Visualizzazione post con etichetta Hornby N.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hornby N.. Mostra tutti i post

lunedì 21 novembre 2016

Un ragazzo, Nick Hornby

Gli uomini di cui mi innamoravo una quindicina di anni fa sembravano esser appena usciti da un romanzo di Nick HornbyFascinosi, pseudomusicisti, feticisti del vinile, super sportivi, capaci di parlare per ore di un bassista geniale sconosciuto ai più (a partire dalla sottoscritta). Uno di loro mi conquistò con l’umorismo e il “buongiorno” che sapeva davvero di buongiorno. Non lo tormentavano le scadenze di fine mese, mi portava in locali gestiti da gente spiritosa, il suo cruccio principale era decidere dove avrebbe trascorso il weekend (“sì, credo proprio che tornerò a sciare”) e mi guardava con occhi adoranti. «Non credo di aver mai incontrato una ragazza così sensibile», e io non capivo come potessi essere tanto attratta da un tipo come lui. Era l’epoca dei grandi ideali, quella in cui mi sbattevo tra due/tre lavoretti diversi nell’attesa che arrivasse il “mio” Lavoro, quello vero, e nel weekend vendevo arance, mele, uova pasquali, qualsiasi cosa potesse servire per raccogliere fondi per l’associazione di cui avevo sposato la causa. Mi veniva da piangere ogni volta che scoprivo che l’ente di cui sopra non era poi così no profit come professava di essere e mi chiedevo se, alla fin fine, la scelta migliore non fosse quella del moroso alla Nick Hornby: la parola “impegno” non esiste, mai promettere nulla, take it easy.
Un bel giorno l’uomo fascinoso si innamorò sul serio: continuava a frequentare locali alternativi e a strimpellare il basso, continuava a portarmi il caffè in ufficio ma il suo buongiorno divenne un “buongiorno?”. Insomma, nella linearità delle sue giornate si intromisero una serie di punti interrogativi insoliti per uno che sembrava avere solo certezze. Nel momento in cui, tagliuzzando il petto di tacchino, mi disse: «Ma voi come fate a farvi coinvolgere dalle vite degli altri? Voglio dire, non è difficile esserci sempre? Ascoltare i problemi degli amici? Esporsi?», in quel preciso istante, capii che la corazza era caduta. E non per merito mio. Presi l’ultimo libro di Nick Hornby che avevo letto e glielo regalai. Credo fosse Alta fedeltà, romanzo perfetto per un appassionato di musica degli anni ’70, ma avrei dovuto donargli Un ragazzo. Le analogie tra la sua vita e quella di Will, il protagonista, l’avrebbero lasciato a bocca aperta.
Da quel giorno smisi di leggere i romanzi di Nick Hornby e smisi di frequentare i personaggi usciti dai sui libri, sebbene mi facessero sorridere tantissimo. Tutto ciò fino a un mese fa, quando il giovane bibliotecario del mio gruppo di lettura ha proposto Un ragazzo come libro del mese. E la mozione è stata approvata.
Rileggo il libro a distanza di anni e quasi quasi ci resto male. Ha perso freschezza, sorrido un po’ meno, mi sembra una storia scontata, anche se Will non è poi tanto diverso da un ragazzo (??) trentaseienne di oggi. Riconosco lo humor britannico, ritrovo la scrittura cinematografica, vedo l’evoluzione dei personaggi ma, come dire… storia perfetta per una serata al cinema. Una bella commedia, il faccione scanzonato di Hugh Grant, il profumo del popcorn e torni a casa di buonumore. Mi sa che adesso in un libro cerco altro. È cambiato Nick Hornby o sono cambiata io?


I commenti degli altri lettori non sono stati terribili come temevo. Buona parte dei presenti non aveva mai sentito nominare l’autore, in pochi hanno visto la trasposizione cinematografica di About a boy. Riflessione magistrale di Luigi: «Con questo libro ho avuto un ottimo rapporto: nulla mi ha dato e nulla ho restituito. L’ho iniziato, l’ho terminato e l’ho riportato in biblioteca. Un perfetto distacco inglese». Più chiaro di così!


Nick Hornby, Un ragazzo (About a boy), trad. Federica Pedrotti, TEA su licenza della Ugo Guanda Editore.