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martedì 21 settembre 2021

Librinvaligia



Questo blog ha ancora un senso?

Me lo sono chiesta mentre tornavo a casa con l’idea di scrivere un post che non ho mai buttato giù; me lo sono chiesta di domenica sera, dinanzi all’ennesimo weekend terminato in un soffio. Non sono più in grado di ritagliarmi uno spazio per chiacchierare di libri, camminate, festival, librerie? Ho fatto delle scelte con l’idea di dare ordine alle mie giornate, di mettere al centro le mie passioni ed è andata a finire che il caos ha preso il sopravvento, gli impegni si sono moltiplicati e le energie prosciugate.

Poi, c’è anche una sorta di blocco: diamine!, nell’ultimo anno e mezzo ho scritto pochissimo, sono ricomparsa di tanto in tanto dicendo che sarei stata più costante, salvo poi continuare a latitare; ora cosa faccio, riprendo a scrivere come nulla fosse? Sono ancora credibile? E se poi mi perdo di nuovo?

C’è solo un modo per ricominciare a fare le cose: farle. E se poi mi perdo di nuovo, pazienza.



Sono giunta a questa conclusione ieri sera, mentre leggiucchiavo gli ultimi post di blog amici. Ho percepito la mancanza di quello scambio quotidiano, di quello sguardo diverso sul mondo, di quella realtà parallela che rendeva le mie giornate più ricche.

Insomma, eccomi di nuovo qui.

 


È stata un’estate impegnativa. Però ci sono stati anche boschi, campanelle che annunciavano l’ora della cena, il salato che ha avuto la meglio sul dolce, merende e macedonie, momenti radicali, squarci di azzurro tra le fronde verdi, cremine e cerotti. E poi, polvere, tanta polvere. Mai immaginato che camminando nei boschi ci si potesse impolverare così…

 


Più di tutto, resta lo stupore entrando nella strepitosa cripta della Basilica del Santo Sepolcro ad Acquapendente, il salotto a cielo aperto di San Quirico d’Orcia e l’interno della chiesa di Santa Maria Assunta, la spettacolare Piazza Grande di Montepulciano, la peschiera di Santa Fiora, il lungo, polveroso anello (sentiero 001) del Monte Amiata, il sentiero dell’acqua e quello delle sorgenti che fanno apprezzare, passo dopo passo, la bellezza della Val d’Orcia.  

 


Ma la vera boccata d’ossigeno è arrivata con il Festivaletteratura di MantovaPerché Mantova, perché letteratura, perché il mio primo festival dopo la pandemia, perché giunto tempestivamente dopo un’importante scadenza lavorativa. Me lo son goduto. Non avevo più il fiato sul collo, non c’erano più i patemi del “quando rientro devo ancora fare…”



Camminando nel Parco del Mincio, ho ricominciato a progettare viaggi, letture, incontri con amici, attività ricreative di ogni genere, come se disponessi di un tempo infinito. Sono state giornate senza sveglia, piacevoli colazioni in compagnia ciarlando di libri, eventi senza fila, pause gelato tra un incontro e l’altro. Green pass, gel igienizzante e mascherina hanno reso la città più tranquilla rispetto al passato. Ugualmente vivace, ma meno caotica.     

La tentazione dei banchetti dei libri usati sotto i portici di Palazzo Ducale, setacciati e risetacciati dopo aver ascoltato Andrea Tarabbia e il libraio Giovanni Spadaccini (colui che Compra libri, anche in grande quantità); le diverse forme di commiato narrate da Bernhard Schlink; la Torino di Primo Levi che ne percorreva le strade con lo sguardo rivolto sempre a terra, abitudine rimastagli dai giorni del lager; Beethoven che riecheggia nel Palazzo della Ragione ad accompagnare i versi della poetessa Ruth Padel

La noia e l’irritazione ascoltando Angelo Pellegrino, che dovrebbe parlare degli epistolari di Goliarda Sapienza ma è troppo il compiacimento nell’ascoltare sé stesso per dar voce alla figura della Sapienza; in compenso, il ricordo commosso di Simona Weller e la rappresentazione di una Roma pullulante di collettivi femminili, talvolta violenti, dà senso all’incontro.

Poi, c’è la Siria di Hola Kodmani e la Siria vista dalla Germania attraverso gli occhi di Olga Grjasnowa, in un dialogo serrato che riaccende il mio interesse per quella parte di mondo. Uno degli incontri più interessanti ai quali ho partecipato.


E la piacevole leggerezza del sabato, la leggerezza che ti fa riflettere senza farti avvertire il peso dei pensieri; una cosa che riesce benissimo a Marcello Fois e Gabriele Romagnoli, ma anche a Bruno Gambarotta che chiacchiera con Fouad Laroui del Marocco come oggetto letterario. Laroui si muove agevolmente tra i ricordi giovanili, il Marocco dei caffè (“tra due caffè c’è sempre un caffè”), libri e lingue che hanno caratterizzato la sua vita e che riecheggiano nella sua scrittura. Il mondo senza libri sarebbe un inferno

 


Tutte le foto scattate in Toscana, sono state gentilmente concesse dal coniuge.


mercoledì 11 settembre 2019

Festivaletteratura 2019. E qualche imprevisto


Mi sveglio stanca. Impiego troppo tempo per una doccia, infilo di corsa le ultime cose nello zaino e mi precipito in stazione senza aver preso il caffè.
Il trenino è affollato ma arriva a Roma Termini in orario. Cambio treno, tiro fuori il libro e la lista degli incontri prenotati. Ancora poche ore e sarò al Festivaletteratura di Mantova. Dove diamine ho lasciato il mio entusiasmo?
Mi son portata dietro In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, che andrò ad ascoltare sabato. Mi sa che non è stata una scelta felice. Un senso di oppressione sin dalle prime pagine. Aspetto che arrivi la bellezza.
A Mantova è piena estate. Cielo blu, canotte e calzoncini corti. Finalmente, dopo diversi anni che frequento il festival, sono riuscita a prenotare un appartamento in centro. Arrivo con il mio zaino abbastanza pesante davanti al citofono ma non vedo traccia della targhetta Joy house. Come mi sarà venuto in mente di prenotare e pagare una casa della gioia?
Ho trovato l’appartamento su booking.com, l’ho prenotato mesi fa, mi è stato addebitato l’intero importo ad agosto e, nonostante sia la seconda fregatura che mi dà booking, questa volta non me ne capacito. L’assistenza clienti risponde dopo una ventina di minuti; la fanciulla, che risponde dalla Grecia, mi dice che per loro è tutto regolare, visto che la struttura presenta non ricordo più quante recensioni, di cui una abbastanza recente. Farà dei controlli e mi ricontatterà.
Mentre sono davanti al portone del palazzo, irritata ma ancora lucida, arriva un santo dagli occhi verdi. Mi chiede se ho bisogno d’aiuto; mi fa entrare nel suo appartamento senza neppure esserci presentati; mi offre acqua fresca, un tablet e una decina di cose che rifiuto. Si chiama Alex e inizia a telefonare ai suoi conoscenti per cercarmi una soluzione alternativa. Ma a Mantova, a festival iniziato, come puoi pensare di trovare un letto libero? Lo so io, lo sa Alex, ma non lo sanno quelli di booking che continuano a fornirmi un’assistenza penosa e a prender tempo.
Quando sembra che la cosa sia risolta e dovrebbe solo arrivarmi una mail, libero l’appartamento di sant’Alex e mi fermo in un bar. Ma no, booking non mi ricontatta, la mail non arriva, io mi attacco di nuovo al telefono in preda ad una crisi isterica. La signora del bar, discretamente, mi chiede se può essere d’aiuto. Mobilita tutti gli affittacamere e le agenzie che conosce. Nulla. Dopo aver parlato con operatori del Regno Unito, Grecia, Olanda, dall’assistenza clienti di Milano di booking arriva una soluzione valida. Un po’ distante dal centro (e a Mantova gli autobus smettono di circolare alle 20.00), molto più caro di quello già pagato (e non è un dettaglio, perché in queste circostanze, sei tu, che hai già pagato una volta, a dover pagare di nuovo. Il rimborso potrai richiederlo solo a soggiorno concluso), ma non vedo alternative. Intanto il pomeriggio se n’è andato, così come Margaret Atwood, Gabriele Romagnoli e un altro paio di incontri che avevo prenotato.        


Dall’hotel si può raggiungere il centro città utilizzando una ciclabile nel parco del Mincio, parallela alla linea ferroviaria. Il sole è già tramontato, il paesaggio è bellissimo e le lepri che mi attraversano la strada riescono a farmi tornare l’allegria. Magari ce la faccio ad ascoltare almeno Pilar del Rio, moglie di Josè Saramago, che conversa con Silvio Perrella. Ce la faccio; nell'attesa, inizio a chiacchierare con Marina e Ornella, appena conosciute, e con cui condividerò tanti bei momenti di quest’edizione del festival.


Pilar del Rio è una bella donna, dolce ed energica al tempo stesso; rievoca la sua precedente esperienza a Mantova, nel 1998, accanto all’uomo che, dopo qualche giorno, avrebbe ricevuto la notizia dell’assegnazione del Nobel. Pilar racconta un’epoca che sembra lontanissima e chiude l’incontro menzionando quella che Saramago definiva l’etica della responsabilità: Valiamo molto di più di quanto crediamo; possiamo molto di più di quanto immaginiamo.  
Possiamo molto di più di quanto immaginiamo.
Il mio programma del venerdì è fittofitto, come la pioggia che cade giù senza risparmiarsi. Sono solo le 9 del mattino e già sono strizzabile.
Però, di fronte a Burhan Sönmez, scrittore turco di etnia curda, vittima di torture in Turchia, e che oggi, 6 settembre 2019, si dichiara stupidamente ottimista, non me la sento proprio di lamentarmi per il diluvio universale. 
A ben pensarci, ho fatto una curiosa selezione degli eventi, molti dei quali incentrati sulla memoria. Sönmez, nel suo Labirinto, parte dal presupposto che, forse, perdere la memoria può essere un dono. Se perdi la memoria a 28 anni, puoi decidere di rinascere in questo momento, cancellando il passato. Abbiamo quindi, una possibilità di rinascere nella vita.


Anche Abraham Yehoshua elogia l’oblio: Ricordare troppo diventa pericoloso. Non ricordare alcune cose permette di vivere meglio. Simbolicamente, scelgo la demenza come messaggio per noi ebrei e per i palestinesi: noi dobbiamo iniziare a dimenticare il passato per costruire un solo Stato unitario. Negli anni ho cambiato idea sulla soluzione per la Terra Santa. Un solo Stato non sarà la via per la pace perfetta ma è l’esistenza più normale che riesco ad immaginare.     
Invece c’è chi, come Manuel Vilas, punta tutto sul ricordo e sulla memoria: La vita è completa solo quando si ricorda, quando si mettono insieme i pezzi. Ti riconcili con la tua famiglia, con la vita dei tuoi genitori, nel ricordo. E in questo ricordo c’è bellezza.   
Oppure chi, come Narine Abgarjan, attraverso il ricordo, riesce a portare il profumo del pane appena sfornato dal villaggio armeno di Maran alla Basilica Palatina di Santa Barbara.
Ci sono troppe cose che non si possono dimenticare.
Non si può dimenticare Srebrenica, come ci ricordano Elvira Mujčić e Slavenka Drakulic.
Non si può dimenticare Piazza Fontana, di cui non si può parlare perché non si sa niente, ma si sa già tutto (la conversazione tra Benedetta Tobagi e Carlo Lucarelli che nominano gli innominabili scatenando tuoni, fulmini e tempesta in Piazza Castello è stato l’incontro più scenografico al quale abbia partecipato. La Tobagi è di una bravura strabiliante).
Non si può dimenticare che la lingua non è mai innocua, come sottolinea Valeria Luiselli in una brillante conversazione con Michela Murgia. Il linguaggio diventa sempre più violento; si tende ad enfatizzare e ingigantire la realtà, si scelgono parole volte a disumanizzare l’altro. Noi, scrittori e lettori, cosa possiamo fare per arginare l’uso distorto delle parole? Essere custodi attivi del linguaggio; protestare ogni volta che le parole vengono utilizzate in modo inappropriato, vigilare affinché si torni ad usare la lingua correttamente.

Della struggente bellezza degli addii interpretati dalla polistrumentista albanese Elina Duni, in quel gioiello che è il teatro Bibiena, posso dir poco. Perché la musica va ascoltata. Non è la stessa cosa, ma qui potete farvi un’idea della voce della Duni.
  
Elina Duni al Teatro Bibiena
Mantova è il mio festival del cuore; c’è una strana magia che si ripete ogni anno; un senso di comunità, un istintivo desiderio di condivisione con persone sconosciute fino al giorno prima. Più che in altre edizioni, nel 2019 il festival mi ha fatto incontrare persone speciali, forse per compensare i disagi subiti. Non a caso, quando domenica mattina sono salita sull’autobus sostitutivo (eh già!, lavori in corso sulla linea ferroviaria…), prima tappa verso casa, mi è tornato in mente il volto sereno della scrittrice armena Narine Abgarjan mentre affermava che qualsiasi cosa ti accada nella vita, ci sarà sempre qualcuno al tuo fianco pronto a darti una mano.
Teatro Bibiena

Note a margine. Mi sono dilungata sull’odissea di booking perché so che siamo in tanti ad utilizzarlo, perché prenotare in anticipo senza dover pagare subito è comodo, perché leggere le opinioni altrui ha i suoi vantaggi. Grazie a booking ho trovato velocemente soluzioni eccellenti ed economiche, ma anche qualche topaia. E un paio di fregature. Forse, fino ad oggi, mi son fidata troppo e forse è il caso che inizi a fare altre considerazioni per i miei viaggi futuri.

giovedì 14 settembre 2017

Il mio Vietnam, Kim Thúy



È una domenica mattina che sa già d’autunno; i volontari in maglietta blu del Festival della Letteratura di Mantova sono gli unici ad attraversare velocemente Piazza Sordello; sotto i portici, le bancarelle dei libri usati sono ancora coperti dai teloni, la biglietteria del Palazzo Ducale è vuota. E poi c’è una fila di persone in giacca a vento e ombrello, disposta ordinatamente all’ingresso del Seminario Vescovile. 
La prima a stupirsi della fila è Kim Thúy. «Non pensavo che tutte quelle persone fossero lì davanti per me. Sono tornata indietro e ho scattato una foto».
La immaginavo esile, pacata, con un tono di voce sommesso e una sorta di timidezza nel raccontarsi. Invece vedo una ragazza di quasi 50 anni, bassina ma dalla corporatura robusta, la risata sonora, la voce squillante e lo stesso modo di gesticolare di un’italiana. È simpatica, divertente, loquace, così loquace da gestire autonomamente l’incontro, lasciando pochissimo spazio al povero Marcello Fois (che resta uno straordinario presentatore e, ancora una volta, sponsorizza libri e autori fuori dal comune).
Kim Thúy, originaria di Saigon, Vietnam del Sud (quando non era ininfluente dire Nord o Sud), è stata una boat people, una delle tante persone fuggite dalla guerra, via mare, all’età di dieci anni. Prima di partire, la sua famiglia ha visto sparire ricchezze e proprietà terriere, espropriate dall’esercito del Nord. Durante gli ultimi mesi trascorsi in Vietnam, Kim Thúy ha vissuto in una casa, appartenuta per decenni alla sua famiglia, in cui non aveva neppure più il diritto di aprire armadi e cassetti: la coabitazione con i soldati del nord lo vietava categoricamente. Soprusi e persecuzioni hanno dissolto le speranze della popolazione del sud. Con lo svanire dell’agiatezza economica e dell’idea di futuro, la famiglia di Kim non ha visto alternative se non salire su una barca e attraversare l’oceano.
«Anche oggi, di fronte all’ennesimo sbarco, ci si chiede perché continuino a venire, perché i migranti continuino a sfidare la morte. Io lo so. Quando partono sono già morti. È l’ultima possibilità: non potrà accadere niente di peggio di ciò che si sta vivendo. Il futuro già non esiste più».
Dopo un viaggio sfibrante nelle peggiori condizioni possibili, la barca di Kim arriva in Canada, dove trova un’accoglienza meravigliosa. «I canadesi sono stati fantastici. Aspettavano l’arrivo dei boat people per fornire un primo servizio di assistenza. Io ero sporca, malaticcia, denutrita ma non mi sono mai sentita così bella come quando sono arrivata in Canada. Vedevo l’amore negli occhi di chi ci stava accogliendo».
Kim Thúy oggi è una donna determinata che ha sconfitto allergie e malesseri: «Sono partita dal Vietnam con tutte le allergie possibili. Dopo mesi in mare e il periodo nel campo profughi, sono diventata immune a tutto». È una donna che ha vissuto molte vite: è stata interprete, avvocato, giornalista gastronomico, ha gestito un ristorante e ancora non ha deciso cosa farà da grande.
Nelle sue tante vite, Kim Thúy è tornata per un periodo in Vietnam, dove ha lavorato come avvocato. «Le persone pensano che, finita la guerra, ogni paese torni alla normalità da un giorno all’altro. Non è così. È come se la guerra non finisse e il paese che si trova è sempre un paese diverso da quello che si conosceva. In molti mi chiedono se mi senta canadese o vietnamita: entrambe, anche se i vietnamiti mi dicono che sono troppo robusta e che il mio tono di voce è troppo elevato per essere una vietnamita. Il Canada mi ha dato tanto ed io ho assimilato tanto dalla cultura canadese».
Sebbene non sia completamente autobiografico, Il mio Vietnam raccoglie molti frammenti della vita di Kim Thúy e delle persone che l’hanno aiutata a diventare la donna che è oggi. 
La scrittura asciutta lascia al lettore l’incombenza di riempire i vuoti tra una pagina e l’altra. Dopo il disorientamento iniziale, si comprende la potenza del non detto e emergono le difficoltà di chi sta cercando la sua strada tra due culture opposte.
«Nessun vietnamita si sognerebbe mai di chiedere ad un’altra persona “Come va?”. È una domanda troppo filosofica, non si può rispondere con un bene o male o raccontare come ci si senta. Nella cultura vietnamita, pensieri e sentimenti vengono custoditi gelosamente e non si incoraggia ad esternarli come accade nella cultura occidentale».
Il mio Vietnam, magnificamente tradotto da Cinzia Poli, è un libricino potente, che ci ricorda cosa sia la guerra, quali ripercussioni si porti dietro e quanto sia difficile attraversare il dolore e preservare la bellezza delle cose. «Bisogna darsi da fare ogni giorno per preservarne la bellezza. Perché la bellezza è fragile». 

Kim Thúy, Il mio Vietnam (titolo originale: Vi), traduzione di Cinzia Poli, Nottetempo edizioni.

Qui un assaggio del libro (anche se, a mio avviso, occorre andare oltre le pagine iniziali per poter entrare in questo romanzo).

sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

sabato 17 settembre 2016

Festivaletteratura di Mantova

«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.


Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni. Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui, edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il recente Terminus radioso, 66thand2nd) e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto. 
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo 11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga. 
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!, ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!, l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni, gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20 anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR, membro degli amici del Salone di Torino) e Renata Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della moltiplicazione dei saloni. 
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
  • Molti editori erano scontenti della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case editrici;
  • Milano è la città con il maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone del libro;
  • Gran parte delle case editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
  • Poiché nel Sud del paese ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
  • In fondo, Torino e Milano non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.

Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino, negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani. Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.



Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica, anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad aggrapparci alla letteratura.