giovedì 22 marzo 2018

Ma i libri danno felicità?


La fascinazione dei festival e delle fiere del libro è passata (cresciamo tutti e il parco giochi non esercita più il potere di una volta), però c’è Libri come a due passi, parlano addirittura di felicità, che faccio? Non vado?
A differenza delle precedenti edizioni, quest’anno non mi sono organizzata, non ho comprato alcun biglietto in prevendita, non so a che ora mi libererò dagli impegni di lavoro, è previsto il nubifragio, però confido nella felicità promessa. Prendo la metro e noto una cospicua presenza di scozzesi in kilt. Se la cantano allegramente. Ma che belli!, chissà dove andranno. Immersa nel mio universo parallelo, comprendo che andranno all’Olimpico solo all’uscita dalla metro, quando vengo travolta da una marea di scozzesi che, incuranti del semaforo rosso, della pioggia, del tram, dei romani che strombazzano di fronte a una massa di pedoni che hanno bloccato completamente la circolazione, camminano spediti verso il Super Saturday del Sei Nazioni del rugby. Ed è sicuramente felicità quel boato che mi avvolge nel momento in cui i tifosi incrociano il pullman dei giocatori. Volano berretti, si alzano bottiglie di birra, si agitano i kilt. Come in un romanzo.
Io, intanto, riesco a sgattaiolar via e mi avvicino alle pagine svolazzanti dell’Auditorium.

Biglietti esauriti per buona parte degli incontri a cui avrei voluto assistere; mi lascio guidare dal Caso. E il Caso vuole che il primo incontro sia su Sudeste, libro dello scrittore argentino Haroldo Conti, poco conosciuto in Italia, appena pubblicato dai tipi di Exòrma nella traduzione di Marino Magliani.
Haroldo Conti venne sequestrato il 5 maggio 1976, dopo il golpe militare in Argentina e, per dirla con le parole di Magliani, fatto sparire da Videla, il dittatore dal volto malinconico. Dello scrittore del Delta del fiume Paranà, impegnato politicamente, narratore di canali, piccole isole e grandi solitudini, io non sapevo alcunché. Così come ignoravo alcune delle vicende politiche raccontate da Marino Magliani e i tanti titoli di opere non ancora tradotte in Italia. «Continuiamo ad avere la percezione che la letteratura sudamericana sia solo realismo magico. Ma non è così. C’è tutta una fetta di letteratura da scoprire».


Esco dalla poetica del fiume e inizio a camminare sulla ghiaia dei vialetti della Reggia di Caserta. Luogo di cui ricordo solo il caldo soffocante della prima e unica volta in cui vi andai.
Giusi Marchetta ci guida tra le statue del Vanvitelli e le enormi vasche della Reggia, ci racconta di come possa perseguitarci l’infanzia e di quella sensazione che si prova addentrandosi tra i giardini della Reggia: “accade una cosa misteriosa. I rumori si fanno così distanti da non sentire più nulla. Una specie di distopia”.
Mentre penso a come un luogo che sa tanto di passato possa evocare una sensazione distopica, cado nella Selva oscura di Nicole Krauss, presentato da Wlodek Goldkorn come il miglior libro uscito di recente. Confessione del giorno: tutte le volte in cui Goldkorn ha presentato qualche libro di cui era incredibilmente entusiasta, io sono uscita dalla sala completamente spaesata, perché il suo punto di vista viene regolarmente smentito dall’autore del romanzo. Però, per qualche misteriosa alchimia, finisco sempre per acquistare il libro e invaghirmene. 
E finirò in libreria anche questa volta, tentata da una storia ambientata a Tel Aviv, in cui c’è di mezzo il perdersi e il ritrovarsi, uscire dagli schemi e spezzare le vecchie forme della nostra vita che non sono più calzanti con ciò che siamo diventati, Dante, Kafka e Gogol… Troppa roba per poter resistere.
Gli incontri si sovrappongono, gli scrittori parlano della genesi dei loro libri, delle giornate trascorse in luoghi isolati in cui trovano rifugio per scrivere, di lunghe camminate, di luoghi affollati che hanno ispirato questo o quel romanzo. Un caos.
Quindi la scrittura dà felicità? Sì, stando alle ossessioni di alcuni grandi autori, raccontate da Annalena Benini (Marina Cvetaeva: la mia vacanza è il tavolo su cui lavoro ogni giorno. Oppure Alice Munro che scansa dalla scrivania le figlie piccole, perché il piacere della scrittura viene prima degli affetti).
Scrittura e felicità? No, stando alle testimonianze di Antonio Moresco, per il quale la scrittura è una parete verticale di cui non si vede mai la cima, o per Michela Murgia, che scrive solo quando è profondamente infelice, così infelice da avvertire l’urgenza di denunciare qualcosa al resto del mondo (“Scrivere è un gesto politico. I libri che ti spiazzano sono quelli che ti costringono a guardare nell’angolo”), o per Alessandro Zaccuri (“La vera felicità non è scrivere. Felicità potrebbe essere quella di chi viene pagato per leggere ciò che desidera”). Mi sento immediatamente in sintonia con Zaccuri.
E il blocco dello scrittore esiste?
Dipende. Sì, se sei uno scrittore di narrativa; no, se scrivi gialli. “Devo scrivere un libro all’anno. Non posso permettermi il blocco dello scrittore”, dice candidamente Ian Rankin, giallista scozzese, che scrive i suoi libri di getto (altrimenti perderebbero la tensione che un giallo deve avere), e per il quale la felicità è trovare rifugio nel tepore di un pub.
Poi, c’è un altro tipo di scrittura. L’autrice non è presente fisicamente all’Auditorium ma la trovo in diverse conversazioni. È una donna che scrive solo di ciò che le sta veramente a cuore, che non ha bisogno dei pub, che sin dai banchi di scuola si è proposta di cercare e di raccontare solo la verità. Ne tracciano un ritratto bellissimo Cristina Comencini, Pierluigi Battista (“Io mi sono innamorato di questa donna”) e Sandra Petrignani. Parlano tutti di Natalia Ginzburg e della corsara che è stata.
Io ho diverse idee di felicità. Sono sempre cose piccole. In una giornata dal grigio cielo primaverile, felicità potrebbe essere anche tornare a casa e iniziare a leggere Le piccole virtù. 


giovedì 15 marzo 2018

Cicatrici, Juan José Saer


Ieri ho capito una cosa importante: non è bene proporre la lettura di un libro a un gruppo di lettura senza averlo letto in precedenza. Potrebbe sembrare una banalità, ma si corre il rischio di avvelenare la propria lettura del romanzo.
La mia copia
Cicatrici è uno di quei libri acquistati a scatola chiusa qualche tempo fa. Quel genio di Saer che snobba il realismo magico e mescola la lingua visionaria dei sudamericani con lo sperimentalismo dei francesi di metà Novecento. Così mi disse un lettore che stimo molto. E io mi fidai, pur sapendo che non sarebbe stata una lettura facile. Cicatrici è rimasto ad attendermi fino al mese scorso, quando ho stoltamente pensato di leggerlo insieme a uno dei vari gruppi di lettura che frequento. Un gruppo eterogeneo di lettori forti (potentissimi rispetto ai miei ritmi), eppure sin dal momento in cui ho annunciato il titolo scelto, ho avuto il presentimento che stessi commettendo un errore. Infatti…
Juan José Saer nacque nella provincia di Santa Fe (Argentina) nel 1937 da una famiglia di immigrati siriani, ma trascorse la maggior parte della sua vita a Parigi, in un appartamento sopra la stazione di Montparnasse. Pare fosse persona schiva, riservata, intenta a studiare l’uomo, le sue ossessioni e il suo agire e a raccontare l’Argentina da lontano.
Santa Fe, vista da Parigi, è una città cupa, immersa nella pioviggine, con gli alberi dei parchi avvolti da una penombra blu, una nebbia che toglie qualsiasi punto di riferimento e auto con i tergicristalli perennemente in funzione.  
Inizio a leggere la prima parte del romanzo e, sorvolando sulla minuziosa descrizione delle partite di biliardo tra Angelito, neo giornalista di cronaca al quotidiano La Regíon, e Tomatis, scrittore, giornalista e sciupafemmine, mi lascio trascinare dalla storia. Surreale ma neanche troppo insensata. Mi diverte seguire i passi di un giornalista che s’improvvisa meteorologo ("la mia funzione era più o meno quella di Dio"), che finge alla bisogna di avere uno zio che si chiama Philip Marlowe; un lettore appassionato e ossessionato dall’idea di avere un doppio. Una persona identica a sé, che indossa gli stessi abiti, che percorre le stesse strade ma che forse sta vivendo una vita che lui non può vivere. O che forse è la stessa vita con le stesse cicatrici.
Cervellotico. Arrivo alla fine della prima parte, cercando di capire dove sia l’equivoco (Saer, mi stai ingannando e lo scoprirò solo strada facendo, oppure non devo cercare altre interpretazioni che vadano oltre i fatti?) e mi ritrovo nel bel mezzo di una partita di punto banco. Delle regole del gioco non comprendo granché; finalmente, però, inizio a capire com’è strutturato il romanzo: quattro parti che si intersecano tra loro, gli stessi personaggi che diventano protagonisti di volta in volta di ciascun capitolo; di ciascun personaggio viene descritta la sua ossessione attraverso i fotogrammi della giornata. Un’azione dopo l’altra, senza giudizi esterni; ogni personaggio parla in prima persona: Angel descrive i momenti in cui incrocia il suo doppio in città; Sergio, ex avvocato ossessionato dal gioco, racconta le sue nottate intorno a un tavolo da gioco; Ernesto, giudice non onesto, racconta ossessivamente i passaggi della traduzione de Il ritratto di Dorian Gray; l’operaio Luis Fiore descrive minuziosamente l’ultima giornata trascorsa con sua moglie, prima di ucciderla. Non c’è una trama vera e propria; c’è un evento di cronaca: la morte della Gringa, la moglie di Luis Fiore, e ogni episodio della vita dei protagonisti termina con il delitto commesso da Fiore.
Nella follia del romanzo, Saer riesce a farti vedere le scene e a farti percepire l’alienazione dei personaggi e un senso di angoscia che non ti si stacca di dosso, un po’ come la pioviggine che permea il romanzo.
Ora, se non avessi proposto la condivisione della lettura di Cicatrici, quest’angoscia me la sarei tenuta per me. Avrei apprezzato Saer senza avvertire il peso della pioviggine che cadeva sul gruppo di lettura. Avrei fatto le mie considerazioni, avrei letto qualcos’altro di Saer senza sognarmi di regalare un libro del genere se non a persone di cui conosco bene i gusti. Invece no. Ho ascoltato con interesse l’opinione di chi avrebbe fatto volentieri a meno d’incrociare questo romanzo e di chi ne ha apprezzato l’intreccio narrativo, portando comunque a casa il senso di colpa per non aver suggerito una lettura diversa.
Tutto questo per dire che i gruppi di lettura sono una bella cosa, ma certe volte possono lasciare cicatrici indelebili.



Juan José Saer, Cicatrici (Titolo originale Cicatrices) traduzione dallo spagnolo (Argentina) di Gina Maneri, La nuova frontiera, 2012.
Qui una recensione di Fabio Stassi.  

lunedì 26 febbraio 2018

Siena, Ambrogio Lorenzetti e lo scorrere del tempo



Se c’è una città che per anni ho chiamato “casa”, è Siena. Pur non essendo stata battezzata in contrada, pur non essendo mai stata presa in considerazione dai senesi, pur non avendo mai aperto un conto corrente al Monte, né aver mai aspirato la c, a Siena mi sono sempre sentita a casa.
Ci sono tornata con il coniuge nel 2009. Ed è stato un colpo al cuore. Ci siamo ritornati lo scorso weekend, dopo 17 anni dalla mia laurea, ed è stata un’altra coltellata. Mi inerpico tra le viuzze della città, apparentemente immutata eppure diversa. Piccoli cambiamenti: gli store, come si dice ora, che accomunano un borgo medievale con le disordinate periferie di una qualsiasi metropoli (perché diamine avete permesso di aprire un Tiger in Pantaneto?), vecchie botteghe tirate a lucido, una miriade di parrucchieri, fascinose osterie sostituite da localini trendy in cui fermarsi per l’aperitivo.
Gli anni, la globalizzazione, il crollo del Monte: anche le certezze dei senesi hanno cominciato a vacillare. Cammino in silenzio tra i vicoli osservando i ventenni con zainetto e adidas; catturo stralci di frasi che vent’anni fa furono le mie.
Chiostro di S. Francesco

Ripenso alla mia Siena: la cupola della Chiesa di Santa Maria in Provenzano che si staglia nel cielo azzurro di febbraio, l’aria gelida e il fumo che esce dalla bocca, le numerose pause caffè fuori dalla biblioteca della cripta di San Francesco. La Politica, i grandi ideali, i viaggi sognati, il prossimo esame, quel film al Pendola a 2000 lire (roba da Medioevo). Una corsa in Fortezza per cancellare l’ansia dell’appello di economia politica (solo dieci giorni e io devo ancora finire il programma), le cene squattrinate alla Chiacchiera, pici e vino rosso per festeggiare la fine delle sessioni d’esame, anche quando da festeggiare c’era ben poco.
Vista dalla Fortezza Medicea
Ma non si vive di soli ricordi. Sono passati gli anni, è cambiata Siena e sono cambiata anch’io. 
Ci fermiamo a prendere un caffè dal Nannini (mai oltrepassato quella porta da studentessa universitaria); non c’è più il punto Einaudi (o, se c’è ancora, non riesco a trovarlo), ma entro in una bella libreria inaugurata da poco, Palomar, a due passi da Piazza del Campo. Mi entusiasmo davanti all’Allegoria della Redenzione di Ambrogio Lorenzetti, visito un museo di contrada (mai accaduto in 5 anni di vita universitaria) e mi faccio raccontare il Palio e la vita dei contradaioli come se fosse la prima volta che metto piede in città.
Chiudiamo la serata in un ristorante eccellente, ospiti delle Saba sisters, senesi d’adozione, con cui restiamo a chiacchiera a lungo (per dirla alla senese maniera) e ridiamo fino alle lacrime. Nuove amicizie intercettate attraverso i social (ulteriore segno dei tempi che cambiano), trasformatesi rapidamente da virtuali a reali. Altri volti, altre storie, piatti diversi ma la stessa allegria di vent’anni fa.
Prima di lasciare Siena, guardo Piazza del Campo in una notte senza stelle. Da togliere il fiato, come la prima volta che la vidi.   
 
Sarà possibile visitare la mostra di Ambrogio Lorenzetti a Santa Maria della Scala fino all’8 aprile 2018. Tutte le informazioni qui.
Per uno sguardo diverso su Siena (ma non solo) potete visitare My day worth, il blog di Amina.
Abbazia San Galgano
Dopo essermelo riproposta per anni, finalmente sono andata a visitare l’abbazia di San Galgano e la suggestiva Rotonda di MontesiepiEssere circondati dalle mura dell’abbazia con i fiocchi di neve che ti vorticano intorno è una sensazione intraducibile sulla carta.

Interno dell'Abbazia di San Galgano - Tutte le foto sono state scattate dal coniuge

mercoledì 21 febbraio 2018

Dracula, Bram Stoker



Cara Mina,
perdonami se ho l’ardire di scriverti, dandoti del tu, neanche fossimo state azzannate dallo stesso vampiro. Sai, ho seguito le tue vicissitudini fino a qualche sera fa e, date le circostanze, sento di potermi considerare tua amica. Non ho la presunzione di poter sostituire la splendida Lucy, così raffinata e gentile da ammaliare chiunque. Un cuore sincero e limpido, pace all’anima sua, ma in quanto ad autostima… Mina, tu che sei stata la sua più cara amica, tu che ti sei sorbita pagine e pagine di epistole lacrimevoli, avresti dovuto quanto meno smontare le sue teorie sulla “nobiltà d’animo degli uomini” (maddai!!) rispetto alla pochezza delle donne. Non trovi?
E poi, Mina, talvolta anche tu riesci a farmi perdere la pazienza! Ma dico, benedetta figliuola, hai trascorso mesi sbattendoti a destra e manca tra l’insegnamento, la stenografia, il diario, le lettere; ti sei mostrata energica nell’affrontare i postumi della malattia di Jonathan, sopravvissuto miracolosamente al fetido alito del conte Dracula, hai ricostruito con lucidità la follia degli eventi in cui siete incappati… e ancora pensi che “noi povere donne abbiamo tante lezioni da dover imparare”? E da chi? Dagli uomini?! Suvvia!
Scusami se continuo a infierire, ma non mi dirai che quel bamboccione di Lord Godalming è mai parso più sveglio di te?! Tolti i danari, il titolo altisonante e i numerosi possedimenti, resta solo la bontà d’animo. Di acume ne ho visto ben poco.
E il dott. Seward? Medico perspicace, attento indagatore della psiche umana, per carità!, eppure totalmente incapace di collegare la morte di Lucy con la presenza di Dracula; incapace di associare la trasformazione del suo folle paziente Renfield (talvolta meno matto di noi) alla curiosa presenza di lupi, pipistrelli e di quella nebbiolina persistente che avvolgeva il solo ospedale psichiatrico.
Insomma, Mina, guardati indietro: hai dato prova di grande coraggio; hai analizzato gli eventi con occhio critico ma con mente aperta al soprannaturale. Con il tuo comportamento hai smontato l’equazione intelligenza = maschio. Eppure, ancora non sei pienamente convinta delle tue capacità.
Cara Mina, sei tu la perfetta allieva del dottor Van Helsing, l’unica in grado di interpretare i movimenti delle sue sopracciglia, di star dietro alle sue giuste intuizioni. Almeno tu, Mina, che hai avuto l’audacia di ostacolare la moltiplicazione dei Non Morti, che hai continuato a scrivere il tuo diario nel mezzo del niente, incurante del gelo e del buio dei Carpazi, abbi il coraggio di credere nelle capacità delle donne e di combattere i vecchi pregiudizi ottocenteschi.
Apertura mentale Mina! Esattamente ciò che professa il dottor Van Helsing per buone 300 pagine del romanzo. Ora che avete polverizzato il conte Dracula, non smettere di lottare per sgretolare i vecchi preconcetti nei confronti delle donne.
Tua affezionatissima B.
P.S. Comunque, per prudenza, suggerirei di continuare ad aggiungere uno spicchio d’aglio a ogni pasto (mai avuto grande fiducia nei signori vestiti di nero, con gli occhi troppo rossi e i denti troppo bianchi).

Transilvania, Castello di Bran - foto pubblicata su viaggiculturalieuropa.it 

Bram Stoker, Dracula, letto nella traduzione dall'inglese di Luigi Lunari; Feltrinelli, 2011.


lunedì 5 febbraio 2018

Leggenda privata, Michele Mari

Non so se Leggenda privata sia stata la via migliore da cui partire alla scoperta di Michele Mari.
“Ipocrita poi di necessità, professionista dell’eufemismo e delle maniera, ma sempre tentato dalla lustra ipogea; sicché non è chi nol vegga, l’Accademia della Cantina gode […]”
Michele Mari è uno che scrive così. Non usa il banale termine “dimezzato” bensì dimidiato, nonché altre espressioni come sitibondo, indarno, ambagi piranesiane, zaratustrici apoftegmi. Abituata ad una lingua sobria, contemporanea, talvolta sin troppo giornalistica, il primo impatto non può che essere scioccante. Ma che dice? Ma come parla? Ma cosa significa? Perché questo inutile sfoggio di finta cultura? Poi, però, entro nel meccanismo, inizio a capire il gioco e, pur non sapendo dire se mi piaccia o meno, non riesco ad interrompere la lettura.
Quando chiudo il libro e apro la posta elettronica, leggo con fastidio la mail sgrammaticata del cliente che utilizza le solite formule polverose. Non a caso, questa qui si chiama burocrazia.
Forse ha ragione Mari quando afferma che la letteratura deve avere una sua personalità e che ci sono cose che possono essere belle solo se arcaiche e sublimi. O forse esagera, ma lo dice con una tal convinzione da persuadermi.
Superato lo spauracchio linguistico, posso concentrarmi sulla storia. Altra impresa complicata.
Dovrebbe essere la sua autobiografia, scritta su intimazione della famigerata Accademia dei Ciechi, ma a pagina 7 brancolo già nel buio.
Mari inscena una situazione in cui i mostri veri della sua infanzia (il padre, il nonno, le cinghiate…) si scontrano con i demoni della letteratura. Poe contro Enzo Mari che, per carità!, non si osi chiamarlo con un affettuoso “babbo”, altrimenti risponderà con uno sprezzante “fanciullo”.
Tipo brusco Enzo Mari, re del design, padre anaffettivo, autoritario, ingombrante, sempre sull’orlo di sfuriate pazzesche. Non va meglio con la madre, Gabriela, con una sola L, poiché i nonni si erano augurati un bel maschio, da battezzare Gabriele. Tale fu la delusione da limitarsi a mutare solo la vocale finale (mia madre crebbe sapendo di essere nata sbagliata); poco importa, con il passare del tempo, tutti l’avrebbero chiamata Iela.
Prima d’esser madre, Iela fu agile gazzella da roccia, inerpicata sulle vette con Bonatti e Buzzati. Magra come un’acciuga ma “con una manina d’oro”, ad indicare la precisione e il talento innato per il disegno. Donna asciutta che rifiutava ogni frivolezza, sia nel vestire che nella cosmesi, come se ogni flagrante femminilità fosse un tradimento della propria intelligenza e del proprio talento.
In sintesi, un'infelicità costante, come documentano le foto che accompagnano la narrazione: una raccolta di volti perennemente imbronciati.

Con un’infanzia simile, non stupisce che Mari abbia trovato rifugio nella letteratura, né che si sia inventato uno stile che, piaccia o meno, lo contraddistingue dagli altri autori contemporanei.
Ma è poi un rifugio quello fornito dalla letteratura?
Fuggire dai piccoli orrori della vita, fuggire dalla famiglia, per essere ghermiti dai demoni non è un grande affare: o meglio lo è sotto l’aspetto estetico-romanzesco, ma per il resto, credetemi, cinghia per cinghia… urlo per urlo…

giovedì 18 gennaio 2018

Patria, Fernando Aramburu

Ho ascoltato Fernando Aramburu al Festival della letteratura di Mantova lo scorso settembre.
Aramburu aveva già portato l’Eta nel mio precedente appartamento qualche anno fa. L’aveva fatto con dieci brevi racconti, I pesci dell’amarezza (usciti per i tipi di La nuova frontiera). C’erano anche lì degli aita (papà), delle ikurriña (bandiere basche) che sventolavano, diverse ekintza (attentati), un qualche barlume di barkatu (perdono)
M’ero fatta l’idea che Aramburu fosse un uomo malinconico, la voce esile, lo sguardo basso alla ricerca di una qualche verità. Perciò non mi sono stupita molto quando ha iniziato a parlare: quasi monotono, nemmeno un filo d’ironia, un sorriso dolce che s’è dissolto in un attimo; nessuna ruffianeria verso i potenziali lettori presenti nella chiesa di Santa Paola, a Mantova. La signora accanto a me annuiva a ciascuna delle sue parole, senza attendere la traduzione. Seria, attenta, un convinto applauso finale. Un breve scambio di battute. Mi par di capire che ha già letto Patria. Sa, avevo bisogno di rinfrescare il mio spagnolo e l’ho preso prima che venisse pubblicato in Italia, più per un esercizio linguistico che altro. Bellissimo. Non si lasci impressionare dalla mole; si legge in un attimo.
La signora aveva ragione. Era da tanto che non mi capitava di restar sveglia fino a tardi per l’incapacità di uscire da una storia. Di costringermi a spegnere la luce per poi non riuscir a chiudere occhio davanti alle scritte sui muri che chiamano lo Txato traditore, venduto, vigliacco. Lui che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare e dar lavoro agli uomini di questo paesino senza nome vicino a San Sebastián, perché il lavoro è meglio tenerselo in casa, che bisogno c’è d’assumere gente di fuori con tutte le famiglie di qui che hanno bisogno di campare? Lo Txato che s’è sempre preoccupato della sua famiglia, della sua impresa e della bicicletta la domenica. Ha pagato l’Eta per vivere in pace, ma poi ha smesso perché le richieste iniziavano a diventare esagerate e perché, in fondo, non gli piace l’idea che i suoi soldi finanzino attentati terroristici e morte. È convinto del fatto che il paese si schiererà al suo fianco, invece trova porte chiuse, volti che si girano dall’altra parte, negozi che non hanno più merce da vendere alla sua famiglia. Amicizie di una vita che terminano in una notte, pugnalate alle spalle per paura e ignoranza.
Piove molto nei Paesi Baschi; pioggia e vento il pomeriggio in cui Txato viene giustiziato; pioggia e ombrelli durante le manifestazioni a sostegno dell’ETA. Piove mentre la vedova di Txato, Bittori, va al cimitero per raccontare le ultime novità alla tomba del suo Txatito. Piove quando dalla nuova casa di San Sebastian si dirige verso quella che per tanti anni fu la sua casa, lì dove Txato è stato ucciso. Ma non si lascia spaventare dalla pioggia Bittori, né dalle osservazioni di quei due figli strambi che vorrebbero proteggerla dalle cattiverie del paese.   
Pioggia e cielo scuro nelle giornate in cui Joxe Mari inizia il praticantato per entrare nell’organizzazione. Non si accontenta più di bruciare autobus e bancomat. Basta con il lavoro, la pallamano, il sogno d’esser ingaggiato con la squadra dell’FC Barcellona. Vuole fare il passo definitivo, gora ETA, gora Euskadi askatuta. Viva l’Eta, viva Euskadi libera.
È una lingua aspra l’euskera. Ripeto qualche parola inciampando di continuo.
Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

Fernando Aramburu, Patria, magnifica traduzione di Bruno Arpaia, Ugo Guanda Editore, 2017.