulla possibilità di uscire dalla comfort zone del gruppo (perché dopo qualche tempo ci si rende conto che anche il gruppo di lettura, inteso come soggetto unitario, ha una sua comfort zone) e sperimentare voci nuove. Mese dopo mese abbiamo letto molti italiani, qualche Nobel, vari americani… ma l’Asia e l’Africa? Colpa mia che, qualche volta, con il gdl ho paura di osare; colpa mia che, anche nelle letture solitarie, mi sto muovendo su terreni sicuri, già battuti; per alleggerire la coscienza, posso dire che un po’ dipende dalla disponibilità dei volumi presenti in biblioteca (resta un gruppo di lettura nato in biblioteca: dovrò pur scegliere testi di cui vi siano diverse copie! E, d’altro canto, non posso mica pretendere che il budget bibliotecario si adegui ai miei capricci?).

Pensavo a tutto ciò entrando in libreria in uno dei miei ultimi tour pre-lockdown nazionale. Ero in cerca di ispirazione. Quanta narrativa africana avevamo letto negli ultimi quattro anni? A parte L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, zero. Quanta narrativa africana avevo letto io negli ultimi 5/6 anni? Tra niente e pochissimo.

Ruminando su questi pensieri, l’occhio era caduto su La stagione dell’ombra di Léonora Miano, tradotto da Elena Cappellini e pubblicato da Feltrinelli.


Ero rimasta a vagare in libreria ancora per un po’ prima di tornare verso la stazione con il libro nello zainetto.

Poi venne la chiusura delle biblioteche, la sospensione di tutto, quel tempo strano in cui qualsiasi progetto rimase in attesa. Incertezza.


Fino a qui, la scrittura di questo post è stata quasi di getto. Dopo, ho iniziato a scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo. L’ho archiviato per un paio di giorni e ho letto un altro libro. Ora l’ho ripreso, ma non trovo le parole che rendano giustizia a un romanzo da cui non mi aspettavo molto, ma che ha saputo sorprendermi.

Insomma, se dicessi che La stagione dell’ombra nasce dall’ossessione di Léonora Miano per la cattura e il traffico transatlantico degli schiavi nell’Africa sub-sahariana, che è ambientato in un’area non meglio definita dell’Africa sub-sahariana (forse il Camerun?), in un tempo altrettanto indefinito, che è quello che precede la colonizzazione, quello della tratta atlantica, per l’appunto. Che il romanzo inizia con la scomparsa di dodici uomini - di cui dieci giovanissimi - del clan dei mulongo e un grande incendio; che di questi dodici uomini non si sa nulla, non sono né vivi né morti, e sul silenzio doloroso delle mamme e delle mogli cala una nube, come una nebbia fitta… Ecco, se dicessi tutte queste cose, così d’impeto come mi vengono in mente, mi rispondereste che basta!, non se ne può più di storie tristi e dolorose, ci mancano solo gli schiavi, lo sradicamento dei popoli avvenuto secoli fa in un altro continente. Non abbiamo avuto già abbastanza guai in questo 2020? Non meritiamo tutti un sano libro d’intrattenimento, da leggere oggi avidamente e dimenticarcene dopodomani? Sì, potremmo. Però…

Io non ho studi antropologici alle spalle, non ho cognizione di magia, di riti di purificazione e culto dei morti; ho fatto una certa fatica a distinguere Ebeise da Eleke da Eyabe e dagli altri personaggi con nomi molto simili tra loro, eppure mi sono appassionata alla vicenda e ho cercato di capire quanta verità si nascondesse dietro l’immaginazione di Léonora Miano.

Molta.

Quanto sappiamo degli africani, catturati dai loro vicini africani, e poi venduti ai trafficanti europei, agli “uomini con i piedi di pollo”? Quanto sappiamo delle conseguenze del loro sradicamento, del dolore di chi è rimasto senza sapere che fine abbiano fatto mariti, figli, fratelli? Cosa sappiamo dei loro pensieri, della loro visione del mondo, dei tentavi di chi è stato privato di indumenti, amuleti, capelli, di un nome… dei loro vani tentativi di tornare verso il proprio villaggio, verso i soli confini conosciuti?

Mamma c’è solo acqua. La strada del ritorno è sparita.

La stagione dell’ombra è un romanzo emotivamente forte, ma ha una sua musicalità, una sua poesia ed è avvincente.


Léonora Miano, camerunense, vive in Francia dal 1991. È una scrittrice prolifica, sebbene non molto tradotta in italiano. Una piccola casa editrice dalle alterne vicende, la Epoché edizioni, specializzata in narrativa africana, pubblicò Notte dentro e I contorni dell’alba, entrambi fuori catalogo.

La mia incursione nella narrativa africana non termina qui:

- Ho assegnato i compiti per le vacanze al gruppo di lettura: ci incontreremo a settembre parlando d’Africa. Tema vasto; un’occasione per prendere nota dei suggerimenti di lettura altrui e depennarne altri;

- A Roma c’è la libreria Griot, specializzata in letteratura africana. Non è a portata di mano e non ci sono mai andata. Però, proprio per il fatto che, come ho ribadito spesso, non godo di una libreria dietro l’angolo, sto fantasticando su un progettino da sviluppare nei prossimi mesi…


lunedì 27 luglio 2020

Il tempo di Caravaggio. I capolavori della collezione di Roberto Longhi ai Musei Capitolini


L’ennesima estate afosa. La tentazione di barricarsi in casa nelle giornate libere è fortissima. Però di cose belle da fare ce n’è sempre e alla fine si decide di sfidare il caldo e visitare una delle tante mostre in programma a Roma in questo periodo. L’ho letto dappertutto ma non posso che ribadirlo: camminare nelle vie del centro, di domenica mattina, senza turisti, è surreale. Le vetrine dei negozi di Via Nazionale urlano “Saldi!”, ma le porte sono chiuse, gli autobus vuoti, la strada deserta.
Arriviamo ai Musei Capitolini poco prima dell’apertura. In Piazza del Campidoglio stanno dando l’acqua ai fiori e finendo di spazzare l’area. È una Roma insolita e bellissima: senza fretta, senza code, senza frastuono. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: le ben note ripercussioni sull’economia, intere categorie che non lavorano da mesi, taxi fermi, attività commerciali chiuse.     
Un paio di coppie attendono l’apertura della biglietteria al fresco. Poi si eseguono le procedure di rito: misurazione della temperatura, igienizzazione, rinnovo tessere o ritiro biglietti, igienizzazione bis, controlli delle borse e si accede al Museo. Niente audioguida, ma pazienza.
Ragazzo morso da un ramarro, Caravaggio
Palazzo Caffarelli ospita la mostra Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi. Come già ho detto altre volte, io non sono un’esperta, né una studiosa d’arte; totalmente incapace di maneggiare una matita, sto scoprendo da adulta il piacere dell’arte. Amo la bellezza; m’incantano certi paesaggi; resterei a guardare bocche spalancate e occhi accigliati per ore. E la contrazione facciale, l’espressione di dolore e sorpresa del Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio meritano una sosta di diversi minuti. È il pezzo forte della mostra, ma oggi ci tornerei per guardare di nuovo, con maggiore attenzione, anche altre opere che gravitano intorno allo stile caravaggesco; tele di artisti meno noti (a me, totalmente sconosciuti fino a ieri), ma che mi hanno affascinato.

La mostra ricorda i 50 anni della scomparsa di Roberto Longhi, storico dell’arte che dedicò la sua tesi di laurea a Michelangelo Merisi.
Longhi ebbe con Roma un intenso rapporto: fu una delle figure di punta della cerchia di intellettuali che si riuniva nella terza saletta del Caffè Aragno negli anni Venti (caffè storico di Via del Corso: superò indenne bombardamenti, fascismo e dopoguerra, ma non l’incuria dei nostri tempi). Fu storico e critico d’arte, attento al contemporaneo ma che seppe vedere la modernità di Caravaggio e riportarlo in auge nei primi anni del Novecento. Infatti, per quanto oggigiorno sia assurda l’idea di un Caravaggio “da riscoprire”, l’artista fu ignorato per decenni e la sua riscoperta si deve proprio agli studi di Longhi.
All’inizio della carriera, Longhi insegnò Storia dell’arte nei licei romani, dove conobbe Lucia Lopresti (sua ex allieva al Liceo Visconti), nota con lo pseudonimo di Anna Banti, che sposò nel 1924. Della Banti, scrittrice raffinata, prima o poi dovrò leggere Artemisia, in cui viene ripercorsa la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi.

La negazione di Pietro, Valentin de Boulogne

Tra le opere della collezione Longhi, mi è piaciuta moltissimo La negazione di Pietro, di Valentin de Boulogne (il più noto dei caravaggeschi francesi, stando alle parole della curatrice della mostra) e il commovente Santo certosino in lacrime di Giacinto Brandi. Lacrime che bucano la tela, ti sembra di poterle toccare; vorresti sentirne la consistenza tra le dita e asciugarle. 
E poi, una piccola tela di Filippo Napoletano raffigurante un paesaggio notturno al chiar di luna. Un’opera quasi insignificante vista da vicino: così buia, così piccina. Meravigliosa non appena ci si allontana. Il chiarore della luna illumina l’angolo della sala in cui è esposta.  
 
Bivacco notturno al chiar di luna, Filippo di Liagno (Filippo Napoletano)
Sarà possibile visitare la mostra fino al 13 settembre. Accesso gratuito per i possessori della MIC card (la carta dei Musei civici romani, rivolta ai residenti della città metropolitana di Roma, rinnovabile annualmente). Tutte le informazioni sulla mostra e un bel video riepilogativo sono disponibili qui.
Naturalmente è vietato lasciare i Musei Capitolini senza una sosta sulla Terrazza Caffarelli, non per il caffè ma per lo splendido panorama sui tetti di Roma.




giovedì 16 luglio 2020

Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi, Fouad Laroui

Le mie scelte di lettura sono spesso irrazionali, soprattutto quando riguardano pubblicazioni recenti. Mi lascio ispirare dai blogger che seguo assiduamente, dai consigli che mi lasciate nei commenti, da persone che a diverso titolo parlano di libri. Una di queste è Simonetta Bitasi, una lettrice che stimo tantissimo per il fatto di aver trasformato una passione come la lettura in un lavoro. Non è la sola, ma a me il suo piglio piace particolarmente. Quando sono in cerca d’ispirazione, lascio scorrere davanti agli occhi la pagina del suo sito con i titoli appena letti. "Lascio scorrere" in senso letterale. Non mi soffermo a leggere le sue osservazioni; guardo titoli, copertine e seleziono un libro a scatola chiusa. Solo quando ho terminato il libro, vado a sbirciare le considerazioni della Bitasi.

Su Lettore ambulante, la Bitasi riporta in sintesi i romanzi che le sono piaciuti; sono quasi sempre opere arrivate da poco in libreria, molto eterogenee: si passa da romanzi impegnativi a letture lievi; spesso, ma non sempre, editori meno noti; di frequente, titoli che non trovano spazio nelle vetrine delle librerie.

Non tutte le mie scelte a sensazione sono vincenti. Anzi. In alcuni casi, un romanzo tanto apprezzato dalla lettrice ambulante, per me ha costituito tempo che avrei potuto impiegare meglio. Altre volte, invece, resto incantata.

Viste le premesse, questa copertina e questo titolo non potevano lasciarmi indifferente.


Fouad Laroui ha una biografia che è già un romanzo. Nato alla fine degli anni Cinquanta a Oujda (parte nordorientale del Marocco, ai confini con l’Algeria), dopo aver frequentato il liceo a Casablanca, si trasferisce in Francia, dove si laurea in ingegneria. Torna a lavorare in Marocco per poi continuare gli studi nel Regno Unito. Ottiene un dottorato in Scienze economiche ad Amsterdam e, mentre insegna materie economiche e scientifiche, inizia a dedicarsi alla scrittura e alla critica letteraria. Quando si dice essere eclettici.

Le note biografiche non sono casuali perché nella figura dell’ingegner Adam Sijilmassi, straordinario protagonista del romanzo, si trovano sprazzi di vita e forse della filosofia dello stesso Foud Laroui.


Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi (pubblicato da Del Vecchio Editore nella magnifica traduzione di Cristina Vezzaro) inizia in volo, sul mare delle Andamane. L’ingegner Sijilmassi, di ritorno dall’ennesimo viaggio di affari, all’improvviso si fa quella domandina che io, ma forse anche qualcuno di voi, tendo a ripetermi più volte al mese: Che ci faccio qui?

Non che volasse con le sue ali, come un uccello: era in realtà rincantucciato nel sedile 9A di un aereo di linea dipinto dei colori della Lufthansa. Si era appena fatto quella domanda (“Che ci faccio qui?”) e ne esaminava ora annessi e connessi.

Adam, proviene da una famiglia umile, originaria di Azemmour. È il primo della sua stirpe ad aver studiato presso un liceo francese, ad essersi laureato e ad aver iniziato una brillante carriera professionale. Vive a Casablanca ma, pur essendo di origini marocchine e parlando l’arabo, è imbevuto di cultura occidentale. Tutti i suoi riferimenti filosofici e letterari provengono dal mondo francese. La velocità e la superficialità della sua vita è quanto di più distante possa esserci dalla vita di suo padre, che non ha mai neppure posseduto un’automobile.

Lui, Adam, era il primo della stirpe a raggiungere velocità assurde – e per fare cosa, vani numi? Vendere del bitume, comprare acido solforico, pensare alla commissione dell’agente indiano. Miseria! E lo chiamano progresso – “marcia avanti, avanzata”; ma a quale velocità? Bisogna proprio che sia quella del Boeing? […]

Si vide seduto sul suo sedile, piccolo presuntuoso, in giacca e cravatta, che andava vrooooom nell’universo infinito. Era ridicolo. Mancava di dignità per essere il nipote dell’hajj Maati. Sinceramente, non aveva alcun senso.

Decise, hic et nunc, che non avrebbe mai più preso l’aereo.

Accadeva da qualche parte al di sopra delle Andamane, un lunedì, all’alba di un millennio.

E fu l’inizio della fine per l’ingegner Sijilmassi.

Il povero Sijilmassi vorrebbe solo rallentare; ha bisogno di cercare la vita vera, di capire se il suo malessere provenga da un mondo che va troppo in fretta o dal far parte di un mondo marocchino postcoloniale che vorrebbe respingere l’Occidente e la velocità. Fermarsi non è una scelta così innocua come potrebbe sembrare.

Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi è ricco di citazioni filosofiche e letterarie; è triste e divertente, fa incrociare culture, lingue e mondi diversi. Non ho letto il testo in lingua originale (e non ne sarei capace), ma la traduzione italiana di Cristina Vezzaro è raffinata ed elegante. Credo restituisca la musicalità e i tanti giochi di parole del testo francese.

Mi è piaciuto moltissimo. E… ingegner Sijilmassi, l’ho letto senza fretta.   

Mai stata in Marocco (sigh!). Questa foto di Azemmour proviene dal blog myamazighen.wordpress.com  


lunedì 13 luglio 2020

Città sommersa, Marta Barone


La mia diffidenza verso i premi letterari italiani è oggetto di facile ironia tra gli amici del gruppo di lettura. No, ma è tra i finalisti dello Strega; figurati se Barbara ce lo farà leggere! È la classica punzecchiata in prossimità della stregata serata finale.
Non è snobismo, è che tutte queste chiacchiere intorno ai premi letterari e ai giochi subdoli delle case editrici maggiori non mi appassionano. Però quest’anno volevo dare uno smacco al gruppo di lettura e avevo programmato di leggere almeno tre titoli arrivati nella dozzina dello Strega. Avevo escluso a priori Il colibrì, tanto lo sapevamo tutti che avrebbe vinto.
M’incuriosiva Città sommersa di Marta Barone (pubblicato da Bompiani); avevo letto recensioni entusiastiche ed era stato apprezzato da lettori con gusti affini ai miei. Quando il titolo è comparso tra gli audiolibri disponibili su Storytel, ho dato un senso alle pulizie di casa. La parte iniziale dell’ascolto è stata così coinvolgente da farmi scaricare l’ebook, passando dall’audiolibro al testo (sto ascoltando diversi audiolibri, ma trovo che ascolto e lettura siano due esperienze diverse). E poi… e poi, mi sono impantanata.

Città sommersa è una specie di memoir, un romanzo di difficile classificazione, in cui credo si possa dire che i temi dominanti siano la memoria e il tempo. Marta Barone, poco più che trentenne, torinese, autrice per ragazzi e consulente editoriale, perde il padre nel 2011. Leonardo Barone è stato un padre assente, sfuggente; si era separato dalla madre di Marta quando lei era ancora una bambina e il legame tra padre e figlia non è stato dei più intensi. 

Aveva quasi quarantadue anni quando ero nata. Era sempre stato inspiegabile. Non capivo bene che lavoro facesse (quando ero molto piccola aveva insegnato per un anno o due in un liceo privato, ma poi chissà), perché avesse ricominciato a studiare. Gli zampettavo dietro per i tetri corridoi dell’università, leggevo o giocavo da sola mentre teneva banco in mezzo a gruppetti di studenti ventenni, i suoi compagni di corso. Aveva già la barba imbiancata, che conservava striature color ruggine, il marchio rossiccio che porto anch'io in filigrana. Nella luce verdastra di Palazzo Nuovo mi appariva strano e triste, e fuori posto.
Dopo un paio di anni dalla morte del padre, Marta Barone si ritrova tra le mani la memoria difensiva, presentata in Cassazione, nel processo in cui Leonardo Barone è stato condannato per il reato di partecipazione a banda armata. L’autrice sapeva che suo padre era stato in carcere prima che lei nascesse, che alla fine era stato assolto con formula piena e che non era mai stato un terrorista. Nella vita precedente alla nascita di Marta, Leonardo Barone era stato medico, quindi...
«Avevo curato uno di Prima Linea ferito e quindi […] mi hanno accusato di essere di Prima Linea».
Non penso mi avesse dato altri dettagli, né io glieli avevo mai chiesti. 
Improvvisamente, quelle carte accendono la curiosità di Marta; inizia una lunga indagine dalla quale emerge una figura dalla personalità sorprendente. Un uomo così diverso da quello che credeva essere suo padre da doverlo ridenominare. Nel romanzo, l’autrice chiamerà questo nuovo personaggio con la sigla L.B.
L.B. era un uomo colto, con una laurea in medicina, una in giurisprudenza e una in psicologia; un uomo che aveva creduto fortemente nel bene comune e negli ideali del comunismo; che aveva messo da parte gli studi e la moglie per seguire le indicazioni del partito. Anzi, giovanissimo, aveva sposato la prima moglie perché obbligato dal partito. Ma, allora, non l’aveva sentito come un obbligo. Un uomo che ha vissuto più vite nel tentativo di costruirne una decente. Il tentativo di vivere a decent life, come viene detto nel romanzo da uno dei tanti compagni di gioventù di L.B. che Marta ha rintracciato per capire chi fosse suo padre.    
Tra le pagine, si trovano inevitabilmente la Torino degli anni Settanta (non a caso, la copertina raffigura Via Roma, una delle vie principali del centro storico di Torino e, sovrapposta, la foto di un giovane Leonardo Barone), l’attivismo politico, gli anni di piombo, la fabbrica, l’occupazione delle case, Servire il Popolo, Prima linea. In un’intervista, l’autrice ha dichiarato di aver tentato di romanzare la politica.
Insomma, capite che Città sommersa non può essere liquidato con quattro parole; i temi sono tanti, si sente il lavoro di ricerca storica, si apprezza l’eleganza della lingua. Forse troppo accurata.
Allora, perché mi sono impantanata nella lettura? Non saprei spiegarlo. Lo stile così ricercato, dotto, mi è sembrato finto, ha appesantito il romanzo; da un certo punto in poi, la voce della scrittrice è diventata predominante e la figura del padre è diventata secondaria. Forse l’effetto era voluto; certo è che ho perso interesse nel personaggio. L’uomo era già venuto fuori a metà romanzo; la successiva cronologia degli eventi, utile per la ricostruzione storica, ha affievolito la narrazione. Ha perso l’anima.
Ah!, già… l’ambizioso progetto di leggere almeno altri due tra i romanzi in gara, prima della proclamazione del vincitore dello Strega, è tristemente naufragato. Avevo ipotizzato di leggere Almarina e La misura del tempo. Ma ho guardato la libreria ed ho optato per una camminata in Marocco…    

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