mercoledì 27 aprile 2022

I prodigi della città di N., Robert Perišić

 


Tetti rossastri sbiaditi e un ammasso di palazzi quadrati sull’altopiano sotto la montagna che sbucava dalla nebbia, come una mano enorme che cerca aiuto. Un ponte di ferro cigolante, il fango sul marciapiede stretto, un uomo piegato per il peso della busta del centro commerciale in mano. Un’altalena vuota in un parchetto spelacchiato e accanto un uomo con il cane che li guardava come fossero qualcosa di nuovo. Evidentemente conosceva tutte le auto della città, pensò Oleg.

Poi ecco la piazzetta attraversata dalla strada e una bandiera dell’edificio a due piani del comune, mentre tre ragazzi davanti a un bar rannicchiati dal freddo nelle loro giacche corte, con le mani in tasca, stavano escogitando qualcosa.

 

La piccola città di N. la puoi disintegrare con una passeggiata. Piccola e surreale; immersa nella natura, lontana da tutto eppure chiusa. Una cittadina prodigiosa, persa da qualche parte in quella che un tempo neanche troppo remoto si chiamava Jugoslavia, in un punto imprecisato tra la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. La città di N. aveva vissuto un grande momento grazie alla fabbrica in cui si costruivano le turbine 83-N. Ma quelli erano altri tempi. Si credeva ancora al mito della fabbrica, del sindacato, del consiglio dei lavoratori, degli scioperi. Sobotka, l’ingegnere, con il suo memorabile sciopero era riuscito a far aumentare gli stipendi a tutti gli operai. Ma poi erano successe troppe cose.

«Noi avevamo mercato prima che il mercato ci fosse… Cioè durante il socialismo. Poi, quando è arrivato il mercato, noi mercato non ne avevamo più. Come faccio a spiegarlo?»

Già, come può il povero Sobtka cercare di spiegare l’incongruità del progetto di Oleg e Nikola? Cosa può dire a questi due tipi strambi, arrivati dal nulla, che vogliono investire il loro capitale in una fabbrica chiusa da tempo, producendo le stesse turbine di un tempo? Sembra facciano sul serio, vogliono riaprire la fabbrica e affidarne la gestione ai lavoratori locali. Ma può fidarsi?

I prodigi della città di N. dell’autore croato Robert Perišić (nella brillante traduzione italiana di Elvira Mujčić) è un romanzo poliedrico, ambientato nell’area balcanica intorno al 2010, in cui, con una serie di flashback, si intrecciano gli anni del socialismo, la guerra e le sue conseguenze, la ricostruzione, le storture del capitalismo. È un romanzo corale: si incontrano tanti personaggi strampalati a cui sono già saltate delle valvole di sicurezza, tutti perdenti, tutti ancora alla ricerca di un posto nel mondo. Un romanzo in cui si ride e si piange, ironico ma commovente.   

Perišić racconta di essersi ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto in una remota cittadina siberiana. Un paio di imprenditori stranieri avevano ridato vita ad una fabbrica, chiusa da tempo e unica fonte di reddito del paesino, con il solo scopo di produrre un determinato quantitativo di materiale per poi bloccare la produzione e chiudere tutto. Un progetto nato con una scadenza predefinita, senza prendere in considerazione l’impatto psicologico sugli abitanti del luogo. I flussi finanziari se ne infischiano della fabbrica in quanto tale, di chi ci lavora, della comunità che è rinata intorno a quell’illusione.

I prodigi della città di N. è stato molto apprezzato in Francia e negli Stati Uniti. È arrivato in Italia lo scorso anno, grazie ai tipi di Bee, Bottega Errante edizioni, con sede a Udine, specializzati nella letteratura dell’Europa centro orientale, con particolare attenzione alla letteratura contemporanea e classica dell’area balcanica. Geograficamente così vicina ma, per quanto mi riguarda, tutta da esplorare.

 

Tempi moderni

Ritorno dopo tre mesi e nella mia testa ho scritto e cancellato questo post almeno una dozzina di volte. Non so motivare queste lunghe pause. Credo sia un mix di pigrizia e indolenza. Termini un libro, anche molto bello, ma non ti va di scriverne subito. Rimandi. Ne inizi un altro, anche questo estremamente coinvolgente, e non ti va di lasciarlo. Poi scriverò due righe per entrambi i romanzi. E va avanti così. 

Ma da quando ho smesso di prendere nota delle mie letture, ho la sensazione di vederle svanire più velocemente. Un romanzo si sovrappone all’altro e la mente mescola le narrazioni. Così, eccomi di nuovo qui.  


venerdì 28 gennaio 2022

Crossroads, Jonathan Franzen

 


L’ho guardato; soppesato; mi sono chiesta se veramente volessi trascorrere una decina di giorni nell’immaginaria New Prospect, nei sobborghi di Chicago, agli inizi degli anni Settanta con la famiglia Hildebrandt. Ho poggiato il volume sulla consistente pila accatastata in libreria e ho girellato per un po’, prendendo un romanzo dietro l’altro. Nulla che mi convincesse. È stato definito l’evento letterario del 2021. Checché ne dicano, non sarà mai paragonabile a Le correzioni, ma è pur sempre Jonathan Franzen. Alla fine, sono uscita dalla libreria con queste 630 pagine, copertina rigida, in borsa.

Non è Le correzioni, ma io ho ritrovato lo stesso Franzen capace di prendermi e di trascinarmi nella sua storia senza voler fare o leggere altro per giorni; in sintesi, ho trascorso le mie ferie natalizie tra la comunità di Crossroads e la casa della famiglia Hildebrandt, ammirando l’ironia di Marion, irritandomi con Becky, chiedendo a Clem di non essere così rigido con sé stesso. Una famiglia ordinaria, guidata dal pastore protestante Russell, un uomo ancorato al passato, ai suoi dischi di musica blues e a una vecchia giacca di montone che gli ricorda l’epoca in cui era un ragazzo vigoroso e puro. Da buon mennonita, predica la correttezza e l’integrità, ma è troppo fulminato dalla giovane parrocchiana Frances Cottrell per rendersi conto dei cambiamenti che imperversano nella sua famiglia. A quanto pare, Marion non è più la moglie remissiva e accondiscendente che ha sposato. Ma Russ ha mai conosciuto veramente la donna che ha sposato? E può davvero dire di conoscere i suoi quattro figli?

Crossroads (edito da Einaudi e tradotto in italiano, come tutte le opere di Franzen, da Silvia Pareschi) è molte cose: è un romanzo sui complessi meccanismi che tengono insieme o disgregano una famiglia; è un romanzo in cui tutti i personaggi cercano qualcosa in cui credere ma finiscono col nascondersi dietro al mito del cattolicesimo e della fede in Dio per giustificare i tanti sensi di colpa e le scelte di vita di cui non sono felici. Giunti a un incrocio, i personaggi di Crossroads sembrano sempre scegliere la strada che li farà retrocedere.

Pensavo fosse anche un romanzo incentrato sul rapporto che ciascun individuo ha con la religione e con la fede, ma poi ho letto un’intervista di Franzen in cui afferma che la religione occupa un ruolo marginale nella storia. “È quasi un caso che questo sia un romanzo sulla fede, diciamo che rappresenta l’1% del libro”. È tuttavia indiscutibile il fatto che il gruppo giovanile cristiano Crossroads (fulcro del romanzo) rifletta la comunità religiosa di cui ha fatto parte lo stesso Franzen da giovane; una realtà che lo scrittore conosce bene, pur ribadendo il suo essere ateo. “Nel romanzo non faccio satira della fede, non guardo dall’alto in basso chi crede, cerco solo di calarmi in quel mondo”.

Al di là delle affermazioni di Franzen, devo ammettere che alcuni dialoghi, alcune riflessioni sul peccato, sul tormento dei credenti e sul mettere alla prova la propria fede mi sono sembrati eccessivi e poco verosimili. Stando alle parole dello scrittore, la religione è solo un mito, uno dei tre miti che esplorerà nella trilogia A key to all Mythologies, di cui Crossroads costituisce il primo volume. E forse una delle cose che più mi ha lasciata interdetta è stata proprio la parte finale del romanzo. Che di fatto non finisce, perché Franzen lascia presagire che la storia continuerà. Con gli stessi protagonisti? Resteremo nel Midwest degli anni 70? Quale sarà questa volta il mito su cui si concentrerà lo scrittore?

Non so se sia la migliore pubblicazione del 2021 come è stato detto e scritto da molti; so che la mia esperienza di lettura è stata piacevole e totalizzante.


martedì 11 gennaio 2022

Il mio 2021 in libri

 


Di solito, arrivata a metà dicembre, inizio a spulciare tra i libri letti nel corso dell’anno; seleziono le mie letture migliori, cerco di capire se, alla fine, i libri letti sono stati scelti a sentimento, rispondendo all’impulso del momento, o se, una volta tanto, ho seguito un preciso filo conduttore (spoiler: mai. Se succede è per puro caso). Raramente riesco a leggere almeno 1 terzo dei libri che avrei voluto leggere; in genere snobbo i libri acquistati un’era fa e mi tuffo nell’amore del momento. Ogni anno ripeto che non acquisterò più un libro finché non avrò letto l’ultimo delle decine in attesa d’esser letti, ma poi me ne dimentico dopo 3 giorni.

La novità di quest’anno è che non scriverò vaghi quanto inutili propositi sull’acquistar meno: continuerò a finanziare costantemente librerie e case editrici.

Al contrario di altri anni, il post riepilogativo del mio anno in libri arriva in leggero ritardo, ma pazienza. Nel 2021 ho letto una quarantina di libri, per la maggior parte romanzi, tutti in italiano, qualche audiolibro, qualche rilettura. Non ho usufruito del prestito bibliotecario, ad eccezione di un prestito in digitale attraverso la piattaforma Mlol. Sebbene l’ebookreader alleggerisca la vita del pendolare, il mio supporto preferito resta il libro cartaceo. Tante letture diverse, ma anche quest’anno sono rimasta soprattutto in Occidente. Molta Europa occidentale, un po’ di USA, un po’ di Medioriente. Con stupore, ho realizzato di non aver letto neanche un autore africano; nessun dubbio, invece, sul fatto che non ci fossero autori dell’Estremo Oriente.

Se dal punto di vista quantitativo non è stata un’annata eccezionale, dal punto di vista qualitativo è andata benissimo. Tra le letture peggiori, solo un paio di titoli letti a causa del torneo Robinson (sì, proprio quello dell’inserto culturale di Repubblica). Ho partecipato due mesi e poi ho mollato. La vita è troppo breve per perder tempo con testi che, per oscure ragioni, sono arrivati alla pubblicazione e, per ragioni ancora più oscure, a un torneo letterario.

Ma per tornare al mio anno in libri, per dirla in stile librinvaligia,


ho iniziato il 2021 con un viaggio in Siria. Ho ripercorso la complessa storia siriana dall’inizio del XX secolo fino al 2014, attraverso le parole di due giornaliste: Hala Kodmani, autrice di La Siria Promessa, e Samar Yazbeck, autrice del reportage di grande impatto emotivo Passaggi in Siria.



A marzo avevo nostalgia della luce e degli spazi scandinavi (che peraltro conosco pochissimo, sicché non si spiega tanto attaccamento), così sono partita con Dag Solstad e con le paturnie di T.Singer (tradotto dal norvegese da Maria Valeria D’Avino, edito da Iperborea), un uomo che ha costruito la sua esistenza intorno all’idea di restare in incognito, mimetizzandosi tra la folla fino a diventare un enigma per tutti.

“Se guarda al suo passato, lo trova contraddistinto soprattutto da inquietudine, tendenza a fantasticare, debolezza di carattere e progetti bruscamente interrotti. È possibile che agli occhi degli altri il suo carattere appaia risolto e definito, ma lui si considera indefinito, se non anonimo, e si preferisce così. Dovrebbe vergognarsi per questo?”

Un romanzo amaro, rimuginatorio, ma a tratti (pochi) divertente. Di quelli che ti fanno interrompere la lettura per riflettere sul senso dei nostri gesti quotidiani.

Per tornare alla concretezza, chiusa la parentesi norvegese, mi sono persa tra patogeni, ospite serbatoio, virus a RNA, Ebola, Hendra, Nipah… Spillover di David Quammen (tradotto da Luigi Civalleri, edito da Adelphi) è stato tra i testi di non fiction più letti nel 2020; io ci sono arrivata l’anno scorso. Eccellente divulgatore scientifico. E lo dice una che è sempre restia nell’approcciare materie di cui ha scarsa, scarsissima conoscenza.


A primavera inoltrata sono rimasta in Italia, dedicandomi alla narrativa contemporanea nostrana che snobbo sempre. Brevi spostamenti del week-end tra il lago di Bracciano della Caminito, la Venezia di Giovanni Montanaro, la Roma delle famiglie bene degli anni Ottanta di Teresa Ciabatti… Piacevole intrattenimento che tra qualche mese avrò già dimenticato.



In estate, ho scelto mete più impegnative tra Libano, Palestina e Israele. Sono partita con La quarta parete di Sorj Chalandon (tradotto dal francese da Silvia Turato, Keller editore), un romanzo pazzesco che inizia sull’onda del Maggio francese e ha come protagonisti il rivoluzionario Georges e il regista teatrale Sam, ebreo di Salonicco che ha perso i genitori ad Auschwitz ed è sopravvissuto alle torture dei colonnelli. Georges e Sam sono accomunati dall’amore per il teatro, e quando Sam non ne avrà più le energie sarà Georges che si impegnerà a mettere in scena l’Antigone di Anouilh nella Beirut devastata dai bombardamenti. La quarta parete è un romanzo complesso che mescola il teatro alle vicende della guerra israelo-palestinese e alla cosiddetta prima guerra del Libano. Un romanzo di cui non ho compreso tutto (sul teatro non sono molto preparata), impossibile da raccontare ma molto coinvolgente.


Non avendo voglia di andare via da Beirut, mi sono lasciata ammaliare da La traduttrice di Rabih Alameddine (tradotto dall’inglese da Licia Vighi, Bompiani).

Molto tempo fa cedetti all’irrefrenabile passione per la parola scritta. La letteratura è la mia buca nella sabbia. Lì dentro gioco, costruisco i miei fortini e i miei castelli, mi diverto da matti. È il mondo al di fuori di quel box a crearmi qualche problema. Mi sono adattata umilmente, sia pure in modo non convenzionale, a questo mondo visibile per riuscire a ritirarmi senza troppo disturbo nel mio mondo interiore di libri. Trasformando questa metafora arenosa, se la letteratura è la mia buca nella sabbia, allora il mio mondo reale è la mia clessidra – una clessidra che fa scorrere un granello alla volta. La letteratura mi dà vita, e la vita mi uccide. Be’, la vita uccide tutti.

Aaliya, l’io narrante di questo romanzo metaletterario, settantadue anni, capelli tinti di blu e un bicchiere di vino rosso, ha incrementato a dismisura la wish list delle mie letture future.


A novembre ho infilato qualche classico in valigia e sono partita con Azar Nafisi per l’Iran.
Leggere Lolita a Teheran (tradotto da Roberto Serrai, Adelphi editore) era uno dei tanti libri che giaceva tra i miei scaffali da anni; ovviamente sapevo di trovarci l’Iran, la rivoluzione islamica, il potere della letteratura… ma non immaginavo potesse essere così coinvolgente. Al punto da immergermi da lì a qualche giorno anche nell’autobiografia della Nafisi, Le cose che non ho detto (tradotto da Ombretta Giumelli, Adelphi).

Durante la rivoluzione avevo capito quanto fosse fragile la nostra esistenza e con quanta facilità tutto ciò che chiamiamo casa, che ci dà un senso di identità e appartenenza può esserci portato via. E ho capito che quello che mio padre mi aveva insegnato con l’immaginazione era un modo per costruirmi una casa oltre i confini geografici e la nazionalità, che nessuno potrà portarmi via.



A dicembre, c’è stato uno straordinario viaggio nella biblioteca di J.P.Morgan attraverso la vita romanzata di Belle da Costa Greene, direttrice della Morgan Library di NewYork, raccontata dalla scrittrice francese Alexandra Lapierre.

Belle, nata negli Stati Uniti nel 1879 da genitori afroamericani ma bianca di carnagione, decise di attraversare la linea del colore nell’epoca in cui le persone di sangue miste erano obbligate a dichiararsi nere in base alla regola dell’unica goccia di sangue (di conseguenza, un solo antenato africano era sufficiente a far sì che tutta la discendenza fosse di colore).

Farsi passare per bianco, pur essendo ritenuto dalla legge vigente nero, era un reato gravissimo che poteva portare alla forca. Ma Belle, alla nascita Belle Marion Greener, spinse parte della sua famiglia a oltrepassare quel limite e a intraprendere la via del passing.

Non doveva mai più pensare sé stessa come una donna nera. Mai più.

Sapeva esattamente cosa voleva fare: lavorare tra i libri. A lei non serviva seguire corsi di cucito o segretariato come le altre ragazze in attesa di diventare mogli. Diversamente dalle sue coetanee non aveva nessuna intenzione di sposarsi.

Belle è una donna indipendente, fuma, balla, adora la velocità, ha numerosi amanti, viaggia, è audace, alla moda, indossa pantaloni e cappelli stravaganti ("Non è solo perché sono una bibliotecaria che devo vestirmi da bibliotecaria!"). E lavora tantissimo. Belle Greene non ha costruito solo una delle più importanti collezioni di manoscritti e libri rari degli Stati Uniti, ma ha anche trasformato un’esclusiva collezione privata in un’importante risorsa pubblica, dando vita a un ricco programma di mostre, conferenze, pubblicazioni e servizi di ricerca che continua tutt’oggi.

Una donna stupefacente di cui ignoravo l’esistenza. Per questa ragione, sebbene eccessivo nei toni e un po’ troppo melenso, ho apprezzato il romanzo di Alexandra Lapierre, Belle Greene (tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, edito da e/o). Una lettura godibile che s’inserisce nel filone del white passing, raccontato dal cinema e dai romanzi anche nel corso degli ultimi anni (basti pensare alla trasposizione cinematografica del romanzo di Nella Larsen e al romanzo La metà scomparsa di Brit Bennett, molto chiacchierato durante il 2021).  

Per il 2022 non ha fatto particolari progetti di lettura. Vorrei continuare ad esplorare terre lontane, dedicare più tempo ai tanti, bellissimi (spero) libri accumulati nel corso degli anni, senza mai dimenticare i classici.

E voi? Quali letture vi hanno folgorato nel 2021?


venerdì 31 dicembre 2021

E nel 2022…

 

Ogni anno, la redazione del settimanale Internazionale mette su carta i buoni propositi per l’anno che verrà. Io mi diverto sempre a trovare i punti in comune tra i miei buoni propositi e quelli della redazione. Questa volta ce ne sono pochini:

Non essere frettolosa. Fare ordine nelle password. Fare più attenzione. Risparmiare i nervi e arrabbiarmi solo quando ne vale la pena. Approfondire.

Poi ci sono delle cose auspicabili ma che non classifico tra i buoni propositi, tipo:

Tornare a viaggiare lontano, lontano. 42,195 chilometri.

Di mio aggiungerei:

leggere o rileggere almeno un classico al mese, bere meno caffè, fare più stretching, usare il cellulare per telefonare e non per cazzeggiare, ricominciare a studiare il portoghese, riscoprire Roma. 

E poi c’è un classico: realizzare quelli dell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

Buon 2022!

 


“Ciò che mi interessa è l’istante presente, bisogna trovare ogni giorno il modo di essere felici.” Jacques Henri Lartigue.

La mostra L’invenzione della felicità, dedicata al fotografo Jacques Henri Lartigue, resterà aperta fino al 9 gennaio 2022 presso l’hub culturale We Gil a Trastevere. 


lunedì 13 dicembre 2021

Più libri più liberi 2021

 


La prima volta che andai alla fiera Più libri più liberi la mia conoscenza dell’editoria italiana era piuttosto vaga. Ero più timida e sprovveduta di oggi e pensavo che le case editrici fossero molto più ricche e strutturate rispetto a quanto accada nella realtà.

Tornai a casa con un mare di carta: tanti cataloghi, qualche bella scoperta, libri firmati da autori di cui non avrei più sentito parlare e un grande entusiasmo. Il mio rapporto con la fiera della piccola e media editoria romana è cambiato con il passare del tempo. Anche grazie a questo blog e al crescente ruolo dei social sono stata coinvolta in diverse iniziative che mi hanno portato a vivere la fiera da dentro. Ma, paradossalmente, all’aumentare della mia presenza tra i corridoi del Palazzo dei Congressi prima e della Nuvola poi, diminuiva la soddisfazione a fiera finita. Troppa gente, troppe corse da una sala all’altra, troppi finti impegni. Era terminato l’entusiasmo della scoperta. Tant’è che nel 2019 ho disertato l'evento senza avvertire neppure quel pizzico di rimpianto che ti prende nel momento in cui il resto della tua bolla posta foto, sensazioni, stralci di giornate nella Nuvola.

Quest’anno, invece, spinta dal rinnovato entusiasmo per progetti di lettura che mi frullano nella testa, incurante del numero di libri che entra in casa occupando ogni spazio libero, ho preso un giorno di ferie per poter girellare tra gli stand. Volevo evitare la folla, le sale piene, le case editrici di cui conosco già i cataloghi (e che non sono più così piccole) e gli eventi di richiamo. Volevo curiosare tra le nuove realtà editoriali e vedere verso cosa si stia muovendo l’editoria italiana.

Avevo dimenticato quanto possano essere rumorose le orde di studenti di tutte le età ma, superato il gruppo scuola, è andato tutto nel migliore dei modi. Dalle mie chiacchiere in fiera, ho avuto la sensazione che le case editrici più giovani abbiano scelto come piano editoriale “pubblichiamo le storie che ci piacciono”, senza tralasciare un pizzico di follia. Questo per lo meno è quanto sostengono i tipi di Pessime idee, casa editrice romana nata lo scorso anno, che ha scelto come motto “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”. Questo affermava Erasmo da Rotterdam e da questo siamo partiti.

Non contenti del rischio assunto nel gestire una casa editrice, nel 2021 i tipi di Pessime idee hanno inaugurato anche una libreria. Qui potete spulciare il catalogo di quanto pubblicato finora.

Criterio simile ma più focalizzato sulla selezione l’ho trovato nello stand della nuovissima 21lettere. Sul sito della casa editrice si raccontano così:

Sei soli titoli all'anno. Come è possibile? In parte perché lavoriamo su long-seller. In parte non lo sappiamo, perché è una scommessa.

Se tanti sono i motivi per cui viene pubblicato, o meno, un libro, noi facciamo un passo indietro. Se anche per assurdo avessimo a disposizione i diritti di tutti i libri di tutti i cataloghi, da ognuno ritaglieremmo piccolissime porzioni, lasciando cadere il resto. 

Pochi selezionatissimi titoli su cui investire tanto, ciascuno. Non confinati a un genere prestabilito. Se è bello lo pubblichiamo, questo è ciò che siamo. Il criterio principe. Certo, se è bello per noi. La casa editrice avrà un suo carattere definito, in base alla traccia che lascerà, ma senza confini di sorta. 

Spostandomi dalla narrativa alla saggistica, mi sono lasciata incuriosire da Aras edizioni. In particolare, mi ha colpito la collana Le crinoline che raccoglie saggi su figure femminili rimaste lungamente ai margini della storia o note per essere state “le compagne di…”, più che per la propria personalità.

E poi ho soddisfatto altre curiosità, tipo spulciare con attenzione i volumi esposti nello stand della casa editrice filosofica Tlon. Ci sono temi che io finora ho esplorato pochissimo, temi che includono il femminismo ma anche quella cosa di grande attualità che viene sintetizzata nell’espressione “questioni di genere”. Se ne parla molto e se ne trovano un’infinità di pubblicazioni nei cataloghi di molte case editrici.

Insomma, per sintetizzare la mia fiera e il relativo bottino potrei dire: giovani case editrici, una finestra sull’universo femminile e sulle tematiche di genere, un pezzetto di Cile, un po’ di Roma e qualche regalo.

Questi sono i titoli che sapevo avrei portato a casa:


e questi sono i titoli accidentalmente caduti nella mia borsa, tra uno stand e l’altro:


Credo sia stato anche l’ultimo bottino del 2021, un anno in cui non ho lesinato nell’acquistare libri. Dopo un parco 2020 sono tornata, infatti, alla modalità faccio-un-salto-in-libreria. E ad uscire senza libri da una libreria, si commette peccato. Insomma, con quest’ultima pila, di provviste per l’inverno (ma anche per la primavera/estate) ne ho a sufficienza.

 

mercoledì 8 dicembre 2021

Rosemary’s baby, Ira Levin

 

Non smetto mai di scrivere e cancellare programmi di lettura. Faccio liste mensili, stagionali, annuali. Anni e anni di liste di libri da leggere in un arco temporale ben definito avrebbero dovuto insegnarmi che non le rispetto mai. Ma continuo imperterrita. Rosemary’s baby, per dire, non era mai comparso in nessuna delle mie liste. Poi, però, ho ascoltato Selvaggia Sostegni, lettrice voracissima, parlarne con toni così convincenti da avere l’urgenza di recuperare il romanzo. L’ho trovato disponibile tra gli ebook per il prestito digitale della mia biblioteca (MLOL) e zac!, l’ho letto in una domenica di pioggia.


Lo so, è un titolo celebre così come è arcinota la trasposizione cinematografica realizzata da Roman Polański, eppure, lo confesso, non ho mai visto neanche il film.

Ira Levin racconta la storia della giovane coppia Woodhouse: Guy, attore emergente alla ricerca della parte che lo renderà memorabile, conferendogli fama e ricchezza e lei, Rosemary, mogliettina innamorata, desiderosa di una famiglia numerosa (almeno tre figli che abbiano due anni di differenza l’uno dall’altro) e di una bella casa. Rosemary legge ancora Dickens (Certo che lo leggo. Nessuno smette di leggere Dickens) e Daphne Du Maurier, e aspira a un appartamento nel Bramford, cuore di Manhattan. L’occasione giusta arriva: la facciata del palazzo è ornata da gargoyle, l’appartamento è spazioso e con i soffitti alti, il soggiorno ha due ampie finestre, due bovindi con i vetri a losanghe e una panchetta incassata. E poi c’è il caminetto e una splendida libreria in legno di quercia.

«Nel complesso sembra fatto su misura per una giovane coppia come voi».

Troppo delizioso per lasciarsi scoraggiare dalle sinistre leggende associate al Bramford e a quelle sciocche storie che parlano di suicidi e stregoneria.

«Il palazzo ha un’alta percentuale di precedenti sgradevoli, perché esporsi di proposito a un pericolo? Andate al Dakota o all’Osborne, se proprio non potete fare a meno del lustro del Diciannovesimo secolo».

Ma le parole dell’amico Hutch non dissuadono affatto i coniugi Woodhouse. Stregoneria e satanismo nel Ventesimo secolo. Suvvia! Assurdo.


Il romanzo di Ira Levin, uscito nel 1967, originariamente pubblicato in Italia dalla Garzanti, è stato per lungo tempo fuori catalogo. È stato poi ripubblicato dai tipi della SUR nel 2015, sempre nella traduzione di Attilio Veraldi. È invecchiato bene? Per quanto mi riguarda, ho trovato qualche scena un po’ banale, sebbene un filo d’inquietudine abbia caratterizzato tutta la lettura del romanzo. Sarà stata la pioggia incessante di una domenica di fine novembre, sarà stata la giusta atmosfera, sarà che avevo voglia di un genere diverso, ad ogni modo, Rosemary’s baby ha catturato totalmente la mia attenzione. Era da qualche tempo che non mi capitava di leggere un libro tutto d’un fiato in un solo giorno. Ora dovrò guardare il film. 

 


Neanche a dirlo, il fatto che Rosemary legga Dickens e un romanzo di Daphne Du Maurier ha comportato la necessità di procurarmi un paio di titoli che, ahimè, non avevo ancora inserito nella lista delle prossime letture…

 

domenica 5 dicembre 2021

Le cattive, Camila Sosa Villada

Prima di conoscere le trans del Parco, la mia storia si riduce all’esperienza dell’infanzia e a quel travestitismo istintuale a cui mi sono esposta quando ero ancora una bambina. Fino al momento in cui incrocio la loro strada non so nulla al riguardo, non conosco altre donne trans, non conosco nessuno come me, mi sento l’unica al mondo. E lo sono, nel mondo in cui mi muovo durante il giorno: l’Università, le aule di Scienze della Comunicazione e poi quelle dell’Accademia d’Arte Drammatica. Il mio intero mondo sono gli uomini e le donne che conosco all’Università, e i clienti la notte.

Camila è stata Cristian per tutta l’infanzia, un ragazzino timido che guarda la madre mentre si trucca e indossa i suoi vestiti di nascosto. Un ragazzino a cui prima è stato spiegato che un uomo perbene deve pregare tutte le sere, mettere su famiglia e trovarsi un lavoro, e a cui successivamente è stato ripetuto che, prima o poi, finirà buttato in un fosso, con l’AIDS, la sifilide e chissà quali altri schifezze. A te, conciato così, non ti vorrà mai bene nessuno.

Cristian, che ormai è Camila, scopre l’amore e la tenerezza di una famiglia solo tra le trans del Parco Sarmiento. Il polmone verde nel cuore di Cordova da zoo e divertimenti durante il giorno si trasforma in freddo e selvaggio quando cala la notte. Tra gli alberi le trans si muovono in branco, guidate dalla saggezza della Zia Encarna, la capobranco, centosettantotto anni e un corpo da mamma italiana. Le vite s’intrecciano, le protagoniste diventano sempre più irreali e fantastiche, un po’ si ride, un po’ si soffre, un po’ ci si sente a disagio. Il disagio che si prova sapendo che si ha tra le mani un romanzo ma che lì dentro scorre anche la vita vera di tante persone.  



Le cattive
, romanzo dell’argentina Camila Sosa Villada (edito in Italia dalla SUR, nella traduzione di Giulia Zavagna) è crudele e poetico. La prosa è asciutta, priva di sentimentalismi, a tratti ironica. Ma non è un romanzo facile, almeno per me non lo è stato. Si fa leggere velocemente, però ho dovuto attendere qualche giorno prima di poterlo apprezzare. È il classico romanzo che non avrei acquistato ora, se non fosse stato scelto da un gruppo di lettura. Il gdl della libreria Biblion di Granarolo l’ha proposto per l’incontro on line di dicembre, avrebbe partecipato anche la traduttrice Giulia Zavagna, e la tentazione è stata troppo forte per poter resistere.

L’incontro è stato stimolante e ricco di spunti di riflessione, grazie alla generosità della traduttrice che ha raccontato il dietro le quinte del romanzo. Las malas le venne consigliato dalla scrittrice uruguayana Vera Giaconi (di cui la casa editrice SUR ha pubblicato Persone care, sempre tradotto dalla Zavagna).

Lo lessi e lo lasciai sedimentare qualche settimana prima di parlarne in redazione. Acquistammo i diritti per tempo; poi sono arrivati i premi e le traduzioni in altre lingue.

Copertina realizzata da Lorena Spurio

La Zavagna ha illustrato le scelte editoriali alla base della pubblicazione, evidenziando che la SUR, al contrario di quanto accaduto in altri Paesi, non ha fatto leva sulle vicende personali di Camila Sosa Villada per presentare e pubblicizzare il romanzo: doveva emergere l’urgenza dell’autrice di raccontare una storia, senza personalizzarla. Onestamente, da lettrice non sono stata in grado di scindere il vissuto dell’autrice dal romanzo, scritto in prima persona e avente una protagonista di nome Camila.

A differenza delle altre partecipanti all’incontro, non mi sono innamorata della storia subito, non l’ho divorata in un giorno e non ho colto tutte le metafore ben argomentate da lettrici particolarmente attente. Ma ho apprezzato il romanzo e sono stata colpita dalla TED Conference di Camila Sosa Villada, avvenuta prima della stesura del romanzo. Una testimonianza di grande impatto emotivo. 



martedì 16 novembre 2021

Bologna, Giovanni Boldini e Foto/Industria 2021

 

La scorsa settimana, il coniuge ed io per una serie di improbabili circostanze lavorative, ci siamo incrociati più volte nella stazione di Bologna. Poiché bisogna saper approfittare di ogni occasione utile per rendere le nostre giornate più interessanti, tra un treno e un impegno di lavoro abbiamo incastrato un paio di cose belle.

Venerdì mattina sono riuscita ad andare a trovare di persona le mie libraie preferite. Da un anno, infatti, la mia libreria di riferimento è la Biblion di Granarolo (ehm…, sì, io abito in provincia di Roma. Dettagli). Paola e Margherita sono le libraie che avrei sempre desiderato avere accanto a casa. Le ho trovate a Granarolo ma, per fortuna, esistono i video sui più disparati canali social, i gruppi di lettura on line e i corrieri. Sebbene la distanza fisica sia ormai un ostacolo superabile, poter fare quattro chiacchiere con la Paola all’interno della sua libreria è stato bellissimo.

Giovanni Boldini

Non ricordo più in quale occasione scoprii l’eleganza delle figure femminili ritratte da Federico Zandomeneghi, artista a me del tutto sconosciuto fino a qualche anno fa. Ricordo lo stupore davanti a quelle toelette che emergevano dalla tela, quei volti sensuali e quelle pose eleganti. Da Zandomeneghi approdai a De Nittis e Boldini. Mi riproposi, quindi, di visitare qualsiasi mostra a tema. Trovandomi a Bologna, potevo mica saltare l’antologica Lo sguardo dell’anima dedicata, per l’appunto, a Giovanni Boldini?



Le donne di Boldini hanno la vita sottile e il corpo slanciato, abiti scollati e seni proporzionati; hanno occhi dalle ciglia folte, sguardi ironici, a volte altezzosi, altre ammiccanti. Sono al pianoforte, sono sdraiate in pose languide, spesso sorridono. Giovanni Boldini amava il colore ma pensava con la matita in mano. Studi preparatori, schizzi, immagini in bianco e nero ci conducono nella vivace Parigi di metà Ottocento; lo sparuto gruppo di no green pass incontrato poco prima tra le strade bolognesi è un ricordo lontano.



La mostra comprende, tra le altre, opere di Corcos, Ettore Tito, del mio Zandomeneghi, diverse opere di artisti contemporanei a Boldini, inclusa una trascurabile Ninfea di Monet. Potrete visitarla a Palazzo Albergati fino al 13 marzo 2022. Se non rientrate in categorie particolari, il costo del biglietto intero è di € 16,00, ben spesi (l’importo include l’audioguida).

Qui potete farvi un’idea delle principali opere esposte a Palazzo Albergati.


Foto di Bernard Plossu

Se siete appassionati di fotografia e del mix foto – industria e mondo del lavoro, avrete già sentito parlare della biennale Foto/Industria 2021, organizzata dalla Fondazione MAST. 11 mostre fotografiche di 11 fotografi internazionali, allestite in altrettanti spazi espositivi dislocati nel centro di Bologna: dal Mambo a palazzi storici bellissimi quali Palazzo Fava o Palazzo Boncompagni. Tema della biennale: food. Cibo come rappresentazione di uno stile di vita e di culture diverse, abitudini alimentari che racchiudono la storia e l’evoluzione di un paese, l’impatto dell’industria alimentare sul territorio e il rapporto tra alimentazione, allevamento, agricoltura e pesca. Con le conseguenti riflessioni sulla complessità della questione alimentare e la sempre maggiore difficoltà, da consumatori, nell’adottare comportamenti etici. 


Foto di Herbert List

Ci sembrava un’iniziativa interessante, però non avevamo grandi aspettative. Sicché, la sorpresa è stata ancora maggiore. Abbiamo visitato solo sei mostre, ciascuna a suo modo originale. Ho molto apprezzato il reportage in bianco e nero del fotografo tedesco Herbert List, che ha documentato la tonnara del 1951 a Favignana, e le malinconiche foto di viaggio di Bernard Plossu che, con i suoi scatti, ci ha portato dai fast food statunitensi alle boulangerie parigine, passando per il New Mexico e piccoli borghi italiani.

Molto stimolante, non per le immagini ma per le riflessioni che dalle immagini scaturiscono, l’esposizione del fotografo e attivista olandese Henk Wildschut. All’ennesimo scatto rappresentante il volto meno romantico dell’industria alimentare, guardo il povero pollo e inizio a valutare seriamente un futuro da vegetariana. 

Al Mambo, invece, si può visitare la mostra di Jan Groover e, avendo un po’ di tempo a disposizione, potrete comparare la natura morta della Groover al lavoro di Giorgio Morandi (e usufruire di una riduzione sul biglietto d’ingresso per ammirare le opere del maestro Morandi).

L’ingresso alle mostre di Foto/Industria è gratuito, basta ritirare il badge presso qualsiasi sede espositiva. Termine ultimo per poterle visitare: 28 novembre.

 

Foto di Jan Groover

Il lato negativo delle gite non programmate è che terminano sempre troppo presto. Dopo aver girovagato con il coniuge nel centro di Bologna, mano nella mano, in una giornata di novembre per nulla fredda, ti ritrovi di nuovo in stazione, con la sportina dei libri più pesante rispetto a quando sei partita e nella testa una lunga lista di cose belle da fare nell’immediato futuro.