venerdì 7 agosto 2020

Il ritorno del biblioterapeuta. Uccido chi voglio, Fabio Stassi


Non pensavo di tornare dal biblioterapeuta in questi giorni. Mi ci sono imbattuta per caso, anzi, per dirla tutta, è stato lui ad urtarmi per richiamare la mia attenzione. Ho incontrato Vince Corso nei pressi della stazione Termini, in evidente stato confusionale, mentre si dirigeva verso Via Merulana. Farneticava su tutte quelle cose che per anni e anni aveva sottolineato sui libri e ora si stavano manifestando una dietro l’altra nella sua vita.

Quelle due anziane signore assassinate in un appartamento di Piazza Vittorio, hai saputo? Pare per una storia di strozzinaggio. E poi il cadavere di un uomo sulla trentina, di provenienza nordafricana, ritrovato sul lungomare di Tarquinia, in una giornata dal caldo feroce, con la luce che si riversava sulla sabbia come una sciabolata. Per non parlare del tremendo incidente del tram 19: l’uomo è scivolato sulle rotaie proprio mentre ero lì vicino (sarà stato a causa dell’olio rovesciato da una signora di ritorno dal mercato?); il tram l’ha decapitato e la sua testa, woom, è ruzzolata a terra. Pare fosse un turista olandese. E poi tutti quei ciechi che mi perseguitano.

Le storie escono dai libri davanti ai miei occhi e io ne vengo travolto. Come se non bastasse, mi ritrovo sempre alle costole, lui, Ingravallo.

Chi?, quello der Pasticciaccio?

No, cioè, sì, insomma… Ecco, vedi non riesco a raccapezzarmici più. Ingravallo è il Commissario dell’ufficio di polizia dell’Esquilino, vicino Piazza Dante. Un tipo dai capelli crespi e disordinati, gira sempre da solo. Mi osserva, sospetta di me.

Ma sospetta cosa? Insomma, Vince, rilassati, fammi capire qualcosa. Tu leggi libri, ascolti musica, fai lunghe e solitarie passeggiate romane e per mestiere consigli libri alla gente per farla sentire meglio. Da cosa sei terrorizzato? Cosa c’è di tanto pericoloso nella tua vita?

Esatto. Era quello che pensavo anch’io prima che questa settimana iniziasse! Pare che suggerire libri alla gente sia uno strano mestiere.

Che sia uno strano mestiere, in un paese in cui leggono in pochissimi, non c’è dubbio. Ma addirittura pericoloso…

Succedono strane cose e io non ho mai un buon alibi. Non posso più fidarmi dei libri, non ci credo più.

Forse è tutta colpa di questo tremendo ronzio alle orecchie che non vuole smettere; un acufene insopportabile. Sarà il destino che bussa alle mie porte, come diceva quello scrittore sudamericano, in quel romanzo… Basta, è tardi. Ti ho già detto troppo; devo andare.

 

Uccido chi voglio mi è capitato tra le mani pochi giorni dopo la pubblicazione, quando neppure sapevo fosse in libreria. Il coniuge ha capito che era un segno e me l’ha regalato. Letto d’un fiato, divertendomi molto e prendendo nota di diversi rimedi letterari che devo ancora testare.

Fabio Stassi sa scrivere libri che parlano di libri in modo arguto e non banale e lo fa camminando in una Roma letteraria e magica. Ed ogni volta che esco dai suoi libri, penso sempre al potere salvifico dell’immaginazione.

Qui il mio primo appuntamento con il biblioterapeuta e qui il secondo.


Illustrazione di Gabriel Pacheco

martedì 4 agosto 2020

La stagione dell'ombra, Léonora Miano

Come scegliere le letture mensili di un gruppo? Coordino un gruppo di lettura da quattro anni e ancora mi pongo lo stesso quesito. Abbiamo sperimentato metodi diversi, tutti abbastanza soddisfacenti ma è come se mancasse sempre qualcosa. All’inizio del 2020, avevo meditato sulla possibilità di uscire dalla comfort zone del gruppo (perché dopo qualche tempo ci si rende conto che anche il gruppo di lettura, inteso come soggetto unitario, ha una sua comfort zone) e sperimentare voci nuove. Mese dopo mese abbiamo letto molti italiani, qualche Nobel, vari americani… ma l’Asia e l’Africa? Colpa mia che, qualche volta, con il gdl ho paura di osare; colpa mia che, anche nelle letture solitarie, mi sto muovendo su terreni sicuri, già battuti; per alleggerire la coscienza, posso dire che un po’ dipende dalla disponibilità dei volumi presenti in biblioteca (resta un gruppo di lettura nato in biblioteca: dovrò pur scegliere testi di cui vi siano diverse copie! E, d’altro canto, non posso mica pretendere che il budget bibliotecario si adegui ai miei capricci?).

Pensavo a tutto ciò entrando in libreria in uno dei miei ultimi tour pre-lockdown nazionale. Ero in cerca di ispirazione. Quanta narrativa africana avevamo letto negli ultimi quattro anni? A parte L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, zero. Quanta narrativa africana avevo letto io negli ultimi 5/6 anni? Tra niente e pochissimo.

Ruminando su questi pensieri, l’occhio era caduto su La stagione dell’ombra di Léonora Miano, tradotto da Elena Cappellini e pubblicato da Feltrinelli.


Ero rimasta a vagare in libreria ancora per un po’ prima di tornare verso la stazione con il libro nello zainetto.

Poi venne la chiusura delle biblioteche, la sospensione di tutto, quel tempo strano in cui qualsiasi progetto rimase in attesa. Incertezza.


Fino a qui, la scrittura di questo post è stata quasi di getto. Dopo, ho iniziato a scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo. L’ho archiviato per un paio di giorni e ho letto un altro libro. Ora l’ho ripreso, ma non trovo le parole che rendano giustizia a un romanzo da cui non mi aspettavo molto, ma che ha saputo sorprendermi.

Insomma, se dicessi che La stagione dell’ombra nasce dall’ossessione di Léonora Miano per la cattura e il traffico transatlantico degli schiavi nell’Africa sub-sahariana, che è ambientato in un’area non meglio definita dell’Africa sub-sahariana (forse il Camerun?), in un tempo altrettanto indefinito, che è quello che precede la colonizzazione, quello della tratta atlantica, per l’appunto. Che il romanzo inizia con la scomparsa di dodici uomini - di cui dieci giovanissimi - del clan dei mulongo e un grande incendio; che di questi dodici uomini non si sa nulla, non sono né vivi né morti, e sul silenzio doloroso delle mamme e delle mogli cala una nube, come una nebbia fitta… Ecco, se dicessi tutte queste cose, così d’impeto come mi vengono in mente, mi rispondereste che basta!, non se ne può più di storie tristi e dolorose, ci mancano solo gli schiavi, lo sradicamento dei popoli avvenuto secoli fa in un altro continente. Non abbiamo avuto già abbastanza guai in questo 2020? Non meritiamo tutti un sano libro d’intrattenimento, da leggere oggi avidamente e dimenticarcene dopodomani? Sì, potremmo. Però…

Io non ho studi antropologici alle spalle, non ho cognizione di magia, di riti di purificazione e culto dei morti; ho fatto una certa fatica a distinguere Ebeise da Eleke da Eyabe e dagli altri personaggi con nomi molto simili tra loro, eppure mi sono appassionata alla vicenda e ho cercato di capire quanta verità si nascondesse dietro l’immaginazione di Léonora Miano.

Molta.

Quanto sappiamo degli africani, catturati dai loro vicini africani, e poi venduti ai trafficanti europei, agli “uomini con i piedi di pollo”? Quanto sappiamo delle conseguenze del loro sradicamento, del dolore di chi è rimasto senza sapere che fine abbiano fatto mariti, figli, fratelli? Cosa sappiamo dei loro pensieri, della loro visione del mondo, dei tentavi di chi è stato privato di indumenti, amuleti, capelli, di un nome… dei loro vani tentativi di tornare verso il proprio villaggio, verso i soli confini conosciuti?

Mamma c’è solo acqua. La strada del ritorno è sparita.

La stagione dell’ombra è un romanzo emotivamente forte, ma ha una sua musicalità, una sua poesia ed è avvincente.


Léonora Miano, camerunense, vive in Francia dal 1991. È una scrittrice prolifica, sebbene non molto tradotta in italiano. Una piccola casa editrice dalle alterne vicende, la Epoché edizioni, specializzata in narrativa africana, pubblicò Notte dentro e I contorni dell’alba, entrambi fuori catalogo.

La mia incursione nella narrativa africana non termina qui:

- Ho assegnato i compiti per le vacanze al gruppo di lettura: ci incontreremo a settembre parlando d’Africa. Tema vasto; un’occasione per prendere nota dei suggerimenti di lettura altrui e depennarne altri;

- A Roma c’è la libreria Griot, specializzata in letteratura africana. Non è a portata di mano e non ci sono mai andata. Però, proprio per il fatto che, come ho ribadito spesso, non godo di una libreria dietro l’angolo, sto fantasticando su un progettino da sviluppare nei prossimi mesi…


lunedì 27 luglio 2020

Il tempo di Caravaggio. I capolavori della collezione di Roberto Longhi ai Musei Capitolini


L’ennesima estate afosa. La tentazione di barricarsi in casa nelle giornate libere è fortissima. Però di cose belle da fare ce n’è sempre e alla fine si decide di sfidare il caldo e visitare una delle tante mostre in programma a Roma in questo periodo. L’ho letto dappertutto ma non posso che ribadirlo: camminare nelle vie del centro, di domenica mattina, senza turisti, è surreale. Le vetrine dei negozi di Via Nazionale urlano “Saldi!”, ma le porte sono chiuse, gli autobus vuoti, la strada deserta.
Arriviamo ai Musei Capitolini poco prima dell’apertura. In Piazza del Campidoglio stanno dando l’acqua ai fiori e finendo di spazzare l’area. È una Roma insolita e bellissima: senza fretta, senza code, senza frastuono. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: le ben note ripercussioni sull’economia, intere categorie che non lavorano da mesi, taxi fermi, attività commerciali chiuse.     
Un paio di coppie attendono l’apertura della biglietteria al fresco. Poi si eseguono le procedure di rito: misurazione della temperatura, igienizzazione, rinnovo tessere o ritiro biglietti, igienizzazione bis, controlli delle borse e si accede al Museo. Niente audioguida, ma pazienza.
Ragazzo morso da un ramarro, Caravaggio
Palazzo Caffarelli ospita la mostra Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi. Come già ho detto altre volte, io non sono un’esperta, né una studiosa d’arte; totalmente incapace di maneggiare una matita, sto scoprendo da adulta il piacere dell’arte. Amo la bellezza; m’incantano certi paesaggi; resterei a guardare bocche spalancate e occhi accigliati per ore. E la contrazione facciale, l’espressione di dolore e sorpresa del Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio meritano una sosta di diversi minuti. È il pezzo forte della mostra, ma oggi ci tornerei per guardare di nuovo, con maggiore attenzione, anche altre opere che gravitano intorno allo stile caravaggesco; tele di artisti meno noti (a me, totalmente sconosciuti fino a ieri), ma che mi hanno affascinato.

La mostra ricorda i 50 anni della scomparsa di Roberto Longhi, storico dell’arte che dedicò la sua tesi di laurea a Michelangelo Merisi.
Longhi ebbe con Roma un intenso rapporto: fu una delle figure di punta della cerchia di intellettuali che si riuniva nella terza saletta del Caffè Aragno negli anni Venti (caffè storico di Via del Corso: superò indenne bombardamenti, fascismo e dopoguerra, ma non l’incuria dei nostri tempi). Fu storico e critico d’arte, attento al contemporaneo ma che seppe vedere la modernità di Caravaggio e riportarlo in auge nei primi anni del Novecento. Infatti, per quanto oggigiorno sia assurda l’idea di un Caravaggio “da riscoprire”, l’artista fu ignorato per decenni e la sua riscoperta si deve proprio agli studi di Longhi.
All’inizio della carriera, Longhi insegnò Storia dell’arte nei licei romani, dove conobbe Lucia Lopresti (sua ex allieva al Liceo Visconti), nota con lo pseudonimo di Anna Banti, che sposò nel 1924. Della Banti, scrittrice raffinata, prima o poi dovrò leggere Artemisia, in cui viene ripercorsa la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi.

La negazione di Pietro, Valentin de Boulogne

Tra le opere della collezione Longhi, mi è piaciuta moltissimo La negazione di Pietro, di Valentin de Boulogne (il più noto dei caravaggeschi francesi, stando alle parole della curatrice della mostra) e il commovente Santo certosino in lacrime di Giacinto Brandi. Lacrime che bucano la tela, ti sembra di poterle toccare; vorresti sentirne la consistenza tra le dita e asciugarle. 
E poi, una piccola tela di Filippo Napoletano raffigurante un paesaggio notturno al chiar di luna. Un’opera quasi insignificante vista da vicino: così buia, così piccina. Meravigliosa non appena ci si allontana. Il chiarore della luna illumina l’angolo della sala in cui è esposta.  
 
Bivacco notturno al chiar di luna, Filippo di Liagno (Filippo Napoletano)
Sarà possibile visitare la mostra fino al 13 settembre. Accesso gratuito per i possessori della MIC card (la carta dei Musei civici romani, rivolta ai residenti della città metropolitana di Roma, rinnovabile annualmente). Tutte le informazioni sulla mostra e un bel video riepilogativo sono disponibili qui.
Naturalmente è vietato lasciare i Musei Capitolini senza una sosta sulla Terrazza Caffarelli, non per il caffè ma per lo splendido panorama sui tetti di Roma.




giovedì 16 luglio 2020

Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi, Fouad Laroui

Le mie scelte di lettura sono spesso irrazionali, soprattutto quando riguardano pubblicazioni recenti. Mi lascio ispirare dai blogger che seguo assiduamente, dai consigli che mi lasciate nei commenti, da persone che a diverso titolo parlano di libri. Una di queste è Simonetta Bitasi, una lettrice che stimo tantissimo per il fatto di aver trasformato una passione come la lettura in un lavoro. Non è la sola, ma a me il suo piglio piace particolarmente. Quando sono in cerca d’ispirazione, lascio scorrere davanti agli occhi la pagina del suo sito con i titoli appena letti. "Lascio scorrere" in senso letterale. Non mi soffermo a leggere le sue osservazioni; guardo titoli, copertine e seleziono un libro a scatola chiusa. Solo quando ho terminato il libro, vado a sbirciare le considerazioni della Bitasi.

Su Lettore ambulante, la Bitasi riporta in sintesi i romanzi che le sono piaciuti; sono quasi sempre opere arrivate da poco in libreria, molto eterogenee: si passa da romanzi impegnativi a letture lievi; spesso, ma non sempre, editori meno noti; di frequente, titoli che non trovano spazio nelle vetrine delle librerie.

Non tutte le mie scelte a sensazione sono vincenti. Anzi. In alcuni casi, un romanzo tanto apprezzato dalla lettrice ambulante, per me ha costituito tempo che avrei potuto impiegare meglio. Altre volte, invece, resto incantata.

Viste le premesse, questa copertina e questo titolo non potevano lasciarmi indifferente.


Fouad Laroui ha una biografia che è già un romanzo. Nato alla fine degli anni Cinquanta a Oujda (parte nordorientale del Marocco, ai confini con l’Algeria), dopo aver frequentato il liceo a Casablanca, si trasferisce in Francia, dove si laurea in ingegneria. Torna a lavorare in Marocco per poi continuare gli studi nel Regno Unito. Ottiene un dottorato in Scienze economiche ad Amsterdam e, mentre insegna materie economiche e scientifiche, inizia a dedicarsi alla scrittura e alla critica letteraria. Quando si dice essere eclettici.

Le note biografiche non sono casuali perché nella figura dell’ingegner Adam Sijilmassi, straordinario protagonista del romanzo, si trovano sprazzi di vita e forse della filosofia dello stesso Foud Laroui.


Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi (pubblicato da Del Vecchio Editore nella magnifica traduzione di Cristina Vezzaro) inizia in volo, sul mare delle Andamane. L’ingegner Sijilmassi, di ritorno dall’ennesimo viaggio di affari, all’improvviso si fa quella domandina che io, ma forse anche qualcuno di voi, tendo a ripetermi più volte al mese: Che ci faccio qui?

Non che volasse con le sue ali, come un uccello: era in realtà rincantucciato nel sedile 9A di un aereo di linea dipinto dei colori della Lufthansa. Si era appena fatto quella domanda (“Che ci faccio qui?”) e ne esaminava ora annessi e connessi.

Adam, proviene da una famiglia umile, originaria di Azemmour. È il primo della sua stirpe ad aver studiato presso un liceo francese, ad essersi laureato e ad aver iniziato una brillante carriera professionale. Vive a Casablanca ma, pur essendo di origini marocchine e parlando l’arabo, è imbevuto di cultura occidentale. Tutti i suoi riferimenti filosofici e letterari provengono dal mondo francese. La velocità e la superficialità della sua vita è quanto di più distante possa esserci dalla vita di suo padre, che non ha mai neppure posseduto un’automobile.

Lui, Adam, era il primo della stirpe a raggiungere velocità assurde – e per fare cosa, vani numi? Vendere del bitume, comprare acido solforico, pensare alla commissione dell’agente indiano. Miseria! E lo chiamano progresso – “marcia avanti, avanzata”; ma a quale velocità? Bisogna proprio che sia quella del Boeing? […]

Si vide seduto sul suo sedile, piccolo presuntuoso, in giacca e cravatta, che andava vrooooom nell’universo infinito. Era ridicolo. Mancava di dignità per essere il nipote dell’hajj Maati. Sinceramente, non aveva alcun senso.

Decise, hic et nunc, che non avrebbe mai più preso l’aereo.

Accadeva da qualche parte al di sopra delle Andamane, un lunedì, all’alba di un millennio.

E fu l’inizio della fine per l’ingegner Sijilmassi.

Il povero Sijilmassi vorrebbe solo rallentare; ha bisogno di cercare la vita vera, di capire se il suo malessere provenga da un mondo che va troppo in fretta o dal far parte di un mondo marocchino postcoloniale che vorrebbe respingere l’Occidente e la velocità. Fermarsi non è una scelta così innocua come potrebbe sembrare.

Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi è ricco di citazioni filosofiche e letterarie; è triste e divertente, fa incrociare culture, lingue e mondi diversi. Non ho letto il testo in lingua originale (e non ne sarei capace), ma la traduzione italiana di Cristina Vezzaro è raffinata ed elegante. Credo restituisca la musicalità e i tanti giochi di parole del testo francese.

Mi è piaciuto moltissimo. E… ingegner Sijilmassi, l’ho letto senza fretta.   

Mai stata in Marocco (sigh!). Questa foto di Azemmour proviene dal blog myamazighen.wordpress.com  


lunedì 13 luglio 2020

Città sommersa, Marta Barone


La mia diffidenza verso i premi letterari italiani è oggetto di facile ironia tra gli amici del gruppo di lettura. No, ma è tra i finalisti dello Strega; figurati se Barbara ce lo farà leggere! È la classica punzecchiata in prossimità della stregata serata finale.
Non è snobismo, è che tutte queste chiacchiere intorno ai premi letterari e ai giochi subdoli delle case editrici maggiori non mi appassionano. Però quest’anno volevo dare uno smacco al gruppo di lettura e avevo programmato di leggere almeno tre titoli arrivati nella dozzina dello Strega. Avevo escluso a priori Il colibrì, tanto lo sapevamo tutti che avrebbe vinto.
M’incuriosiva Città sommersa di Marta Barone (pubblicato da Bompiani); avevo letto recensioni entusiastiche ed era stato apprezzato da lettori con gusti affini ai miei. Quando il titolo è comparso tra gli audiolibri disponibili su Storytel, ho dato un senso alle pulizie di casa. La parte iniziale dell’ascolto è stata così coinvolgente da farmi scaricare l’ebook, passando dall’audiolibro al testo (sto ascoltando diversi audiolibri, ma trovo che ascolto e lettura siano due esperienze diverse). E poi… e poi, mi sono impantanata.

Città sommersa è una specie di memoir, un romanzo di difficile classificazione, in cui credo si possa dire che i temi dominanti siano la memoria e il tempo. Marta Barone, poco più che trentenne, torinese, autrice per ragazzi e consulente editoriale, perde il padre nel 2011. Leonardo Barone è stato un padre assente, sfuggente; si era separato dalla madre di Marta quando lei era ancora una bambina e il legame tra padre e figlia non è stato dei più intensi. 

Aveva quasi quarantadue anni quando ero nata. Era sempre stato inspiegabile. Non capivo bene che lavoro facesse (quando ero molto piccola aveva insegnato per un anno o due in un liceo privato, ma poi chissà), perché avesse ricominciato a studiare. Gli zampettavo dietro per i tetri corridoi dell’università, leggevo o giocavo da sola mentre teneva banco in mezzo a gruppetti di studenti ventenni, i suoi compagni di corso. Aveva già la barba imbiancata, che conservava striature color ruggine, il marchio rossiccio che porto anch'io in filigrana. Nella luce verdastra di Palazzo Nuovo mi appariva strano e triste, e fuori posto.
Dopo un paio di anni dalla morte del padre, Marta Barone si ritrova tra le mani la memoria difensiva, presentata in Cassazione, nel processo in cui Leonardo Barone è stato condannato per il reato di partecipazione a banda armata. L’autrice sapeva che suo padre era stato in carcere prima che lei nascesse, che alla fine era stato assolto con formula piena e che non era mai stato un terrorista. Nella vita precedente alla nascita di Marta, Leonardo Barone era stato medico, quindi...
«Avevo curato uno di Prima Linea ferito e quindi […] mi hanno accusato di essere di Prima Linea».
Non penso mi avesse dato altri dettagli, né io glieli avevo mai chiesti. 
Improvvisamente, quelle carte accendono la curiosità di Marta; inizia una lunga indagine dalla quale emerge una figura dalla personalità sorprendente. Un uomo così diverso da quello che credeva essere suo padre da doverlo ridenominare. Nel romanzo, l’autrice chiamerà questo nuovo personaggio con la sigla L.B.
L.B. era un uomo colto, con una laurea in medicina, una in giurisprudenza e una in psicologia; un uomo che aveva creduto fortemente nel bene comune e negli ideali del comunismo; che aveva messo da parte gli studi e la moglie per seguire le indicazioni del partito. Anzi, giovanissimo, aveva sposato la prima moglie perché obbligato dal partito. Ma, allora, non l’aveva sentito come un obbligo. Un uomo che ha vissuto più vite nel tentativo di costruirne una decente. Il tentativo di vivere a decent life, come viene detto nel romanzo da uno dei tanti compagni di gioventù di L.B. che Marta ha rintracciato per capire chi fosse suo padre.    
Tra le pagine, si trovano inevitabilmente la Torino degli anni Settanta (non a caso, la copertina raffigura Via Roma, una delle vie principali del centro storico di Torino e, sovrapposta, la foto di un giovane Leonardo Barone), l’attivismo politico, gli anni di piombo, la fabbrica, l’occupazione delle case, Servire il Popolo, Prima linea. In un’intervista, l’autrice ha dichiarato di aver tentato di romanzare la politica.
Insomma, capite che Città sommersa non può essere liquidato con quattro parole; i temi sono tanti, si sente il lavoro di ricerca storica, si apprezza l’eleganza della lingua. Forse troppo accurata.
Allora, perché mi sono impantanata nella lettura? Non saprei spiegarlo. Lo stile così ricercato, dotto, mi è sembrato finto, ha appesantito il romanzo; da un certo punto in poi, la voce della scrittrice è diventata predominante e la figura del padre è diventata secondaria. Forse l’effetto era voluto; certo è che ho perso interesse nel personaggio. L’uomo era già venuto fuori a metà romanzo; la successiva cronologia degli eventi, utile per la ricostruzione storica, ha affievolito la narrazione. Ha perso l’anima.
Ah!, già… l’ambizioso progetto di leggere almeno altri due tra i romanzi in gara, prima della proclamazione del vincitore dello Strega, è tristemente naufragato. Avevo ipotizzato di leggere Almarina e La misura del tempo. Ma ho guardato la libreria ed ho optato per una camminata in Marocco…    

Note a margine: non sono affiliata a Storytel, né a piattaforme di qualsiasi genere. Quindi, cliccando sui link, non otterrete sconti né io riceverò alcuna provvigione. Da qualche tempo, ho iniziato ad ascoltare audiolibri; mi piace l'offerta di Storytel e ho sottoscritto un abbonamento. 
Se non siete grandi fruitori di ebook, ma ogni tanto ne leggete qualcuno, potete consultare la biblioteca a voi più vicina e verificare se abbia aderito a Mlol - MediaLibrary on line. Un servizio offerto dal circuito bibliotecario della mia zona e che apprezzo moltissimo.


domenica 14 giugno 2020

Un’ombra ben presto sarai, Osvaldo Soriano


Un paio di anni fa, andai dal biblioterapeuta Vince Corso. Non sapevo cosa avessi, un misto di insoddisfazione, malinconia, confusione. Iniziavo duecento cose senza concluderne una. Arrivava la sera e io non avevo fatto che perdermi tra i pensieri. Il biblioterapeuta mi prescrisse Un’ombra ben presto sarai, dell’argentino Osvaldo Soriano. Mi disse che Soriano erano una specie di tachipirina: puoi prenderla per la febbre ma anche per un fastidioso mal di testa.
Non ascoltai il consiglio perché il titolo non mi sembrava di buon auspicio e Vince Corso non aveva menzionato le controindicazioni. Ad ogni modo, portai a casa il medicinale (edito da Einaudi, nella traduzione di Glauco Felici).
Me ne sono ricordata qualche giorno fa, mentre cercavo un buon rimedio per rimettere in ordine i miei pensieri. Al primo capitolo del libro trovo:
Prima che facesse buio mi ero messo a guardare una cartina perché non avevo idea di dove fossi […]
[…] così mi aveva detto il macchinista con cui avevo fatto il primo tratto a piedi, dopo che il treno ci aveva abbandonati in piena campagna. Gli altri passeggeri erano rimasti ad aspettare che venissero a cercarli, ma io […] avevo dato inizio al cammino.
Non sapevo dove stessi andando ma almeno volevo capire il senso del mio viaggio.

Come dire, se ti senti disorientata (nella vita, in generale), sin dalla prima pagina di Un’ombra ben presto sarai capisci d’essere in ottima compagnia.
Ho trascorso qualche giornata in un’Argentina surreale, con l’ingegnere, un informatico senza un soldo, pessimista incurabile che torna ragazzino ogni volta che vede un pallone; ho girato in Jaguar con un uomo tristissimo, dalla faccia dimenticabile, innamorato perso di una donna indimenticabile; ho ammirato un uomo grassissimo camminare sui fili elettrici di città fantasma, facendo acrobazie che mi hanno lasciato lì, a bocca aperta, da spellarsi le mani per gli applausi. 
Mi son fatta leggere le carte dalla cartomante Nadia; bella donna, viene da La Plata e sogna di trasferirsi in Brasile con il resto della famiglia. Non ce la farà mai se continua a farsi pagare con salami e torte al limone, però sostiene che anche così raggranella una discreta cifra. Non so come abbia fatto, eppure sapeva diverse cose del mio passato.
Calcolo delle probabilità, dice l’ingegnere pessimista in cerca del suo destino. Sarà. 
Intanto la sera si gioca a truco con personaggi improbabili e, chi ne ha ancora, scommette ricordi; quando non ne resta più nessuno, si passa alle illusioni.


Osvaldo Soriano, nato a Mar del Plata nel 1943, veniva chiamato dagli amici El Gordo. Sembra fosse un ottimista malinconico; ironico anche nelle situazioni più tragiche. In un’intervista di Paolo D’Agostini, all’osservazione “Allora Soriano non è un pessimista totale”, El Gordo rispose: “Io non sono pessimista: lo è il mondo”. Osservazione condivisibile, pronunciata da un uomo inserito nella lista nera di Videla e che, nel 1976, dovette raccogliere frettolosamente poche cose e scappare dall’Argentina. Aveva trovato rifugio a Bruxelles e poi, da rifugiato politico, si era trasferito a Parigi e successivamente in Italia.  
Amava il calcio e la letteratura; stando ai commenti di altri giornalisti e scrittori italiani, sapeva trovare la poesia nel pallone e trasformare una partita di calcio in un racconto straordinario. Fu un giornalista sportivo notevole.
A posteriori, ho trovato molti elementi biografici in Un’ombra ben presto sarai, romanzo dal quale Hector Olivéra trasse un film, sceneggiato dallo stesso Soriano (ma non ho ancora recuperato il film).
L’atmosfera che si respira nel romanzo è surreale e ho faticato un po’ ad entrare in una dimensione in cui ci si muove seguendo delle illusioni. È una lettura formidabile se non la si diluisce troppo nel tempo, altrimenti viene meno il ritmo della storia e se ne perde il senso.
Ah, no, non sono sicura che il farmaco abbia funzionato. Ma non mi aspetto che una sola compressa faccia miracoli.  

mercoledì 27 maggio 2020

Lui e io. La corsara, i fratacchioni e le piccole virtù

È stato il fenomeno social della quarantena. I suoi video ottengono più visualizzazioni di quelli del Presidente Trump. Dal “lanciafiamme per le feste di laurea” ai “vecchi cinghialoni” che vanno a correre con tre tute (di cui una alla zuava), passando per l’intervista in cui dà del fratacchione a Fabio Fazio. De Luca super star.
Il fratacchione. Comicità campana, mi dico.
Poi mi imbatto in due fratacchioni, a distanza di poche pagine, in un racconto molto ironico, distante anni luce dai nostri giorni e dalla comicità del Presidente De Luca.

Da Lui e io di Natalia Ginzburg

Lui e io è un breve racconto autobiografico di Natalia Ginzburg, scritto a Roma nell’estate del 1962 e pubblicato nella raccolta di saggi Le piccole virtù (Einaudi).
Lui ha sempre caldo; io sempre freddo. […]
Lui sa parlare bene alcune lingue; io non ne parlo bene nessuna […]
Lui ha un grande senso dell’orientamento; io nessuno. […]
Io non so amministrare il tempo. Lui sa.
Io non so ballare e lui sa. […]

Lui è Gabriele Baldini, il secondo marito di Natalia Levi Ginzburg; professore universitario, stimato anglista (anche se avrebbe preferito diventare direttore d’orchestra o cantante lirico), esuberante, spiritoso, un po’ troppo attaccato all'alcol. Più giovane della vedova Ginzburg, caratterialmente e fisicamente diverso da Leone, primo marito di Natalia, e molto diverso anche dalla stessa Natalia. Invece:
L’unione sembrò improbabile all'ambiente borghese e romano da cui Gabriele proveniva, ma poi si rivelò solidissima. In Natalia Gabriele trovò un esempio vivo e tangibile di profondità, di solidità e anche, direi, di felicità espressiva sulla pagina.
A Natalia Gabriele attaccò un po’ di leggerezza, di ironia. Prima di Gabriele, Natalia deve essere stata una persona più ispida di quella che ho avuto la gran fortuna di frequentare […]
Masolino D’Amico, in La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza editore)


Da giorni, sono totalmente immersa nell'universo di Natalia Ginzburg, nella Torino antifascista in cui nacque la casa editrice Einaudi, nell’esilio in Abruzzo dell’autrice e di Leone Ginzburg, in quell’ultimo bacio che Nat dà clandestinamente a quel corpo livido, coperto da un lenzuolo nel carcere di Regina Coeli, nel confino lucano di Carlo Levi, nell’amicizia con gli Olivetti, nella lunga amicizia con Cesarito Pavese, nella brevissima e sofferta relazione con Salvatore Quasimodo, nelle case torinesi, nell’appartamento romano in Campo Marzio. 
La corsara di Sandra Petrignani non è solo il ritratto di Natalia Ginzburg, come recita il sottotitolo dell’opera, ma anche l’affresco di un’epoca, di una certa idea di Paese. C’è il fervore politico (sebbene la Ginzburg dicesse di non capire nulla di politica), la religione, l’entusiasmo per il mestiere di scrivere di un’intera generazione, l’intenso lavoro editoriale, la passione per la traduzione, il cinema, la musica, la pittura…
Intervallo la narrazione della Petrignani con la lettura dei saggi raccolti in Mai devi domandarmi e in Le piccole virtù. Non fatevi ingannare dal titolo di quest’ultima raccolta, che prende il nome da un breve saggio scritto nel 1960: l’autrice esorta ad insegnare ai figli non le piccole virtù ma le grandi. Non il risparmio ma la generosità; non la prudenza ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo […], non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.  
Il titolo del saggio, e poi della raccolta, nasce da una ragione semplice: le piccole virtù è un bel titolo. Le grandi virtù non lo è. Io non ho figli, ma leggendo questo saggio ho molto riflettuto su cosa fosse l’educazione per Natalia Ginzburg:
E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni. In verità, la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio, dovrebbe essere chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e irrisorio.
Chissà cosa avrebbe detto la Ginzburg dei gruppi WhatsApp delle mamme e della didattica a distanza.


Per chi ama gli audiolibri, Le piccole virtù è distribuito dalla Emons, letto da Giovanna Mezzogiorno. Volendo, è possibile ascoltare questo titolo su Storytel, dove è disponibile, tra l’altro, anche l’audiolibro di La corsara.      

domenica 17 maggio 2020

Lady Barbara


Domenica scorsa, nel riordinare la libreria, è saltato fuori questo libricino.
Me lo donò Fabietto, amico lettore, anzi “il lettore”, spesso menzionato nei miei post. Fabio è una brutta persona, una di quelle che comprano i libri d’impulso pensando ai propri amici; ma la tentazione di leggerli, prima di regalarli, è tale da far intercorrere il giusto intervallo di tempo tra l’acquisto e la consegna al destinatario, in modo da poterseli gustare. Se il libro lo colpisce e comprende d’aver fatto la scelta giusta, se ne troverà traccia nella dedica iniziale. Altrimenti succederà come con Barbara (tradotto da Simona Costaggini, Sellerio editore). 
Non ricordo esattamente quando accadde, ma Fabio si presentò al nostro appuntamento tirando fuori dalla tasca questo volumetto. “Dovevo passare in libreria, m’è capitato tra le mani – sorriso – poi, siccome è un raccontino e io ero in anticipo…” Altro sorrisetto. Ma non c’era nessuna dedica. E quindi Fabie’?
Espressione indecifrabile seguita da un mah!  
Brutto segno. Avrei potuto leggerlo quella sera stessa, tuttavia il libro finì accantonato su uno scaffale.
Di Thomas Hardy non avevo mai letto nulla; mi era rimasta una spiacevole sensazione di cupezza, pessimismo e una sorta di disperazione dei suoi personaggi, retaggio dei manuali liceali di letteratura inglese. Certo che se i titoli dei romanzi più noti sono un Via dalla pazza folla e Jude l’oscuro, c’è poco da sperare.  
Tra il 1880 e il 1890 Thomas Hardy affiancò alla scrittura dei romanzi un lavoro di revisione e adattamento dei racconti già scritti, per inserirli in raccolte che avessero un filo conduttore preciso. Barbara of the House of Grebe fu il secondo racconto della raccolta A group of Noble Dames: dieci membri di un club, impossibilitati ad uscire a causa di una pioggia incessante, per ingannare il tempo raccontano a turno una leggenda su nobildonne di quell’area che Thomas Hardy chiama Wessex (la parte sudoccidentale dell'Inghilterra, corrispondente al Dorset).   
Immagine da Google
Il racconto è ambientato alla fine del Settecento; la diciassettenne Barbara, della casa dei Grebe, perde la testa per un Edmond Willowes qualunque. Giovane integerrimo, di famiglia onesta, ma una famiglia qualsiasi. Sangue blu neanche a parlarne. E bello, così bello che lady Barbara non ci pensa due volte ad organizzare una fuga nella notte col suo amato, seguita da matrimonio. L’alternativa sarebbe stata quella di sposare il maturo e risoluto Lord Uplandtowers, ricco proprietario, stimato dai genitori di Barbara e, per giunta, conte. Ma se hai ai tuoi piedi un Apollo in carne ed ossa, perché dover sottostare alle regole del sangue blu e sposare un conte qualsiasi? Giammai.
La vita, però, fa strani scherzi; la bellezza può esser distrutta da un incendio e di quel corpo magnifico e di quel volto perfetto non resterà nient’altro che una statua, a grandezza naturale, nel più pregiato marmo di Carrara, raffigurante Edmond in tutto lo splendore di una volta.
Il cuore umano, però, è portato a cambiare inclinazione come le foglie dei rampicanti sui muri; col passare del tempo non arrivarono più notizie di Edmond, e Barbara ascoltava con aria indifferente quando la madre e gli amici le sussurravano all’orecchio, «Beh, era il meglio che potesse capitare». Iniziò a crederlo anche lei, perché ancora non riusciva a ripensare a quella forma invalida e mutilata senza rabbrividire.
Anche la mente fa strani scherzi e lady Barbara, che non aveva riconosciuto la bellezza d’animo di quel primo marito, dopo aver deciso di sposare il cinico Lord Uplandtowers, davanti alla statua di Edmond perde il senno.
Il racconto non piacque alla critica. Lo Spectator lo definì “tanto affettato quanto ripugnante” e neppure T.S. Eliot gli dedicò pensieri migliori.
Perturbante e crudele, sono i primi aggettivi che mi vengono in mente. Eppure Hardy è riuscito a condensare tutte le sfumature di questi due aggettivi in pochissime pagine. Quindi, non escludo di dare una chance ai suoi romanzi più noti.