sabato 13 marzo 2021

Passaggi in Siria

 

Samar Yazbek

“Ai martiri traditi della rivoluzione siriana. Questo libro è dedicato a voi”.

Samar Yazbek, la bella quarentenne bionda che tra un tiro e l’altro di sigaretta parla degli orrori della tirannia degli Assad e delle prodezze degli insorti, senza mai riprendere fiato, incontrata tra le pagine de La Siria promessa, è una romanziera, poetessa e giornalista siriana, rifugiata in Francia. Non è solo democratica e laica ma è pure di origine alawita, una setta musulmana sciita, schierata al fianco di Bashar al-Assad.

La Siria che mi ricordavo era uno dei posti più belli al mondo. Ripensai alla mia infanzia nella città di Taqba, nei pressi di Raqqa, sul fiume Eufrate, e agli anni della mia adolescenza nella storica città di Jable, sulla costa, e poi a Latakia, il principale porto della Siria. Una volta adulta, ero andata a vivere da sola con mia figlia, nella capitale Damasco, per diversi anni, a una certa distanza dalla mia famiglia, dalla mia comunità e dai legami identitari. Avevo vissuto in modo indipendente, libera di fare le mie scelte, ma quello stile di vita mi era costato moltissimo in termini di critiche, ripudio e pregiudizio alla mia reputazione. Era stato difficile essere donna in una società conservatrice che non permetteva alle donne di ribellarsi alle proprie leggi. Tutto sembrava resistere al cambiamento. 

Samar Yazbek partecipa alle manifestazioni del 2011 contro la dittatura di Bashar al-Assad, credendo nella possibilità di una Siria democratica. Viene arrestata e picchiata, ma riesce a fuggire dal carcere e dal suo paese. Si rifugia in Francia insieme a sua figlia. Gli articoli in cui denuncia le torture contro i manifestanti e la repressione attuata dal regime di Assad non le permettono di rientrare in Siria. Ma la Yazbek vuole raccontare i fatti, riportare le testimonianze del popolo siriano, “una parte di quel fragile filo di verità che era stato oscurato dalla storia”.


Iniziano i viaggi clandestini dall’esilio francese alla Siria, i Passaggi in Siria.

È un reportage durissimo, sotto i bombardamenti con barili esplosivi e bombe a grappolo, la documentazione di come una rivolta pacifica contro un dittatore si sia trasformata in una rivolta armata contro l’esercito e contro lo Stato, mentre gli islamisti sono entrati nel paese e hanno radicalizzato il conflitto. Quali e quante sono le guerre che si stanno combattendo in Siria, mentre i civili ricevono la loro dose quotidiana di bombe?

Samar Yazbek si occupa da sempre di diritti umani e della condizione femminile in Siria; ha fondato l’associazione Women Now for Development, un’associazione che assiste le donne siriane istituendo scuole e centri di formazione e durante i suoi “passaggi” siriani incontra e chiacchiera con tante donne per avviare progetti comunitari.

Più tardi, quella sera, con Mohammed e Montaha riuscii a raggiungere la casa di una donna che voleva aprire un salone di bellezza e parrucchiere. Mi sembrava un’idea bizzarra: chi poteva preoccuparsi del proprio aspetto in momenti come quelli?

Diala Brisly


Passaggi in Siria (edito da Sellerio e tradotto da Andrea Grechi) ha il potere di condurci in uno scenario di guerra complesso, mostrandoci come ci si ingegni per aprire attività commerciali, sposarsi, studiare, bere un caffè con le amiche, mentre intorno a te tutto va in frantumi. Una pugnalata dopo l’altra. Esco dall’epilogo del reportage, un epilogo ancora più amaro delle esperienze narrate, stordita e con una sensazione di nausea. Che senso ha tutto questo?

“Non sta accadendo nulla di nuovo nella storia dell’umanità”, scrive l’autrice. Già. Ma perché? Come possiamo permettere che tutto ciò continui ad accadere?      

Passaggi in Siria non è solo un reportage; spiega quanto sia stata strumentalizzata la religione nelle guerre siriane, cerca di far comprendere la differenza tra i miliziani dell’Isis e i ribelli del Free Army e non risparmia critiche contro il ruolo e le posizioni della comunità internazionale.

Coinvolgente e doloroso.

 

*Diala Brisly (su Instagram @dialabrisly) è un’artista di origini siriane. L'artista spiega l’illustrazione con il tweet:

This is my reading place where I wanted to start reading Harry Potter but it’s bombed. I will never forget. #Aleppo #Harry_Potter    


giovedì 11 marzo 2021

In Siria

 

Damasco, maggio 1967 (AP Photo)

Periodicamente mi fermo davanti alla mia libreria. Sposto qualche libro; faccio spazio ai nuovi arrivati, rispolvero vecchie conoscenze, penso “Ma quante belle storie attendono d’esser lette tra questi scaffali!”. Mi entusiasmo; scribacchio percorsi di lettura aventi un filo conduttore definito e poi li stravolgo, spinta dalla folgorazione del momento. Avevo un progetto ben preciso a gennaio, prima di ascoltare frammenti di notizie provenienti dalla Siria. Un raid aereo, un bombardamento, uno dei tanti servizi che ci attraversano distrattamente mentre ceniamo. Mi passi l’acqua per favore? Stavi dicendo di quel cliente... Ma da quand’è che combattono in Siria? E poi, perché combattono? Eppure avevo preso qualcosa sulla Siria…

La scorsa estate, colta dal raptus “voci dal mondo”, avevo preso in ebook anche due opere di autrici siriane. Un raptus, perché non sapevo esattamente cosa avessi tra le mani: credevo d’aver acquistato due romanzi.

Sbagliato.

La Siria promessa, Hala Kodmani

Hala Kodmani è una giornalista di origine siriana che vive e lavora in Francia da anni; è responsabile della sezione “Siria” di Libération e si occupa prevalentemente di giornalismo d’inchiesta. Proviene da una famiglia della buona borghesia damascena, colta, poliglotta, molto attiva politicamente: il nonno paterno, Jeddo, noto avvocato, aveva imparato il turco ai tempi dell’impero ottomano, prima dell’avvento del mandato francese in Siria. 

Il padre dell’autrice, Nazem Kodmani, diplomatico, ba’thista e nazionalista arabo, ha vissuto con amarezza il succedersi caotico dei governi e il crollo del panarabismo, originariamente aperto a correnti e discussioni diverse. La presidenza di Hafez al-Assad e il regime imposto costituiscono un colpo troppo duro da digerire. Nazem Kodmani vede nella Francia la migliore delle scelte possibili, “il privilegio di vivere in un paese civile”. Nel suo esilio forzato, dopo aver vissuto in diverse città, è a Parigi che si trasferisce definitivamente con la famiglia.  

Il testo ripercorre un secolo di storia siriana, dalla generazione del nonno dell’autrice (quindi, dagli ultimi anni dell’Impero Ottomano) fino all’esplosione delle cosiddette primavere arabe (la narrazione termina nel 2012), senza trascurare cosa significhi essere arabi nella Francia di Sarkozy. La storia si sviluppa a mo’ di romanzo epistolare, attraverso uno scambio di e-mail tra la scrittrice e suo padre, deceduto, che le risponde dall’Aldilà. 

Pubblicato in Francia nel 2014, è arrivato da noi solo lo scorso anno, edito da Francesco Brioschi Editore, nella traduzione di Elisabetta Bartuli (che scrive anche una bella postfazione, molto utile per inquadrare l’opera e la storia di Hala Kodmani). Romanzo non è la definizione corretta per indicare La Siria promessa poiché, per citare l’autrice, “non c’è niente di immaginario in questa racconto d’immaginazione”. L’unico elemento di fiction è l’idea di poter dialogare con un padre che non c’è più. I dati storici, mescolati con il vissuto privato della famiglia Kodmani, sono tutti veritieri.

È stata una lettura faticosa perché se si ha poca dimestichezza, come nel mio caso, con la storia e la geopolitica di quell’area, alcuni episodi si perdono tra una e-mail e l’altra. Lo stile è distaccato, quasi cronachistico, il livello di attenzione cala e subentra qualche sbadiglio. Si avverte l’emozione, un misto di rivalsa-rabbia-speranza-paura, solo nelle pagine in cui la Kodmani racconta idealmente al padre i giorni che sta vivendo: la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, le prime manifestazioni in Yemen e Algeria, per arrivare alle proteste contro Assad in Siria. La rivolta della Siria del 2011 risveglia tra gli esuli un legame con il paese e con gli altri siriani che non sospettavano di avere. La situazione in Siria degenererà presto, e la narrazione si interrompe.  

Quindi, se volete capire perché gli USA bombardano la Siria, questo non è il libro giusto. Qui si cerca di portare l’attenzione sul paese, sui cittadini, sulla costruzione di un’identità e su un popolo che nel 2011 ha alzato la testa contro il regime di Bashar al-Assad.

La Siria promessa è un libro che ho apprezzato a lettura conclusa, perché mi ha fatto soffermare sulle motivazioni delle “primavere arabe”, su quanto sia variegato e complesso il mondo arabo, sulla difficoltà nello scindere la guerra civile con i successivi conflitti che in Siria si protraggono da anni. Non è un libro che regalerei, ma è stato il mio punto di partenza per appuntare riflessioni, vicende da approfondire, domande.

Leggendo La Siria promessa, mi sono imbattuta un paio di volte nel nome di Samar Yazbek.

Una scrittrice che ho scoperto recentemente traducendo un suo testo per una rivista francese si è da poco rifugiata qui [Parigi] assieme alla figlia. Ha dovuto fuggire non soltanto dai servizi di sicurezza che perseguitano tutti gli oppositori, ma anche dalla sua stessa famiglia che considera il suo impego un tradimento. Perché, in effetti, è alawita. Ti affascinerebbe, questa bella quarantenne bionda che tra un tiro e l’altro di sigaretta parla degli orrori della tirannia degli Assad e delle prodezze degli insorti senza mai riprendere fiato.

Perché la sollevazione prosegua bisogna smuovere la sollevazione dei siriani di qui. Lei ci indica priorità e bisogni, e vuole impegnarsi assieme a noi per portare la sua testimonianza e sensibilizzare l’opinione pubblica.

(22 luglio 2011, e-mail di Hala Kodmani idealmente destinata a suo padre).

E siccome avevo già un ebook di Samar Yazbek…


venerdì 29 gennaio 2021

I libri, le malattie e la peste.

 


Qualche giorno fa, leggendo uno stralcio del libro di Cataluccio, In occasione dell’epidemia, riportato da Giacinta del bel blog Il cavallo di Brunilde, ho iniziato a pensare a come sia cambiato il rapporto tra libri e malattia, o meglio, a quanto sia più complesso immergersi nella lettura nei periodi in cui il corpo ci obbliga a fermarci.

Sin da bambina, sono stata soggetta a febbroni che mi stroncavano un paio di giorni, richiedevano un altro paio di giorni di convalescenza, per poi dissolversi senza strascichi. Veniva meno l’alternanza del giorno con la notte, c’erano solo narrazioni che emergevano dal sonno e dalla febbre alta e si rispegnevano nel sonno. Anche da adulta, bronchiti persistenti ed incidenti li associo a romanzi di vario tipo (da Stoner di J. E. Williams, a Furore di Steinbeck, passando per titoli meno significativi in base all’entità della malattia).

Tutto ciò accadeva prima dell’avvento del cosiddetto smartworking, ai tempi in cui la maggior parte dei malanni non si protraeva per settimane.

Poi arrivò la pandemia da Coronavirus; si disse che saremmo diventati tutti più buoni, che avremmo ricominciato a dare il giusto valore alle cose e nulla sarebbe stato più come prima. Infatti, ci basta dare uno sguardo ai titoli dei giornali per renderci conto di quanto siano cambiati i nostri valori e di come abbiamo prontamente interiorizzato il concetto di bilanciamento delle priorità. Ma rischio di divagare.

Per farla breve, succede che il coniuge e la sottoscritta, a distanza di un paio di giorni, perdono smacco, provano un malessere diffuso (sebbene con sintomi diversi l’uno dall’altra) e il test conferma che, talvolta, positivo o rilevato non sono belle parole. Non mi dilungo, perché se sono tornata a scrivere in modo scanzonato è evidente che abbia recuperato gran parte delle mie energie. Ma come l’ho vissuta questa malattia? Tolti i giorni in cui il mal di testa e i dolori articolari hanno reso spossante anche la stesura della lista della spesa, tornata in me e rassicurata dal fatto che il peggio era alle spalle per entrambi e che nessuno dei nostri “contatti” avesse manifestato sintomi, avrei dovuto vivere la restante parte della malattia prendendomi cura di me, ossia leggendo e bevendo liquidi caldi. Ma… Non che qualcuno mi abbia esplicitamente obbligato durante la malattia a tener il cellulare aziendale acceso, a rispondere alle email di lavoro, a svolgere le attività inderogabili ed urgenti (tutte). Non che stia qui a lamentarmi perché “è una benedizione che tu abbia ancora un lavoro di questi tempi etc, etc, etc.”. Mi limito ad una constatazione. È stato immediatamente evidente come sia cambiata la percezione della malattia Covid. Non sei finita in ospedale, hai avuto sintomi tutto sommato lievi, non hai forti crisi respiratorie: se aspetti un tampone negativo non se ne viene più fuori. Non è che possiamo perdere settimane. Tanto ormai lavoriamo tutti da casa; che lo si faccia da malaticci o in salute, cosa cambia? Ah, guarda, appena m’è passata la febbre, ho puntato la sveglia tutte le mattine alle 5.30 per recuperare gli arretrati.          

Anche a posteriori, confrontandomi per motivi di lavoro con persone che erano state contagiate nello stesso periodo e che avevano potuto gestire la malattia a casa, ho avvertito una sorta di gara a chi avesse perso meno tempo possibile dietro a cortisone, antibiotici, saturimetri per tornare alle cose importanti. Ribadisco: non sto dicendo che il lavoro e l’economia non siano essenziali (nessuna persona con un minimo di raziocinio penserebbe una roba simile), ma mi ha colpito come sia cambiato il nostro atteggiamento nei confronti del Covid in pochi mesi.

Tarrou pensava che le peste avrebbe cambiato la città e nello stesso tempo non l’avrebbe cambiata; che, beninteso, il più forte desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato di fare come se niente fosse mutato e che, pertanto, nulla, in un certo senso sarebbe mutato, ma che in un altro senso, non si può tutto dimenticare, anche con la volontà necessaria, e la peste avrebbe lasciato tracce, almeno nei cuori.

Il piccolo possidente dichiarò nettissimo che non s’interessava al cuore e che il cuore era addirittura l’ultima delle sue preoccupazioni. […]

Albert Camus, La peste, trad. di Beniamino Dal Fabbro, Bompiani.

 


Lavoro o meno, per me questa malattia resterà associata ai due libri più letti, acquistati, presi in prestito, riscoperti nel corso del 2020: La peste di Albert Camus e Spillover di David Quammen (lettura del coniuge, che io devo ancora affrontare). Erano nella lista delle mie letture da mesi, però continuavo a tergiversare. Ho lasciato la divulgazione scientifica al coniuge e sono partita dal romanzo.

Di Camus avevo letto solo Lo straniero, romanzo che il mio gruppo di lettura (ancora in standby) non aveva apprezzato molto. Invece a me era piaciuto tantissimo. Perché Camus è un filosofo, non solo un romanziere. Leggere La peste in questi mesi implica fare paragoni continui con i nostri giorni. Riporto qualche stralcio random:

“I focolai infettivi sono in crescente diffusione. Al passo con cui la malattia si espande, se non è bloccata, rischia di uccidere mezza città prima di due mesi”.

Non bisognava veder troppo nero… il contagio non era provato se i parenti dei malati erano ancora immuni.

“Ma altri sono morti”, fece notare Rieux. “Non si tratta di vedere troppo nero. Si tratta di prendere precauzioni”.

Le misure non erano draconiane e sembrava che si fosse molto sacrificato al desiderio di non preoccupare l’opinione pubblica.

In quattro giorni, tuttavia, la febbre fece un balzo straordinario… Il quarto giorno si annunciò l’apertura dell’ospedale ausiliario in una scuola materna.

Potrei andare avanti con l’elenco, a partire dalla chiusura delle porte della città, le sepolture, i tavoli dei locali solo all’aperto, presto seguiti dal divieto d’uscire dalle proprie abitazioni se non per questioni urgenti.

Immagino che se avessi letto La peste durante il lockdown della primavera scorsa, le analogie sarebbero state ancora più d’impatto e avrei impiegato parecchio per astrarmi dai nostri giorni e guardare a La peste come ad un romanzo sulla separazione. Una separazione dagli affetti, dagli amici e dai nemici, da chi non si pensava neppure d’amare, dalle abitudini, dalle cose. Una separazione che potrebbe durare giorni o anni; che può essere determinata da un’epidemia ma anche da una guerra. Camus, da conoscitore dell’animo umano, lo indaga, ne prevede i pensieri, anticipa le sensazioni, le paure, le speranze. Che sia l’Orano degli anni Quaranta o la Roma del 2020, poco conta. Il terrore per la separazione, l’esilio, anche se “esilio in casa propria”, restano immutati.

Dal punto di vista letterario, il mio 2021 è iniziato nel migliore dei modi.

In apertura, illustrazione di Isabelle Arsenault


domenica 27 dicembre 2020

Il mio 2020 in libri


Il 2020 è stato l’anno in cui

- ho acquistato pochissimi libri e ho finalmente iniziato a smaltire volumi portati a casa compulsivamente negli ultimi… dodici anni?

- ho ricominciato a leggere anche in digitale (con molta moderazione);

- ho acquistato la mia prima mic card, senza peraltro poterla utilizzare (se non una volta).

Doveva essere l’anno del cambiamento, quello in cui avrei fatto scelte dirompenti e coraggiose, ma sono ancora qui, nel limbo. E non credo d’esser l’unica. Pare sia stato un anno immobile, eppure non ne sono certa: marzo mi sembra lontanissimo, ma ci sono momenti in cui ho la percezione che anche questo 2020, nonostante tutto, mi sia sfuggito tra le mani.

La scelta delle mie letture non è stata condizionata dalle proposte dei gruppi di lettura, programmazioni, condivisioni varie. Ho seguito l’istinto del momento, riscoprendo anche il piacere della lettura in solitaria, senza scadenze “perché con il gruppo c’incontriamo tra due giorni e io sono ancora in alto mare”. Non dico che sia un bene né un male. Dico solo che staccare dalla pianificazione degli incontri di lettura mi ha fatto assaporare romanzi e testi di non fiction che giacevano negli scaffali da tempo. 

Un anno soddisfacente e se dovessi scegliere un solo titolo per ciascun mese direi:

Un romanzo poetico, politico, un po’ favola un po’ realtà. Ho visto Istanbul, pur non essendoci mai stata, ne ho percepito bellezza e contraddizioni, ho respirato l’aria del Bosforo e ho sognato un nuovo viaggio (era gennaio e viaggiare, in fondo, non sembrava così impossibile).

L’ho letto nell’edizione Einaudi e poi l’ho anche ascoltato dalla voce di Paolo Pierobon (Emons Audiolibri): mi sono divertita tantissimo. Era uno di quei titoli che mi ripromettevo di leggere da anni, ma ero troppo terrorizzata. I russi, talvolta, fanno paura. Geniale, irriverente, dissacrante. Uno di quei romanzi che meritano più letture perché so già che ogni lettura sarà una nuova lettura, in cui emergeranno frasi, concetti, riflessioni…

Non so perché sia stata sempre respinta dalla narrativa cinese. Penso dipenda dal fatto che non subisco il fascino dell’Oriente. Non ho mai letto neppure autori molti noti, tipo il premio Nobel Mo Yan.

Yu Hua, con questo breve saggio, mi ha avvicinato alla Cina. Dieci parole per raccontare cos’è stata e cos’è diventata negli ultimi 40 anni. Per gli appassionati, segnalo che la rivista Internazionale dedica alla Cina l’ultimo numero del 2020. Otto racconti selezionati proprio dallo scrittore Yu Hua.

  • Aprile – Una stella incoronata di buio, Benedetta Tobagi (ed. Einaudi).

Ne ho straparlato qui. Resta una delle letture più memorabili del mio 2020.

  • Maggio – Mese corsaro.

Ero entrata in modalità Natalia Ginzburg. Qui.

  • L’estate fredda.

Nel periodo estivo (settembre incluso) ho letto abbastanza. Romanzi piacevoli, diversi tra loro ma niente di esaltante. Tra i più particolari e struggenti direi Perché il bambino cuoce nella polenta di Anglaya Veterani. Qui.

  • Ottobre – Notturno cileno, Roberto Bolãno (trad. Angelo Morino, ed. Sellerio).

Il mese delle camminate pomeridiane intorno ad un lago insolitamente caldo e il mio periodo cileno. Non avevo mai letto nulla di Bolãno, sebbene avessi questo libro da tantissimo tempo (tant’è che lo acquistai nell’edizione della Sellerio. Oggi lo trovate edito da Adelphi).

Chi conosce bene la produzione letteraria di Bolãno mi ha fatto notare che non sarei dovuta partire da Notturno cileno. Lettura inizialmente ostica, un monologo fiume, senza un a capo, periodi lunghissimi in cui si ritrovano i fantasmi di Neruda, di Allende, di Pinochet. Ti distrai un attimo e non riesci più a discernere le ombre dei personaggi veri da quelli inventati. Non so se sia stato il miglior romanzo per approcciare Bolãno. Indubbiamente, ha lasciato il segno.

  • Novembre – Case vuote, Brenda Navarro (trad. Carlotta Aulisio, Giulio Perrone editore).

La madre di Daniel:

Sai che ho fatto un figlio per aver un pretesto per allontanarmi da te? […] Che idea idiota, così idiota che alla fine te ne sei andato davvero.

Non ho mai voluto essere madre, essere madre è il peggior capriccio che possa venir in mente a una donna.

La madre di Leonel:

Quello che non riuscivo a fare era viver senza esser madre. Perché questa fissazione? Be’, perché sì, che c’è di male a voler essere madre, che c’è di male nel voler dare amore?

Un romanzo duro, una pugnalata. 173 pagine sulla maternità, sulla violenza domestica, sulla solitudine, sulle aspettative della famiglia e della società, sulle disuguaglianze e sulle frequenti sparizioni dei bambini in Messico.

Molto consigliato.

E venne il momento del classicone, quello dalla mole spaventosa; quello che puoi non leggere, tanto la storia - bene o male - la conosciamo tutti; quello che faceva dire al coniuge “Non puoi non averlo ancora letto. Di questo passo, finirò per chiedere il divorzio!”

Il coniuge è profondo conoscitore di Dumas e in casa avevamo l’edizione della Mondadori, con la storica traduzione di Emilio Franceschini. Se neppure voi avete ancora letto Il conte, in rete troverete diversi articoli sulla complessa sorte delle traduzioni italiane. Insomma, alla fine ho scelto una traduzione sul testo critico francese stabilito nel 1993 da Claude Schopp.

Dumas mi ha riportato alle letture invernali dell’adolescenza, quelle in cui infilavo la testa sotto il piumone (sono molto freddolosa e la stanzetta della giovane Baba non godeva di temperature caraibiche) e faticavo a spegnere la luce.

Avvinghiata alle pagine per sapere fino a che punto si sarebbe spinta la tremenda vendetta del conte, sono giunta a Natale.

Il coniuge ha vissuto risvegli altalenanti: Lo odio, lo odio!

Chi?

Ma Danglars, ovvio!, chi altri?!

Lo adoro! Così geniale, così saggio…

Ma chi?

Ma come chi? Don Faria, chi altri! Te l’avevo detto che ero ancora nelle segrete del Castello di If…

Sì, va bene, non è il romanzo perfetto: qualche incongruenza qui e là si trova; e sì, nelle pagine finali il delirio di onnipotenza di Montecristo un po’ infastidisce; troppo dramma, troppe smancerie… Epperò Dumas mi ha preso per i capelli e mi ha infilato nella sua storia; per diversi giorni ho lavorato, studiato, fatto cose in attesa di tornare a Marsiglia, Roma, Parigi o su quello scoglio deserto tra la Corsica e l’Elba.

Il coniuge aveva ragione, così come aveva ragione Claudia, che più volte sul suo canale ha dichiarato di essere tornata ai classici grazie al Conte di Montecristo.

 


A questo punto, dovrei elencare i buoni propositi per l’anno che verrà, dire che m’impegnerò ad essere più costante nella scrittura, dichiarare apertamente quali saranno le letture che non posso rimandare ulteriormente etc. etc. etc. Salvo poi seguire l’istinto del momento e mandare tutto all’aria. Quindi, vi risparmierò i buoni propositi.

Mi auguro che stiate tutti bene, che, nonostante tutto, stiate trascorrendo giorni lieti e che il 2021 inizi con il sorriso.

venerdì 27 novembre 2020

Piccola guida tascabile ai mestieri sconsigliabili in letteratura

 


Quando ho bisogno di farmi un regalo, prendo lo zainetto, salgo sul trenino locale e vado a perdermi in qualche libreria. Il regalo non è connesso al numero di libri che forse porterò a casa, bensì al tempo trascorso, senza guardare l’orologio, tra gli scaffali. Talvolta, anche tra una libreria e l’altra. In quelle giornate, non esco per acquistare un libro specifico ma per curiosare tra i volumi di case editrici minori, tra i volumi dell’usato (goduria massima) o tra i generi letterari che frequento meno. A ripensarci oggi, era il piacere della scoperta a farmi cerchiare sull’agenda le date della Fiera della Piccola e media editoria di Roma (quando era più piccola che media), a farmi prendere almeno un paio di giorni di ferie in occasione di un festival letterario o del Salone del libro. Poi c’ho perso il gusto (tutta quella confusione, peggio dell’Ikea nei giorni di maggior splendore), ma ho pure perso contatto con piccole realtà editoriali che è difficile incontrare altrove.

Così, mi sono affezionata a un gruppo di youtuber che, l’ultimo giorno del mese di ogni mese, parlano di una casa editrice indipendente, raccontando la lettura che ciascuno di loro ha scelto. Hanno dedicato il mese di ottobre ad una casa editrice a me totalmente sconosciuta: ABEditore. Il catalogo non è propriamente nelle mie corde, ma sono stata colpita dall’originalità e dall’attenzione per l’oggetto libro e, da buona feticista, ho acquistato due volumetti direttamente dal sito della casa editrice. “Un po’ macabri, no?”, ha commentato il coniuge sfogliandoli. Più ironici che macabri, se li si osserva attentamente.   

Sono due mini raccolte di racconti; per il momento, ho letto questa qui:


Il titolo mi ha tratta in inganno: pensavo di trovare racconti su mestieri attinenti all’ambito letterario, tipo lo scrittore, l’editore, il copista…In realtà, i racconti riguardano contesti lavorativi insoliti, avvolti da un alone di mistero. Gli autori sono tutti celebri; i traduttori, invece, sono giovani e poco noti.


Non avevo mai letto nulla di Théophile Gautier, né di Joseph Sheridan Le Fanu, anzi, per dirla tutta, non sapevo neppure chi fossero. Eppure, i loro sono stati i racconti che più ho apprezzato, insieme alle atmosfere del sempre magistrale Arthur Conan Doyle. Quel brividino che ti percorre la schiena sebbene sia ovvio che ciò che stai leggendo non può essere vero: il Diavolo non giocherà mai a fare l’attore, i fantasmi non esistono e i morti non tornano indietro per vendicarsi! Forse...

Una lettura piacevole anche per chi non è attratto dal romanzo gotico.


giovedì 15 ottobre 2020

Di pregiudizi e nuove scoperte. Il giorno in cui incontrai il graphic novel

 

Ho scoperto di avere una serie di preconcetti difficili da accantonare. Dico davvero. Non posso leggere più libri contemporaneamente, i libri per ragazzi non fanno per me, graphic novel giammai, booktuber vade retro…

Non che avessi letto chissà quanta narrativa per ragazzi e graphic novel prima di decidere di starne alla larga. Né avevo esplorato i numerosi canali YouTube in cui si parla di libri, prima di decidere di snobbarli. Li snobbavo e basta.

Nel famigerato periodo del lockdown, cercando idee in rete, ho iniziato a guardare qualche video dei bookinfluencer più seguiti in Italia (tema su cui, a periodi alterni, si torna a fare sterile polemica). Snervanti. Mi sono anche chiesta come riuscissero a pagare l’affitto con quel lavoro lì.

Poi, però, ho scoperto i canali di persone più normali. Gente che nella vita fa altro, ma che ha una gran passione per la lettura e ne parla su YouTube con spontaneità, senza troppi fronzoli, affiliazioni, marketing spinto. Quello che in fondo faccio io su questo blog. Ma loro ci mettono anche la faccia. 

Da mesi, seguo con piacere i canali di quattro ragazze molto diverse l’una dall’altra, dai gusti eterogenei e spesso diversi dai miei. Eppure, riescono sempre ad incuriosirmi. È stato l’entusiasmo di Laura - La libreria dietro l’angolo - a farmi acquistare d’impulso Là dove finisce la terra. Io che fino a dieci giorni fa possedevo solo uno straordinario graphic novel (dalle illustrazioni magnifiche), regalatomi da un caro amico, e nient’altro, ho scoperto improvvisamente un nuovo mondo meraviglioso.

Per la neofita, il primo problema è stato: ma graphic novel è maschile o femminile?

Vi lascio all’articolata riflessione dell’Accademia della Crusca. Dal punto di vista linguistico, sarebbe preferibile l’opzione maschile (perché novel significa romanzo), però l’espressione è largamente utilizzata al femminile. Insomma, fate voi. Io opto per il maschile.

I miei sciocchi pregiudizi avevano offuscato le potenzialità e la versatilità della forma graphic novel: le illustrazioni possono raccontare un periodo storico, un contesto politico, uno scenario di guerra, episodi di stretta attualità. Possono anche trattare temi divertenti e d’intrattenimento. Ma non esclusivamente quelli. Grande scoperta, direte voi, che vi siete innamorati del graphic novel sin dai tempi di Persepolis. Ma io vivevo nell’ignoranza e, da un rapido sondaggio, ho capito di non esser la sola.

Fine della premessa.


Ascolto Laura. Si spertica in lodi per questo gioiellino che è Là dove finisce la terra. “Se non conoscete la storia del Cile, dal dopoguerra all’elezione di Salvador Allende, non potete lasciarvelo sfuggire”.

Mumble mumble.

Il libro è pubblicato in Italia da add editore, casa editrice torinese dal catalogo interessante per l’attenzione ai temi di attualità, all’Asia, alle biografie. Ho già acquistato e letto altro pubblicato da loro. C’è da fidarsi.

Ordino direttamente sul sito della casa editrice (5% di sconto e spedizione gratuita con corriere espresso). Leggo il libro in un weekend di pioggia e so di dover ringraziare Laura.


Pedro Atías, figlio dello scrittore socialista Guillermo Atías, nasce in Cile, a Santiago, nel 1948. Suo nonno, Antonio Atías, aveva lasciato il Libano agli inizi del Novecento, alla ricerca di una vita migliore e aveva messo radici Là dove finisce la terra.



Pedro cresce in una famiglia che crede nel cambiamento, negli ideali democratici e nelle idee del partito socialista; una famiglia che non tollera l’egemonia statunitense sui paesi dell’America Latina e che guarda con simpatia alla Cuba di Fidel.

Pedro è un idealista (una bella parola, piena di idee e ideali), ama la letteratura, la musica, il teatro; è tra i fondatori di una compagnia teatrale che mette in scena opere d’avanguardia. Siamo ancora in piena guerra fredda, ma il Cile è stanco dei governi di destra che, quando non governano direttamente, lo fanno attraverso esponenti di una finta Democrazia cristiana. Il Cile è pronto al cambiamento. E, nel settembre del 1970, a vincere le elezioni è il socialista Salvador Allende.


“Una vittoria di mille giorni.

Mille giorni belli come una tempesta in mare”.

Tre anni dopo cambierà tutto. Poi, per Pedro, arriverà l’esilio in Francia. Altri anni dopo ancora, nel 2013, arriverà l’incontro tra Pedro Atías, Désirée Frappier (scrittrice) e Alain Frappier (disegnatore). Da quella serata di Capodanno nascerà un’amicizia e questo graphic novel, a cui farà seguito un secondo volume (Il tempo degli umili, Cile 1970 – 1973, in preparazione).

In Là dove finisce la terra c’è la storia di Pedro e della sua famiglia, c’è un pezzo di storia del Cile, inevitabilmente collegato ad un pezzo di storia contemporanea mondiale. Perché dal 900 in poi è impossibile raccontare la storia di un paese isolandolo dallo scenario internazionale.

Illustrazioni in bianco e nero di grande impatto (il nero delle ultimissime pagine è indelebile). Il libro mi è piaciuto moltissimo. L'avevo già detto?

Qui trovate le impressioni di Federica (non c’eravamo messe d’accordo. Ma Federica ha una naturale inclinazione verso L’America Latina. Non poteva sfuggirle questo titolo!).


sabato 10 ottobre 2020

Appunti di lettura

Non sono caduta in un buco nero. Ho fatto cose, ho sentito gente; ci sono state anche giornate in cui non so bene cosa abbia fatto. Capita anche a voi di arrivare a sera con la sensazione d’aver sperperato tempo rimuginando su banalità o su frecciate velenose che vi hanno prosciugato la dose giornaliera di energia? A me succede con una certa frequenza. Starò invecchiando… 

Nell’ultimo mese, ci sono state anche cose belle ma, come spesso accade, se non ne scrivo subito la quotidianità prende il sopravvento e mostre, pensieri, passeggiate, libri si perdono per strada. Però, sì, un paio di cose interessanti le ho lette. 


Perché il bambino cuoce nella polenta, di Aglaja Veteranyi, traduzione di Emanuela Cavallaro, Keller editore. 

Uno di quei libri che t’incuriosiscono sin dalla newsletter della casa editrice. Fosse solo per il titolo. Aglaja Veteranyi nasce a Bucarest nel 1962, in una famiglia dedita all’arte circense. Il circo sarà un’ottima via di fuga per lasciare la Romania e girare per il mondo tra uno spettacolo e l’altro prima di approdare in Svizzera.  

Qui ogni paese è all’estero. 

Il circo è sempre all’estero. Ma nella roulotte c’è casa. Apro la porta il meno possibile perché casa mia non evapori. Le melanzane arrostite di mia madre profumano ovunque come a casa, non importa in che paese siamo. Mia madre dice che all’estero si trovano molte più cose del nostro paese, perché tutto il cibo del nostro paese viene venduto all’estero. […]  

Conosco il mio paese dall’odore. Profuma come la cucina di mia madre. 

Tutto scritto in prima persona, con la leggerezza di una bambina. Una bambina che sa intenerirti quando racconta l’angoscia che prova durante gli spettacoli della mamma, la donna dai capelli d’acciaio. Sta appesa per i capelli alla cupola e fa giochi di abilità con palle, anelli e fiaccole infuocate. 

Una bambina che ti fa sorridere con le sue ingenuità; una bambina che ti spezza il cuore per il modo in cui ti racconta l’adolescenza di chi vive d’espedienti, alla ricerca della propria identità e di un posto in cui sentirsi a casa.  

Si legge in un soffio, ma non è un romanzo leggero. 

N.B.: Ho acquistato il romanzo sul sito della Keller; ho pagato con bonifico, spedizione con corriere gratuita; romanzo ricevuto in meno di 48 ore. Per dire che non esiste solo Amazon prime.   

 


1948 di Yoram Kaniuk, traduzione di Elena Loewenthal, Giuntina. 

Ha preso polvere nella mia libreria per qualche anno. L’avevo acquistato d’impulso ad un Salone del Libro di Torino, dopo una presentazione in cui Elena Loewenthal raccontava la sua esperienza di traduttrice dall’ebraico e presentava alcune opere significative della casa editrice Giuntina. Si era soffermata sulla personalità irriverente e geniale di Yoram Kaniuk, scrittore ebreo, nato nel 1930 in Palestina, quando Tel Aviv non era ancora in Israele. Insomma, un sabra, come ho appreso leggendo 1948 

Romanzo autobiografico scritto molti anni dopo quel 1948, quando Kaniuk, insieme ad altri ragazzi della sua generazione, fondarono uno Stato perché gli altri ci facessero il servizio militare. 

Dopo il primo massacro a Hulda sapevo della guerra più dei miei superiori. Perché bisogna essere dei giovani pazzi per combattere una guerra suicida per qualcuno che non sai chi sia e per qualcosa che non hai la più pallida idea di cosa sia. Solo dopo la guerra abbiamo scoperto, e non sempre con simpatia, che avevamo fondato uno Stato per dei morti che non ci avrebbero mai vissuto. 

È un libro duro, molto ironico e fare ironia su una guerra che hai combattuto a 17 anni è spiazzante anche per il lettore. Per me è stato così destabilizzante da doverlo ricominciare daccapo un paio di volte. Ho messo da parte tutte le idee che mi ero fatta sulla nakba e la fondazione dello Stato di Israele e sono finalmente entrata nella scrittura di Kaniuk e nei suoi ricordi di quel 1948. 

Tu pensi e un attimo dopo ricordi solo quello che vuoi. Avevo diciassette anni e mezzo, ero un bravo ragazzo di Tel Aviv finito in mezzo a un bagno di sangue. Sto cercando di pescare me stesso da dentro quel che mi pare siano ricordi. 

Traduzione di Elena Loewenthal magistrale.  




Maschiaccio e Femminuccia, di Silvia Pillin, edizioni EL. 

Considero Silvia un’amica, anche se non ci siamo mai incontrate di persona. Ha un blog che seguo assiduamente; mi piacciono i suoi post sintetici, informali, spesso ironici. Prendo nota dei suoi consigli di lettura perché, prima di essere una scrittrice, Silvia è una lettrice onnivora e bisogna sempre dar retta a chi ne sa.  

Maschiaccio e femminuccia è un libro per ragazzi; i protagonisti principali sono Caterina, capello corto e una straordinaria passione per il calcio, e Riccardo, il Bullo della classe; grosso, enorme, dall’odore tutt’altro che piacevole (tipo di carne putrefatta). 

La dura vita della quinta elementare, quando inizi a percepire che sei diverso da ciò che gli altri si aspettano tu sia. E fai di tutto per nasconderlo.  

Non sono una lettrice di libri per ragazzi, quindi non ho termini di paragone. So che a me questo libretto ha fatto sorridere, ma mi ha fatto anche riflettere. La scuola media è stata un inferno. Non per la scuola in sé, ma per la capacità che hanno i ragazzini di isolarti e fare battutine perfide solo perché non indossi quel paio di jeans, non hai ancora le tette come le compagnette più popolari (non che con gli anni la situazione sia migliorata), non puoi andare in piazzetta il pomeriggio. Passano gli anni, cambiano i parametri ma fare i conti con il conformismo sin dall’adolescenza resta un lavoraccio. 

 


La vegetariana, Han Kang, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi edizioni. 

Man Booker International Prize nel 2016. Avevo acquistato l’ebook incuriosita dal titolo, dal premio, dall'entusiasmo delle recensioni, dalla certezza che l’Adelphi non mi deluderà mai. 

Inquietante.  

Yeong – hye è una donna anonima, anzi, per dirla con le parole del marito, del tutto insignificante.  

Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti […] Tuttavia, pur non avendo attrattive speciali, non presentava nemmeno particolari difetti, e quindi non ci fu ragione di non sposarci. 

Quando si dice un colpo di fulmine. 

A ben vedere, c’è una stranezza in questa ragazza scialba: non le piace portare il reggiseno. A parte ciò, gestisce diligentemente tutti i doveri della buona moglie: è un’ottima cuoca, lava, stira, prepara la colazione, non infastidisce il marito in alcun modo, non sporca. Fino a quando, una mattina, svuota il congelatore, infilando in un sacco della spazzatura manzo, maiale, pollo, pesce e poi uova, latte... 

«Ma sei matta? Perché diamine stai buttando tutta questa roba?». 

[…] 

«Ho fatto un sogno». 

Non è la storia di una tizia che, improvvisamente, decide di diventare vegana e di stravolgere le convinzioni del marito. Le scelte alimentari di Yeong – hye, la sua crescente insofferenza verso gli abiti sono il frutto di un percorso mentale tortuoso. Mentre la pelle di Yeong – hye cerca la luce e il calore del sole, mentre il suo corpo rifiuta il cibo, ogni suo gesto e ogni suo silenzio determinano una frattura con il mondo che la circonda. Le conseguenze saranno irreparabili. 

Ho cercato risposte alle mie domande una pagina dopo l'altra, ma tutto il romanzo è rimasto un punto interrogativo. Un romanzo destabilizzante, che non credo d’aver capito; eppure, non son riuscita a togliermelo dalla testa per giorni. C'è voluto un po’ prima di riuscire a concentrarmi di nuovo su una lettura diversa. 

Qualcuno di voi l’ha letto? Impressioni? 


Domani è prevista pioggia. Divano e graphic novel