lunedì 5 luglio 2021

Briciole sparse di letture disordinate

 


Nessun blocco del lettore. Nessun evento nefasto ha turbato le mie giornate. Ci sono stati dei cambiamenti e le novità destabilizzano anche quando ci hai lavorato su a lungo, ci hai sperato, le hai desiderate fortemente. Poi, buuum! il cambiamento si materializza e tu non hai neanche il tempo di rendertene conto. Sei così felice, così incredula, così concentrata a riorganizzare le tue giornate, ad evitare passi falsi, da mettere in standby tutto il resto.

Il mio attuale lavoro prevede il ritorno al pendolarismo (seppur per brevi tragitti) quotidiano. Pensavo avrei letto tantissimo, ma avevo sottovalutato le fisime derivanti dal mix trasporto pubblico-epidemia. I posti a sedere scarseggiano, gli autobus sono sempre più sporchi, le soluzioni igienizzanti sempre a portata di mano: più ti igienizzi, più le maniglie di treni, metro, bus diventano appiccicose. Ed è un continuo pulire le mani e concentrarti sugli addominali nel vano tentativo di mantenere l’equilibrio e toccare il meno possibile i sostegni che ti circondano. Così passo dall’ebookreader (beh, sì, è più leggero, più pratico. Epperò, anche lì è tutto un tocchicciare; inoltre, volevo leggere quell’altra cosa di cui ho già preso il cartaceo…) al libro cartaceo (uh!, ma quanta soddisfazione mi dà la carta. Però quanto pesa questa borsa…), dal romanzo alla raccolta di racconti, dal Medioriente alla narrativa italiana contemporanea. Insomma, faccio un po’ fatica nel seguire un progetto di lettura coerente. (Sì, d’accordo, non è che sia mai stata particolarmente razionale con i programmi di lettura).

Briciole sparse di letture disordinate.


Premiate letture
. Come ogni anno, a maggio mi son fatta incuriosire dalla selezione dei finalisti per l’assegnazione dei premi letterari nostrani più noti: lo Strega e il Campiello. Ho letto senza grande entusiasmo Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti (esclusa dalla cinquina dello Strega) e L’acqua del lago non è mai dolce della chiacchierata Giulia Caminito (nella cinquina finale di entrambi i premi). Inutile star qui a discettare di romanzi di cui troverete 200 presentazioni on line e decine di recensioni. Del romanzo della Caminito mi hanno colpito la prosa, i personaggi che non ammiccano al lettore e che non fanno niente per rendersi simpatici, il finale per nulla consolatorio. Mi ero riproposta di leggere altre opere della cinquina ma il tempo è volato via e le proclamazioni sono dietro l’angolo. Forse dedicherò qualche ora al Campiello (forse).


Non fiction. La salute mentale è un tema che mi interessa parecchio. Ho acquistato il libro di Matteo Spicuglia d’impulso. Non conoscevo l’autore, non ricordavo il processo a cui si faceva riferimento, ma il sottotitolo del libro era esaustivo: Storia di Andrea Soldi, morto per un TSO.


Andrea Soldi, torinese, schizofrenico, muore nell’agosto del 2015, a 45 anni, a causa di un trattamento sanitario obbligatorio eseguito in modo non corretto. Il giornalista Matteo Spicuglia riesce a delineare la personalità e la triste storia di Andrea Soldi con delicatezza e rispetto, attraverso le pagine del diario personale di Andrea e i ricordi dei suoi familiari. La malattia psichica continua a spaventarci: lo schizofrenico è ancora visto come un matto, qualcuno da cui è bene tenersi alla larga. Sebbene siano stati fatti passi avanti (e il testo ne dà conto), il sistema sanitario fino ad oggi si è mostrato inadeguato, i servizi socio-assistenziali languono, le famiglie vivono nella solitudine la sofferenza e la fatica di dover gestire un familiare affetto da malattia mentale.

Edito dai tipi di add.


Graphic novel. Ho letto il mio primo Zerocalcare. Mai dire mai nella vita. E ho visto la rappresentazione grafica di un sacco di scheletri che mi porto dietro…

 


Mi sono avvicinata al true crime. In ritardo, ma ci sono arrivata anch’io.

Se ho ben capito, Compulsion di Meyer Levin, pubblicato in Italia nel 2017 da Adelphi (traduzione di Gianni Pannofino), è stato un clamoroso caso editoriale. Io ci sono arrivata con calma e per caso, su segnalazione contemporanea di due amiche.


Compulsion
narra la storia vera di due ragazzotti benestanti che nel 1924, a Chicago, rapirono e assassinarono un quattordicenne (compagno di classe del fratello minore di uno dei due) per vedere che effetto facesse e per dimostrare di esserne capaci. La vittima, appartenente a una famiglia altrettanto benestante, faceva parte del loro stesso ambiente.

I due assassini erano tra i più brillanti studenti della University of Chicago; sebbene avessero pianificato l’omicidio per quasi un anno, commisero numerosi errori. Eppure, la polizia impiegò parecchio prima di iniziare a sospettare che il delitto potesse essere stato commesso da studenti modello, rampolli di due agiate famiglie. Il caso fu seguito da un altro studente diciottenne della University of Chicago, Meyer Levin, che all’epoca aveva appena iniziato a lavorare come giornalista per conto del Chicago Daily News.

Meyer Levin conosceva i due assassini, conosceva quell’ambiente (pur non facendone parte, non provenendo da una famiglia benestante) e, per una serie di coincidenze, fu il primo a identificare la vittima.

Il romanzo venne scritto a distanza di 30 anni, utilizzando nomi fittizi. Nella prefazione al suo romanzo, Meyer Levin scrive:

Avendo io preso spunto da un caso di cronaca reale, si può affermare che i personaggi da me ritratti sono persone reali? […]

Benché gli eventi siano tratti dalla realtà, va detto che i pensieri e le emozioni dei personaggi sono una creazione dell’autore e vengono attribuiti ai vari personaggi secondo la sua immaginazione. Per questo motivo non ho usato i veri nomi delle persone coinvolte, anche se talvolta ho fatto ricorso a citazioni testuali. Tra queste, la più lunga è l’arringa difensiva e, a tale riguardo, in nome della giustizia letteraria, desidero fare i complimenti al suo vero autore, Clarence Darrow.

Il volume è consistente, ma si legge con trasporto. Meyer Levin ricostruisce il delitto, la personalità di chi vi fu coinvolto, la complessa vicenda giudiziaria, con tutti gli argomenti in gioco: l’introduzione nella battaglia legale della psichiatria, nonché due argomenti scabrosi per l’epoca, di cui tutti i giornali parlarono: l’infermità mentale e l’omosessualità.

Notevole.  

Altri modi di narrare la maternità.

Negli ultimi tempi, sono stati pubblicati diversi romanzi che raccontano il senso di inadeguatezza, la paura, il disagio di essere ma anche di non essere madre. È un argomento complesso del quale, da non madre, non mi permetto di parlare. Ma da donna che non ha mai avuto uno spiccato senso materno, è un sollievo scoprire romanzi che non ripropongono il solito stereotipo delle gioie della maternità. La figlia unica di Guadalupe Nettel, pubblicato in Italia da La nuova frontiera nella traduzione di Federica Niola, racconta la vita di tre donne diverse, di tre modi diversi di intendere la maternità e di alcuni tra i tanti significati che oggi può assumere la parola famiglia.

           


In questi mesi, ci sono state anche altre storie trascurabili ma (tranne un caso) niente di veramente illeggibile o deludente. Poi c’è stata una recente parentesi in Libano. E ne riparleremo presto.


Illustrazione iniziale di Benedetto Cristofani

sabato 13 marzo 2021

Passaggi in Siria

 

Samar Yazbek

“Ai martiri traditi della rivoluzione siriana. Questo libro è dedicato a voi”.

Samar Yazbek, la bella quarentenne bionda che tra un tiro e l’altro di sigaretta parla degli orrori della tirannia degli Assad e delle prodezze degli insorti, senza mai riprendere fiato, incontrata tra le pagine de La Siria promessa, è una romanziera, poetessa e giornalista siriana, rifugiata in Francia. Non è solo democratica e laica ma è pure di origine alawita, una setta musulmana sciita, schierata al fianco di Bashar al-Assad.

La Siria che mi ricordavo era uno dei posti più belli al mondo. Ripensai alla mia infanzia nella città di Taqba, nei pressi di Raqqa, sul fiume Eufrate, e agli anni della mia adolescenza nella storica città di Jable, sulla costa, e poi a Latakia, il principale porto della Siria. Una volta adulta, ero andata a vivere da sola con mia figlia, nella capitale Damasco, per diversi anni, a una certa distanza dalla mia famiglia, dalla mia comunità e dai legami identitari. Avevo vissuto in modo indipendente, libera di fare le mie scelte, ma quello stile di vita mi era costato moltissimo in termini di critiche, ripudio e pregiudizio alla mia reputazione. Era stato difficile essere donna in una società conservatrice che non permetteva alle donne di ribellarsi alle proprie leggi. Tutto sembrava resistere al cambiamento. 

Samar Yazbek partecipa alle manifestazioni del 2011 contro la dittatura di Bashar al-Assad, credendo nella possibilità di una Siria democratica. Viene arrestata e picchiata, ma riesce a fuggire dal carcere e dal suo paese. Si rifugia in Francia insieme a sua figlia. Gli articoli in cui denuncia le torture contro i manifestanti e la repressione attuata dal regime di Assad non le permettono di rientrare in Siria. Ma la Yazbek vuole raccontare i fatti, riportare le testimonianze del popolo siriano, “una parte di quel fragile filo di verità che era stato oscurato dalla storia”.


Iniziano i viaggi clandestini dall’esilio francese alla Siria, i Passaggi in Siria.

È un reportage durissimo, sotto i bombardamenti con barili esplosivi e bombe a grappolo, la documentazione di come una rivolta pacifica contro un dittatore si sia trasformata in una rivolta armata contro l’esercito e contro lo Stato, mentre gli islamisti sono entrati nel paese e hanno radicalizzato il conflitto. Quali e quante sono le guerre che si stanno combattendo in Siria, mentre i civili ricevono la loro dose quotidiana di bombe?

Samar Yazbek si occupa da sempre di diritti umani e della condizione femminile in Siria; ha fondato l’associazione Women Now for Development, un’associazione che assiste le donne siriane istituendo scuole e centri di formazione e durante i suoi “passaggi” siriani incontra e chiacchiera con tante donne per avviare progetti comunitari.

Più tardi, quella sera, con Mohammed e Montaha riuscii a raggiungere la casa di una donna che voleva aprire un salone di bellezza e parrucchiere. Mi sembrava un’idea bizzarra: chi poteva preoccuparsi del proprio aspetto in momenti come quelli?

Diala Brisly


Passaggi in Siria (edito da Sellerio e tradotto da Andrea Grechi) ha il potere di condurci in uno scenario di guerra complesso, mostrandoci come ci si ingegni per aprire attività commerciali, sposarsi, studiare, bere un caffè con le amiche, mentre intorno a te tutto va in frantumi. Una pugnalata dopo l’altra. Esco dall’epilogo del reportage, un epilogo ancora più amaro delle esperienze narrate, stordita e con una sensazione di nausea. Che senso ha tutto questo?

“Non sta accadendo nulla di nuovo nella storia dell’umanità”, scrive l’autrice. Già. Ma perché? Come possiamo permettere che tutto ciò continui ad accadere?      

Passaggi in Siria non è solo un reportage; spiega quanto sia stata strumentalizzata la religione nelle guerre siriane, cerca di far comprendere la differenza tra i miliziani dell’Isis e i ribelli del Free Army e non risparmia critiche contro il ruolo e le posizioni della comunità internazionale.

Coinvolgente e doloroso.

 

*Diala Brisly (su Instagram @dialabrisly) è un’artista di origini siriane. L'artista spiega l’illustrazione con il tweet:

This is my reading place where I wanted to start reading Harry Potter but it’s bombed. I will never forget. #Aleppo #Harry_Potter    


giovedì 11 marzo 2021

In Siria

 

Damasco, maggio 1967 (AP Photo)

Periodicamente mi fermo davanti alla mia libreria. Sposto qualche libro; faccio spazio ai nuovi arrivati, rispolvero vecchie conoscenze, penso “Ma quante belle storie attendono d’esser lette tra questi scaffali!”. Mi entusiasmo; scribacchio percorsi di lettura aventi un filo conduttore definito e poi li stravolgo, spinta dalla folgorazione del momento. Avevo un progetto ben preciso a gennaio, prima di ascoltare frammenti di notizie provenienti dalla Siria. Un raid aereo, un bombardamento, uno dei tanti servizi che ci attraversano distrattamente mentre ceniamo. Mi passi l’acqua per favore? Stavi dicendo di quel cliente... Ma da quand’è che combattono in Siria? E poi, perché combattono? Eppure avevo preso qualcosa sulla Siria…

La scorsa estate, colta dal raptus “voci dal mondo”, avevo preso in ebook anche due opere di autrici siriane. Un raptus, perché non sapevo esattamente cosa avessi tra le mani: credevo d’aver acquistato due romanzi.

Sbagliato.

La Siria promessa, Hala Kodmani

Hala Kodmani è una giornalista di origine siriana che vive e lavora in Francia da anni; è responsabile della sezione “Siria” di Libération e si occupa prevalentemente di giornalismo d’inchiesta. Proviene da una famiglia della buona borghesia damascena, colta, poliglotta, molto attiva politicamente: il nonno paterno, Jeddo, noto avvocato, aveva imparato il turco ai tempi dell’impero ottomano, prima dell’avvento del mandato francese in Siria. 

Il padre dell’autrice, Nazem Kodmani, diplomatico, ba’thista e nazionalista arabo, ha vissuto con amarezza il succedersi caotico dei governi e il crollo del panarabismo, originariamente aperto a correnti e discussioni diverse. La presidenza di Hafez al-Assad e il regime imposto costituiscono un colpo troppo duro da digerire. Nazem Kodmani vede nella Francia la migliore delle scelte possibili, “il privilegio di vivere in un paese civile”. Nel suo esilio forzato, dopo aver vissuto in diverse città, è a Parigi che si trasferisce definitivamente con la famiglia.  

Il testo ripercorre un secolo di storia siriana, dalla generazione del nonno dell’autrice (quindi, dagli ultimi anni dell’Impero Ottomano) fino all’esplosione delle cosiddette primavere arabe (la narrazione termina nel 2012), senza trascurare cosa significhi essere arabi nella Francia di Sarkozy. La storia si sviluppa a mo’ di romanzo epistolare, attraverso uno scambio di e-mail tra la scrittrice e suo padre, deceduto, che le risponde dall’Aldilà. 

Pubblicato in Francia nel 2014, è arrivato da noi solo lo scorso anno, edito da Francesco Brioschi Editore, nella traduzione di Elisabetta Bartuli (che scrive anche una bella postfazione, molto utile per inquadrare l’opera e la storia di Hala Kodmani). Romanzo non è la definizione corretta per indicare La Siria promessa poiché, per citare l’autrice, “non c’è niente di immaginario in questa racconto d’immaginazione”. L’unico elemento di fiction è l’idea di poter dialogare con un padre che non c’è più. I dati storici, mescolati con il vissuto privato della famiglia Kodmani, sono tutti veritieri.

È stata una lettura faticosa perché se si ha poca dimestichezza, come nel mio caso, con la storia e la geopolitica di quell’area, alcuni episodi si perdono tra una e-mail e l’altra. Lo stile è distaccato, quasi cronachistico, il livello di attenzione cala e subentra qualche sbadiglio. Si avverte l’emozione, un misto di rivalsa-rabbia-speranza-paura, solo nelle pagine in cui la Kodmani racconta idealmente al padre i giorni che sta vivendo: la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, le prime manifestazioni in Yemen e Algeria, per arrivare alle proteste contro Assad in Siria. La rivolta della Siria del 2011 risveglia tra gli esuli un legame con il paese e con gli altri siriani che non sospettavano di avere. La situazione in Siria degenererà presto, e la narrazione si interrompe.  

Quindi, se volete capire perché gli USA bombardano la Siria, questo non è il libro giusto. Qui si cerca di portare l’attenzione sul paese, sui cittadini, sulla costruzione di un’identità e su un popolo che nel 2011 ha alzato la testa contro il regime di Bashar al-Assad.

La Siria promessa è un libro che ho apprezzato a lettura conclusa, perché mi ha fatto soffermare sulle motivazioni delle “primavere arabe”, su quanto sia variegato e complesso il mondo arabo, sulla difficoltà nello scindere la guerra civile con i successivi conflitti che in Siria si protraggono da anni. Non è un libro che regalerei, ma è stato il mio punto di partenza per appuntare riflessioni, vicende da approfondire, domande.

Leggendo La Siria promessa, mi sono imbattuta un paio di volte nel nome di Samar Yazbek.

Una scrittrice che ho scoperto recentemente traducendo un suo testo per una rivista francese si è da poco rifugiata qui [Parigi] assieme alla figlia. Ha dovuto fuggire non soltanto dai servizi di sicurezza che perseguitano tutti gli oppositori, ma anche dalla sua stessa famiglia che considera il suo impego un tradimento. Perché, in effetti, è alawita. Ti affascinerebbe, questa bella quarantenne bionda che tra un tiro e l’altro di sigaretta parla degli orrori della tirannia degli Assad e delle prodezze degli insorti senza mai riprendere fiato.

Perché la sollevazione prosegua bisogna smuovere la sollevazione dei siriani di qui. Lei ci indica priorità e bisogni, e vuole impegnarsi assieme a noi per portare la sua testimonianza e sensibilizzare l’opinione pubblica.

(22 luglio 2011, e-mail di Hala Kodmani idealmente destinata a suo padre).

E siccome avevo già un ebook di Samar Yazbek…


venerdì 29 gennaio 2021

I libri, le malattie e la peste.

 


Qualche giorno fa, leggendo uno stralcio del libro di Cataluccio, In occasione dell’epidemia, riportato da Giacinta del bel blog Il cavallo di Brunilde, ho iniziato a pensare a come sia cambiato il rapporto tra libri e malattia, o meglio, a quanto sia più complesso immergersi nella lettura nei periodi in cui il corpo ci obbliga a fermarci.

Sin da bambina, sono stata soggetta a febbroni che mi stroncavano un paio di giorni, richiedevano un altro paio di giorni di convalescenza, per poi dissolversi senza strascichi. Veniva meno l’alternanza del giorno con la notte, c’erano solo narrazioni che emergevano dal sonno e dalla febbre alta e si rispegnevano nel sonno. Anche da adulta, bronchiti persistenti ed incidenti li associo a romanzi di vario tipo (da Stoner di J. E. Williams, a Furore di Steinbeck, passando per titoli meno significativi in base all’entità della malattia).

Tutto ciò accadeva prima dell’avvento del cosiddetto smartworking, ai tempi in cui la maggior parte dei malanni non si protraeva per settimane.

Poi arrivò la pandemia da Coronavirus; si disse che saremmo diventati tutti più buoni, che avremmo ricominciato a dare il giusto valore alle cose e nulla sarebbe stato più come prima. Infatti, ci basta dare uno sguardo ai titoli dei giornali per renderci conto di quanto siano cambiati i nostri valori e di come abbiamo prontamente interiorizzato il concetto di bilanciamento delle priorità. Ma rischio di divagare.

Per farla breve, succede che il coniuge e la sottoscritta, a distanza di un paio di giorni, perdono smacco, provano un malessere diffuso (sebbene con sintomi diversi l’uno dall’altra) e il test conferma che, talvolta, positivo o rilevato non sono belle parole. Non mi dilungo, perché se sono tornata a scrivere in modo scanzonato è evidente che abbia recuperato gran parte delle mie energie. Ma come l’ho vissuta questa malattia? Tolti i giorni in cui il mal di testa e i dolori articolari hanno reso spossante anche la stesura della lista della spesa, tornata in me e rassicurata dal fatto che il peggio era alle spalle per entrambi e che nessuno dei nostri “contatti” avesse manifestato sintomi, avrei dovuto vivere la restante parte della malattia prendendomi cura di me, ossia leggendo e bevendo liquidi caldi. Ma… Non che qualcuno mi abbia esplicitamente obbligato durante la malattia a tener il cellulare aziendale acceso, a rispondere alle email di lavoro, a svolgere le attività inderogabili ed urgenti (tutte). Non che stia qui a lamentarmi perché “è una benedizione che tu abbia ancora un lavoro di questi tempi etc, etc, etc.”. Mi limito ad una constatazione. È stato immediatamente evidente come sia cambiata la percezione della malattia Covid. Non sei finita in ospedale, hai avuto sintomi tutto sommato lievi, non hai forti crisi respiratorie: se aspetti un tampone negativo non se ne viene più fuori. Non è che possiamo perdere settimane. Tanto ormai lavoriamo tutti da casa; che lo si faccia da malaticci o in salute, cosa cambia? Ah, guarda, appena m’è passata la febbre, ho puntato la sveglia tutte le mattine alle 5.30 per recuperare gli arretrati.          

Anche a posteriori, confrontandomi per motivi di lavoro con persone che erano state contagiate nello stesso periodo e che avevano potuto gestire la malattia a casa, ho avvertito una sorta di gara a chi avesse perso meno tempo possibile dietro a cortisone, antibiotici, saturimetri per tornare alle cose importanti. Ribadisco: non sto dicendo che il lavoro e l’economia non siano essenziali (nessuna persona con un minimo di raziocinio penserebbe una roba simile), ma mi ha colpito come sia cambiato il nostro atteggiamento nei confronti del Covid in pochi mesi.

Tarrou pensava che le peste avrebbe cambiato la città e nello stesso tempo non l’avrebbe cambiata; che, beninteso, il più forte desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato di fare come se niente fosse mutato e che, pertanto, nulla, in un certo senso sarebbe mutato, ma che in un altro senso, non si può tutto dimenticare, anche con la volontà necessaria, e la peste avrebbe lasciato tracce, almeno nei cuori.

Il piccolo possidente dichiarò nettissimo che non s’interessava al cuore e che il cuore era addirittura l’ultima delle sue preoccupazioni. […]

Albert Camus, La peste, trad. di Beniamino Dal Fabbro, Bompiani.

 


Lavoro o meno, per me questa malattia resterà associata ai due libri più letti, acquistati, presi in prestito, riscoperti nel corso del 2020: La peste di Albert Camus e Spillover di David Quammen (lettura del coniuge, che io devo ancora affrontare). Erano nella lista delle mie letture da mesi, però continuavo a tergiversare. Ho lasciato la divulgazione scientifica al coniuge e sono partita dal romanzo.

Di Camus avevo letto solo Lo straniero, romanzo che il mio gruppo di lettura (ancora in standby) non aveva apprezzato molto. Invece a me era piaciuto tantissimo. Perché Camus è un filosofo, non solo un romanziere. Leggere La peste in questi mesi implica fare paragoni continui con i nostri giorni. Riporto qualche stralcio random:

“I focolai infettivi sono in crescente diffusione. Al passo con cui la malattia si espande, se non è bloccata, rischia di uccidere mezza città prima di due mesi”.

Non bisognava veder troppo nero… il contagio non era provato se i parenti dei malati erano ancora immuni.

“Ma altri sono morti”, fece notare Rieux. “Non si tratta di vedere troppo nero. Si tratta di prendere precauzioni”.

Le misure non erano draconiane e sembrava che si fosse molto sacrificato al desiderio di non preoccupare l’opinione pubblica.

In quattro giorni, tuttavia, la febbre fece un balzo straordinario… Il quarto giorno si annunciò l’apertura dell’ospedale ausiliario in una scuola materna.

Potrei andare avanti con l’elenco, a partire dalla chiusura delle porte della città, le sepolture, i tavoli dei locali solo all’aperto, presto seguiti dal divieto d’uscire dalle proprie abitazioni se non per questioni urgenti.

Immagino che se avessi letto La peste durante il lockdown della primavera scorsa, le analogie sarebbero state ancora più d’impatto e avrei impiegato parecchio per astrarmi dai nostri giorni e guardare a La peste come ad un romanzo sulla separazione. Una separazione dagli affetti, dagli amici e dai nemici, da chi non si pensava neppure d’amare, dalle abitudini, dalle cose. Una separazione che potrebbe durare giorni o anni; che può essere determinata da un’epidemia ma anche da una guerra. Camus, da conoscitore dell’animo umano, lo indaga, ne prevede i pensieri, anticipa le sensazioni, le paure, le speranze. Che sia l’Orano degli anni Quaranta o la Roma del 2020, poco conta. Il terrore per la separazione, l’esilio, anche se “esilio in casa propria”, restano immutati.

Dal punto di vista letterario, il mio 2021 è iniziato nel migliore dei modi.

In apertura, illustrazione di Isabelle Arsenault


domenica 27 dicembre 2020

Il mio 2020 in libri


Il 2020 è stato l’anno in cui

- ho acquistato pochissimi libri e ho finalmente iniziato a smaltire volumi portati a casa compulsivamente negli ultimi… dodici anni?

- ho ricominciato a leggere anche in digitale (con molta moderazione);

- ho acquistato la mia prima mic card, senza peraltro poterla utilizzare (se non una volta).

Doveva essere l’anno del cambiamento, quello in cui avrei fatto scelte dirompenti e coraggiose, ma sono ancora qui, nel limbo. E non credo d’esser l’unica. Pare sia stato un anno immobile, eppure non ne sono certa: marzo mi sembra lontanissimo, ma ci sono momenti in cui ho la percezione che anche questo 2020, nonostante tutto, mi sia sfuggito tra le mani.

La scelta delle mie letture non è stata condizionata dalle proposte dei gruppi di lettura, programmazioni, condivisioni varie. Ho seguito l’istinto del momento, riscoprendo anche il piacere della lettura in solitaria, senza scadenze “perché con il gruppo c’incontriamo tra due giorni e io sono ancora in alto mare”. Non dico che sia un bene né un male. Dico solo che staccare dalla pianificazione degli incontri di lettura mi ha fatto assaporare romanzi e testi di non fiction che giacevano negli scaffali da tempo. 

Un anno soddisfacente e se dovessi scegliere un solo titolo per ciascun mese direi:

Un romanzo poetico, politico, un po’ favola un po’ realtà. Ho visto Istanbul, pur non essendoci mai stata, ne ho percepito bellezza e contraddizioni, ho respirato l’aria del Bosforo e ho sognato un nuovo viaggio (era gennaio e viaggiare, in fondo, non sembrava così impossibile).

L’ho letto nell’edizione Einaudi e poi l’ho anche ascoltato dalla voce di Paolo Pierobon (Emons Audiolibri): mi sono divertita tantissimo. Era uno di quei titoli che mi ripromettevo di leggere da anni, ma ero troppo terrorizzata. I russi, talvolta, fanno paura. Geniale, irriverente, dissacrante. Uno di quei romanzi che meritano più letture perché so già che ogni lettura sarà una nuova lettura, in cui emergeranno frasi, concetti, riflessioni…

Non so perché sia stata sempre respinta dalla narrativa cinese. Penso dipenda dal fatto che non subisco il fascino dell’Oriente. Non ho mai letto neppure autori molti noti, tipo il premio Nobel Mo Yan.

Yu Hua, con questo breve saggio, mi ha avvicinato alla Cina. Dieci parole per raccontare cos’è stata e cos’è diventata negli ultimi 40 anni. Per gli appassionati, segnalo che la rivista Internazionale dedica alla Cina l’ultimo numero del 2020. Otto racconti selezionati proprio dallo scrittore Yu Hua.

  • Aprile – Una stella incoronata di buio, Benedetta Tobagi (ed. Einaudi).

Ne ho straparlato qui. Resta una delle letture più memorabili del mio 2020.

  • Maggio – Mese corsaro.

Ero entrata in modalità Natalia Ginzburg. Qui.

  • L’estate fredda.

Nel periodo estivo (settembre incluso) ho letto abbastanza. Romanzi piacevoli, diversi tra loro ma niente di esaltante. Tra i più particolari e struggenti direi Perché il bambino cuoce nella polenta di Anglaya Veterani. Qui.

  • Ottobre – Notturno cileno, Roberto Bolãno (trad. Angelo Morino, ed. Sellerio).

Il mese delle camminate pomeridiane intorno ad un lago insolitamente caldo e il mio periodo cileno. Non avevo mai letto nulla di Bolãno, sebbene avessi questo libro da tantissimo tempo (tant’è che lo acquistai nell’edizione della Sellerio. Oggi lo trovate edito da Adelphi).

Chi conosce bene la produzione letteraria di Bolãno mi ha fatto notare che non sarei dovuta partire da Notturno cileno. Lettura inizialmente ostica, un monologo fiume, senza un a capo, periodi lunghissimi in cui si ritrovano i fantasmi di Neruda, di Allende, di Pinochet. Ti distrai un attimo e non riesci più a discernere le ombre dei personaggi veri da quelli inventati. Non so se sia stato il miglior romanzo per approcciare Bolãno. Indubbiamente, ha lasciato il segno.

  • Novembre – Case vuote, Brenda Navarro (trad. Carlotta Aulisio, Giulio Perrone editore).

La madre di Daniel:

Sai che ho fatto un figlio per aver un pretesto per allontanarmi da te? […] Che idea idiota, così idiota che alla fine te ne sei andato davvero.

Non ho mai voluto essere madre, essere madre è il peggior capriccio che possa venir in mente a una donna.

La madre di Leonel:

Quello che non riuscivo a fare era viver senza esser madre. Perché questa fissazione? Be’, perché sì, che c’è di male a voler essere madre, che c’è di male nel voler dare amore?

Un romanzo duro, una pugnalata. 173 pagine sulla maternità, sulla violenza domestica, sulla solitudine, sulle aspettative della famiglia e della società, sulle disuguaglianze e sulle frequenti sparizioni dei bambini in Messico.

Molto consigliato.

E venne il momento del classicone, quello dalla mole spaventosa; quello che puoi non leggere, tanto la storia - bene o male - la conosciamo tutti; quello che faceva dire al coniuge “Non puoi non averlo ancora letto. Di questo passo, finirò per chiedere il divorzio!”

Il coniuge è profondo conoscitore di Dumas e in casa avevamo l’edizione della Mondadori, con la storica traduzione di Emilio Franceschini. Se neppure voi avete ancora letto Il conte, in rete troverete diversi articoli sulla complessa sorte delle traduzioni italiane. Insomma, alla fine ho scelto una traduzione sul testo critico francese stabilito nel 1993 da Claude Schopp.

Dumas mi ha riportato alle letture invernali dell’adolescenza, quelle in cui infilavo la testa sotto il piumone (sono molto freddolosa e la stanzetta della giovane Baba non godeva di temperature caraibiche) e faticavo a spegnere la luce.

Avvinghiata alle pagine per sapere fino a che punto si sarebbe spinta la tremenda vendetta del conte, sono giunta a Natale.

Il coniuge ha vissuto risvegli altalenanti: Lo odio, lo odio!

Chi?

Ma Danglars, ovvio!, chi altri?!

Lo adoro! Così geniale, così saggio…

Ma chi?

Ma come chi? Don Faria, chi altri! Te l’avevo detto che ero ancora nelle segrete del Castello di If…

Sì, va bene, non è il romanzo perfetto: qualche incongruenza qui e là si trova; e sì, nelle pagine finali il delirio di onnipotenza di Montecristo un po’ infastidisce; troppo dramma, troppe smancerie… Epperò Dumas mi ha preso per i capelli e mi ha infilato nella sua storia; per diversi giorni ho lavorato, studiato, fatto cose in attesa di tornare a Marsiglia, Roma, Parigi o su quello scoglio deserto tra la Corsica e l’Elba.

Il coniuge aveva ragione, così come aveva ragione Claudia, che più volte sul suo canale ha dichiarato di essere tornata ai classici grazie al Conte di Montecristo.

 


A questo punto, dovrei elencare i buoni propositi per l’anno che verrà, dire che m’impegnerò ad essere più costante nella scrittura, dichiarare apertamente quali saranno le letture che non posso rimandare ulteriormente etc. etc. etc. Salvo poi seguire l’istinto del momento e mandare tutto all’aria. Quindi, vi risparmierò i buoni propositi.

Mi auguro che stiate tutti bene, che, nonostante tutto, stiate trascorrendo giorni lieti e che il 2021 inizi con il sorriso.

venerdì 27 novembre 2020

Piccola guida tascabile ai mestieri sconsigliabili in letteratura

 


Quando ho bisogno di farmi un regalo, prendo lo zainetto, salgo sul trenino locale e vado a perdermi in qualche libreria. Il regalo non è connesso al numero di libri che forse porterò a casa, bensì al tempo trascorso, senza guardare l’orologio, tra gli scaffali. Talvolta, anche tra una libreria e l’altra. In quelle giornate, non esco per acquistare un libro specifico ma per curiosare tra i volumi di case editrici minori, tra i volumi dell’usato (goduria massima) o tra i generi letterari che frequento meno. A ripensarci oggi, era il piacere della scoperta a farmi cerchiare sull’agenda le date della Fiera della Piccola e media editoria di Roma (quando era più piccola che media), a farmi prendere almeno un paio di giorni di ferie in occasione di un festival letterario o del Salone del libro. Poi c’ho perso il gusto (tutta quella confusione, peggio dell’Ikea nei giorni di maggior splendore), ma ho pure perso contatto con piccole realtà editoriali che è difficile incontrare altrove.

Così, mi sono affezionata a un gruppo di youtuber che, l’ultimo giorno del mese di ogni mese, parlano di una casa editrice indipendente, raccontando la lettura che ciascuno di loro ha scelto. Hanno dedicato il mese di ottobre ad una casa editrice a me totalmente sconosciuta: ABEditore. Il catalogo non è propriamente nelle mie corde, ma sono stata colpita dall’originalità e dall’attenzione per l’oggetto libro e, da buona feticista, ho acquistato due volumetti direttamente dal sito della casa editrice. “Un po’ macabri, no?”, ha commentato il coniuge sfogliandoli. Più ironici che macabri, se li si osserva attentamente.   

Sono due mini raccolte di racconti; per il momento, ho letto questa qui:


Il titolo mi ha tratta in inganno: pensavo di trovare racconti su mestieri attinenti all’ambito letterario, tipo lo scrittore, l’editore, il copista…In realtà, i racconti riguardano contesti lavorativi insoliti, avvolti da un alone di mistero. Gli autori sono tutti celebri; i traduttori, invece, sono giovani e poco noti.


Non avevo mai letto nulla di Théophile Gautier, né di Joseph Sheridan Le Fanu, anzi, per dirla tutta, non sapevo neppure chi fossero. Eppure, i loro sono stati i racconti che più ho apprezzato, insieme alle atmosfere del sempre magistrale Arthur Conan Doyle. Quel brividino che ti percorre la schiena sebbene sia ovvio che ciò che stai leggendo non può essere vero: il Diavolo non giocherà mai a fare l’attore, i fantasmi non esistono e i morti non tornano indietro per vendicarsi! Forse...

Una lettura piacevole anche per chi non è attratto dal romanzo gotico.


giovedì 15 ottobre 2020

Di pregiudizi e nuove scoperte. Il giorno in cui incontrai il graphic novel

 

Ho scoperto di avere una serie di preconcetti difficili da accantonare. Dico davvero. Non posso leggere più libri contemporaneamente, i libri per ragazzi non fanno per me, graphic novel giammai, booktuber vade retro…

Non che avessi letto chissà quanta narrativa per ragazzi e graphic novel prima di decidere di starne alla larga. Né avevo esplorato i numerosi canali YouTube in cui si parla di libri, prima di decidere di snobbarli. Li snobbavo e basta.

Nel famigerato periodo del lockdown, cercando idee in rete, ho iniziato a guardare qualche video dei bookinfluencer più seguiti in Italia (tema su cui, a periodi alterni, si torna a fare sterile polemica). Snervanti. Mi sono anche chiesta come riuscissero a pagare l’affitto con quel lavoro lì.

Poi, però, ho scoperto i canali di persone più normali. Gente che nella vita fa altro, ma che ha una gran passione per la lettura e ne parla su YouTube con spontaneità, senza troppi fronzoli, affiliazioni, marketing spinto. Quello che in fondo faccio io su questo blog. Ma loro ci mettono anche la faccia. 

Da mesi, seguo con piacere i canali di quattro ragazze molto diverse l’una dall’altra, dai gusti eterogenei e spesso diversi dai miei. Eppure, riescono sempre ad incuriosirmi. È stato l’entusiasmo di Laura - La libreria dietro l’angolo - a farmi acquistare d’impulso Là dove finisce la terra. Io che fino a dieci giorni fa possedevo solo uno straordinario graphic novel (dalle illustrazioni magnifiche), regalatomi da un caro amico, e nient’altro, ho scoperto improvvisamente un nuovo mondo meraviglioso.

Per la neofita, il primo problema è stato: ma graphic novel è maschile o femminile?

Vi lascio all’articolata riflessione dell’Accademia della Crusca. Dal punto di vista linguistico, sarebbe preferibile l’opzione maschile (perché novel significa romanzo), però l’espressione è largamente utilizzata al femminile. Insomma, fate voi. Io opto per il maschile.

I miei sciocchi pregiudizi avevano offuscato le potenzialità e la versatilità della forma graphic novel: le illustrazioni possono raccontare un periodo storico, un contesto politico, uno scenario di guerra, episodi di stretta attualità. Possono anche trattare temi divertenti e d’intrattenimento. Ma non esclusivamente quelli. Grande scoperta, direte voi, che vi siete innamorati del graphic novel sin dai tempi di Persepolis. Ma io vivevo nell’ignoranza e, da un rapido sondaggio, ho capito di non esser la sola.

Fine della premessa.


Ascolto Laura. Si spertica in lodi per questo gioiellino che è Là dove finisce la terra. “Se non conoscete la storia del Cile, dal dopoguerra all’elezione di Salvador Allende, non potete lasciarvelo sfuggire”.

Mumble mumble.

Il libro è pubblicato in Italia da add editore, casa editrice torinese dal catalogo interessante per l’attenzione ai temi di attualità, all’Asia, alle biografie. Ho già acquistato e letto altro pubblicato da loro. C’è da fidarsi.

Ordino direttamente sul sito della casa editrice (5% di sconto e spedizione gratuita con corriere espresso). Leggo il libro in un weekend di pioggia e so di dover ringraziare Laura.


Pedro Atías, figlio dello scrittore socialista Guillermo Atías, nasce in Cile, a Santiago, nel 1948. Suo nonno, Antonio Atías, aveva lasciato il Libano agli inizi del Novecento, alla ricerca di una vita migliore e aveva messo radici Là dove finisce la terra.



Pedro cresce in una famiglia che crede nel cambiamento, negli ideali democratici e nelle idee del partito socialista; una famiglia che non tollera l’egemonia statunitense sui paesi dell’America Latina e che guarda con simpatia alla Cuba di Fidel.

Pedro è un idealista (una bella parola, piena di idee e ideali), ama la letteratura, la musica, il teatro; è tra i fondatori di una compagnia teatrale che mette in scena opere d’avanguardia. Siamo ancora in piena guerra fredda, ma il Cile è stanco dei governi di destra che, quando non governano direttamente, lo fanno attraverso esponenti di una finta Democrazia cristiana. Il Cile è pronto al cambiamento. E, nel settembre del 1970, a vincere le elezioni è il socialista Salvador Allende.


“Una vittoria di mille giorni.

Mille giorni belli come una tempesta in mare”.

Tre anni dopo cambierà tutto. Poi, per Pedro, arriverà l’esilio in Francia. Altri anni dopo ancora, nel 2013, arriverà l’incontro tra Pedro Atías, Désirée Frappier (scrittrice) e Alain Frappier (disegnatore). Da quella serata di Capodanno nascerà un’amicizia e questo graphic novel, a cui farà seguito un secondo volume (Il tempo degli umili, Cile 1970 – 1973, in preparazione).

In Là dove finisce la terra c’è la storia di Pedro e della sua famiglia, c’è un pezzo di storia del Cile, inevitabilmente collegato ad un pezzo di storia contemporanea mondiale. Perché dal 900 in poi è impossibile raccontare la storia di un paese isolandolo dallo scenario internazionale.

Illustrazioni in bianco e nero di grande impatto (il nero delle ultimissime pagine è indelebile). Il libro mi è piaciuto moltissimo. L'avevo già detto?

Qui trovate le impressioni di Federica (non c’eravamo messe d’accordo. Ma Federica ha una naturale inclinazione verso L’America Latina. Non poteva sfuggirle questo titolo!).