domenica 5 maggio 2019

La straniera, Claudia Durastanti


L’autobiografia, e quella di mia madre non fa eccezione, è la bastarda dei generi letterari, perché abbassa la soglia: è in mano a rifugiati, donne, disabili, sopravvissuti all’Olocausto, sopravvissuti a qualsiasi cosa. Anni fa parlavamo di noi stessi in terza persona su Facebook e ci pareva legittimo, narrativo, diventavamo personaggi senza che questo offendesse nessuno, poi siamo tornati all’io, al pubblicare in prima persona, ma l’idea di farci importanti in un’autobiografia pare sporca e torniamo a nutrire sospetto verso il genere, anche se contribuiamo a rafforzarlo e a renderlo collettivo ogni giorno. Un’esistenza può essere deviata dal corso di vari diari. A deviare la mia furono il diario di mia madre, quello di Laura Palmer e quello di Bronisław Malinowski, il padre dell’antropologia moderna.
 
Copia della Biblioteca di Frascati
In rete e sui quotidiani si trovano molte belle recensioni su La straniera di Claudia Durastanti. 35 anni, scrittrice traduttrice, accidental american: nata a Brooklyn da genitori italiani, tornata in Italia, a sei anni, in un paesino lucano in cui c’erano più capi di bestiame che persone, trasferitasi a Roma per studiare Antropologia alla Sapienza e poi emigrata a Londra nel 2011, dove vive attualmente.
Le belle recensioni parlano di una scrittura forte e abile, della ricchezza del vocabolario, dell’originalità nell’affrontare il presente e saperci ragionare sopra. Generalmente non leggo tanti romanzi italiani contemporanei (non perché sia una snob, come sostengono un paio di amici, ma perché spesso mi annoiano. Vabbe’, forse sono pure un po’ snob), però negli ultimi mesi ne ho presi in prestito più del solito. Non so se sia casuale questo desiderio di molti autori nostrani di parlare di sé, di raccontare sprazzi della propria esistenza anche quando la vita è così rocambolesca da trasformarsi facilmente in un romanzo. Lo è quella della Durastanti, non tanto per le sue continue migrazioni, quanto per esser figlia di genitori entrambi sordi, indisciplinati e anarchici, passionali e violenti. Personalità forti e ingombranti per una figlia che passa da un’infanzia e un’adolescenza solitaria ad una vita da adulta apparentemente libera da condizionamenti, come lo è stata quella di sua madre.
Un po’ memoir, un po’ romanzo, un po’ lessico familiare, diverse riflessioni e digressioni culturali sull’essere stranieri:
Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

Claudia Durastanti sa raccontare; entri ed esci da stanze con bucce di mandarino sul divano e calzini di spugna anneriti dall’andare scalzi, finisci in soffitta a leggere decine di libri, marinando ripetutamente la scuola; cammini tra le strade di Londra, ripercorrendo le vicende di Mary Wollstonecraft, Mary Shelley e Anna Bolena.
La straniera è un libro scorrevole, scritto con una lingua elegante, un ricco vocabolario e diversi spunti di riflessione (a partire dai concetti di identità e appartenenza). Però non mi ha convinto. Gli ultimi capitoli, poi, mi hanno dato il colpo di grazia: molto filosofeggiare sull’amore e sulle vicende sentimentali dell’autrice che hanno fatto girare rapidamente le pagine per chiudere il libro e restituirlo alla biblioteca.


Con La straniera termina la mia breve e accidentale incursione tra i candidati al Premio Strega 2019. Tra i pochi titoli letti, voterei a favore di Addio fantasmi di Nadia Terranova (qui due righe sull’incontro del mio gruppo di lettura con l’autrice).
Ho apprezzato anche il poderoso e molto chiacchierato M. Il figlio del Secolo di Antonio Scurati. 
Certo, per pronunciarmi dovrei completare la lettura della dozzina, ma è tempo di voltar pagina e dedicarmi ad altro.

[Quassù, Partenze di Giampaolo Talani].

mercoledì 1 maggio 2019

Leggere, leggere, leggere... in una vasca da bagno

Copia della Biblioteca comunale di Colleferro
No, non sto pensando di scrivere un libro. Semmai ne avessi avuto voglia, m’è passata dopo aver ascoltato Dany Laferrière a Libri come, lo scorso marzo, ed è scomparsa definitivamente dopo aver letto il suo Diario di uno scrittore in pigiama. Non importunerò scrittori contemporanei con telefonate assurde a ora di cena, né invierò manoscritti a destra e manca. Continuerò ad essere l’altro lato della catena, quello che sbocconcella libri presi in prestito dalla biblioteca o cede a raptus di acquisti compulsivi portando a casa romanzi che non sa più dove stipare né quando leggere. Insomma, continuerò a fare la lettrice, senza negarmi il piacere d’ascoltare dal vivo scrittori ironici e irriverenti come l’haitiano-canadese Dany Laferrière. A Libri come, per l’appunto, subito dopo aver risposto a una domanda di Annalena Benini (maniacale nell’esplorare le vite degli scrittori e il loro rapporto con la scrittura), bisbiglia qualcosa alla traduttrice, si alza e se ne va in bagno, come nulla fosse, mentre la sala mormora imbarazzata Ma dove va?
Dany Laferrière dichiara d’aver scritto Diario di uno scrittore in pigiama per dare una risposta definitiva ai tanti aspiranti scrittori - scocciatori che lo chiamavano ad ora di cena, chiedendo consigli di scrittura o che stavano lavorando a una tesina. «Con questo libro pensavo di poterli fregare, rispondendo con un colpo solo a tutte le loro domande ed evitando altre fastidiose telefonate. Invece ora mi chiamano per interrogarmi sul libro e sul perché abbia dato questo o quel suggerimento».
Sebbene non sia posseduta dal sacro fuoco della scrittura, ci sono almeno tre cose che inizierò a fare dopo aver letto Diario di uno scrittore in pigiama:
- Portare sempre con me un taccuino (è vero, la faccio già. Ma poi lo uso pochissimo fidandomi della memoria. Che inizia a perder colpi).
- Leggere con accanto un bicchiere di vino. Ce n’è parecchio tra le pagine di Laferrière, il quale associa la lettura al vino e la scrittura al caffè (ognuno ha i suoi gusti. Visto che devo ridurre il numero di caffè giornalieri…)
- Trascorrere una giornata immersa in una vasca da bagno (che non ho) e uscirne solo a lettura ultimata, trasformandomi in un lettore acquatico.
Se leggi nella vasca da bagno, porta con te la sveglia per non rischiare di mancare al prossimo appuntamento: l’acqua favorisce i sogni a occhi aperti che annullano il tempo.
- Leggere, leggere, leggere. E di spunti di lettura in Diario di uno scrittore in pigiama ce n’è a bizzeffe.     
Resto convinto che la migliore scuola di scrittura sia la lettura. È leggendo che s’impara a scrivere. I bei libri formano il gusto. E i nostri sensi si acuiscono. Sappiamo che una certa frase suona bene perché ne abbiamo lette tante altre ben scritte. Il ritmo e la musica finiscono per scorrerci nelle vene. Il giudice è invisibile perché è annidato in noi. Ed è un giudice spietato. Critica le nostre scelte in fatto di libri, i nostri gusti, le nostre idee, le nostre intenzioni. Non gli sfugge niente. È una nuova identità.

Dany Laferrière, Diario di uno scrittore in pigiama, traduzione di Camilla Diez e Francesca Scala, novembre 2017, 66thand2nd.

venerdì 26 aprile 2019

Di chi è questo cuore e dell’insana smania di correre


La sonda spara ultrasuoni nel petto. Al primo contatto con la pelle la sua testa scivolosa mette i brividi, poi prevalgono le immagini. Sullo schermo una sagoma medusoide pulsa nell’oscurità. Si dilata e si contrae in mezzo a quel nero dove all’improvviso potrebbero comparire palombari. Oppure astronauti.
Ma non c’è nessuno nel petto, ci sono solo le cose contenute in ogni essere umano. La dottoressa aggiunge altro gel e continua a perlustrare piano, alla cieca, gli occhi sempre fissi sul monitor, indugiando un po’ sotto lo scalino delle costole. Si ferma, ingrandisce, scruta i due vani inferiori, appena visibili nel pulviscolo, divisi da una parete che si scuote al loro stesso ritmo, spazzata da una corrente incessante.
È tutta roba mia quella, non è la fossa delle Marianne, non è un pianeta sconosciuto.

Inizia da un ecocardiogramma in un centro di medicina dello sport, l’ultimo libro di Mauro Covacich, Di chi è questo cuore. Il cuore è il suo, del Covacich runner, fanatico della corsa, del nuoto, cultore del corpo e della prestazione fisica perfetta. Anche dopo i 50 anni. Anche se nella vita fai lo scrittore e non vivi di corsa. Ma il runner convinto finisce per organizzare la sua giornata intorno alla corsa e talvolta pensa che senza la corsa non potrebbe vivere.
Se la corsa è la tua passione, sai di cosa sto parlando e comprendi il trauma di Covacich davanti al mancato rinnovo del certificato per attività agonistica, motivato dalla frasetta della cardiologa: “Eh sì, per un po’ lei deve stare a riposo”.
Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini
Di chi è questo cuore è un romanzo pieno di corpi, di ossessioni, di radio, della Roma del Villaggio Olimpico; è un continuo scrutare le persone che circondano l’autore, alla ricerca della loro duplicità: il modo in cui si presentano all’esterno e la fragilità interiore, le molteplici forme del dolore.
Non ci sono personaggi in questo romanzo autobiografico ma persone: quando Mauro Covacich dice io, intende lui medesimo, quando parla della sua compagna, Susanna, si riferisce a Susanna Tartaro, curatrice dello storico programma Fahrenheit, in onda su radio3. M’è sembrato un libro coraggioso: la sincerità nel mettere su carta brandelli di vita che io, ad esempio, se fossi stata la compagna di Covacich, dubito avrei permesso di fare. Ho ascoltato un’intervista in cui l’autore diceva di non essere più in grado di scrivere per regalare una bella storia ai suoi lettori. Nei romanzi cerca di placare la sua inquietudine, partire da una sensazione di disagio per sviscerarla attraverso la scrittura.
Riflettevo su questa inquietudine ieri mattina, mentre correvo sul sentiero sterrato che circonda il lago di Castel Gandolfo. Perché la mia irrequietezza era aumentata nel corso della lettura? Forse perché mi sono ritrovata in alcune elucubrazioni di Covacich; forse perché in alcune pagine racconta anche le mie fobie, il mio parlare da sola, il mio sentirmi costantemente fuori posto.
Pensavo a tutto ciò mentre aumentavo il ritmo della corsa, mi compiacevo del ritrovato passo sicuro, dell’appoggio controllato. Quasi quasi mi tessero di nuovo, solo per il piacere di una mezza maratona; niente di troppo impegnativo. Pensavo questo, un attimo prima di mettere male il piede su un sasso, di mulinare in aria le braccia, tentare di non perdere l’equilibrio e rovinare faccia a terra tra sassi e sterpaglia. Avere un buon passo è motivo di orgoglio quando ti pavoneggi con gli amici runners; lo è molto meno quando cerchi di alzarti e capisci che devi andare al pronto soccorso.
Il dolore fisico ha sostituito l’inquietudine della mattinata. Una cosa è certa: niente corsa nei prossimi giorni. Tocca dar ragione all’ottimo coniuge, in paziente attesa al pronto soccorso: lo sport fa male.

Copia presa in prestito dalla Biblioteca di Velletri

Mauro Covacich, Di chi è questo cuore, La nave di Teseo, Milano, gennaio 2019.
Il romanzo è tra i 12 candidati al Premio Strega 2019. Curiosamente quest’anno mi stanno capitando tra le mani vari titoli che concorrono allo Strega. Tutti diversi, tutti particolari, sebbene non memorabili (per quanto possa valere il giudizio della semplice lettrice). Ho ancora qualche mese di tempo per proclamare il mio vincitore.

lunedì 11 marzo 2019

Gli anni e i Mostri


Ho impiegato anni per far pace col giorno del mio compleanno. Il trauma delle foto coi parenti mentre cercavo di spegnere candeline che si riaccendevano di continuo ha segnato la mia infanzia. Mia mamma organizzava quelle festicciole con tale dedizione che mai avrei potuto deludere il suo volto sorridente mentre ordinava torta, dolcetti, panini… neanche a sette anni, quando la sincerità dei bambini dovrebbe esser lecita. 
Dai diciannove anni in poi, mi son guardata bene dal festeggiare l’evento, rispondendo con noncuranza a chi mi faceva gli auguri un “uh, grazie, ma è un giorno come gli altri”. Poi è arrivata l’età della saggezza e ho finalmente capito che diamine se non dovevo festeggiare! Quale pretesto migliore del proprio compleanno per regalarsi del tempo?
Quest’anno, per dire, mi sono regalata un intero weekend, visitando due piccoli borghi dell’Alto Lazio che mi riproponevo di vedere da una vita.
Foto gentilmente concesse dal Coniuge

Vi sarà capito di sentir parlare di Civita di Bagnoregio, la città che muore. È ciò che dicono quando inquadrano il borgo della Tuscia dall’alto, tutt’intorno le ferite della Valle dei Calanchi e il ponte che collega la rupe alla terraferma. A noi è sembrato che Civita di Bagnoregio scoppiasse di salute.


Cielo azzurro, un discreto numero di visitatori, che magari si lamentava di dover pagare 5 euro per camminare tra le case di un borgo medievale, però poi scattava foto a qualsiasi gatto incrociato tra le viuzze. 
Pare ci abitino una decina di persone, incluso il maestro Tornatore, che rimase folgorato dal paesetto, una ventina di anni fa. Dubito che all’epoca si facesse pagare un biglietto ai turisti per percorrere il ponte in calcestruzzo, inaugurato nel 1965 (dopo esser stato gravemente lesionato dalle scosse sismiche e dai tedeschi in ritirata, durante la Seconda guerra mondiale), e per varcare la Porta Santa Maria. 


Ho fantasticato sulla possibilità di abitare in una di quelle stanzette che affacciano su Piazza Vescovado, in una qualsiasi settimana di novembre; il vento gelido che fa sbattere le finestre, le voci dei ristoratori che si lagnano per essersi accollati carne, tozzetti e chilate di lombrichelli, per poi non veder arrivare neppure un cristiano.


Civita di Bagnoregio è un borgo suggestivo e ben tenuto; sabato non c’era troppa confusione ed è stato sufficiente un bicchiere di grechetto in quel luogo fuori dal tempo per rendere il mio compleanno un po’ più magico.
 
"Tu ch'entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte".
Domenica. Cielo uggioso e umidiccio sulla strada per Bomarzo
Ero io pronta a farmi stupire dai Mostri di Bomarzo e a capire se tali opere furono realizzate per inganno oppure arte?
  


Coniuge, guarda!, la tartaruga! Oh, coniuge, scatta una foto all’elefante che stritola un legionario romano, così posso inviarla all’investigatrice alla ricerca dell’elefante smarrito (sguardo perplesso del coniuge).


È stato tutto un “ma che maraviglia!” fino all’incontro con la Casa Pendente

Panico. Eccolo il Mostro. 
Io. Io in certe giornate in cui mi aggrappo tenacemente al suolo, ma la terra scivola via. 
Io che perdo i punti di riferimento e ciò che dovrebbe esser in piano diventa improvvisamente in salita. Io che arranco temendo di perdere l’equilibrio. 
Era questa la paura che volevi mostrare al povero visitatore, caro Vicino Orsini? Anche tu non sapevi come spiegare quello smarrimento che accomuna un principe del Cinquecento a una plebea del XXI secolo? 
Provavi anche tu quella smania d’ir pel mondo errando per veder meraviglie, elefanti, orsi, orchi et draghi?      
Mi sa che neanche tu riuscivi a frenare l’immaginazione; bastava una goccia di pioggia e anche i tuoi pensieri prendevano il volo.


Orco. "Ogni pensiero vola"
Un lauto pasto (non fatevi ingannare dall’esterno del locale e fermatevi dai ragazzi che gestiscono Tutto ‘nartro magnà) ha messo a tacere i mostri svegliati dal Bosco Sacro.
È domenica, dimentica le Paure, meglio concentrarsi sulla Meraviglia; guarda che bello il centro storico di Bomarzo, nonostante il cielo grigio e il vento che congela le orecchie.

Bomarzo, centro storico
Un bel weekend a pochi chilometri da casa. 
La buona notizia è che abbiamo ancora tutta la Tuscia da scoprire.


giovedì 21 febbraio 2019

Marte, andata e ritorno


Fantascienza e distopia non m’appassionano. Epperò, colta da improvvisa smania di democrazia, ho approvato la mozione di Gianluca, il marziano che partecipa al gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, costringendo l’intero gruppo a leggere Ray Bradbury. Non il classicone Fahrenheit 451 (che, per inciso, non ho letto. Sì, vi autorizzo a non rivolgermi più la parola), bensì le Cronache marziane (traduzione di Giorgio Monicelli), racconto della conquista e della colonizzazione americana di Marte dal 1999 al 2026.

I coniugi K non erano vecchi. Avevano la pelle ambrata dei veri marziani, gli occhi d’oro come monete, le voci morbide e armoniose. Una volta si erano divertiti a dipingere quadri a fuoco chimico, a fare il bagno nei canali nella stagione in cui le viti li colmano di verdi linfe e a chiacchierare all’alba da solo a sola, vicino agli azzurri ritratti fosforescenti nel parlatorio. Non erano più felici, ora. Quella mattina la signora K stava fra le colonne, porgendo l’orecchio alla calura del deserto sabbioso che, sciolta come cera giallastra, sembrava trascorrere sull’orizzonte lontano. Qualcosa stava per accadere. Attese. Spiò l’azzurro cielo di Marte come se potesse da un momento all’altro raggrumarsi, stringersi in sé stesso, contrarsi e infine espellere un prodigio di luce, lasciandolo cadere sulla sabbia.

I marziani sono tipi simpatici: leggono libri metallici dai geroglifici in rilievo, vivono in case con colonne di cristallo tra le belle colline azzurre, ascoltando antiche canzoni, mentre i ragazzi giocano con i ragni d’oro; a cena si riuniscono intorno ad una tavola imbandita e gustano pezzi di carne immersi nella lava bollente. Poi gli Americani vanno in fissa con le spedizioni spaziali e per le antiche civiltà marziane dalle fragili torri di cristallo non c’è scampo. 
In fondo, le ragioni del contribuente americano, che scalpita per salire sul primo razzo utile, sono condivisibili. Provate a mettervi nei suoi panni: c’è aria di guerra atomica e il clima sulla Terra s’è fatto pesante; guerre, censura, potere, coscrizione obbligatoria, controllo governativo di questo e di quello, dell’arte e della scienza... Il contribuente americano avrebbe dato la mano destra, il cuore, la mente, per l’opportunità di andare su Marte.
Infatti, in parecchi lasciano la Terra e portano il loro chiasso, la loro arroganza, i loro nomi, le loro regole, la perfetta riproduzione delle loro città terrestri su Marte. Così, il Pianeta Rosso dalle strane terre turchine, ormai privo di marziani, viene distrutto per poi esser abbandonato.
 
Konstantin Youn, New Planet, 1921.
In Cronache marziane, Ray Bradbury assemblò una serie di racconti, alcuni dei quali già pubblicati in precedenza, nel tentativo di costruire un’opera omogenea, strutturata a mo’ di romanzo. La maggior parte dei racconti potrebbe esser letta non come un nuovo capitolo dello stesso romanzo ma come una storia a sé. Si alternano capitoli poetici e fiabeschi a racconti caustici e di denuncia, pagine implacabili a racconti meno velenosi in cui sembra di poter riporre un minimo di fiducia nel genere umano. Il terrestre, comunque, non ne esce granché bene… 

I marziani conoscevano l’arte di mescolare il bello alla vita, indissolubilmente. Per gli americani, invece, l’arte è sempre stata una cosa a parte. Una cosa che si tiene di sopra, nella camera del figlio picchiatello. Un ingrediente da somministrare a dosi domenicali, magari mescolata con un po’ di religione. Mentre questi marziani hanno arte, religione, tutto quanto, insomma.»
«Lei crede che avessero trovato un senso alla vita?»
«Sicuramente.»


sabato 5 gennaio 2019

Il lago, la casa e quelle cure che non curano


Acquistai Le cure domestiche, esordio letterario di Marilynne Robinson, appena pubblicato dalla Einaudi. Credo fosse la fine del 2016 ma Housekeeping (tradotto in italiano da Delfina Vezzoli) era uscito negli Stati Uniti già nel lontano 1980. Ad incuriosirmi era stato un articolo in cui si parlava dell’allora Presidente americano Barack Obama, così entusiasta della scrittura della Robinson da voler intervistare la sua autrice preferita per la New York Review of Books.
Il romanzo che tanto aveva ammaliato il Presidente era stato Gilead (Premio Pulitzer nel 2005), ma a me stupiva troppo l’idea che un politico, indipendentemente dal partito e dall’incarico ricoperto, parlasse di narrativa. Pensare che potesse addirittura desiderare di intervistare una scrittrice mi sembrava fantascientifico. Fatto sta che, anziché prendere l’ormai nota trilogia di Gilead, mi trovai tra le mani Le cure domestiche, che inizia così:
Mi chiamo Ruth. Sono stata allevata insieme a mia sorella più piccola, Lucille, da mia nonna, Mrs. Sylvia Foster, e quando lei morì, dalle sue cognate, Miss Lily e Miss Nona Foster, e quando loro scapparono via, da sua figlia, Mrs. Sylvia Fischer. Siamo passate da una generazione all’altra, ma abbiamo sempre vissuto nella stessa casa, la casa della nonna, costruita per lei da suo marito, Edmund Foster, un impiegato delle ferrovie che lasciò questo mondo molto prima che io ci entrassi. Fu lui che ci relegò quaggiù in questo posto inverosimile.
Il posto inverosimile è Fingerbone, una cittadina immaginaria, sviluppatasi sulla riva di un lago, un tempo immenso e ora solo inquietante. Un lago dai mille strati di acqua, che ghiaccia in inverno e si alza in primavera, entrando nelle cantine delle case e facendo diventare l’erba scura e dura come le canne. Un lago che, nel corso degli anni, ha ingoiato uomini, donne, automobili e treni.
Sylvie, la zia di Ruth e Lucille, racconta di viaggi in treno e in autobus, racconta di persone strambe incontrate nel suo errare, indossa abiti fuori moda, trascorre ore intere a scrutare il buio oltre la finestra. Parla molto di cure domestiche, ma la casa costruita da suo papà è ormai lercia, ospita uccellini morti, ragnatele, pile di piatti mai lavati, vecchie riviste e decine di lattine vuote. Dovrebbe accudire le nipoti, rimaste orfane, ma il suo concetto di cura si discosta troppo dall’idea di educazione delle signore di Fingerbone. In fondo Sylvie una casa non l’ha mai trovata, e la piccola Ruth sente di non essere troppo diversa dalla zia.
Marilynne Robinson esplora l’imbarazzo della solitudine, la difficoltà nel trovare il proprio posto nel mondo, la fragilità dei ricordi. Non è un romanzo da leggere in fretta, perché si sciuperebbero diversi spunti di riflessione, ma non mi è sembrato neppure il romanzo “potentissimo” pubblicizzato dalla quarta di copertina.
E comunque, Gilead è già finito nella corposa lista dei prossimi acquisti.

Marilynne Robinson e Barack Obama - The New York Review of Books

lunedì 31 dicembre 2018

La scomparsa dei buoni propositi


Che poi il 2018 non è stato troppo brutto. Ma neppure memorabile. Ho aperto l’agenda per verificare la quantità di buoni propositi disattesi. Lo faccio sempre in questo periodo dell’anno. In genere scorro l’elenco, annuisco malinconicamente davanti al numero di cose non fatte, trovo inutili giustificazioni (“Sarai autolesionista nell’elencare obiettivi irraggiungibili?”), e riprendo a scrivere ostinatamente più o meno gli stessi propositi dell’anno precedente, senza correggere troppo il tiro perché l’uomo deve mirare a 100 per ottenere 60. A sorpresa, lo scorso anno un barlume di saggezza mi ha indotto a scrivere appena due righe; nessun bilancio, nessun elenco. Mi sa che ero ubriaca. Neppure ricordavo d’aver saltato il rito dei buoni propositi.
Devo riconoscere d’aver letto molto meno di quanto desiderassi, d’aver scritto pochissimo, d’aver tralasciato i social (senza riportare traumi rilevanti), d’aver ripetuto a giorni alterni “do le dimissioni e mi cerco un altro lavoro” (molte chiacchiere, pochi fatti), d’aver provato spesso la sensazione d’annaspare. Come le prime volte in piscina, quando l’istruttore continuava ad urlare alla me trentasettenne “Non affoghi, respira, muovi quelle braccia, rilassati e staccati da quel bordo”, mentre le mie dita blu non ci pensavano proprio ad allontanarsi da quel bordo e il corpo sembrava sprofondare inesorabilmente verso il fondo. Perché non metto in dubbio che gli altri corpi abbiano la naturale tendenza al galleggiamento, ma il mio tende ad affogare e io so respirare benissimo in montagna, in bicicletta, dopo diversi chilometri di corsa, ma sott'acqua no. Il 2018 è stato un continuo boccheggiare, aspettando che arrivasse il piacere di quelle vasche tutto dorso e doppio dorso con la schiena che finalmente si allungava e i pensieri altrove.         
Niente, quel piacere non è ancora arrivato. Il cambiamento richiede tempo, non lo si può confinare in un calendario.
Eppure sarebbe ingiusto liquidare il 2018 come l’anno dei malumori. C’è stato il mare d’inverno (quello freddo, delle nostre coste, che ti ghiaccia le mani mentre corri a Capodanno), le risate col coniuge, quelle che sdrammatizzano anche i momenti bui, le corse intorno al lago la domenica mattina, Mantova, Ferrara con il bibliopatologo, Lucca, il mare di Trieste, il quartiere ebraico di Praga, arrivare a Bled in bicicletta, il gruppo di lettura in biblioteca, il sabato galeotta, le serate intorno a un libro, gli amici di sempre, gli amici ritrovati, mia nipote duenne che urla ziaaa! e mi schiocca un bacio con l’abbraccio forteforte.
E poi c’è questo blog, che ho trascurato, è vero. Ma che continuo a considerare casa. Uno spazio che richiede tempo, riflessione, perché è un luogo di condivisione che se ne infischia dei pollici alzati, della velocità dell’informazione e del numero di followers raggiunti (pochi, come potete notare qui accanto). È un luogo che, anno dopo anno, mi ha permesso di conoscere altri appassionati di libri, di zaini in spalla, di treni, di mappe, di librerie, di biblioteche, di elefanti. Visitatori che sono diventati amici. Ed è per questo che, in tempi in cui avere un blog non è più cool, sono felice di restare ancorata a questo spazio.
Buon 2019 amici miei.

martedì 11 dicembre 2018

Nella Nuvola. Sprazzi di Più libri più liberi 2018


Venerdì pomeriggio, ufficio. All’ennesimo tutorial dell’ennesimo software di fatturazione costruito apposta per me, ho la sensazione che il mal di testa non sia una conseguenza della fatturazione elettronica ma del raffreddore in arrivo. Non ho mai capito la ragione per cui riesca ad ammalarmi puntualmente di venerdì, mandando in fumo i programmi del weekend, per tornare al lavoro il lunedì stropicciata e nervosa.
A Roma c’era la XVII edizione di Più libri più liberi; i tempi in cui prendevo addirittura un paio di giorni di ferie per vivere pienamente la fiera della Piccola e Media editoria sono lontani, però rinunciare al sabato nella Nuvola mi rodeva un po’. Programma della fiera alla mano, impasticcata e confusa, son salita sul mio trenino, dribblando gruppuscoli di Salviniani diretti in Piazza del Popolo. 
Girare tra gli stand non mi entusiasma più. La sindrome da sabato mattina al supermercato m’ha preso dopo dieci minuti. Eppure era presto, i corridoi non erano ancora affollati e avrei anche potuto scambiare due parole con gli espositori. Invece sono fuggita anzitempo nella sala in cui si teneva l’incontro con Gianrico Carofiglio e Jacopo Rosatelli.
I miei incontri:
- Ho ascoltato un caustico Carofiglio concentrato sulle parole della comunicazione politica e sull’utilizzo improprio di espressioni giuridiche. Prende spunto dall’attualità politica, è più pungente di quanto non lo sia già in alcune puntate di Otto e mezzo della Gruber, spiega la differenza tra trasparenza e riservatezza, ricorda l’accezione positiva del termine compromesso, racconta un aneddoto esemplificativo di cosa sia la buona politica.
Gianrico Carofiglio con Jacopo Rosatelli, Con i piedi nel fango. Conversazione su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele;
- Ho dato un volto a Florinda Fiamma, una delle voci di Radio3, che ha coordinato la presentazione di Adulterio e altre scelte, raccolta di racconti di Andre Dubus. In Italia, a farci scoprire Dubus sono stati il traduttore Nicola Manuppelli e la casa editrice Mattioli 1885
Manuppelli racconta ancora una volta il suo primo approccio con Dubus. Una sera va al cinema a vedere I giochi dei grandi. Il film non lo fa impazzire ma lo colpisce la tensione fra i personaggi. Gli sembra una cosa nuova, non sa neanche bene come poterla descrivere ma sa di non aver mai letto una roba simile. Dopo qualche mese, s’imbatte nelle short stories di un narratore americano che sa creare quella forte tensione tra i personaggi. Lo scrittore è Andre Dubus e, non a caso, I giochi dei grandi era stato tratto dai suoi racconti.    
Andre Dubus, Adulterio e altre scelte, Mattioli 1885. 
- Mi sono persa dietro le immagini evocate dall’antropologo Marco Aime e dal geografo Davide Papotti mentre parlano di mappe, viaggi, Altro e altrove.
Piccolo lessico della diversità a cura di Marco Aime e Davide Papotti, Fondazione Benetton Studi Ricerche - Antiga Edizioni.
- Massimo Cacciari e la Divina Commedia. E non dico altro perché non ne ho gli strumenti. Lo ascolto in piedi, in silenzio, troppe cose mi sfuggono. Da profana, avrei eliminato le letture di Massimo Popolizio: una Divina Commedia troppo recitata, esasperata, eccessiva. Insomma, declamata da Popolizio non m’è piaciuta.
Divina Commedia a cura di Enrico Malato, Salerno editrice.
- Marco Damilano interroga Luciano Canfora sul moto violento della storia che spazza via il marciume e l’immobilismo di alcune fasi storiche. Non fa sconti a nessuno Luciano Canfora: spietato con la sinistra italiana e francese, spietato verso L’Europa, spietato verso i cosiddetti intellettuali.
Chiude ricordando una frase profetica di Karl Marx: il conflitto di classe come possibile comune rovina delle classi in lotta. Non si può star tranquilli che in qualche modo i problemi si risolvano: li dobbiamo affrontare noi.   
Luciano Canfora, La scopa di Don Abbondio, Laterza.
- L’ironia di Diego Bianchi e della banda di Propaganda live.


Altre cose belle:
- Abbracciare un pezzo di scratchreaders (tipi strani che leggono e commentano su facebook una quantità enorme di libri, scritti prevalentemente da gente morta);
- Mangiare un panino nella Nuvola, ciarlando di racconti e editoria;
- Sbirciare gli incontri evidenziati dal coniuge, stravolgere i miei programmi pomeridiani e seguirlo;
- Scendere dalla Nuvola mentre Propaganda non è ancora concluso ma la fiera è già chiusa da un pezzo. I corridoi puliti, gli stand con i libri in ordine, pronti per essere sfogliati, spostati, imbustati il giorno successivo. Le luci soffuse, un silenzio irreale. È come se vedessi la Nuvola per la prima volta. L’immagine più bella della giornata. Vacillo. Ma forse è solo la febbre che ricomincia a salire.

sabato 24 novembre 2018

Handmade


Apro la posta elettronica e inizio a maledire il Black Friday che ha triplicato la spazzatura che riempie quotidianamente la mia casella (non c’è opzione unsubscribe che tenga. Non so quante volte avrò ordinato a destra e manca di cancellarmi da iscrizioni mai scientemente chieste). Sì, ho avuto anch’io la tentazione di approfittare di sconti favolosi che mai, dico mai, mi capiteranno più nella vita. E quando ho realizzato che stavo perdendo tempo su un sito, facendomi influenzare dalla follia che ci circonda, pronta a tirar fuori la carta di credito per acquistare una roba di cui non ho alcuna necessità, mi sono data della cretina e ho chiuso tutto.
Comunque, la vita dell’aspirante consumatrice consapevole è durissima. C’è voluto un po’ prima di trovare il canale giusto per ricevere miele, frutta e verdura dai piccoli produttori locali (no, non è una scelta basata sul risparmio, ma i prodotti sono buoni e me li consegnano a casa); anche trovare il posto giusto per caffè e cornetto non è stata mica una passeggiata (spiace vedere l’elevato turnover del personale del baretto vicino l’ufficio e comprendere che il malcontento derivi dal lavoro mal retribuito e irregolare). E l’abbigliamento? Non rinnovo il guardaroba ogni cambio di stagione, però qualche domanda di fronte a quegli abitini tutti identici, a prezzi irrisori, me la faccio anch’io. Ma se volessi indossare qualcosa di più originale senza spendere un patrimonio e con la speranza di pagare equamente il lavoro altrui?
Mi sono ricordata di un’amica che creava gioielli artigianali e che aveva aperto il suo negozietto sulla piattaforma Etsy. Ora, io non so se anche dietro Etsy ci siano delle fregature, certo è che la mia prima esperienza di acquisto è stata positiva.
Ho scovato la giovane Giulia e la sua passione di coniugare la moda con qualsiasi forma artistica (dalla pittura alla letteratura). Giulia è di Padova, il suo spazio su Etsy si chiama Abricot Atelier e pochi giorni fa ho ricevuto il mio acquisto.


Confezionato con amore, curato nei dettagli, pensato nei minimi particolari. Le attenzioni di Giulia sono state tali da farmi pensare d’aver ricevuto un regalo, e non di aver speso dei soldi.


L’abito (perfetto) e la gonna (morbidissima e ben cucita) sono stati accompagnati da un grazioso taccuino per “annotare i tuoi momenti di bellezza e poesia”.
Grazie Giulia, continua a far danzare le tue mani e la tua fantasia.

martedì 13 novembre 2018

In viaggio con Martha Gellhorn e con qualcuno


Non a tutti è dato di essere un Marco Polo e nemmeno una Freya Stark, ma nonostante questo, siamo in milioni a viaggiare. I grandi viaggiatori, viventi o del passato, sono una categoria a sé stante di professionisti inarrivabili. Noi siamo semplici dilettanti e, se pure abbiamo i nostri momenti di gloria, perdiamo le energie e il vigore, viviamo anche momenti di amarezza. Chi non ha mai sentito, pensato o detto: «Santo cielo, mi hanno perso un’altra volta i bagagli!», «Siamo arrivati fino a qui per vedere quella roba?», «Perché devono fare tutto quel fracasso?» […]
Eppure insistiamo e facciamo il possibile per vedere il mondo e per muoverci: arriviamo dappertutto. Quando torniamo, non c’è nessuno che si presti volentieri ad ascoltare i nostri racconti. «Com’è andato il viaggio?», ci chiedono. «Stupendo. A Tblisi ho visto…». Occhi sgranati. Appena lo permette la buona educazione (o anche prima), la conversazione si sposta su qualche pettegolezzo, lo scandalo politico del momento, lo show della sera prima alla televisione. L’unico caso in cui un nostro viaggio ci garantisce un uditorio attento è un disastro. «Il cammello ti ha disarcionato e ti sei rotto una gamba?», «Hanno chiuso a chiave la sauna di Vijipuri e ti hanno dimenticato dentro?». Ecco cosa li diverte. Non ci lasciano nemmeno finire di raccontare e si lanciano nelle descrizioni delle loro sofferenze in lande remote.

Martha Gellhorn non leggeva libri di viaggio, preferiva viaggiare. Viaggiava per curiosità, per incapacità di star ferma nello stesso luogo, per documentare guerre, per capire come vivessero le persone negli angoli più remoti della terra, per scoprire acque limpide in cui nuotare, perché suggestionata da nomi magici: Pechino, Samarcanda, Costantinopoli, Tahiti. Fumava, beveva whisky, negli anni Sessanta guadava fiumi in Uganda alla guida di una  Land Rover scassata; non partiva mai senza una buona scorta di gialli; non amava circondarsi di oggetti inutili, pensava che il possesso la rendesse schiava e non sentiva la necessità di acquistare cose che non le servivano. Era una donna pratica, un po’ incosciente, maniaca dell’igiene e della pulizia; inorridiva al pensiero di non potersi lavare i denti sul fiume Chiang Jiang, mentre i giapponesi bombardavano i cinesi.
Preferiva viaggiare da sola, ma nel 1941 costrinse il Compagno Riluttante ad andare dove non aveva nessuna intenzione di andare. In quegli anni, la giornalista Martha Gellhorn lavorava per il Collier’s e il suo direttore le diede l’incarico di documentare la guerra sino-giapponese
«Ero ben decisa a vedere l’Oriente prima di morire, prima della fine del mondo o di qualsiasi cosa sarebbe poi capitata». Da appassionata corrispondente di guerra, non avrebbe mai rinunciato a quell'opportunità. Ma ebbe la malaugurata idea di convincere il Compagno Riluttante (CR) a partire con lei. CR era Ernest Hemingway, suo marito dal 1940 al 1945: sposati dopo la guerra di Spagna, separati dopo lo sbarco in Normandia.
Quel gran bevitore di Hemingway non aveva trascorso gli anni della sua formazione a bighellonare sui tram e a imbottirsi la testa con i romanzi di Somerset Maugham, come aveva fatto, invece, sua moglie. Così, mentre Martha andava in giro a tastare il polso della nazione, CR preferiva andare a caccia nelle colline circostanti e sbevazzare qualsiasi cosa (compreso il vino di serpente) con chiunque. Senza perdere mai l’occasione di rinfacciarle che era finito in Cina per assecondarla. 
Il nome di Hemingway non viene mai menzionato nel devastante viaggio cinese; Martha Gellhorn si riferisce a lui chiamandolo sempre the Unwilling Companion (nella traduzione italiana Compagno Recalcitrante), il “qualcuno” del titolo.
Il viaggio in Cina con qualcuno rientra tra i cinque horror trips, le cinque esperienze di viaggio più disastrose, che Martha Gellhorn ci racconta in questo libro. In una piagnucolosa lettera, inviata a sua mamma, scrisse: «La Cina mi ha guarito. Non voglio viaggiare più». Ma Martha era una viaggiatrice incurabile, nessuna disavventura avrebbe potuto guarire la sua smania di viaggiare.
Tra gli altri horror trips racchiusi in In viaggio da sola e con qualcuno c’è il suo primo incredibile viaggio alla scoperta dell’Africa; un viaggio folle nel 1942 tra le isole caraibiche per documentare la guerra tra le forze marine Alleate e la flotta sottomarina tedesca; un viaggio in Israele in cui Martha tenta di comprendere la filosofia di una comunità hippy (comunità troppo fumata per poter comunicare qualsiasi cosa); un viaggio nella lontana Russia solo per conoscere Nadežda Jakovlevna Chazina, vedova del poeta Osip Emil’evič Mandel’štam.  
Nel 1998, all’età di 89 anni, ormai malata e quasi cieca, Martha ingerì un paio di pillole pensando forse non avesse più senso continuar a vivere senza poter viaggiare, leggere e nuotare.
Se avessi scoperto questo libro una ventina di anni fa, avrei fatto ciò che lei considerava normale: inviare una lettera alla scrittrice, ringraziandola per avermi fatto sorridere e per avermi concesso di favoleggiare sui tempi in cui il Kenya non era sinonimo di resort e le isole caraibiche erano un angolo di paradiso (nonostante una guerra mondiale). Ma sono arrivata tardi e posso solo ringraziare le biblioteche di Roma per avermi fatto leggere questo volume ormai fuori catalogo. 
Travels with Myself and Another (1978) è stato pubblicato in Italia nel 2006 da FBE edizioni nella traduzione di Guido Lagomarsino e non credo sia mai stato ristampato. Peccato. Però, lo si può acquistare facilmente in lingua originale o approfittare dell’occasione per una spedizione sui banchetti dell’usato. Con un po' di fortuna...