Domenica
scorsa, nel riordinare la libreria, è saltato fuori questo libricino.
Me
lo donò Fabietto, amico lettore, anzi “il lettore”, spesso menzionato nei
miei post. Fabio è una brutta persona, una di quelle che comprano i libri d’impulso
pensando ai propri amici; ma la tentazione di leggerli, prima di regalarli, è
tale da far intercorrere il giusto intervallo di tempo tra l’acquisto e la
consegna al destinatario, in modo da poterseli gustare. Se il libro lo colpisce
e comprende d’aver fatto la scelta giusta, se ne troverà traccia nella dedica
iniziale. Altrimenti succederà come con Barbara (tradotto da Simona Costaggini, Sellerio editore).
Non
ricordo esattamente quando accadde, ma Fabio si presentò al nostro appuntamento
tirando fuori dalla tasca questo volumetto. “Dovevo passare in libreria, m’è
capitato tra le mani – sorriso – poi, siccome è un raccontino e io ero in anticipo…”
Altro sorrisetto. Ma non c’era nessuna dedica. E quindi Fabie’?
Espressione
indecifrabile seguita da un mah!
Brutto
segno. Avrei potuto leggerlo quella sera stessa, tuttavia il libro finì accantonato
su uno scaffale.
Di
Thomas Hardy non avevo mai letto nulla; mi era rimasta una spiacevole sensazione
di cupezza, pessimismo e una sorta di disperazione dei suoi personaggi,
retaggio dei manuali liceali di letteratura inglese. Certo che se i titoli dei
romanzi più noti sono un Via dalla pazza folla e Jude l’oscuro, c’è
poco da sperare.
Tra
il 1880 e il 1890 Thomas Hardy affiancò alla scrittura dei romanzi un lavoro di
revisione e adattamento dei racconti già scritti, per inserirli in raccolte che
avessero un filo conduttore preciso. Barbara of the House of Grebe fu il
secondo racconto della raccolta A group of Noble Dames: dieci membri di
un club, impossibilitati ad uscire a causa di una pioggia incessante, per
ingannare il tempo raccontano a turno una leggenda su nobildonne di quell’area che
Thomas Hardy chiama Wessex (la parte sudoccidentale dell'Inghilterra, corrispondente al Dorset).
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| Immagine da Google |
Il
racconto è ambientato alla fine del Settecento; la diciassettenne Barbara,
della casa dei Grebe, perde la testa per un Edmond Willowes qualunque. Giovane
integerrimo, di famiglia onesta, ma una famiglia qualsiasi. Sangue blu neanche
a parlarne. E bello, così bello che lady Barbara non ci pensa due
volte ad organizzare una fuga nella notte col suo amato, seguita da matrimonio.
L’alternativa sarebbe stata quella di sposare il maturo e risoluto Lord Uplandtowers,
ricco proprietario, stimato dai genitori di Barbara e, per giunta, conte. Ma se
hai ai tuoi piedi un Apollo in carne ed ossa, perché dover sottostare alle
regole del sangue blu e sposare un conte qualsiasi? Giammai.
La
vita, però, fa strani scherzi; la bellezza può esser distrutta da un incendio e
di quel corpo magnifico e di quel volto perfetto non resterà nient’altro che
una statua, a grandezza naturale, nel più pregiato marmo di Carrara,
raffigurante Edmond in tutto lo splendore di una volta.
Il
cuore umano, però, è portato a cambiare inclinazione come le foglie dei rampicanti
sui muri; col passare del tempo non arrivarono più notizie di Edmond, e Barbara
ascoltava con aria indifferente quando la madre e gli amici le sussurravano all’orecchio,
«Beh, era il meglio che potesse capitare». Iniziò a crederlo anche lei, perché ancora
non riusciva a ripensare a quella forma invalida e mutilata senza rabbrividire.
Anche
la mente fa strani scherzi e lady Barbara, che non aveva riconosciuto la
bellezza d’animo di quel primo marito, dopo aver deciso di sposare il cinico
Lord Uplandtowers, davanti alla statua di Edmond perde il senno.
Il
racconto non piacque alla critica. Lo Spectator lo definì “tanto affettato
quanto ripugnante” e neppure T.S. Eliot gli dedicò pensieri migliori.
Perturbante
e crudele, sono i primi aggettivi che mi vengono in mente. Eppure Hardy è
riuscito a condensare tutte le sfumature di questi due aggettivi in pochissime
pagine. Quindi, non escludo di dare una chance ai suoi romanzi più noti.

