lunedì 5 febbraio 2018

Leggenda privata, Michele Mari

Non so se Leggenda privata sia stata la via migliore da cui partire alla scoperta di Michele Mari.
“Ipocrita poi di necessità, professionista dell’eufemismo e delle maniera, ma sempre tentato dalla lustra ipogea; sicché non è chi nol vegga, l’Accademia della Cantina gode […]”
Michele Mari è uno che scrive così. Non usa il banale termine “dimezzato” bensì dimidiato, nonché altre espressioni come sitibondo, indarno, ambagi piranesiane, zaratustrici apoftegmi. Abituata ad una lingua sobria, contemporanea, talvolta sin troppo giornalistica, il primo impatto non può che essere scioccante. Ma che dice? Ma come parla? Ma cosa significa? Perché questo inutile sfoggio di finta cultura? Poi, però, entro nel meccanismo, inizio a capire il gioco e, pur non sapendo dire se mi piaccia o meno, non riesco ad interrompere la lettura.
Quando chiudo il libro e apro la posta elettronica, leggo con fastidio la mail sgrammaticata del cliente che utilizza le solite formule polverose. Non a caso, questa qui si chiama burocrazia.
Forse ha ragione Mari quando afferma che la letteratura deve avere una sua personalità e che ci sono cose che possono essere belle solo se arcaiche e sublimi. O forse esagera, ma lo dice con una tal convinzione da persuadermi.
Superato lo spauracchio linguistico, posso concentrarmi sulla storia. Altra impresa complicata.
Dovrebbe essere la sua autobiografia, scritta su intimazione della famigerata Accademia dei Ciechi, ma a pagina 7 brancolo già nel buio.
Mari inscena una situazione in cui i mostri veri della sua infanzia (il padre, il nonno, le cinghiate…) si scontrano con i demoni della letteratura. Poe contro Enzo Mari che, per carità!, non si osi chiamarlo con un affettuoso “babbo”, altrimenti risponderà con uno sprezzante “fanciullo”.
Tipo brusco Enzo Mari, re del design, padre anaffettivo, autoritario, ingombrante, sempre sull’orlo di sfuriate pazzesche. Non va meglio con la madre, Gabriela, con una sola L, poiché i nonni si erano augurati un bel maschio, da battezzare Gabriele. Tale fu la delusione da limitarsi a mutare solo la vocale finale (mia madre crebbe sapendo di essere nata sbagliata); poco importa, con il passare del tempo, tutti l’avrebbero chiamata Iela.
Prima d’esser madre, Iela fu agile gazzella da roccia, inerpicata sulle vette con Bonatti e Buzzati. Magra come un’acciuga ma “con una manina d’oro”, ad indicare la precisione e il talento innato per il disegno. Donna asciutta che rifiutava ogni frivolezza, sia nel vestire che nella cosmesi, come se ogni flagrante femminilità fosse un tradimento della propria intelligenza e del proprio talento.
In sintesi, un'infelicità costante, come documentano le foto che accompagnano la narrazione: una raccolta di volti perennemente imbronciati.

Con un’infanzia simile, non stupisce che Mari abbia trovato rifugio nella letteratura, né che si sia inventato uno stile che, piaccia o meno, lo contraddistingue dagli altri autori contemporanei.
Ma è poi un rifugio quello fornito dalla letteratura?
Fuggire dai piccoli orrori della vita, fuggire dalla famiglia, per essere ghermiti dai demoni non è un grande affare: o meglio lo è sotto l’aspetto estetico-romanzesco, ma per il resto, credetemi, cinghia per cinghia… urlo per urlo…

giovedì 18 gennaio 2018

Patria, Fernando Aramburu

Ho ascoltato Fernando Aramburu al Festival della letteratura di Mantova lo scorso settembre.
Aramburu aveva già portato l’Eta nel mio precedente appartamento qualche anno fa. L’aveva fatto con dieci brevi racconti, I pesci dell’amarezza (usciti per i tipi di La nuova frontiera). C’erano anche lì degli aita (papà), delle ikurriña (bandiere basche) che sventolavano, diverse ekintza (attentati), un qualche barlume di barkatu (perdono)
M’ero fatta l’idea che Aramburu fosse un uomo malinconico, la voce esile, lo sguardo basso alla ricerca di una qualche verità. Perciò non mi sono stupita molto quando ha iniziato a parlare: quasi monotono, nemmeno un filo d’ironia, un sorriso dolce che s’è dissolto in un attimo; nessuna ruffianeria verso i potenziali lettori presenti nella chiesa di Santa Paola, a Mantova. La signora accanto a me annuiva a ciascuna delle sue parole, senza attendere la traduzione. Seria, attenta, un convinto applauso finale. Un breve scambio di battute. Mi par di capire che ha già letto Patria. Sa, avevo bisogno di rinfrescare il mio spagnolo e l’ho preso prima che venisse pubblicato in Italia, più per un esercizio linguistico che altro. Bellissimo. Non si lasci impressionare dalla mole; si legge in un attimo.
La signora aveva ragione. Era da tanto che non mi capitava di restar sveglia fino a tardi per l’incapacità di uscire da una storia. Di costringermi a spegnere la luce per poi non riuscir a chiudere occhio davanti alle scritte sui muri che chiamano lo Txato traditore, venduto, vigliacco. Lui che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare e dar lavoro agli uomini di questo paesino senza nome vicino a San Sebastián, perché il lavoro è meglio tenerselo in casa, che bisogno c’è d’assumere gente di fuori con tutte le famiglie di qui che hanno bisogno di campare? Lo Txato che s’è sempre preoccupato della sua famiglia, della sua impresa e della bicicletta la domenica. Ha pagato l’Eta per vivere in pace, ma poi ha smesso perché le richieste iniziavano a diventare esagerate e perché, in fondo, non gli piace l’idea che i suoi soldi finanzino attentati terroristici e morte. È convinto del fatto che il paese si schiererà al suo fianco, invece trova porte chiuse, volti che si girano dall’altra parte, negozi che non hanno più merce da vendere alla sua famiglia. Amicizie di una vita che terminano in una notte, pugnalate alle spalle per paura e ignoranza.
Piove molto nei Paesi Baschi; pioggia e vento il pomeriggio in cui Txato viene giustiziato; pioggia e ombrelli durante le manifestazioni a sostegno dell’ETA. Piove mentre la vedova di Txato, Bittori, va al cimitero per raccontare le ultime novità alla tomba del suo Txatito. Piove quando dalla nuova casa di San Sebastian si dirige verso quella che per tanti anni fu la sua casa, lì dove Txato è stato ucciso. Ma non si lascia spaventare dalla pioggia Bittori, né dalle osservazioni di quei due figli strambi che vorrebbero proteggerla dalle cattiverie del paese.   
Pioggia e cielo scuro nelle giornate in cui Joxe Mari inizia il praticantato per entrare nell’organizzazione. Non si accontenta più di bruciare autobus e bancomat. Basta con il lavoro, la pallamano, il sogno d’esser ingaggiato con la squadra dell’FC Barcellona. Vuole fare il passo definitivo, gora ETA, gora Euskadi askatuta. Viva l’Eta, viva Euskadi libera.
È una lingua aspra l’euskera. Ripeto qualche parola inciampando di continuo.
Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

Fernando Aramburu, Patria, magnifica traduzione di Bruno Arpaia, Ugo Guanda Editore, 2017.
  

venerdì 12 gennaio 2018

Storia di un lettore - Paolo Di Paolo

È arrivato un po’ di corsa, in una domenica mattina in cui Roma stenta a svegliarsi; si è guardato intorno senza lasciar trapelare se fosse più rassicurato o deluso (ok, sarà un incontro tra pochi. Peccato però…); ha sorriso ed ha detto che il caffè era secondario, abbassare il volume della musica, invece, poteva essere una buona idea. Insomma, una colazione letteraria senza la colazione.
Ho conosciuto il lettore Paolo Di Paolo dai suoi articoli su Antonio Tabucchi e, pur non avendo ancora letto Vite che sono la tua, il bello dei romanzi in 27 storie, sono andata all’incontro organizzato dal gruppo delle Lettrici resistenti perché volevo rivedere Tabucchi attraverso gli occhi di chi aveva avuto il privilegio di far parte della sua bottega. Ma l’incontro con Di Paolo è stato molto più di una presentazione tra pochi intimi.
Inizia a raccontare la sua storia di lettore a partire dalla spacciatrice di libri, paziente del suo babbo, che somministrava romanzi ad un ragazzino occhialuto. Ci tiene a specificare che nessuno dei titoli riportati nel suo libro debba essere considerato imprescindibile per la storia della letteratura. Non è la lista dei 1000 libri da leggere prima di morire, volevo solo raccontare cosa abbiano rappresentato alcuni libri nella mia storia di lettore. E mentre chiacchiera a ruota libera, ha un lapsus, confondendo la parola libro con la parola persona; sorride, in fondo per un lettore incontrare un libro è come incontrare una persona. E inizia a raccontarci di Tabucchi, uomo e scrittore. Degli ultimi anni della sua vita tra Parigi e Lisbona, della sua capacità di cucinare mentre sta dettando un testo a voce alta, punteggiatura compresa; della sua ricerca spasmodica della perfezione: mettere e togliere virgole in testi che sembravano già perfetti, continuare a lavorare tutta la notte su un libro già pronto per andare in stampa (Viaggi e altri viaggi).
Ma, Antonio, hai trovato ancora qualche inesattezza? Qualcosa c’era…
Tabucchi con una matita dietro l’orecchio e lo sguardo mite. E nell’ascoltare Paolo Di Paolo che racconta Tabucchi, capisci il senso della parola maestro.
Il Di Paolo trentacinquenne ama i romanzi che non svelino troppo, quelli impalpabili, difficili da raccontare, come la Trilogia della città di K.
È uno di quei libri di cui due lettori possono parlare, capendo cosa intenda dire l’altro, solo perché entrambi l’hanno letto.
Paolo Di Paolo un lettore che predilige la carta, pur utilizzando il digitale per esigenze professionali; sottolinea, prende nota, fa le orecchie, legge le nuove traduzioni dei classici. Per scrivere questo libro sono partito da ciò che avevo sottolineato nelle mie letture di venti anni fa. In qualche caso, ho acquistato una nuova copia, per confrontare ciò che ho evidenziato nella lettura di oggi con ciò che mi aveva colpito da ragazzo. A volte le frasi coincidevano. 
È un lettore che sente la mancanza dello stupore dell’incontro. Ormai, per il lavoro che svolgo, so già cosa sta per uscire, ho già ricevuto buona parte dei romanzi di cui si parlerà nei prossimi giorni. È difficile che possa entrare in libreria e farmi rapire da un incipit. Mi succede ancora con qualche romanzo straniero. Con l’incipit di Riparare i venti di Maylis de Kerangal, ad esempio [durante la conversazione ne ha parlato così tante volte da non poter far a meno di prendere nota], ma sono situazioni rare.


Ti viene spontaneo chiamarlo Paolo, dargli del tu, e non perché con i suoi 35 anni la nostra classe dirigente lo chiamerebbe ancora “ragazzo”, ma perché non c’è la spocchia di certi intellettuali italiani, di certi scrittori che ti guardano dall’alto delle loro conoscenze; c’è solo un lettore vorace che dialoga con altri lettori.
Di Paolo è un lettore esigente, critico verso il mercato editoriale e verso il messaggio lanciato dalle campagne pubblicitarie per la promozione del libro e della lettura. Non penso che un lettore sia migliore o più intelligente di una persona che non legge. I famosi dati Istat sulla lettura lasciano il tempo che trovano. Non penso che aumentare la percentuale di chi acquista un libro l’anno possa servire a qualcosa. Non dimentichiamoci che il mercato è tenuto in piedi da quella piccolissima percentuale di lettori che acquista libri ogni mese, senza aspettare il Natale. Ed è verso questi lettori che le case editrici hanno una precisa responsabilità: refusi, sciatterie, cattive traduzioni non pagano. 
Naturalmente s’è parlato anche delle 27 storie del libro, delle altre storie e delle tante storie mancanti, fino a quando non ci hanno invitato a lasciare il locale. Ora, mentre faccio ordine nei miei pensieri, una vocina mi dice che dovrei dare un’altra chance a David Foster Wallace. Che c’entra DFW con Paolo Di Paolo? C’entra, c’entra…

Qui un bel ricordo di Antonio Tabucchi.


mercoledì 27 dicembre 2017

Il medico della nave / 8, Amy Fusselman

Marilena è arrivata in libreria, m’ha dato un bacio e un pacchetto. Mentre lo leggevo ho pensato che questo libro ti sarebbe piaciuto. Non c’era nulla da festeggiare, Natale era ancora lontano, ma gli amici lettori non cercano pretesti per regalare libri. Lo fanno e basta.
Ah che bello!, l’ho detto non pensando al libro in sé, ma al gesto d'amicizia e all’idea di leggere qualcosa pubblicato dalla giovane Black Coffee, casa editrice di cui conosco i fondatori ma di cui non avevo ancora letto nulla.
Poi c’è stata la fiera dell’editoria romana, la confusione, gli impegni già presi, i gruppi di lettura. Qualche sera fa, stanca del caos natalizio, pensando di avere tra le mani un racconto, inizio a leggere Il medico della nave. Marilena beve. Queste frasette spezzate, questa storia di cui non si capisce nulla. La tipa che non riesce a restar incinta è l’autrice? No che non può piacermi. Metto da parte il libro e dormo.
È arrivato il Natale, lo scambio dei doni, finalmente qualche giorno di ferie, il silenzio post pranzinfamiglia. Riprendo Il medico della nave. Marilena non beve; questi due piccoli testi non sono finzione, vedi? C’è scritto non-fiction, è una specie di diario, come dovresti tornar a scriverlo tu, così una volta per tutte metti su carta le tue paure. Ma io non penso di avere il coraggio di Amy Fusselman. Uno per scrivere certe cose deve esser forte, non deve preoccuparsi di ciò che penserà il resto del mondo (che, per inciso, potrebbe pensare oddio! è successo anche a me).
In questa sorta di memoir, Amy Fusselman si concentra su alcuni episodi importanti della sua vita: il rapporto con il padre, il difficile rapporto con la maternità, l’abuso sessuale subito da piccola. Ma il passato si mescola con il presente, con la musica degli AC/DC e quella dei Beastie Boys, con la terapia craniosacrale e con i racconti strampalati che solo i taxisti newyorchesi sanno regalare. Mentre Amy Fusselman riflette sulla relazione esistente tra spazio e tempo, arriva il Natale anche nella sua New York.
Gioia è anche una parola profondamente legata alla festività del Natale, agli angeli che scendono dal cielo per annunciare il miracolo della nascita di Cristo, la buona novella. Per via dell’incredibile importanza di questa notizia, gli angeli trasgrediscono, superano il confine che divide terra e cielo, il visibile dall’invisibile, l’umano dal divino. Ma questa gioia, mi pare, non appartiene tanto a noi esseri umani, quanto agli angeli. Colmi di gioia, infatti, son venuti a dirci che dopotutto per noi c'è speranza, che dopotutto possiamo ancora aspirare a unirci a loro.
È un libro scritto con ironia, si entra nella testa di Amy, nella sua casa, si gira insieme nelle strade di New York. È toccante senza scivolare nel patetico. Ed è stato un incontro felice: se non me l’avesse regalato Marilena, difficilmente ci sarei inciampata.


Amy Fusselman, Il medico della nave (The Pharmacist’s Mate)/ 8, traduzione di Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 2017.

sabato 9 dicembre 2017

Dimmi come va a finire, Valeria Luiselli

Il Sogno Americano non esiste.
Esiste la necessità di arrivare negli Stati Uniti e il mito di rimanere, anche se resterai per sempre un alieno.
La legge statunitense sull’immigrazione definisce nonresident aliens chi proviene da paesi diversi e ha l’ambizione di ottenere una Green card. Se non intendi praticare la poligamia, se non sei un comunista, se non hai frequentato paesi a maggioranza islamica o fatto parte di una qualsiasi organizzazione che possa rappresentare una minaccia per gli USA, e se riesci a superare indenne la snervante procedura burocratica che apre le porte del paradiso, hai buone probabilità di passare dallo status di nonresident aliens a quello di resident aliens. Resterai comunque un alieno (residente), ma non verrai rimosso (removable aliens).
Se però sei un minore non accompagnato, originario del Triangolo Nord (Guatemala, Salvador, Honduras), che scappa dai maltrattamenti subiti nel proprio paese, da pericolose bande criminali, da storie di sfruttamento di vario tipo, la possibilità di essere accolto negli Stati Uniti si riduce drasticamente.
Se sei un minore originario del Messico o del Canda, per il solo fatto di provenire da un paese confinante, sei rimovibile a priori. Puoi anche fare a meno di partire, perché con buona probabilità verrai espulso, anzi, tecnicamente opterai per il ritorno volontario al paese dal quale stavi scappando (solo che la volontà non sarà la tua bensì quella del Presidente Bush, firmatario nel 2008 di un emendamento assurdo, contenuto nella legge che dovrebbe proteggere le vittime del traffico di esseri umani).
Prima di leggere il libro di Valeria Luiselli, tutte queste robe qui non le sapevo mica. Presa “dall’emergenza sbarchi” di casa nostra, nauseata dalle dichiarazioni accaparravoto di destra, sinistra, centro (qualsiasi cosa significhi oggi), istupidita dai criteri contenuti dal regolamento di Dublino e che disciplinano la richiesta d’asilo in Europa, non mi sono mai posta troppe domande su cosa accada altrove. Che ce ne fossero almeno 40 di domande, racchiuse in un formulario da sottoporre a ragazzini impauriti, che scappano dalla violenza sistematica di gruppi criminali, era per me impensabile.
I figli del Centro America fuggono dalle loro miserie saltando sulla Bestia (i treni merce che attraversano il Messico); se sopravvivono, si consegnano spontaneamente alla Migra (la polizia di frontiera tra Messico e USA) per poi passare in ghiacciaia, la hielera, il centro di detenzione in cui vengono internati per 72 ore (quando gli va bene) e in cui vengono sottoposti a raffiche d’aria gelida per uccidere i microbi annidati nei loro corpi. Negli ultimi tempi, gli itinerari seguiti dai migranti sono diventati più improvvisati ma non meno pericolosi.
Se pensavamo di detenere il primato per i bruschi metodi di accoglienza che riserviamo ai migranti, ci sbagliavamo. Va riconosciuto che gli Stati Uniti sbrigano la pratica velocemente. In 21 giorni puoi esser sbattuto fuori dal confine statunitense anche se hai 7 anni e nessuno da cui tornare.
Dal 2015 Valeria Luiselli lavora come interprete volontaria nel Tribunale Federale dell’Immigrazione di New York. Rivolge ai piccoli migranti le 40 domande previste dal formulario e poi traduce, o forse interpreta, le loro storie dallo spagnolo all’inglese. Ascolta decine di storie e, insieme agli altri volontari, fa da ponte tra i minori e il sistema giudiziario americano. Interpreta le risposte enigmatiche dei ragazzini, trasformandole in argomenti validi a dimostrare che il minore è stato vittima di violenza e che necessita di un avvocato. Solo a quel punto inizierà la battaglia legale per ottenere il diritto d’asilo o il SIJ, uno status speciale concesso agi immigrati minorenni.
Pur non sapendo quasi mai come va a finire, Valeria Luiselli racconta un pezzo di quella storia anche a noi, che restiamo attoniti, con il libro in mano e 40 domande nella testa.
Raccontare storie non risolve nulla, non ricompone le vite spezzate. Ma forse è un modo per comprendere ciò che è addirittura inimmaginabile. […]
E sapevo che se non avessi scritto questa particolare storia non avrebbe avuto senso tornare a scriverne qualunque altra.


Valeria Luiselli, Dimmi come va a finire (Tell me how it ends), trad. dall’inglese Monica Pareschi, La Nuova Frontiera, 2017.

venerdì 8 dicembre 2017

I viaggi senz'auto, le Marche e due terranauti perdigiorno

Ho incontrato Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, due terranauti perdigiorno, dopo essermi innamorata di Piazza Unità d’Italia. Ero nella fase in cui infilavo in borsa qualsiasi cosa contenesse la parola Trieste. Tipo questo libro qui.

Zac. In borsa.
Leggere la parte dedicata a Trieste, dopo aver conosciuto la città, è stato come tornarci con la compagnia giusta. Due con cui poter parlare senza arrossire.
Io detesto guidare, lo dico sempre a voce bassa, con le guance che diventano bordeaux. «E come fai?», è la domanda più frequente.
Be’, sì, sono costretta a prendere l’auto per andare a lavoro e per alcune incombenze quotidiane ma, soprattutto per i miei viaggi, utilizzo il treno, i mezzi pubblici, le gambe, la bici… insomma, tutto il resto. «Davvero?» (sguardo sprezzante che oscilla tra il “povera sfigata” e “un’altra snob che vuole fare l’alternativa”). Fine della conversazione.
È che, alla guida, ho una tale ansia da non veder nulla di ciò che mi circonda, se non la strada. E che viaggio è quello in cui non vedi cosa c’è dal punto A al punto B? Tutto ciò per dire che nella collana i viaggi senz’auto dei tipi di Exòrma mi sono sentita subito a casa. Anzi, in viaggio. 
Dopo averli conosciuti (virtualmente) a Trieste, ho iniziato a curiosare nelle biografie del Mau (Maurizio Silvestri) e dell’esperto di vie traverse (Paolo Merlini) per capire come riescano ad organizzare questi viaggi in coppia dai quali emergono sempre due viaggi diversi, come se non incontrassero le stesse persone, non salissero sugli stessi autobus, non vedessero gli stessi scorci. Scopro che sono entrambi marchigiani.
Le Marche, regione molteplice e frammentata, con accenti nettamente diversi (un abitante del Pesarese e uno del Piceno che a sentirli parlare sembrano provenire da due nazioni diverse e non vivere all’interno dei 200 chilometri che ritagliano le Marche), il lungomare affollato d’estate e i turisti che attraversano velocemente le piazze di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro, Urbino, senza mai avventurarsi verso le località meno note, solo perché fuori mano. Le Marche, regione di Verdicchio, Varnelli, vincisgrassi e brodetto di pesce; regione poco chiacchierata se non in occasione dei tragici eventi sismici, avvenuti successivamente alla pubblicazione di questo libro. Le Marche, territorio a me totalmente sconosciuto fino a pochi giorni fa. E ora un po’ più vicino.
Chi, come la sottoscritta e il Merlini, associa le 18 del venerdì sera al sabato del villaggio, ossia al momento in cui prendere lo zaino e correre verso la stazione fantasticando su cosa ti riserverà il biglietto ferroviario che hai in tasca, sa che la narrativa di viaggio va assunta con cautela. Talvolta si rivela così noiosa da farti cambiare destinazione. La forza di questo libro, invece, è che il terranauta potresti essere tu.
Il percorritore di vie traverse potrei essere io, ferma nella stazione di Calcineto, che appunto sul mio taccuino rosso “Mi sento bene”. Io che vagabondo con il pensiero fino a quando non arriva una telefonata dall’ufficio che mi riporta alla triste realtà.
Ascoli Piceno. Foto di Mario Dondero

Non c’è niente di troppo costruito in questa sorta di reportage: non vedo i panorami con i miei occhi, non assaporo il brodetto della Maria, non sento il profumo del tartufo (che io non tollero), non ascolto i tanti racconti dei marchigiani incontrati per strada, ma sono lì con gli scrittori terranauti. Sono lì che faccio e disfo due giorni a Fossombrone, su un’ansa della riva sinistra del Metauro. Chissà se anche a me ricorderà Bologna. Ma forse dovrei fare in modo di passare per l’irrequieta Jesi, perché voglio respirare anch’io l’atmosfera dei suoi vicoli bui. I luoghi di cui ci si innamora perdutamente senza averne visto un bel niente, come accadde al Mau, sono i più pericolosi. E poi voglio mangiare lo stocco all’anconitana per comprendere lo spirito di Ancona; arrivare fino al porto e vedere quel mare che non è la fine della strada ma soprattutto l’inizio del viaggio. E voglio fermarmi in ogni caffè centrale di ogni borgo, farmi un bianchino (vabbè, senza esagerare) e ascoltare i racconti degli sfaccendati che sono uguali a tutte le latitudini. Voglio capire se, come ha detto la mia amica qualche giorno fa, i marchigiani siano chiusi e scostanti con il visitatore o se, come ha detto Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, il marchigiano tipico sia una sintesi di sobrietà, concretezza, equilibrio, con una giusta dose di ritrosia.
Arrivata al post-scriptum con la malinconia che caratterizza la fine di un bel viaggio, inizio a spulciare la bibliografia. Una paginetta ricca di stimoli. E il viaggio continua.
 
Maurizio Silvestri e Paolo Merlini. Foto di Mario Dondero


martedì 28 novembre 2017

Viaggiatore suo malgrado, Minh Tran Huy



Nella calda estate del 2012, Line, francese di origine vietnamita, appena atterrata a New York per un breve soggiorno, cerca rifugio dai rumori della città girovagando nelle stanze deserte del MoMA. 
Line, semplificazione e storpiatura del vietnamita Ngoc Linh, luce di Giada (luce della mente), registra suoni per un’agenzia di produzione fonica, attività che le permette di spostarsi di continuo. Non che la sua vita sia particolarmente avventurosa, ma muoversi è diventato per lei naturale, così come rifugiarsi nei musei per concentrarsi su qualcosa di diverso dal frastuono del mondo. Ad affascinarla, in fondo, non sono il suono delle campane o il brusio delle conversazioni, quanto le diverse sfumature del silenzio. Il silenzio carico di una biblioteca non ha nulla a che vedere con il silenzio immobile di un appartamento deserto; il silenzio quasi doloroso di sua madre, mentre lavora alla redazione di un articolo scientifico, è diverso dal prolungato silenzio di suo padre che ha fatto del tacere uno stile di vita. È suo padre ad avergli trasmesso l’amore per l’arte e la pittura, ed è il suo silenzio ad accompagnarla virtualmente nel vagabondaggio nei musei. Un uomo taciturno, incline a manifestare i sentimenti con i gesti e non con le parole; affascinato dalla bellezza e dagli ingranaggi del mondo, ha iniziato a spostarsi sin da ragazzino per sfuggire alla fame, alla guerra, alla morte e poi, suo malgrado, ha continuato a muoversi.
“Quasi nostro malgrado, cominciavamo a stabilirci dove avevamo solo pensato di transitare. Cominciavamo a costruirci un’esistenza, e anche a prolungarla”.
In fuga dai disordini del Vietnam, viaggiare, per il padre di Line, è diventato naturale come magiare, dormire, respirare. Un bisogno impellente anche se non patologico, come quello di Albert Dadas, affetto da dromomania o “follia del fuggiasco”. Malattia curiosa, diffusa nella Francia del XIX secolo, che spinge le persone a partire di punto in bianco; lasciare tutto e mettersi in viaggio, abbandonando la propria memoria e la propria identità, fino a raggiungere, con qualsiasi mezzo possibile, la meta da cui si è stati conquistati. Trovare pace per qualche giorno e poi ripartire di nuovo, invaghiti da un'altra destinazione. Lo strano caso di Albert Dadas, viaggiatore suo malgrado, venne studiato dallo psichiatra Philippe Tissié e divenne oggetto del pamphlet dal poetico titolo I viaggiatori folli. Una disamina scientifica che rese celebre il primo episodio noto di dromomania, consegnandolo alla storia e ispirando (curiose) installazioni di arte contemporanea, come quella in cui si imbatte Line al MoMA di New York nel 2012.   
Viaggiatore suo malgrado, Albert Dadas, come la giovane atleta somala Samia Yusuf Omar che, in quell’estate, non potrà partecipare alle Olimpiadi di Londra perché annegata nel Mediterraneo, insieme ad altri disperati, senza nome e senza corpo, nel vano tentativo di raggiungere l’Occidente.
Samia indossava le scarpe da ginnastica per dimenticare la morte, il terrore, i dispersi. Un paio di scarpette e via, veloce, concentrarsi sul respiro, essere finalmente libera; intorno a lei c’era la guerra, ma la testa era altrove. Ultima nei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino del 2008, si era sentita importante, nonostante i suoi diciassette anni e la semplicità di una T-shirt troppo più ampia di lei. Di Samia, nell’estate del 2012, resterà solo il ricordo del connazionale, campione olimpico, Abdi-Bile.
Le parole di Abdi-Bile entrano nell’appartamento newyorkese in cui Line sta leggendo la storia dei viaggiatori folli. Le fughe di Albert Dadas si sovrappongono alla corsa di Samia che si sovrappone agli spostamenti del padre di Line, al viaggio di sua cugina verso il Canada, all’aereo non preso da suo cugino e a tutte le storie dei viaggiatori loro malgrado che si perderanno nei ricordi.
Minh Tran Huy, nata e cresciuta in Francia da genitori vietnamiti, incrocia vicende personali con storie meno note, costruendo una narrazione di andate e ritorni, silenzio e movimento, della perenna ricerca di chi, sradicato dalle proprie origini per i motivi più disparati, vaga cercando il posto giusto nel mondo, un luogo in cui potersi sentire a casa.

Min Tranh Huy, Viaggiatore suo malgrado (Voyageur malgré lui), traduzione di Giusi Valent, ObarraO edizioni.