sabato 21 marzo 2020

Tempus fugit


Il laghetto dove generalmente vado a correre nel weekend, si trova in un comune diverso dal mio (sebbene disti 5 minuti da casa); così, con l'aggravarsi dell'emergenza Covid-19, ad inizio mese, ho smesso di frequentarlo. 
Di solito, durante la settimana, per ragioni logistiche e lavorative, vado a correre nel quartiere in cui abito. Privo di spazi verdi, sprovvisto di zone pedonali e piuttosto trafficato, ma all’alba è gestibile.
Tra un’ordinanza e l’altra, una decina di giorni fa ho deciso di mettere da parte le scarpette. Avvertivo un certo disagio, anche se corro da anni, corro da sola, con tutte le condizioni meteo e alle prime luci dell’alba. Insomma, come per tutti i malati della corsa (siamo strambi, lo so), correre per me è un’attività solitaria, non una scampagnata. Ma in questi tempi anomali, onde evitare inutili discussioni e occhiatacce dei condomini che ti vedono rientrare mentre aprono le finestre, ho deciso che fino al 25 posso rinunciare all’attività motoria. 
I problemi sono altri, nessun dubbio. Però capisco anche che non debba esser facilissimo rinchiudere i bambini in casa per giorni o togliere alle persone anziane, già tanto sole, la briscola del pomeriggio, al circolo, o la passeggiata quotidiana al parchetto vicino casa.
Viene meno la tua libertà di movimento, ma sei bombardato da messaggi che t’impongono di trasformare il disagio in un’opportunità. Le iniziative sono lodevoli e senti che dovresti ringraziare tutti e approfittarne. La maggior parte delle case editrici si prodiga per spedirci a casa libri senza costi di spedizione, qualcuno regala ebook, è un dilagare di corsi on line, le biblioteche chiudono al pubblico ma ti scrivono di continuo per ricordarti che puoi prendere in prestito più ebook del solito, puoi leggere i quotidiani, puoi vedere film, ascoltare musica… Magari, però, fai un piccolo video e condividilo sui social. Non puoi andare a vedere una mostra? Allora fai una visita virtuale in un museo in cui non sei mai stato.
Sei una persona smart, dimostralo: organizzati e lavora da casa, senza spegnere mai il telefono.
Insomma, siamo chiusi nelle nostre case, apparentemente soli ma sempre più connessi.  
La sera arriva in un attimo, con il telefono che squilla e il monitor del pc che non ha il tempo per andare in stand-by. Poi, accendo la televisione, guardo le immagini che vediamo tutti, vacillo; penso ai medici, al personale sanitario, al dolore che accompagna le loro giornate.  Penso a una morte crudele che ti toglie anche la consolazione di una carezza, un bacio, il sorriso di chi hai amato e ti ha amato per una vita.  
Penso ai miei cari e so d'esser una persona fortunata. Almeno oggi. Domani chissà. 
Penso che tutti quegli input che dovrebbero distrarmi, la sera non servono a nulla. Per capire cosa sia il silenzio e la solitudine dovrei staccare la connessione per qualche giorno. 
Ma sono fragile e contraddittoria. Tant'è che sono qui, in rete, a scrivere queste righe, cercando una risposta alle mie paure.     

giovedì 27 febbraio 2020

Recanati e la biblioteca di Palazzo Leopardi



Col mio borgo natio non ho fatto pace neppure a distanza di anni, figuriamoci quanto potessi amarlo da adolescente. Contrade piccine e campi coltivati, spazi verdi e aria pulita; idilliaco. Ma a quindici anni, gli sguardi e i giudizi del paesello riescono ad essere così soffocanti da cancellare la poesia di qualsiasi paesaggio bucolico.  
Deve essere questa la ragione per cui mi appassionai a Leopardi. Acquistai persino una copia dei Canti, edizione Garzanti (credo che il libro sia ancora a casa dei miei), e imparai a memoria molti versi.
Di Giacomo avevo l’immagine che ne dava l’antologia usata a scuola: malinconico, deforme, perennemente immerso negli studi leggiadri e le sudate carte perché “unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia”. Non ricordavo nulla delle sue convinzioni religiose, dell’interesse per la chimica e per l’astronomia, né ricordavo fosse poliglotta. Terminato il periodo liceale, abbiamo smesso di frequentarci. L’ho incrociato recentemente nel film di Martone, “Il giovane favoloso”, ma, sopraffatta dalla noia, l’ho lasciato a sbirciare Teresa Fattorini e me ne sono andata a letto.


Eppure, alcuni di quei versi imparati a scuola, sono riaffiorati mentre camminavo con il coniuge per le viuzze di una Recanati deserta. Chissà perché la immaginavo come un borgo sviluppato intorno a casa Leopardi, neanche fosse il Palazzo municipale o la chiesa principale. Parentesi: il Palazzo Comunale si trova nel centro storico e affaccia, ovviamente, su Piazza Leopardi, con al centro la statua del Poeta.  
Avevamo a disposizione una mezza giornata e l’abbiamo dedicata al classico itinerario dei luoghi leopardiani. Non so se a colpirmi sia stata più l’incredibile biblioteca del conte Monaldo, il “signor padre”, o l’erudizione e la devozione della guida dagli occhi neri e profondi, che declamava versi appassionatamente, parlando di Giacomo e dell’intera famiglia come se vivessero insieme.


Il Rione di Montemorello è inscindibilmente legato alla famiglia Leopardi, che abita tuttora nel Palazzo, al secondo piano. L’intero primo piano, invece, è occupato dalla celebre biblioteca, frutto del collezionismo di Monaldo, che riuscì a raccogliere ben 14.000 volumi (divenuti poi 20.000).
I volumi sono stipati in quattro stanze, divisi per argomenti, secondo la disposizione voluta dallo stesso Monaldo. Ci sono testi teologici, la Bibbia in otto lingue (testo sul quale il Poeta apprese da autodidatta il greco e l’ebraico). Ad attirare la nostra attenzione è la piccola libreria dei volumi proibiti dalla Chiesa; Machiavelli, Boccaccio, Erasmo da Rotterdam… opere di filosofi, scienziati, umanisti troppo eretici per ricevere l’approvazione della Chiesa. Ma i figli di Monaldo poterono accedere anche alla lettura dei volumi proibiti, grazie alla dispensa papale ottenuta dal signor padre
La guida parla del Conte con sincero affetto, sottolineandone la passione per il collezionismo e il piacere della condivisione. Non a caso, aprì la sua biblioteca a Filiis amicis civibus, come recita la targa posta in una delle sale della biblioteca. Certo, a poco più di vent’anni, Monaldo era già così indebitato da dover firmare un concordato con la moglie, nominandola amministratrice dell’intero patrimonio familiare; ma non soffermiamoci su queste inezie. Al contrario della moglie, severa, arcigna e bigotta, il Conte fu un genitore premuroso e attento. Così, almeno, ci viene descritto dalla guida.

Sul sito di Casa Leopardi potrete trovare tutte le informazioni per soddisfare le vostre curiosità o organizzare una visita. Da marzo sarà possibile accedere anche al piano nobile e agli appartamenti, locali che non abbiamo potuto visitare. Comunque, l’atmosfera della sola biblioteca e la bravura della guida valgono il prezzo del biglietto.


La nostra passeggiata si è interrotta prima di raggiungere il Colle dell’Infinito, chiuso per lavori. Certo è che a Recanati la poesia è ancora nell’aria…




martedì 25 febbraio 2020

Di Ancona e del cielo di nuovo blu


In questi giorni, le prime pagine dei giornali spaziano da Dilaga il virus a Mezza Italia in quarantena (passando per un Accogliamo tutti anche il virus a Gli africani ci mettono in quarantena). E io, dopo mesi di silenzio, mi son chiesta se fosse proprio oggi la giornata giusta per spolverare il blog e ricominciare a chiacchierare di viaggi, libri e piccoli eventi non apocalittici. Forse sì, perché sono già stanca d’inviare ordinanze in materia di contenimento a destra e manca e rispondere a gente terrorizzata per aver condotto fino all’altro ieri una vita normale. 
Ancona vista dal Parco del Cardeto 

Sono stati mesi lunghi e sfibranti. La spossatezza di chi rumina ogni giorno gli stessi pensieri, l’incapacità di prendere una decisione, perché ciò che stai pensando di fare potrebbe apparire al resto del mondo una scelta irrazionale e avventata. Tutto si confonde. La fatica di alzarsi, di andare al lavoro come nulla fosse, di indossare la maschera giusta, lo sforzo nel dissimulare le incrinature che rischiano di mandarti in frantumi; l’incapacità di spiegare. D’altronde, come puoi spiegare quel malessere che hai dentro ma che non è nulla di concreto? Una febbre, una ferita, una malattia del corpo sono evidenti; giustificano assenze, riposo, medicinali. Di altri malesseri fai fatica a parlarne anche a te stessa. Ti racconti che è solo stanchezza. Passerà.
In fondo, i tuoi problemi ce li hanno tutti, non c’è nulla di cui lamentarsi.  Continui a leggere, vai a correre, cerchi di fare ciò che hai sempre fatto. Ma non vivi nulla; attraversi le giornate. Ogni cosa è fuori fuoco: i libri, la cenetta con il coniuge, le conversazioni con gli amici. Osservi tutto, ascolti tutti, ma non sei lì.  
Poi crolli.

«La prossima settimana devo andare in un’azienda vicino ad Ancona. Chiedi qualche giorno di ferie e vieni con me. Ho già prenotato per due».
È da tanto che non prendo come pretesto le trasferte di lavoro del coniuge per un viaggetto fuori programma. Non sono convinta. Ma il coniuge è perentorio. Fa tutto lui; a me non resta che preparare uno zainetto ed entrare in auto. Sarà libero solo la sera, ma ha scelto un hotel che mi permetta di muovermi in centro senza vincoli.
Il cielo è blu, l’aria pungente ma il sole è caldo. Cammino tutta la mattinata senza una cartina né una meta da raggiungere. 
Percorro il corso della cittadina un paio di volte; m’infilo nei vicoletti, resto a fissare la facciata del Teatro delle Muse e poi mi inerpico su Via Antonio Gramsci. 
Ancona è tutta un saliscendi e, camminando senza fretta in una giornata qualsiasi di inizio febbraio, mi fermo in Piazza del Plebiscito, quella con l’imponente statua di Papa Clemente XII, e mi siedo sulla scalinata che conduce alla Chiesa di San Domenico (in cui, va detto, sono entrata per caso e per caso ho scoperto l’Annunciazione del 1662 del Guercino e la Crocifissione di Tiziano). 
Il salotto della città, affollata e festosa: così viene descritta la cosiddetta Piazza del Papa nella maggior parte dei siti. A me, invece, ha fatto un effetto strano: accogliente nella sua forma rettangolare e allungata ma, al contempo, austera. Sarà la presenza del Palazzo del Governo, della Torre civica o, forse, sarà proprio lo sguardo severo di Papa Clemente XII, fatto sta che vista di giorno, con i tavoli dei pub e dei ristoranti vuoti, la piazza m’è parsa silenziosa ed enorme. Sono rimasta seduta su quei gradini per un tempo indefinito con i pensieri che si rincorrevano.

Piazza del Plebiscito, nota come Piazza del Papa
Poi, ho ripreso a camminare. In salita. E, nell’antico Rione San Pietro, tra i palazzi dalle facciate medievali, ho avuto di nuovo la percezione del cielo azzurro, e del vento, e della bellezza. È caduto il velo, ed io ho ricominciato a vedere le cose. Nessun miracolo; semplicemente i primi passi dopo un periodo buio.
Delle giornate anconetane (o, se preferite, anconitane) mi è rimasta addosso la tranquillità che non ti aspetti di trovare in una cittadina portuale. La maestosità del Duomo di San Ciriaco che guarda il porto dall’alto, imperturbabile ai rumori provenienti dallo stabilimento di Fincantieri.

Duomo di San Ciriaco
Ancona deve il suo nome alla caratteristica forma del promontorio che fa pensare ad un gomito piegato (Ankón in greco significa gomito); forma che si può ammirare dalla sommità del colle dei Cappuccini e dal Parco del Cardeto. Ci sono arrivata non per il panorama ma per capire cosa fosse quella sorta di torretta che vedevo in lontananza. Poi, scoperto il faro ottocentesco, fatto erigere da Pio IX per dirigere la rotta delle navi, in funzione fino alla costruzione del nuovo faro (operativo dal 1965), sono rimasta a gironzolare nel Parco del Cardeto e a guardare Ancona dall’alto.    
Parco del Cardeto - Faro Ottocentesco 
Ignoravo la storia della Repubblica di Ancona, le inquietudini di una città navale in contrasto con Venezia e Dubrovnik (la Ragusa di Dalmazia), l’assedio di Federico Barbarossa e le gesta di Stamira, eroina anconitana. Così, la scoperta dell’immensa tela di Francesco Podesti, Il giuramento degli Anconetani, è stata una rivelazione.

Francesco Podesti - Il giuramento degli Anconetani
E una rivelazione sono state anche le altre opere esposte nella Pinacoteca civica intitolata al Podesti, visitabile alla modica cifra di 6 euro. Il biglietto include anche la visita al Museo della città. Di per sé irrilevante, ma prezioso se si ignora la storia di Ancona. Grazie all’audioguida si esce dal Museo con una visione d’insieme della città, dalle origini all’Unità d’Italia, e si comprende la funzione dei palazzi dalle belle facciate che s’incontrano camminando nel centro storico della città.
A posteriori, cercando informazioni su Ancona e sulle sue bellezze, ho trovato diversi articoli sul Duomo. Io, però, sono rimasta incantata dalla chiesa romanica di Santa Maria della Piazza, antica cattedrale cittadina, che nel corso dei secoli ha subito danneggiamenti, ricostruzioni, riconversioni, bombardamenti, restauri e che stupisce per la bellezza della facciata e la sobrietà degli interni. Vuota. La chiesa venne costruita intorno al XII secolo sui resti di una chiesa paleocristiana di cui oggi si conservano ancora i meravigliosi frammenti dell’originaria pavimentazione a mosaico policromo (IV e VI secolo). 
In quelle due giornate d'inizio febbraio, ho camminato moltissimo, mi sono fermata a chiacchierare con i pescatori sul molo, ho stretto amicizia con Willy il gabbiano, sono entrata in libreria, mi sono seduta per leggiucchiare qualche pagina anche se non ho acquistato nulla.

Willy
La prima sera, davanti a uno stoccafisso all’anconetana e altre delizie, ho raccontato la città al coniuge. La sera successiva gli ho detto che Ancona potrebbe piacergli e che la prossima volta ci vado con lui. Ha sorriso. E prima di tornare a casa mi ha fatto un altro regalo…

mercoledì 11 settembre 2019

Festivaletteratura 2019. E qualche imprevisto


Mi sveglio stanca. Impiego troppo tempo per una doccia, infilo di corsa le ultime cose nello zaino e mi precipito in stazione senza aver preso il caffè.
Il trenino è affollato ma arriva a Roma Termini in orario. Cambio treno, tiro fuori il libro e la lista degli incontri prenotati. Ancora poche ore e sarò al Festivaletteratura di Mantova. Dove diamine ho lasciato il mio entusiasmo?
Mi son portata dietro In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, che andrò ad ascoltare sabato. Mi sa che non è stata una scelta felice. Un senso di oppressione sin dalle prime pagine. Aspetto che arrivi la bellezza.
A Mantova è piena estate. Cielo blu, canotte e calzoncini corti. Finalmente, dopo diversi anni che frequento il festival, sono riuscita a prenotare un appartamento in centro. Arrivo con il mio zaino abbastanza pesante davanti al citofono ma non vedo traccia della targhetta Joy house. Come mi sarà venuto in mente di prenotare e pagare una casa della gioia?
Ho trovato l’appartamento su booking.com, l’ho prenotato mesi fa, mi è stato addebitato l’intero importo ad agosto e, nonostante sia la seconda fregatura che mi dà booking, questa volta non me ne capacito. L’assistenza clienti risponde dopo una ventina di minuti; la fanciulla, che risponde dalla Grecia, mi dice che per loro è tutto regolare, visto che la struttura presenta non ricordo più quante recensioni, di cui una abbastanza recente. Farà dei controlli e mi ricontatterà.
Mentre sono davanti al portone del palazzo, irritata ma ancora lucida, arriva un santo dagli occhi verdi. Mi chiede se ho bisogno d’aiuto; mi fa entrare nel suo appartamento senza neppure esserci presentati; mi offre acqua fresca, un tablet e una decina di cose che rifiuto. Si chiama Alex e inizia a telefonare ai suoi conoscenti per cercarmi una soluzione alternativa. Ma a Mantova, a festival iniziato, come puoi pensare di trovare un letto libero? Lo so io, lo sa Alex, ma non lo sanno quelli di booking che continuano a fornirmi un’assistenza penosa e a prender tempo.
Quando sembra che la cosa sia risolta e dovrebbe solo arrivarmi una mail, libero l’appartamento di sant’Alex e mi fermo in un bar. Ma no, booking non mi ricontatta, la mail non arriva, io mi attacco di nuovo al telefono in preda ad una crisi isterica. La signora del bar, discretamente, mi chiede se può essere d’aiuto. Mobilita tutti gli affittacamere e le agenzie che conosce. Nulla. Dopo aver parlato con operatori del Regno Unito, Grecia, Olanda, dall’assistenza clienti di Milano di booking arriva una soluzione valida. Un po’ distante dal centro (e a Mantova gli autobus smettono di circolare alle 20.00), molto più caro di quello già pagato (e non è un dettaglio, perché in queste circostanze, sei tu, che hai già pagato una volta, a dover pagare di nuovo. Il rimborso potrai richiederlo solo a soggiorno concluso), ma non vedo alternative. Intanto il pomeriggio se n’è andato, così come Margaret Atwood, Gabriele Romagnoli e un altro paio di incontri che avevo prenotato.        


Dall’hotel si può raggiungere il centro città utilizzando una ciclabile nel parco del Mincio, parallela alla linea ferroviaria. Il sole è già tramontato, il paesaggio è bellissimo e le lepri che mi attraversano la strada riescono a farmi tornare l’allegria. Magari ce la faccio ad ascoltare almeno Pilar del Rio, moglie di Josè Saramago, che conversa con Silvio Perrella. Ce la faccio; nell'attesa, inizio a chiacchierare con Marina e Ornella, appena conosciute, e con cui condividerò tanti bei momenti di quest’edizione del festival.


Pilar del Rio è una bella donna, dolce ed energica al tempo stesso; rievoca la sua precedente esperienza a Mantova, nel 1998, accanto all’uomo che, dopo qualche giorno, avrebbe ricevuto la notizia dell’assegnazione del Nobel. Pilar racconta un’epoca che sembra lontanissima e chiude l’incontro menzionando quella che Saramago definiva l’etica della responsabilità: Valiamo molto di più di quanto crediamo; possiamo molto di più di quanto immaginiamo.  
Possiamo molto di più di quanto immaginiamo.
Il mio programma del venerdì è fittofitto, come la pioggia che cade giù senza risparmiarsi. Sono solo le 9 del mattino e già sono strizzabile.
Però, di fronte a Burhan Sönmez, scrittore turco di etnia curda, vittima di torture in Turchia, e che oggi, 6 settembre 2019, si dichiara stupidamente ottimista, non me la sento proprio di lamentarmi per il diluvio universale. 
A ben pensarci, ho fatto una curiosa selezione degli eventi, molti dei quali incentrati sulla memoria. Sönmez, nel suo Labirinto, parte dal presupposto che, forse, perdere la memoria può essere un dono. Se perdi la memoria a 28 anni, puoi decidere di rinascere in questo momento, cancellando il passato. Abbiamo quindi, una possibilità di rinascere nella vita.


Anche Abraham Yehoshua elogia l’oblio: Ricordare troppo diventa pericoloso. Non ricordare alcune cose permette di vivere meglio. Simbolicamente, scelgo la demenza come messaggio per noi ebrei e per i palestinesi: noi dobbiamo iniziare a dimenticare il passato per costruire un solo Stato unitario. Negli anni ho cambiato idea sulla soluzione per la Terra Santa. Un solo Stato non sarà la via per la pace perfetta ma è l’esistenza più normale che riesco ad immaginare.     
Invece c’è chi, come Manuel Vilas, punta tutto sul ricordo e sulla memoria: La vita è completa solo quando si ricorda, quando si mettono insieme i pezzi. Ti riconcili con la tua famiglia, con la vita dei tuoi genitori, nel ricordo. E in questo ricordo c’è bellezza.   
Oppure chi, come Narine Abgarjan, attraverso il ricordo, riesce a portare il profumo del pane appena sfornato dal villaggio armeno di Maran alla Basilica Palatina di Santa Barbara.
Ci sono troppe cose che non si possono dimenticare.
Non si può dimenticare Srebrenica, come ci ricordano Elvira Mujčić e Slavenka Drakulic.
Non si può dimenticare Piazza Fontana, di cui non si può parlare perché non si sa niente, ma si sa già tutto (la conversazione tra Benedetta Tobagi e Carlo Lucarelli che nominano gli innominabili scatenando tuoni, fulmini e tempesta in Piazza Castello è stato l’incontro più scenografico al quale abbia partecipato. La Tobagi è di una bravura strabiliante).
Non si può dimenticare che la lingua non è mai innocua, come sottolinea Valeria Luiselli in una brillante conversazione con Michela Murgia. Il linguaggio diventa sempre più violento; si tende ad enfatizzare e ingigantire la realtà, si scelgono parole volte a disumanizzare l’altro. Noi, scrittori e lettori, cosa possiamo fare per arginare l’uso distorto delle parole? Essere custodi attivi del linguaggio; protestare ogni volta che le parole vengono utilizzate in modo inappropriato, vigilare affinché si torni ad usare la lingua correttamente.

Della struggente bellezza degli addii interpretati dalla polistrumentista albanese Elina Duni, in quel gioiello che è il teatro Bibiena, posso dir poco. Perché la musica va ascoltata. Non è la stessa cosa, ma qui potete farvi un’idea della voce della Duni.
  
Elina Duni al Teatro Bibiena
Mantova è il mio festival del cuore; c’è una strana magia che si ripete ogni anno; un senso di comunità, un istintivo desiderio di condivisione con persone sconosciute fino al giorno prima. Più che in altre edizioni, nel 2019 il festival mi ha fatto incontrare persone speciali, forse per compensare i disagi subiti. Non a caso, quando domenica mattina sono salita sull’autobus sostitutivo (eh già!, lavori in corso sulla linea ferroviaria…), prima tappa verso casa, mi è tornato in mente il volto sereno della scrittrice armena Narine Abgarjan mentre affermava che qualsiasi cosa ti accada nella vita, ci sarà sempre qualcuno al tuo fianco pronto a darti una mano.
Teatro Bibiena

Note a margine. Mi sono dilungata sull’odissea di booking perché so che siamo in tanti ad utilizzarlo, perché prenotare in anticipo senza dover pagare subito è comodo, perché leggere le opinioni altrui ha i suoi vantaggi. Grazie a booking ho trovato velocemente soluzioni eccellenti ed economiche, ma anche qualche topaia. E un paio di fregature. Forse, fino ad oggi, mi son fidata troppo e forse è il caso che inizi a fare altre considerazioni per i miei viaggi futuri.

domenica 8 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Hallstatt la magica



Arriviamo alla stazione di Hallstatt con il diluvio universale e saliamo sul traghetto che dalla stazione conduce alla cittadina, attraversando l’omonimo lago. Sul traghetto siamo gli unici due europei; tutt'intorno è pieno di cinesi, coreani e giapponesi. 
Sono tantissimi. Sarà il solito viaggio organizzato, fa il coniuge con noncuranza. Hallstatt è strepitosa anche sotto la pioggia battente. Scendiamo dal traghetto e continuiamo a vedere cinesi ovunque.
757 abitanti, un costone a ridosso del lago, cittadina nota per le ricche miniere di sale e così suggestiva da essere stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Ma perché tutti ‘sti cinesi?
I cartelli affissi dappertutto evidenziano che mi sta sfuggendo qualcosa.



Il villaggio da cartolina per eccellenza, come viene definito in un articolo del Corriere della sera dello scorso anno, è piaciuto così tanto a qualche cinese da decidere di costruirne una fotocopia nella periferia di Luoyang, sulle rive di un lago artificiale. I cinesi hanno spiato, misurato, fotografato, dalle abitazioni al cimitero di Hallstatt, e poi l’hanno riprodotto a casa propria, inaugurando l’Hallstatt cinese nel 2012. Gli austriaci inizialmente sembrano non aver apprezzato ma, considerando il numero di turisti asiatici, la violazione della privacy è stata ricompensata da un cospicuo vantaggio economico.

Hallstatt è meta di turismo mordi e fuggi. La maggior parte dei visitatori arriva in autobus o in treno in tarda mattinata, invade le vie del centro e sparisce nel pomeriggio. Qualcuno arriva via lago, andata e ritorno in giornata.
La sera, cessata la pioggia, la cittadina è silenziosa e semideserta. Gli alberi rampicanti che decorano le facciate delle case, le luci soffuse che si riflettono sul lago e un cielo dal colore indefinito che ti fa dire forse la felicità è questa.



All’alba, con il dissolversi della foschia, è meglio scappare dalla folla, arrampicandosi tra i sentieri che sovrastano il borgo. Tanto i turisti opteranno per la funicolare e si limiteranno a visitare le miniere con il trenino minerario e a leggiucchiare qualche informazione sulla cosiddetta Civiltà di Hallstatt. Il coniuge, invece, ha adocchiato un paio di percorsi e, camminando camminando, riscendiamo qui



La mattina in cui ripartiamo da Hallstatt, incrociamo due coppie di cinesi in abito nuziale. Luogo ideale per un book fotografico. Forse le spose dovrebbero metter via il broncio e l’espressione malinconica, o forse usa così.



È prevista una lunga camminata tra torrenti e ponti di legno da attraversare. Passiamo dai girasoli ai ciclamini, dalle piante di susine ancora acerbe, che non mi stanco di assaggiare (Se ti vedono, ben che vada ti tagliano una mano! Ma no, coniuge, che vuoi che sia. Non sono neppure mature), ai campi coltivati nel mezzo del nulla. Seguiamo improbabili indicazioni in un inglese ancora più improbabile. Ci perdiamo almeno un paio di volte e torniamo sui nostri passi alla ricerca dell’incrocio non segnalato. E giù a ridere e dire sciocchezze, come non facevamo da tempo. Ah, ma il prossimo anno compro il gps, basta con questa storia che senza connessione e con un pezzo di carta è più divertente!
Ma lo è stato, sono stati i giorni della spensieratezza; abbiamo riso tantissimo, spesso per delle banalità; non eravamo in alta quota, non dovevamo preoccuparci delle previsioni meteo e dei percorsi corretti. Non era fondamentale calcolare i tempi. Qualche volta abbiamo improvvisato; a volte c’è andata bene, altre siam dovuti tornare indietro. Ma è stato uno spasso.


Nel mezzo del nulla - Foto del coniuge

Siamo entrati in tutti i cimiteri incontrati lungo la via. Il coniuge scuote la testa, povero, se n’è fatto una ragione. Vorrei essere sepolta ad Hallstatt; nella parte alta del paese, affacciata sul lago. Spazi infiniti. Quando si dice l’eterno riposo.


Hallstatt
Abbiamo visto laghi dalle acque cristalline, neanche fossimo in alta montagna, e laghetti pubblicizzati come paradisiaci ma rivelatisi deludenti. Siamo riusciti nel faticoso intento di mangiare un apflestrudel al giorno. Il migliore è stato quello dell’ultima sera, quando abbiam fatto ritorno a St.Wolfgang per una notte. Saranno stati i chilometri percorsi o quella malinconia che ti prende quando tutto sembra esser stato perfetto, anche se, in fondo, hai solo camminato, guardato, annusato, pensato. Sorriso. Molto.




mercoledì 4 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Bad Ischl e il tempo che fu



Lasciamo le rive del Wolfgangsee per dirigerci verso Strobl e, da lì, prendere un autobus per Bad Ischl. Il cielo è grigio, il profumo del sottobosco è reso più intenso dalla pioggia caduta durante la notte.
Il coniuge non riesce a transigere sulle coperture d’amianto che riparano la legna già pronta per l’inverno. Io favoleggio su Bad Ischl. Avrà conservato l’atmosfera che ammaliò Sissi e che tanto piaceva a Francesco Giuseppe? Terme e verde. 
Luogo magico o la decadenza di una Montecatini austriaca?
La seconda.
Bad Ischl - Foto del coniuge

La città ancora oggi vorrebbe far rivivere i bei tempi della Kaiservilla, quelli in cui l’imperatore si dilettava nelle lunghe battute di caccia mentre l’imperatrice sudava per conservare la famigerata forma fisica. È qui che Francesco Giuseppe, nel luglio del 1914, siglò la dichiarazione di guerra alla Serbia, che avrebbe portato allo scoppio della Prima guerra mondiale. Nello studio dell’imperatore è rimasto tutto immutato (ovviamente, i documenti esposti sono copie) e la visita alla villa merita. Anche se…
Anche se, va detto, è organizzata malino. Si paga per una visita guidata (non è possibile visitarla individualmente) e, come da indicazione, si attende l’orario del proprio turno; peccato che a godere della guida sia solo chi parla tedesco. A tutti gli altri, invece, viene messo un foglietto in mano con scarne indicazioni nelle rispettive lingue di provenienza e via.       

Francesco Giuseppe donò la villa alla figlia, Maria Valeria, innamorata del luogo, che vi trascorse gran parte della vita. Attualmente la villa è di proprietà dell’arciduca Marco d’Asburgo Lorena (nipote di Maria Valeria) che ne ha deciso l’apertura al pubblico.

Bookcrossing imperiale

Sebbene Bad Ischl sia il centro più grande tra quelli toccati finora e, apparentemente, il più noto, manca la vivacità e l’allegria dei borghi in cui abbiamo pernottato. A due passi dallo storico Cafè Zauner (il caffè è pessimo ma le torte e il cioccolato sono strepitosi), c’è una piccola libreria. Vado a curiosare. Quali sono gli italiani contemporanei presenti tra gli scaffali?
Molto Camilleri (di cui in un manifestino si ricorda la recente scomparsa), Carofiglio, l’immancabile Elena Ferrante e Domenico Dara (??).



È un luogo malinconico Bad Ischl; prova a mantenere la compostezza e l’incedere regale di un tempo ma non inganna nessuno.


Partiamo da Bad Ischl con un cielo buio e nebbioso, neanche fosse autunno inoltrato. Visibilità pari a zero; scartiamo l’opzione percorso lungo ma panoramico. Neppure oggi correremo il rischio insolazione.
Optiamo per un sentiero piatto che in poche ore ci condurrà a Bad Goisern. Arriviamo bagnati e infreddoliti. Solo un apfelstrudel potrà salvarci. E l’apfelstrudel del Cafè bäckerei Maislinger rischia di vincere il contest (per dirla come se avessi 18 anni) 2019. Un viaggetto con il coniuge senza una competizione gastronomica che viaggetto è? Visto il contesto, abbiamo deciso di sacrificarci mangiando un apfelstrudel al dì in luoghi diversi. Liscio, senza panna, gelato o intingoli vari. Siamo giudici severi: fino ad oggi nessun dolce ha superato il 7, ma quello di Bad Goisern l’ha ottenuto in pieno.
Rinfrancati da tanta bontà, prendiamo il treno alla volta di Hallstatt.

martedì 3 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - St. Wolfgang, St. Gilgen e l'acqua azzurra del Wolfgangsee



Sostiene il coniuge che sia diventata lagodipendente. Il coniuge esagera, anche se tocca ammettere che, dall’ultimo trasloco, tra allenamenti, passeggiate, pause di riflessione e vacanze, finisco per prediligere sempre le rive di un lago.
Per dirla tutta, l’idea di camminare tra le miniere di sale e i laghi del Salzkammergut è stata del coniuge. Le minacce della scorsa estate (Basta con le vacanze insieme! Dal prossimo anno ognuno parte per conto proprio), l’hanno indotto a valutare l’opzione hiking e a mettere da parte le ciclabili. Ma forse la scelta dei laghetti del salisburghese, circondati da straordinari percorsi ciclabili, è stato solo un modo subdolo per strapparmi un Sento un po’ la mancanza della bici. Sai quanti altri borghi avremmo potuto visitare pedalando? Quel furbastro del coniuge, senza troppi sforzi, è riuscito a farmi dire ciò che, fino a qualche anno fa, da camminatrice indefessa, mai avrei immaginato di poter pronunciare.       
L’idea era quella di coniugare camminate nel verde, non troppo impegnative, con la visita di zone affascinanti ma non affollate (obiettivo arduo se si parte nella settimana di Ferragosto). E questo viaggetto sembrava perfetto.
Inizio in salita: Italo si ferma dopo 10 minuti dalla partenza per un guasto sulla linea. Le infrastrutture non sono il punto forte del nostro Paese. Perdiamo la coincidenza per Innsbruck e buona parte del pomeriggio. Ma leggiamo parecchio.
Innsbruck - foto del coniuge
Il tratto Verona – Innsbruck è splendido anche in treno; tanto verde da dimenticare i ritardi e l’afa romana. Arrivati in Tirolo, il coniuge estrae con un sorriso la felpetta dallo zaino. Talvolta basta un venticello per sentirti felice.
Gli imprevisti casalinghi e le grane lavorative sono già lontanissimi.



Sankt Wolfgang è una cittadina calda e allegra sulle rive del lago Wolfgangsee, in Alta Austria. C’è un’atmosfera rilassata; i caffè sono affollati ma non rumorosi; gli austriaci si godono il cielo azzurro, la temperatura piacevole e una birra. Noi girelliamo tra le viuzze che si affacciano sul lago; sbirciamo nei capanni sull’acqua, uno vicino all’altro, una sorta di palafitte piuttosto animate in questo sabato d’agosto. Qualcuno sta organizzando una festicciola, qualcun altro è sdraiato con un libro in mano, i più utilizzano gli spazi esterni di queste casupole sull’acqua come trampolino e approdo dopo una nuotata.          


Il traghetto fa la spola tra i vari borghi che si affacciano sul Wolfgangsee, caricando e scaricando turisti. La maggior parte di loro si ferma un paio di ore, acquista un souvenir e riparte. All’improvviso iniziamo a sentire il suono di una cornamusa. E non te l’aspetti qui, tra i vicoli di un paesello sulle rive di un lago del salisburghese. 

La musica proviene dalla piazzetta antistante la Pffarkirche, la chiesa del Pellegrino. In un altro momento, ci entreresti per ammirare l’altare di Michael Pacher, o resteresti lì fuori a guardar il lago, o ti ci fermeresti per riempire la borraccia, approfittando della fontana all’esterno della chiesa. Oggi no.
Guardi stupita l’uomo in kilt che suona da un pezzo, aspettando che gli sposi e il nutrito gruppo d’invitati, elegantemente abbigliati, escano dalla cappella per poi dirigersi tutti insieme, a suon di musica, sul molo. 
Cappellini e velette, tacchi alti, accento scozzese, salgono sull’imbarcazione che li porterà a festeggiare le nozze in qualche altro borgo sul Wolfgangsee. La cornamusa è lontana e a Sankt Wolfgang è tornata la pace.

St. Wolfgang deve il nome all’omonimo santo, monaco cristiano e vescovo tedesco del X secolo. Narra la leggenda che nel periodo del suo eremitaggio, il monaco visse nell’area di St. Wolfgang, intorno all’anno 980, esattamente lungo il sentiero che collega Sankt Wolfgang a Sankt Gilgen. Un bel percorso che sa di ciclamini. Non sentivo un profumo così intenso dai tempi in cui vagavo per i boschi del mio paesello in cerca di gnomi e folletti.
Strada facendo si arriva al piccolo eremo dove, pare, vivesse il santo. Obbligatorio visitare la chiesetta, esprimere un desiderio e suonare la campanella tre volte (per sicurezza facciamo quattro), sperando si realizzi presto.
I punti panoramici che affacciano sul lago sono straordinari. E poi c’è un tale silenzio! Quiete e camminatori silenziosi anche dopo aver lasciato il sentiero dei pellegrini; scendiamo verso il lago avvicinandoci alla baia di Fürberg. Acqua limpida, clima mite, tanto verde; le panchine lungo il percorso ricordano i numerosi artisti che scelsero St. Gilgen e il Wolfgangsee come luogo di ritiro in cui scrivere e comporre. Se potessi, mi ci ritirerei anch’io.
L’atmosfera diventa più vivace quando raggiungiamo il molo di St. Gilgen, il paradiso degli sport acquatici. Canoa, windsurf, sci nautico, barca a vela… non sembra neppure di essere sulle rive di un lago. Qui nacque la mamma di Mozart e la cittadina sfrutta, a distanza di anni, il celebre compositore. Ma Amadeus snobbava Salisburgo, figuriamoci St. Gilgen. Sembra che non vi mise mai piede. Vi visse, invece, sua sorella, Nannerl ed è possibile visitare il piccolo museo dedicato ai Mozart o sedersi in riva al lago, prendere la mappa e decidere cosa fare l’indomani.  

St. Gilgen - Capretta immortalata dalla Baba