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mercoledì 20 gennaio 2016

Non abitiamo più qui, Andre Dubus

«Se ancora non hai deciso cosa regalarmi per il compleanno, potresti prendere Non abitiamo più qui di Andre Dubus». Forse proprio per la sua sfacciataggine, Fabio è tra gli amici a cui sono più affezionata. Gli regalo il suo Dubus e, a distanza di pochi giorni, incuriosita, ne regalo una copia anche a me.
Vengo da un libro brutto assai, e dopo una decina di pagine, Andre Dubus mi fa tornare l’amore per la lettura.
Dentro Non abitiamo più qui ci sono Hank, Jack, Edith e Terry: due coppie, quattro amici, quattro adulteri, quattro giovani della provincia americana diventati genitori troppo presto. Ci sono figli, studentesse provocanti e smaliziate, sogni svaniti, letteratura, fede in Dio, passione. Tutto condensato in tre racconti, perfettamente incastrati tra loro.
È sconcertante ritrovare in un racconto le turbe mentali di mia zia, casalinga perfetta. Più vado avanti nella lettura e più forte è il suono della sua voce. A sconcertarmi ulteriormente è il fatto che sia un uomo a parlarne. Un uomo che descrive il tedio, il senso di soffocamento e oppressione che può atterrire quella che un tempo è stata una ragazza brillante, dagli occhi azzurri e lo sguardo felice. Una ragazza che è stata travolta dal ruolo di moglie, di mamma, dai letti da rifare, i piatti da lavare, dalla polvere in ogni angolo e dall’ossessione della lavatrice e dell’asciugatrice (suvvia!, alzi la mano chi tra voi femminucce non viva con l’incubo costante del bucato e dei panni da piegare e stirare).

Da qualche anno sono diventato allergico alle parole marito e moglie. Quando leggo o sento la parola marito, io mi immagino un uomo di una serenità sinistra sulla sua station wagon, che porta in giro la famiglia rumorosa una domenica pomeriggio. Termineranno la giornata con un gelato, sedili della macchina appiccicosi, stanchezza e arrabbiature.
Quando qualcuno dice la parola moglie vedo il viso sicuro, possessivo e divertito di una donna in cucina; fra tendine luminose, muri, l’odore di olio riscaldato e lei che porge a suo marito un bacio non appena questi torna a casa sobrio, con la pancetta, diretto verso qualche nebuloso obiettivo che è cominciato come amore, si è trasformato in benessere economico durante il matrimonio, e ora si sta convertendo in una dignitosa sopravvivenza.

martedì 5 agosto 2014

La famiglia Aubrey


La famiglia AubreyRebecca West, traduzione di Francesca Frigerio, Mattioli 1885.



Il periodo “smaltimento libri accumulati” procede quasi senza intoppi (le piccole defezioni hanno una valida giustificazione, giuro). Acquistai La famiglia Aubrey  al Salone del Libro di Torino un paio di anni fa. Non so perché lo feci; non credo fosse per la recensione di Baricco, ripubblicata in questa raccolta e letta solo di recente. Ricordo che andai con convinzione allo stand della Mattioli 1885 e iniziai a maneggiare i libri relativi alle fortificazione della seconda guerra mondiale (il coniuge in quel periodo era andato in fissa per i luoghi della guerra). Poi, non so come fu, mi colpì la copertina di questo libro di Rebecca West, mi dimenticai della Linea Maginot, capii che La famiglia Aubrey  era il primo volume di una trilogia, interruppi il pranzo del timido omone, che approfittava di un momento di tregua per strafogare un panino, pagai e andai via senza sapere esattamente cosa avessi acquistato. Tutta colpa della copertina dai bordi arrotondati.
Ho iniziato a leggerlo all’inizio di luglio. Dopo le prime 50 pagine ho pensato di aver buttato 20 euro. Dopo un paio di giorni ho pensato che questa faccenda dello “smaltimento libri acquistati” mi sta stretta: qui bisogna procurarsi gli altri due volumi della saga familiare.
Gran Bretagna d’inizio Novecento, la signora Clara Keith con le tre bambine e il piccolo Richard Quin lascia Edimburgo per raggiungere il marito a Londra. È solo uno dei tanti traslochi di una famiglia sui generis,  in balia dei colpi di testa del signor Piers Aubrey, padre assente, troppo impegnato in fallimentari speculazioni economiche per garantire una qualche stabilità a moglie e figli.
La quotidianità narrata dalla sorella Aubrey più vivace, Rose – Rebecca West,  procede come un andante moderato che di tanto in tanto sfocia in un presto per poi scivolare in un adagio. È un romanzo musicale, non solo perché la musica permea la vita della famiglia ma perché è scritto in modo fluttuante, delicato. Le giornate scorrono lente, tra un tè e una zuppa. Le esercitazioni al pianoforte, le corde del violino straziate da Cordelia e le discussioni su come vada interpretato un Notturno in Fa di Chopin riempiono gran parte del romanzo. Prima di sposarsi, Clara è stata una celebre pianista e le due figlie, Mary e Rose, hanno ereditato il suo talento e la sua determinazione. Richard Quen ne ha ereditato l’orecchio senza la costanza mentre la povera Cordelia, primogenita, ha solo la testardaggine di voler riuscire senza, ahinoi, alcun talento. 


La quotidianità viene spezzata da eventi drammatici, tipo l’improvvisa dipartita del capofamiglia (no, non muore; si limita  a sparire dalla sera alla mattina), qualche fenomeno paranormale e, più banalmente, un omicidio. Tutti episodi che vengono liquidati con poche righe, cancellati dall’urgenza della colazione, del tè del pomeriggio, dell’ora di cena.  
Rebecca West, pseudonimo di  Cicely Isabel Fairfield, nata a Londra da genitori di origini scozzesi e irlandesi, dopo aver tentato la carriera di attrice, fu giornalista, viaggiatrice, attivista politica, scrittrice, ragazza madre (che parola d’altri tempi). Donna spigolosa, senza peli sulla lingua, esercitò fino a 90 anni il diritto di esprimere liberamente la propria opinione, a costo di essere considerata blasfema. Mi piacerebbe poter leggere le recensioni letterarie che scrisse per il Times e per il Sunday Telegraph.  Immagino righe graffianti e giudizi severi. Una che alla domanda: “Do you admire E. M. Forster?” risponde tranquillamente “No. I think the Indian one [A Passage to India] is very funny because it’s all about people making a fuss about nothing, which isn’t really enough.” E alla domanda: “What about the work of Somerset Maugham, whom you also knew?” risponde altrettatanto seccamente:  “He couldn’t write for toffee, bless his heart. He wrote conventional short stories, much inferior to the work of other people. But they were much better than his plays, which were too frightful. He was an extremely interesting man, though, not a bit clever or cold or cynical”… [Eresia, eresia. Io adoro Maugham. Dite che è davvero così conventional??]
Se ciò non bastasse, nell’illuminante intervista pubblicata su the Paris Review, la West afferma: “I really don’t see War and Peace as a great novel because it seems constantly to be trying to prove that nobody who was in the war knew what was going on. Well, I don’t know whoever thought they would—that if you put somebody down in the wildest sort of mess they understand what’s happening”.
Ma uno può dichiarare candidamente che Tolstòj  è sopravvalutato senza finire all’Inferno?

Nella Famiglia Aubrey c’è un’attenzione maniacale a ciò che le mani dicono, a dove vengono riposte, alla gestualità. Quindi, non mi sono stupita nel leggere: “You said once that all your intelligence is in your hands”. Risposta: “Yes, a lot, I think. Isn’t yours? My memory is certainly in my hands. I can remember things only if I have a pencil and I can write with it and I can play with it”.
La West era una scrittrice accurata, che lavorava molto sulla scelta delle parole, sulla scrittura e riscrittura, come evidenziato nell’appendice e nella bella postfazione di Francesca Frigerio (benedetti sempre siano i bravi traduttori!). Peccato che la Mattioli 1885 si sia persa in una serie di refusi lasciati qua e là. Piccoli errori di battitura che rendono meno perfetto questo volume.


lunedì 11 luglio 2011

Amo la notte con passione

Fabio è il libraio di fiducia che ciascun lettore desidererebbe avere. Invece lavora in un call center.
Lo squillo del telefono in cuffia: «Assistenza x, buongiorno. In cosa possa esserle utile?», e accanto le pagine culturali dei quotidiani e un racconto di Checov. L’ho conosciuto così, una decina di anni fa, incuriosita da questo tipo che ne combinava di ogni e ci rideva su; lui, con la sua aria scanzonata, lo zainetto in spalla e ogni giorno un libro diverso. Uno di quei personaggi indescrivibili, ben custoditi in un anonimo call center. Un pomeriggio di fine maggio, ho mollato le cuffie e accettato un altro lavoro. Mai rimpianto quell’impiego alienante che ti lasciava senza voce e con pochi soldi in tasca, ma non ho più trovato un ambiente di lavoro con personalità vivaci e dai mille interessi come quelle incontrate in un ufficio così insignificante. 
Naturalmente, l’amicizia è rimasta e si è consolidata nel tempo.
Fabio è l’uomo più privo di senso pratico che abbia mai conosciuto, del tutto incapace di sistemare un mobile o riparare un elettrodomestico; una di quelle persone a cui mai affideresti un’incombenza perché a) lo manderesti in crisi; b) probabilmente farebbe un danno. 
Gli occhi trasognati e i pensieri che vagano chissà dove. Entra ed esce dai romanzi, si perde tra i versi di una poesia, vola sulle note di un valzer. Fabio rappresenta il volto più bello di Roma: quello dei quartieri che hanno ancora un’anima, dai vicoli stretti e i sanpietrini scivolosi, la Roma delle librerie dell’usato in cui si paga solo in contanti; la Roma delle pizzerie “storiche”, con le tovaglie di carta e una cena allegra spendendo pochi soldi.
Fabio è una di quelle persone a cui sei costretto a voler bene. Lui che è disordinato in tutto, custodisce e cataloga i suoi libri con gran precisione. Non gli sfugge quasi nulla: se un libro non l’ha letto è quasi certo che lo abbia sfogliato o gli sia passato tra le mani. Anche i suoi doni sono sempre un po’ speciali.
Qualche giorno fa, ad esempio, una copia di Amo la notte con passione ha traslocato dalla sua libreria alla mia.
Sei micro racconti di Guy de Maupassant racchiusi in un elegante libricino sfornato dai tipi della Mattioli 1885. Bello il formato, la cura editoriale, la piantina in bianco e nero che delinea i boulevard di Parigi.
Un libro che potrebbe essere letto in una pausa tè pomeridiana, ma alcuni racconti sono così intensi da chiedere che si torni su una parola, si sottolinei una frase, si rilegga la pagina.

“Nessuno ci veniva mai, nessuno là dentro aveva mai parlato. Era morta, muta, senza eco di voce umana. Sembra che i muri conservino qualcosa delle persone che ci vivono dentro, qualcosa del loro portamento, delle loro sembianze, delle loro parole. Le case abitate dalle famiglie felici sono più allegre rispetto alle abitazioni dei miserabili. La sua camera  era priva di ricordi, come la sua vita. E si spaventò al pensiero di rientrare in quella stanza da solo, di sdraiarsi nel suo letto, di rifare tutti i movimenti e le faccende di ogni sera. E come per allontanarsi ulteriormente da quel sinistro alloggio, dall’attimo in cui avrebbe dovuto tornarci, si alzò, e ritrovandosi improvvisamente sul viale principale del parco, entrò in un boschetto per sedersi sull’erba…”
   
Non sono storie che lasciano il sorriso, non raccontano la Parigi sfavillante ma entrano nelle solitudini di ciascuno di noi: dal notaio alla signora di provincia, dal contabile all’amico poeta.
 Le pareti di casa amplificano queste solitudini fino a renderle insopportabili. Solo il respiro di Parigi, nella notte, sembra portar un po’ di sollievo.

“Ma quando cala il sole, una gioia confusa mi penetra in tutto il corpo. Mi sveglio, mi animo. Man mano che l’ombra si addensa, mi sento un’altra persona, più giovane, più forte, più vitale, più felice. La guardo infittirsi la grande e dolce ombra discesa dal cielo: sommerge la città come un’onda impalpabile e impenetrabile, nasconde, cancella, distrugge i colori, le forme, circonda le case, le persone e i monumenti con il suo impercettibile tocco. In quei momenti vorrei strillare di piacere come le civette, correre sui tetti come i gatti; e un invincibile desiderio di amare si accende impetuoso nelle mie vene.”    
Ma è una sensazione passeggera, e con le luci dell’alba si svegliano i timori e torna il mal di vivere.

“Ti ho trascinato stasera in questa passeggiata per non tornare a casa, perché adesso soffro terribilmente nella solitudine del mio alloggio. A cosa servirà? Io ti parlo, tu m ascolti, e siamo soli entrambi, fianco a fianco, ma soli.”