giovedì 7 giugno 2018

L’arte di raccontare



Ieri, l’apprendista consulente che bazzica in ufficio mi ha chiesto se potevo dare un’occhiata alla sua relazione, prima d’inviarla al grande Capo. «Se capisce?».
Poco, molto poco. Se capisce che, nonostante una laurea triennale e le diavolerie su cui digitiamo compulsivamente ogni giorno, esprimere chiaramente un concetto non è cosa scontata.
«Non puoi mettere la punteggiatura a caso e non puoi pretendere che tutti comprendano cosa ti frulli per la testa. Qui il soggetto dov’è? Questo, questo, questo… Questo chi? Poi, scusami, cosa significa questo termine?». Mi guarda inebetito, prende il cellulare e dice ok Google?, pronunciando il termine in questione. Io, ancora più inebetita, lo osservo armeggiare col cellulare e torno alla mia scrivania sentendomi ormai donna anziana. 
Ok Google.
Alcuni di noi trascorrono la giornata scrivendo. Email, relazioni, verbali, circolari interne. Generalmente robe noiosissime, scritte con abbondanti formule rituali. Meglio se oscure e intraducibili in italiano (l’arte di complicare concetti semplici). Poi c’è chi, pur facendo altro nella vita, ha il dono di trasformare un banale incidente domestico (il mio, nella fattispecie), in un racconto che sa di abbracci e canzoni d’altri tempi. Amanda lo sa fare meravigliosamente bene. Leggete qui.   

mercoledì 6 giugno 2018

Il ritorno dello scarponcino. Monte Amaro di Opi

Val Fondillo - Foto gentilmente concesse dal coniuge

Domenica scorsa abbiamo ufficialmente inaugurato la stagione dello scarponcino, edizione 2018. Dopo appena tre anni, siamo finalmente riusciti a raggiungere il Monte Amaro da Val Fondillo (Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). Niente di particolarmente impegnativo, ma fino ad oggi non eravamo mai stati in grado di conciliare i nostri tempi con quelli dei camosci, tipetti riservati che gradirebbero amoreggiare lontano dagli sguardi degli escursionisti. Sicché, negli scorsi anni, un avviso di regolamentazione del flusso turistico aveva puntualmente ostacolato la nostra salita lungo il sentiero F1, facendoci ripiegare (si fa per dire, perché tutta la zona è meravigliosa) verso altre mete.
Ma questa volta abbiamo giocato d’anticipo, e gli 800 metri di dislivello in una giornata dal cielo terso ci hanno regalato uno sguardo dall’alto sul Lago di Barrea e sui paesetti della verdeggiante Val Fondillo.

Cima del Monte Amaro di Opi
Questi 1862 metri si raggiungono in 2 ore e mezza da Val Fondillo, camminando tra faggi, ginepri e alberi dai fiori gialli (evito di fare figuracce menzionando a sproposito termini botanici). Un sentiero alla portata di tutti. Pure di un gruppo di camminatori rumorosi che ha confuso la montagna con la goliardica partita a calcetto tra amici del venerdì sera. Non sono le Dolomiti, ma dovremmo ricordarci sempre che anche le piccole cime appenniniche del centro Italia meritano rispetto.
Il silenzio ci permette di ascoltare i nostri pensieri, aiuta a ritrovarci e non infastidisce i camosci del parco…

Camosci in posa. 


lunedì 14 maggio 2018

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio


Giravo intorno ai libri di Donatella Di Pietrantonio da parecchio tempo, ma l’occasione d’iniziare a leggerne uno è arrivata solo qualche giorno fa, grazie alla proposta del gruppo di lettura del baretto. Quelli del baretto sono gli amici divenuti tali libro dopo libro; un gruppo informale che ancora non ha ben deciso se sia meglio incontrarsi in una nota  libreria della Capitale (indipendente dai grossi gruppi editoriali) o in un baretto, che spesso ci accoglie con aperitivi abbondanti (elemento che incrementa l’indecisione). Talvolta è complicato incastrare i miei orari di lavoro con i luoghi d’incontro del gruppo, però mi piace ascoltare l’opinione di altri lettori su libri di recente pubblicazione, solitamente autori contemporanei di cui, forse, avrei continuato a rimandare la lettura.
Con l’ebook di Donatella Di Pietrantonio tra le mani ho finalmente iniziato a pronunciare il titolo corretto del libro: l’Arminuta e non l’Arminauta, come mi sono ostinata a ripetere fino alla settimana scorsa. Che poi, a ben pensarci, la parola “arminauta” ricorda per assonanza quella di astronauta, cosmonauta, persona che viaggia nello spazio, e racchiude un alone di mistero e fascino. Niente di troppo diverso da ciò che deve esser stata “la ritornata” per i ragazzi del paesino abruzzese in cui è ambientata la storia.
Donatella Di Pietrantonio racconta in forma romanzata la pratica, a quanto pare piuttosto diffusa nell’Abruzzo degli anni Sessanta, del “donare i figli”: le madri di famiglie numerose e indigenti davano in dono i propri figli a coppie sterili, benestanti, che avrebbero potuto garantire un futuro migliore a quei neonati in sovrannumero, procreati per caso. A volte le seconde madri erano parenti dei genitori biologici e neppure veniva cambiato il cognome del bambino che avrebbero allevato.
A tredici anni, l’Arminuta, ignara d’esser stata “adottata” da sua zia quando aveva appena sei mesi, viene restituita alla sua famiglia d’origine. Si ritrova circondata da fratelli che non conosce, da una madre che non sa come chiamare, da un dialetto che non capisce e di cui si vergogna, dall’odore di urina che impregna i materassi, dalla spontaneità di una sorella di undici anni che l’aiuterà a cavarsela nella nuova vita.
La Di Pietrantonio ha scritto un bel romanzo, in cui un italiano poetico si mescola ad espressioni dialettali che rievocano un’Italia remota. Un dialetto in cui il verbo donare esiste nella sola forma raccontata nel romanzo del “donare i bambini”, così come non esiste il verbo tornare che diventa un “ri-venire”.
Più che un romanzo sulla maternità mi è sembrato un romanzo sull’esser figli, sulla ricerca di quel luogo sicuro che dovrebbe essere l’appartenenza, sapere chi poter abbracciare quando ci si sente smarriti. L’Arminuta non sa dove rifugiarsi. Porta in sé due mondi diversi e due forme d’amore contrastanti: l’affetto della prima madre, racchiuso in una coscia di pollo e un uovo sbattuto con la marsala, e l’accudimento dell’altra madre, che si manifesta in un corso di nuoto, un cappotto nuovo, le lezioni di danza. Due modi d’amare inconciliabili che fanno rimpiangere le “mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé”. Due modi d’agire di cui comprenderemo le motivazioni solo alla fine del romanzo, quando anche l’Arminuta potrà rappacificarsi col suo destino di bambina donata e restituita.
Una lettura piacevole.

domenica 6 maggio 2018

La libertà di evadere. #BlogNotesMaggio


Tutto è iniziato il giorno in cui Pina, una delle signore del gruppo di lettura della biblioteca, mi chiama in disparte. “Faccio parte di un’associazione di volontariato che svolge diverse attività; ti andrebbe di avviare un progetto di lettura in un carcere della zona?”.
Nella mia vita precedente ho lavorato anche in contesti complessi, ma non avevo mai pensato ad un’esperienza di volontariato in carcere. Gestire un gruppo di lettura, poi. Dove? In carcere?
Ho pensato all’espressione di mio padre, semmai avessi deciso di parlargliene (“Quella gente non merita niente”, poi si sarebbe alzato per andar a fare cose più produttive di ciò che fa la figlia); ho pensato a quei crimini che mai e poi mai potrei perdonare a chicchessia. Poi ho riflettuto su vicende accadute in passato a persone a me molto care; a scelte sbagliate, ai tanti casi della vita. Ho pensato che forse non ne avevo le competenze né le capacità, che è facile coordinare un gruppo di lettori in biblioteca, gente che legge abitualmente, che ha la libertà di andare in un luogo frequentato da altri lettori, acquistare un libro, scaricarsi un ebook. Ma in carcere?
È cominciata così quest’esperienza, con tante domande e un lavoro su me stessa, sui miei dubbi, sulle mie paure.
Avevo un’idea molto cinematografica degli istituti penitenziari: luoghi di maltrattamenti fisici inauditi o, al contrario, luoghi di rinascita, dai quali si può uscire con una nuova identità: un diploma, una laurea, un corso di teatro, un’esperienza lavorativa in una cooperativa agricola, in un vigneto, nell’artigianato. Avevo letto articoli su esperienze che dimostravano la funzione rieducativa della pena; quelle sbarre non dovevano poi essere una cosa tanto difficile da sopportare. Ero anche convinta del fatto che in tutte le strutture penitenziarie italiane si adottassero gli stessi principi; ignoravo il ruolo fondamentale del direttore nell’organizzazione del carcere e le peculiarità di ciascuna sede. Ciò che vi racconterò, quindi, riguarda esclusivamente la Casa Circondariale di Velletri; magari Regina Coeli  o Rebibbia avranno tutt’altra gestione. 
Un passo dopo l’altro, ho iniziato a scoprire un mondo intricato come i suoi corridoi, in cui non riesco ancora a raccapezzarmi. È tutto un aprire e chiudere le sbarre, ogni corridoio sembra uguale all’altro.
Prima di quest’esperienza, scherzando, m’era capitato di dire che in fondo sarei andata volentieri in carcere per qualche mese: avrei finalmente avuto un sacco di tempo per leggere. Poi guardo la biblioteca: una stanzetta senza finestre, stipata di donazioni provenienti da scantinati e soffitte polverose. Ho bisogno di liberarmi della biblioteca ereditata dalla prozia, nessun libraio si sognerebbe mai di acquistare libri invendibili, faccio la mia buona azione della giornata e li regalo al carcere più vicino. Ci sono classici, narrativa contemporanea (Fabio Volo, Moccia e Wilburn Smith in gran quantità), ma anche testi sconosciuti in lingue oggettivamente poco diffuse sul territorio nazionale (cosa ci facciano libri in olandese in una Casa Circondariale dei Castelli Romani è un mistero su cui mi arrovello da quando li ho visti la prima volta). Ci sono tanti romanzi datati e sconosciuti: non li chiederà mai in prestito nessuno.
La biblioteca è all’interno del carcere, però i detenuti non possono accedervi. “Ovvio”, ha commentato qualcuno, “altrimenti non starebbero in carcere!” Sarà… 
Il metodo di istigazione alla lettura è molto efficace. Il detenuto dovrebbe decidere di aver voglia di leggere un libro; fare la richiesta allo scrivano (ossia il detenuto che si occupa di aiutare gli altri a preparare istanze, scrivere lettere e, nel nostro caso, portare la richiesta del prestito di un libro alla persona competente); quindi il detenuto con la funzione di bibliotecario verifica che il titolo in questione sia in biblioteca, lo dà allo scrivano che lo consegna al richiedente. Facile no?
Considerando i presupposti, l’idea di organizzare un gruppo di lettura, inteso in maniera classica (ciascun partecipante ha una copia del libro, lo legge autonomamente e poi se ne discute durante l’incontro), si è affiancata ad un piano B. Poiché i detenuti non possono andare in biblioteca, portiamo la biblioteca ai nostri incontri. Suggerisco titoli, parlo di altri libri, chiedo se abbiano letto qualcosa dall’ultimo incontro, condividiamo esperienze di lettura diverse.
Non è detto che all’incontro successivo troverò le 30 persone dell’incontro precedente; qualcuno viene solo per guadagnare punti che avvalorino la buona condotta, qualcuno non ha mai preso in mano un libro in vita sua e non pensa lo farà mai, ma ama le storie, gli piace sentirsele raccontare; qualcuno scrive racconti e ti chiede se tu sia interessato a leggerli; moltissimi scrivono poesie; tanti chiedono di poter leggere poesie d’amore. Qualcuno ha iniziato a leggere da quando è in carcere (“dall’ultima volta che sei venuta ad oggi, ho letto 4 libri, uno a settimana”), qualcuno non riesce più a leggere da quando è in carcere (“Prima leggevo tantissimo. Ora mi è impossibile. La tv sempre accesa, c’è sempre troppo rumore, non trovo il mio angolo, non riesco a concentrarmi”).
La televisione. I detenuti non possono andare in biblioteca, non ci sono libri nelle aree comuni, fino a qualche mese fa nessuno aveva pensato di mettere in piedi un sistema di prestito interbibliotecario tra l’istituto penitenziario e le biblioteche pubbliche locali (sebbene esista un protocollo d’intesa per la promozione e la gestione dei servizi di biblioteca negli istituti penitenziari italiani, sottoscritto dall’Associazione italiana biblioteche e dal Ministero della Giustizia), però c’è un televisore in ogni cella e un televisore in tutte le aree comuni. Il potere delle armi di distrazione di massa.
“Ora tu pensi che andando in carcere a promuovere la lettura, quei delinquenti diventeranno tutte brave persone, usciranno da lì e la prima cosa che faranno sarà andar a comprare un libro?”. Me l’hanno ripetuto in parecchi.
Ora io non penso niente, a cominciare dal fatto che la lettura ci renda persone migliori. Ogni volta che entro in auto, nel mio sabato galeotto, inizia la battaglia con l’inquietudine. Saranno le stesse persone della volta scorsa? Ma quel ragazzetto schivo cosa avrà combinato per esser lì? E quel signore tanto gentile che continua a ripetermi, quasi scusandosi, “Io non ero mai stato in carcere prima” , come a volersi distinguere dagli altri, che crimine avrà commesso? E io, che mi prendo la libertà di andare lì e farli evadere, raccontando storie altrui, sto facendo la cosa giusta?
Io non so se ci sia una cosa giusta, non so se un libro possa fare la differenza, non so se questo progetto si trasformerà in un programma stabile, se riusciremo mai a far diventare questo carcere un punto di prestito interbibliotecario; se una volta uscite, queste persone torneranno a delinquere o meno.
Ho una sola certezza: la pena, intesa come mera privazione della libertà, non serve a nulla. Restare anni in attesa di un processo, senza alcun rapporto con l’esterno, senza un lavoro, senza un sistema volto a mostrare delle alternative, non ti farà diventare una persona migliore. Non credo fosse questo il sistema di rieducazione del condannato che avevano in mente i nostri padri costituenti quando scrissero l’art. 27 della Costituzione.   
Ho impiegato molto tempo prima di decidermi a raccontare quest’esperienza e ho avuto difficoltà nel trovare le parole giuste (sempre che ci sia riuscita) perché quelle sbarre mi hanno destabilizzato, hanno rimesso in discussione ciò che fino a pochi mesi fa credevo essere punti fermi. Insomma, questo post mi è servito per rompere il ghiaccio e ringrazio il Maggio dei Libri e la blogger Simona Scravaglieri che mi hanno fornito il pretesto giusto per iniziare a parlarne. Non potevo tirarmi indietro di fronte al tema la Lettura come Libertà, sbaglio?
Ringrazio doppiamente gli organizzatori dell’evento e le case editrici Rizzoli, La Giuntina e Neri Pozza per aver accolto la mia richiesta e aver donato alcuni romanzi che nei prossimi giorni entreranno a far parte della biblioteca della casa circondariale. Romanzi che ho letto di recente e che credo potranno suscitare interesse e stimolare un vivace dibattito con i detenuti. Spero di potervene parlare presto.


Questo post rientra nel progetto #blognotesmaggio, sapientemente coordinato da Simona Scravaglieri (la donna a cui non sfugge neanche la più piccola della case editrici esistenti in Italia), che è riuscita a coinvolgere una ciurma di blogger e vlogger (gente strana che fa un sacco di video) che, neanche a dirlo, vi proporranno libri in tutte le salse. Gente che parla di libri tutto l’anno, ma che a maggio dà il meglio di sé. Sbirciare per credere:
Il grande capo, Simona Scravaglieri – LettureSconclusionate
Direttamente dalla Spagna, Nereia - Librangoloacuto
Erica – La leggivendola 
Francesca - Gli amabili libri 
La vlogger Selvaggia
La superlettrice Paola Sabatini special guest su LettureSconclusionate
Giada di Dada who? 
L'ideatrice di #BlogNotes (e di una marea di altre cose) Laura Ganzetti - Il tè tostato

venerdì 4 maggio 2018

L'altra Praga


Andai a Praga nell’autunno del lontano 2005. Arrivai in autobus dalla Danimarca; una sorta di viaggio di lavoro, anche se il lavoro era una forma di volontariato internazionale. Faceva un freddo della miseria, alloggiammo tre/quattro giorni nelle campagne praghesi in mezzo al nulla e una mattina lasciammo la campagna per la città di K. Ricordo l’emozione nel camminare sul Karlův Most immerso nella nebbia, un violinista che suonava per abitudine o per piacere, certamente non per denaro, visto che il ponte era semideserto; ricordo i minuti trascorsi con il naso all’insù nella piazza della Città Vecchia (Staroměstské nàměsti) aspettando che scoccassero le 00 di non so più che ora per veder sbucare gli apostoli dalle finestrelle dell’orologio astronomico. Poi ricordo il terrore di smarrire i ragazzini che mi erano stati affidati. Quindi, di Praga non mi rimase più nulla, se non il desiderio di tornarci.

Ho atteso parecchi anni prima di organizzare questo viaggetto scegliendo una data infelice: un bel ponte del Primo Maggio, in cui i datori di lavoro non hanno nulla da eccepire di fronte a un paio di giorni di ferie. Peccato che mezza Europa approfitti degli stessi due giorni per lasciare il caos della quotidianità e per immergersi nel bagno di turisti che invade le più belle città a portata di voli low cost.
Lo shock di ritrovarmi in un luogo così turistico è stato forte. Me l’aspettavo cambiata; sapevo che era diventata una meta molto ambita, ma non credevo di trovare una marea di gente in uno spazio relativamente piccolo. Quindi, non starò qui a parlarvi della Praga magica di cui si legge in giro, sebbene anche questa volta abbia trascorso più tempo con il naso all’insù che con la mente rivolta all’ipotetico borseggiatore di turno.
Di questo viaggio non dimenticherò:
- il quartiere ebraico di Josefov. Niente che somigli alle foto in bianco e nero presenti nella sinagoga Maisel o in altri musei della città, ma resta una zona particolare, con interessanti edifici Art Nouveau. Le sinagoghe sono tutte visitabili ad eccezione della Vysoka, recentemente riconsacrata al culto. La più nota resta la Staronová synagoga (Vecchia-Nuova, chiamata “Nuova” perché all’epoca della sua costruzione, nel 1270, ce n’era un’altra; cambiò il nome in Vecchia-Nuova quando venne sostituita da una nuova sinagoga nel XVI secolo). È la sinagoga più antica d’Europa, ma mi ha emozionato meno della sinagoga Pinkas, trasformata dopo la Seconda guerra mondiale in monumento ebraico alle vittime del nazismo. 

Le pareti sono ricoperte da nomi, date di nascita e di morte delle quasi 80.000 vittime delle persecuzioni naziste. Durante la guerra dei Sei giorni, il Governo comunista fece rimbiancare le pareti, riportate allo stato originario solo alla fine del Novecento.
Ancora con il magone di fronte a tutti quei nomi, salgo al piano superiore dove è stato allestito un piccolo Museo dedicato ai disegni fatti dai bambini nel campo di Terezín. Disegni a colori, in bianco e nero, alcuni sofisticati, altri molto elementari; buona parte delle immagini rappresenta la vita all’interno del campo; qua è là, la raffigurazione dei carcerieri con volti semisorridenti. Strazianti. Dopo il 1944 di quei giovani artisti è rimasto ben poco. 

Altrettanto commovente l’esposizione situata al primo piano della Sinagoga Spagnola (stile moresco, stucchi dorati, decine di stelle di David orientaleggianti); qui viene illustrata la storia della comunità ebraica boema e morava dal XVIII secolo al dopoguerra. Le testimonianze delle restrizioni operate dai nazisti, le liste degli oggetti requisiti, le foto dell’epoca ricostruiscono con chiarezza pagine terribili della storia del Novecento.

Se si decide di dedicare una mezza giornata alla visita di tutte le sinagoghe si avrà un buon quadro della cultura, delle tradizioni e delle vicissitudini storiche che hanno caratterizzato la vita del ghetto di Praga dalla sua origine agli anni più recenti. Imperdibile la visita all’antico cimitero ebraico

Lapidi disposte in modo disordinato, iscrizioni sulle tombe ormai cancellate dal trascorrere degli anni; pietre inclinate le une sulle altre eppure miracolosamente in equilibrio; qualche sassolino lasciato sulle tombe a mo’ di preghiera dai tanti visitatori. Molti turisti, ma l’atmosfera del luogo è tale da far tacere anche chi aveva sghignazzato fino a due secondi prima di entrare.
- Il museo di Franz Kafka. Foto, lettere, corrispondenza commerciale, passaporti, visti, certificati medici, schizzi, un filmato che proietta immagini in bianco e nero di una Praga distorta, sfocata, in continuo movimento. 
Il sottofondo sonoro è martellante, cupo, malinconico. Non se ne esce rappacificati con il mondo e non so neppure fino a che punto Kafka avrebbe approvato; comunque, io ho apprezzato molto questa full immersion nell’universo kafkiano.
Un ulteriore stimolo per leggere opere mai sfogliate e per rileggere quei romanzi di Kafka che anni fa mi avevano lasciato perplessa.
In generale i turisti dedicano poca attenzione a questo museo. Preferiscono fermarsi sulla piazzetta antistante l’ingresso per fotografare la curiosa creazione di David Černý: le statue di due uomini che urinano dentro una vaschetta avente la forma della Repubblica Ceca. Mi sfugge totalmente il senso dell’opera; capisco ancor meno il perché di tante foto. Ma è colpa mia: ho un problema con l’arte contemporanea. Negli spazi del Rudolfinum (sede della Filarmonica ceca), per dire, c’era l’installazione di tal Mat Collishaw. L’ho visitata per caso (ero entrata nel Rudolfinum per acquistare il biglietto per un concerto) e ancora mi chiedo cosa avessero da commentare quei ragazzi che osservavano la rappresentazione di due toast smangiucchiati ai lati, sovrapposti, contenenti entrambi prosciutto cotto. Un’altra forma di natura morta.  


- La rapida visita al Klementinum e alla sua biblioteca in stile barocco. È possibile visitare il complesso museale solo attraverso una visita guidata che dovrebbe durare 45 minuti. In realtà, la visita è durata pochissimo; la biblioteca s’intravede affacciandosi dalla porta aperta e alternandosi con le altre 15/20 persone del gruppo. Poi ci si inerpica su una scaletta (e credo sia venuto a tutti qualche dubbio sulla messa in sicurezza del luogo) per visitare la torre astronomica e, arrivati in cima, restare senza fiato davanti all’incantevole panorama sulla città.
- Il mio primo assenzio, sorseggiato in una rilassante Absintherie, con tanto di taccuino alla mano. La triste consapevolezza che non basta un distillato ad alta gradazione alcolica per trasformarsi in un Hemingway.
- I ragazzi davanti al muro di John Lennon, diventato semplicemente un muro coloratissimo, mentre intonano Imagine

Intanto i commercianti approfittano della popolarità del luogo per aprire un ristorante a tema.

- Uscire da Yellow submarine e imbattersi in un coro che canta a cappella Oh Happy day! il Primo Maggio sulle rive della Moldava. Applauditissimi. Mah…
- La sproporzione tra il costo dei biglietti per visitare le attrazioni della città e il costo medio per una buona cena. Circa 13 euro per l’audioguida che illustra la storia del Castello (€ 13 che si aggiungono ai 10 euro del biglietto) contro gli scarsi 8 euro, mancia inclusa, per un pasto abbondante.
Capitolo mance: stando a quanto sostiene la guida Routard, la mancia viene lasciata solo per compensare i bassi salari dei camerieri (come da noi, per intenderci). Di fatto, in alcuni locali, ci siam visti presentare un conto con un timbro apposto in rosso in cui si specificava che normalmente si aggiunge il 10% al totale del conto, e il cameriere di turno diventava improvvisamente loquace e gentile nello spiegarci che bisognava pagare il servizio (il cui costo non viene riportato nel menù).
Dei praghesi non ricorderò la cordialità: ruvidi, di poche parole e ancor meno sorrisi.

Poi ci son state le passeggiate senza meta tra le vie del quartiere Malá Strana, la riposante birretta sull’isola di Kampa dopo aver camminato uno sproposito, le ultime pagine di Una solitudine troppo rumorosa immersa nel verde della collina di Petřín.

Nonostante la moltitudine molto rumorosa dei giorni praghesi e nonostante il cielo azzurissimo, questo viaggio mi ha lasciato una malinconia che non riesco a spiccicarmi di dosso. Colpa di Kafka e Hrabal? Di quelle piazzette in cui capiti per caso e che ancora conservano la magia della Praga d’oro?
Chissà…


Altre due care amiche hanno raccontato la loro Praga letteraria e fisica qui e qui.
Qui, invece, si può ripercorrere la Praga di Franz Kafka.
I nostalgici delle librerie di seconda mano in stile Shakespeare and Company parigina ne troveranno una molto accogliente nel quartiere di Malá Strana, a due passi dal Franz Kafka Museum. 

  

giovedì 26 aprile 2018

Nemico, amico, amante… Alice Munro


La scelta del libro del mese per il gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino non è mai facile. Bisogna valutare le proposte dei partecipanti, ma ci sono anche persone che non amano né proporre né votare. Preferiscono affidarsi alla coordinatrice, che sarei io. All’inizio non mi facevo troppe paturnie; pensavo ai libri che mi avevano colpito, a quelli che ben si sarebbero prestati a uno scambio di opinioni, controllavo il numero di copie presenti in biblioteca (è un gdl che ruota intorno alla biblioteca, quindi i partecipanti dovrebbero avvalersi del prestito bibliotecario e non del proprio portafogli) e deliberavo. Al massimo, lanciavo il sondaggio considerando 2/3 titoli diversi. Poi la partecipazione è aumentata a dismisura, i lettori sono diventati sempre più esigenti e la selezione è diventata sempre più ardua.
Mai letto una raccolta di racconti in due anni. Ho pensato fosse arrivato il momento di osare, utilizzando il salvagente Alice Munro: premiata con il Nobel nel 2013 come “maestra del racconto contemporaneo”, racconti ben costruiti, con protagoniste in cui potersi ritrovare. Perfetto per un gruppo costituito prevalentemente da donne. Com’è andata? Lo racconto qui.
Tra le diverse raccolte di racconti che ho letto della Munro, sono rimasta affezionata alla mia prima lettura, Nemico, amico, amante… Non so neppure spiegarne le ragioni, visto che, a distanza di nove anni, di quei racconti non ricordavo granché. Forse ad ammaliarmi era stato il piacere della scoperta: aver trovato al momento giusto qualcuno che sapesse parlare delle frustrazioni della quotidianità e che fosse stata in grado di trasformare pezzi della propria vita in una narrazione universalmente valida. Matrimoni che resistono nonostante la cappa opprimente a tavola, corteggiatori titubanti e smaniosi di un contatto fisico divenuti mariti risoluti e critici; piccoli tradimenti, frasi pensate e mai dette; una profonda solitudine anche quando, apparentemente, va tutto bene.
Diceva di amarlo, ed entro certi limiti era anche sincera, e voleva essere amata da lui, ma c’era un fievole ronzio di odio che accompagnava l’amore, quasi sempre. […]
Il patteggiamento era già in atto.
da Post and Beam
  

La rilettura è stata più lenta del primo approccio con il libro. Avevo ben in mente il primo matrimonio della scrittrice a vent’anni, che era stato sì un matrimonio d’amore ma anche una soluzione pratica per venir fuori dai problemi economici, terminare gli studi e consolidare il rapporto con ragazzo carino, Jim Munro, dal cognome migliore di quello di Alice (“Ho preso il suo nome e me lo sono tenuto perché è meglio del mio”); affascinato dalle passioni della giovane moglie, dal suo essere sempre persa in un libro o in una frase. Conoscevo le ristrettezze economiche vissute dalla scrittrice durante l’adolescenza, il suo pessimo rapporto con la matrigna, la prima occupazione del padre (allevatore di volpi argentate), abbandonata durante la seconda guerra mondiale quando era stato costretto ad accettare un lavoro in fabbrica. Conoscevo il rapporto della Munro con Vancouver, le motivazioni per le quali scriveva prevalentemente racconti (“Per via del mio lavoro da casalinga. Non ho mai avuto un anno in cui lavorare alla stessa cosa. Il mio lavoro era sempre interrotto. Non potevo nemmeno lontanamente pensare ad un romanzo”).
Insomma, pur non ricordando la trama dei racconti, sapevo cosa avrei trovato in quelle storie. Nella rilettura ormai mancava l’elemento sorpresa ed è stata meno appassionante della scoperta. Però, è rimasto intatto il piacere di poter osservare, di nuovo, la capacità della Munro nel delineare tutte le sfaccettature della personalità di una donna: la forza, la risolutezza, la paura di sbagliare, l’indecisione, la vulnerabilità, l’intelligenza che certi uomini confondono con la freddezza (è l’intelligenza a mantenerla fredda. Intelligente significa fredda per una donna), la vitalità, la solitudine, l’ironia, la capacità di stringere i denti e alzare la testa.
Magnifica traduzione di Susanna Basso che fa percepire la meticolosa scelta delle parole e l’amore incondizionato che la Munro riversa nella scrittura.
Film tratto dal racconto "The Bear Come over the Mountain"

Alice Munro, Nemico, amico, amante… (titolo originale Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage), traduzione Susanna Basso, Einaudi, 2003.

giovedì 22 marzo 2018

Ma i libri danno felicità?


La fascinazione dei festival e delle fiere del libro è passata (cresciamo tutti e il parco giochi non esercita più il potere di una volta), però c’è Libri come a due passi, parlano addirittura di felicità, che faccio? Non vado?
A differenza delle precedenti edizioni, quest’anno non mi sono organizzata, non ho comprato alcun biglietto in prevendita, non so a che ora mi libererò dagli impegni di lavoro, è previsto il nubifragio, però confido nella felicità promessa. Prendo la metro e noto una cospicua presenza di scozzesi in kilt. Se la cantano allegramente. Ma che belli!, chissà dove andranno. Immersa nel mio universo parallelo, comprendo che andranno all’Olimpico solo all’uscita dalla metro, quando vengo travolta da una marea di scozzesi che, incuranti del semaforo rosso, della pioggia, del tram, dei romani che strombazzano di fronte a una massa di pedoni che hanno bloccato completamente la circolazione, camminano spediti verso il Super Saturday del Sei Nazioni del rugby. Ed è sicuramente felicità quel boato che mi avvolge nel momento in cui i tifosi incrociano il pullman dei giocatori. Volano berretti, si alzano bottiglie di birra, si agitano i kilt. Come in un romanzo.
Io, intanto, riesco a sgattaiolar via e mi avvicino alle pagine svolazzanti dell’Auditorium.

Biglietti esauriti per buona parte degli incontri a cui avrei voluto assistere; mi lascio guidare dal Caso. E il Caso vuole che il primo incontro sia su Sudeste, libro dello scrittore argentino Haroldo Conti, poco conosciuto in Italia, appena pubblicato dai tipi di Exòrma nella traduzione di Marino Magliani.
Haroldo Conti venne sequestrato il 5 maggio 1976, dopo il golpe militare in Argentina e, per dirla con le parole di Magliani, fatto sparire da Videla, il dittatore dal volto malinconico. Dello scrittore del Delta del fiume Paranà, impegnato politicamente, narratore di canali, piccole isole e grandi solitudini, io non sapevo alcunché. Così come ignoravo alcune delle vicende politiche raccontate da Marino Magliani e i tanti titoli di opere non ancora tradotte in Italia. «Continuiamo ad avere la percezione che la letteratura sudamericana sia solo realismo magico. Ma non è così. C’è tutta una fetta di letteratura da scoprire».


Esco dalla poetica del fiume e inizio a camminare sulla ghiaia dei vialetti della Reggia di Caserta. Luogo di cui ricordo solo il caldo soffocante della prima e unica volta in cui vi andai.
Giusi Marchetta ci guida tra le statue del Vanvitelli e le enormi vasche della Reggia, ci racconta di come possa perseguitarci l’infanzia e di quella sensazione che si prova addentrandosi tra i giardini della Reggia: “accade una cosa misteriosa. I rumori si fanno così distanti da non sentire più nulla. Una specie di distopia”.
Mentre penso a come un luogo che sa tanto di passato possa evocare una sensazione distopica, cado nella Selva oscura di Nicole Krauss, presentato da Wlodek Goldkorn come il miglior libro uscito di recente. Confessione del giorno: tutte le volte in cui Goldkorn ha presentato qualche libro di cui era incredibilmente entusiasta, io sono uscita dalla sala completamente spaesata, perché il suo punto di vista viene regolarmente smentito dall’autore del romanzo. Però, per qualche misteriosa alchimia, finisco sempre per acquistare il libro e invaghirmene. 
E finirò in libreria anche questa volta, tentata da una storia ambientata a Tel Aviv, in cui c’è di mezzo il perdersi e il ritrovarsi, uscire dagli schemi e spezzare le vecchie forme della nostra vita che non sono più calzanti con ciò che siamo diventati, Dante, Kafka e Gogol… Troppa roba per poter resistere.
Gli incontri si sovrappongono, gli scrittori parlano della genesi dei loro libri, delle giornate trascorse in luoghi isolati in cui trovano rifugio per scrivere, di lunghe camminate, di luoghi affollati che hanno ispirato questo o quel romanzo. Un caos.
Quindi la scrittura dà felicità? Sì, stando alle ossessioni di alcuni grandi autori, raccontate da Annalena Benini (Marina Cvetaeva: la mia vacanza è il tavolo su cui lavoro ogni giorno. Oppure Alice Munro che scansa dalla scrivania le figlie piccole, perché il piacere della scrittura viene prima degli affetti).
Scrittura e felicità? No, stando alle testimonianze di Antonio Moresco, per il quale la scrittura è una parete verticale di cui non si vede mai la cima, o per Michela Murgia, che scrive solo quando è profondamente infelice, così infelice da avvertire l’urgenza di denunciare qualcosa al resto del mondo (“Scrivere è un gesto politico. I libri che ti spiazzano sono quelli che ti costringono a guardare nell’angolo”), o per Alessandro Zaccuri (“La vera felicità non è scrivere. Felicità potrebbe essere quella di chi viene pagato per leggere ciò che desidera”). Mi sento immediatamente in sintonia con Zaccuri.
E il blocco dello scrittore esiste?
Dipende. Sì, se sei uno scrittore di narrativa; no, se scrivi gialli. “Devo scrivere un libro all’anno. Non posso permettermi il blocco dello scrittore”, dice candidamente Ian Rankin, giallista scozzese, che scrive i suoi libri di getto (altrimenti perderebbero la tensione che un giallo deve avere), e per il quale la felicità è trovare rifugio nel tepore di un pub.
Poi, c’è un altro tipo di scrittura. L’autrice non è presente fisicamente all’Auditorium ma la trovo in diverse conversazioni. È una donna che scrive solo di ciò che le sta veramente a cuore, che non ha bisogno dei pub, che sin dai banchi di scuola si è proposta di cercare e di raccontare solo la verità. Ne tracciano un ritratto bellissimo Cristina Comencini, Pierluigi Battista (“Io mi sono innamorato di questa donna”) e Sandra Petrignani. Parlano tutti di Natalia Ginzburg e della corsara che è stata.
Io ho diverse idee di felicità. Sono sempre cose piccole. In una giornata dal grigio cielo primaverile, felicità potrebbe essere anche tornare a casa e iniziare a leggere Le piccole virtù. 


giovedì 15 marzo 2018

Cicatrici, Juan José Saer


Ieri ho capito una cosa importante: non è bene proporre la lettura di un libro a un gruppo di lettura senza averlo letto in precedenza. Potrebbe sembrare una banalità, ma si corre il rischio di avvelenare la propria lettura del romanzo.
La mia copia
Cicatrici è uno di quei libri acquistati a scatola chiusa qualche tempo fa. Quel genio di Saer che snobba il realismo magico e mescola la lingua visionaria dei sudamericani con lo sperimentalismo dei francesi di metà Novecento. Così mi disse un lettore che stimo molto. E io mi fidai, pur sapendo che non sarebbe stata una lettura facile. Cicatrici è rimasto ad attendermi fino al mese scorso, quando ho stoltamente pensato di leggerlo insieme a uno dei vari gruppi di lettura che frequento. Un gruppo eterogeneo di lettori forti (potentissimi rispetto ai miei ritmi), eppure sin dal momento in cui ho annunciato il titolo scelto, ho avuto il presentimento che stessi commettendo un errore. Infatti…
Juan José Saer nacque nella provincia di Santa Fe (Argentina) nel 1937 da una famiglia di immigrati siriani, ma trascorse la maggior parte della sua vita a Parigi, in un appartamento sopra la stazione di Montparnasse. Pare fosse persona schiva, riservata, intenta a studiare l’uomo, le sue ossessioni e il suo agire e a raccontare l’Argentina da lontano.
Santa Fe, vista da Parigi, è una città cupa, immersa nella pioviggine, con gli alberi dei parchi avvolti da una penombra blu, una nebbia che toglie qualsiasi punto di riferimento e auto con i tergicristalli perennemente in funzione.  
Inizio a leggere la prima parte del romanzo e, sorvolando sulla minuziosa descrizione delle partite di biliardo tra Angelito, neo giornalista di cronaca al quotidiano La Regíon, e Tomatis, scrittore, giornalista e sciupafemmine, mi lascio trascinare dalla storia. Surreale ma neanche troppo insensata. Mi diverte seguire i passi di un giornalista che s’improvvisa meteorologo ("la mia funzione era più o meno quella di Dio"), che finge alla bisogna di avere uno zio che si chiama Philip Marlowe; un lettore appassionato e ossessionato dall’idea di avere un doppio. Una persona identica a sé, che indossa gli stessi abiti, che percorre le stesse strade ma che forse sta vivendo una vita che lui non può vivere. O che forse è la stessa vita con le stesse cicatrici.
Cervellotico. Arrivo alla fine della prima parte, cercando di capire dove sia l’equivoco (Saer, mi stai ingannando e lo scoprirò solo strada facendo, oppure non devo cercare altre interpretazioni che vadano oltre i fatti?) e mi ritrovo nel bel mezzo di una partita di punto banco. Delle regole del gioco non comprendo granché; finalmente, però, inizio a capire com’è strutturato il romanzo: quattro parti che si intersecano tra loro, gli stessi personaggi che diventano protagonisti di volta in volta di ciascun capitolo; di ciascun personaggio viene descritta la sua ossessione attraverso i fotogrammi della giornata. Un’azione dopo l’altra, senza giudizi esterni; ogni personaggio parla in prima persona: Angel descrive i momenti in cui incrocia il suo doppio in città; Sergio, ex avvocato ossessionato dal gioco, racconta le sue nottate intorno a un tavolo da gioco; Ernesto, giudice non onesto, racconta ossessivamente i passaggi della traduzione de Il ritratto di Dorian Gray; l’operaio Luis Fiore descrive minuziosamente l’ultima giornata trascorsa con sua moglie, prima di ucciderla. Non c’è una trama vera e propria; c’è un evento di cronaca: la morte della Gringa, la moglie di Luis Fiore, e ogni episodio della vita dei protagonisti termina con il delitto commesso da Fiore.
Nella follia del romanzo, Saer riesce a farti vedere le scene e a farti percepire l’alienazione dei personaggi e un senso di angoscia che non ti si stacca di dosso, un po’ come la pioviggine che permea il romanzo.
Ora, se non avessi proposto la condivisione della lettura di Cicatrici, quest’angoscia me la sarei tenuta per me. Avrei apprezzato Saer senza avvertire il peso della pioviggine che cadeva sul gruppo di lettura. Avrei fatto le mie considerazioni, avrei letto qualcos’altro di Saer senza sognarmi di regalare un libro del genere se non a persone di cui conosco bene i gusti. Invece no. Ho ascoltato con interesse l’opinione di chi avrebbe fatto volentieri a meno d’incrociare questo romanzo e di chi ne ha apprezzato l’intreccio narrativo, portando comunque a casa il senso di colpa per non aver suggerito una lettura diversa.
Tutto questo per dire che i gruppi di lettura sono una bella cosa, ma certe volte possono lasciare cicatrici indelebili.



Juan José Saer, Cicatrici (Titolo originale Cicatrices) traduzione dallo spagnolo (Argentina) di Gina Maneri, La nuova frontiera, 2012.
Qui una recensione di Fabio Stassi.