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lunedì 13 luglio 2020

Città sommersa, Marta Barone


La mia diffidenza verso i premi letterari italiani è oggetto di facile ironia tra gli amici del gruppo di lettura. No, ma è tra i finalisti dello Strega; figurati se Barbara ce lo farà leggere! È la classica punzecchiata in prossimità della stregata serata finale.
Non è snobismo, è che tutte queste chiacchiere intorno ai premi letterari e ai giochi subdoli delle case editrici maggiori non mi appassionano. Però quest’anno volevo dare uno smacco al gruppo di lettura e avevo programmato di leggere almeno tre titoli arrivati nella dozzina dello Strega. Avevo escluso a priori Il colibrì, tanto lo sapevamo tutti che avrebbe vinto.
M’incuriosiva Città sommersa di Marta Barone (pubblicato da Bompiani); avevo letto recensioni entusiastiche ed era stato apprezzato da lettori con gusti affini ai miei. Quando il titolo è comparso tra gli audiolibri disponibili su Storytel, ho dato un senso alle pulizie di casa. La parte iniziale dell’ascolto è stata così coinvolgente da farmi scaricare l’ebook, passando dall’audiolibro al testo (sto ascoltando diversi audiolibri, ma trovo che ascolto e lettura siano due esperienze diverse). E poi… e poi, mi sono impantanata.

Città sommersa è una specie di memoir, un romanzo di difficile classificazione, in cui credo si possa dire che i temi dominanti siano la memoria e il tempo. Marta Barone, poco più che trentenne, torinese, autrice per ragazzi e consulente editoriale, perde il padre nel 2011. Leonardo Barone è stato un padre assente, sfuggente; si era separato dalla madre di Marta quando lei era ancora una bambina e il legame tra padre e figlia non è stato dei più intensi. 

Aveva quasi quarantadue anni quando ero nata. Era sempre stato inspiegabile. Non capivo bene che lavoro facesse (quando ero molto piccola aveva insegnato per un anno o due in un liceo privato, ma poi chissà), perché avesse ricominciato a studiare. Gli zampettavo dietro per i tetri corridoi dell’università, leggevo o giocavo da sola mentre teneva banco in mezzo a gruppetti di studenti ventenni, i suoi compagni di corso. Aveva già la barba imbiancata, che conservava striature color ruggine, il marchio rossiccio che porto anch'io in filigrana. Nella luce verdastra di Palazzo Nuovo mi appariva strano e triste, e fuori posto.
Dopo un paio di anni dalla morte del padre, Marta Barone si ritrova tra le mani la memoria difensiva, presentata in Cassazione, nel processo in cui Leonardo Barone è stato condannato per il reato di partecipazione a banda armata. L’autrice sapeva che suo padre era stato in carcere prima che lei nascesse, che alla fine era stato assolto con formula piena e che non era mai stato un terrorista. Nella vita precedente alla nascita di Marta, Leonardo Barone era stato medico, quindi...
«Avevo curato uno di Prima Linea ferito e quindi […] mi hanno accusato di essere di Prima Linea».
Non penso mi avesse dato altri dettagli, né io glieli avevo mai chiesti. 
Improvvisamente, quelle carte accendono la curiosità di Marta; inizia una lunga indagine dalla quale emerge una figura dalla personalità sorprendente. Un uomo così diverso da quello che credeva essere suo padre da doverlo ridenominare. Nel romanzo, l’autrice chiamerà questo nuovo personaggio con la sigla L.B.
L.B. era un uomo colto, con una laurea in medicina, una in giurisprudenza e una in psicologia; un uomo che aveva creduto fortemente nel bene comune e negli ideali del comunismo; che aveva messo da parte gli studi e la moglie per seguire le indicazioni del partito. Anzi, giovanissimo, aveva sposato la prima moglie perché obbligato dal partito. Ma, allora, non l’aveva sentito come un obbligo. Un uomo che ha vissuto più vite nel tentativo di costruirne una decente. Il tentativo di vivere a decent life, come viene detto nel romanzo da uno dei tanti compagni di gioventù di L.B. che Marta ha rintracciato per capire chi fosse suo padre.    
Tra le pagine, si trovano inevitabilmente la Torino degli anni Settanta (non a caso, la copertina raffigura Via Roma, una delle vie principali del centro storico di Torino e, sovrapposta, la foto di un giovane Leonardo Barone), l’attivismo politico, gli anni di piombo, la fabbrica, l’occupazione delle case, Servire il Popolo, Prima linea. In un’intervista, l’autrice ha dichiarato di aver tentato di romanzare la politica.
Insomma, capite che Città sommersa non può essere liquidato con quattro parole; i temi sono tanti, si sente il lavoro di ricerca storica, si apprezza l’eleganza della lingua. Forse troppo accurata.
Allora, perché mi sono impantanata nella lettura? Non saprei spiegarlo. Lo stile così ricercato, dotto, mi è sembrato finto, ha appesantito il romanzo; da un certo punto in poi, la voce della scrittrice è diventata predominante e la figura del padre è diventata secondaria. Forse l’effetto era voluto; certo è che ho perso interesse nel personaggio. L’uomo era già venuto fuori a metà romanzo; la successiva cronologia degli eventi, utile per la ricostruzione storica, ha affievolito la narrazione. Ha perso l’anima.
Ah!, già… l’ambizioso progetto di leggere almeno altri due tra i romanzi in gara, prima della proclamazione del vincitore dello Strega, è tristemente naufragato. Avevo ipotizzato di leggere Almarina e La misura del tempo. Ma ho guardato la libreria ed ho optato per una camminata in Marocco…    

Note a margine: non sono affiliata a Storytel, né a piattaforme di qualsiasi genere. Quindi, cliccando sui link, non otterrete sconti né io riceverò alcuna provvigione. Da qualche tempo, ho iniziato ad ascoltare audiolibri; mi piace l'offerta di Storytel e ho sottoscritto un abbonamento. 
Se non siete grandi fruitori di ebook, ma ogni tanto ne leggete qualcuno, potete consultare la biblioteca a voi più vicina e verificare se abbia aderito a Mlol - MediaLibrary on line. Un servizio offerto dal circuito bibliotecario della mia zona e che apprezzo moltissimo.


sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese

domenica 17 maggio 2015

Torino – Non solo Salone del Libro

È anche lo stato d’animo a farci piacere un luogo. Torino, ad esempio, mi è sembrata più bella del solito. Correre all’alba con gli scoiattoli nel parco del Valentino; macinare chilometri sul lungo Po mentre il cielo iniziava ad aprirsi e il traffico della città in lontananza ad intensificarsi. Un’insolita scarica di energia per me che non ho mai amato l’umidità dei fiumi. 
Mi è sembrata piacevole perfino la traballante stanzetta del vecchio palazzo in cui ho albergato. Un ritorno ai miei primi viaggi. Sistemazioni spartane ed economiche; l’importante era la meta non le stelle dell’hotel. È stato bello vagabondare di sera tra le vie del centro, incurante della Torino bene che si muoveva su tacchi 12 e abitini eleganti. Un gelato, le tante parole ascoltate, le parole perse, i libri acquistati, quelli a cui ho saputo dire di no, quelli che avrei voluto e i “Ma poi quando li leggerò tutti ‘sti libri?”


Avevo bisogno di tempo per me e il Salone del libro è stato un buon pretesto. Ora c’è il solito mix di malinconia e stanchezza. Sono state ore intense e necessarie. Continuerò a rimuginare su quanto ascoltato e mi riprometterò di trovare nuovi pretesti di evasione. Poi verrò fagocitata dalla quotidianità e i buoni propositi andranno a farsi benedire. 

venerdì 24 agosto 2012

Torino


La prima volta che andai a Torino avevo dieci, undici anni. Era il mese di agosto, si sposava la sorella di mia zia ed io facevo il mio primo viaggio in treno con la mamma. Forse anche l’ultimo perché non credo di averne fatti altri con lei successivamente. 
Ricordo una città grigia, la Sacra Sindone (di cui pensai “Ma è solo un lenzuolo!” Non so perché ma immaginavo di trovarvi avvolto un corpo ben conservato) e la tragedia di Superga del ’49. In realtà, ci portarono sulla collinetta per vedere il panorama dall’alto, ma a me rimase in testa solo lo schianto dell’aereo.
Per anni ho continuato a pensare a Torino come ad una città grigia, resa meno triste dal Parco del Valentino. 
Poi ci sono passata per caso nel 2006, in una giornata luminosa, ed ho capito che l’immaginazione dei bambini fa brutti scherzi. O, forse, come sostengono gli stessi torinesi, sebbene l’enorme indebitamento, frutto anche delle Olimpiadi invernali del 2006, negli ultimi anni Torino ha cambiato volto, scrollandosi di dosso il grigiore della città operaia e industriale e trasformandosi in un luogo giovane e vivace. Un posto in cui fa piacere fermarsi quando se ne ha la possibilità.
Così, prima di tornare in quel di Roma, abbiamo pensato di goderci l’afa torinese. Sì perché la riconversione della città non ha avuto alcun effetto sul clima. È rimasto pessimo.
Ne abbiamo approfittato per visitare la tanto pubblicizzata Reggia Di Venaria. Sapevo che avrei trovato degli spazi vuoti: niente mobili, niente suppellettili, nessun oggetto che potesse ricordare gli splendori delle residenze sabaude in Piemonte. Però ero incuriosita dall’architettura, dalle strategie utilizzate per riempire tanto vuoto e dai famosi giardini.
La struttura è immensa e la Galleria Grande e la Cappella di Sant’Uberto valgono da sole la visita. Ho saltato la mostra dei gioielli dell’orafo Carl Fabergé ma sono rimasta estasiata di fronte alle centotrenta opere della collezione privata del Principe Eugenio di Savoia (titolo della mostra “I Quadri del Re”) e alla magnifica Crocifissione del Tintoretto presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto.
I Quadri del Re esposti alla Reggia costituiscono solo una parte di quello che sarà l’allestimento definitivo della nuova Galleria Sabauda nella Manica Nuova di Palazzo Reale. Una raccolta di opere fiamminghe ed olandesi superba.
La Crocifissione del Tintoretto, invece, è stata oggetto di restauro da parte del Centro Conservazione Restauro La Venaria Reale. L’intervento di restauro è stato preceduto da un’analisi particolare che, utilizzando strumentazioni tecnologiche, ha fornito nuove informazioni sulla realizzazione dell’opera. L’esito delle indagini effettuate nel corso del restauro viene mostrato da un monitor presente al lato del dipinto. Essendo assolutamente ignorante in materia, sono rimasta ipnotizzata dalle varie tecniche. Pazzesco! Non credevo si potesse radiografare un dipinto!

Il signor valigiesogni è rimasto deluso dai giardini, per lo più inesistenti. Io non faccio testo perché ero arrivata pensando ad una sorta di Schönbrunn. La solita esagerata.
In una giornata torrida come quella da noi scelta era quasi improponibile camminare all’esterno della Reggia. Poche piante, tutte basse, quindi completa assenza d’ombra. Siccità totale; acqua dei laghetti stagnante, nessun fiore.
Forse è opportuno tornare in periodo primaverile e, magari, scegliere un mezzo di locomozione diverso. La fanciulla della biglietteria del trasporto pubblico GTT ci ha detto di prendere la linea dedicata GTT Venaria Express (forse perché di domenica gli altri bus di linea scarseggiavano). Ad ogni modo, per percorrere 10 km all’andata e 10 al ritorno, si paga un biglietto di 9 euro. Praticamente quanto il costo del biglietto d’ingresso alla Reggia. Un po’ caro.
Molto grazioso anche il borgo antico che circonda la Reggia, non del tutto restaurato, ma si respira aria d'altri tempi.

Dopo tanta storia, ci siamo rifugiati nell’immaginazione. Il Museo nazionale del cinema merita assolutamente una visita. 
Un luogo speciale, allestito all’interno della Mole Antonelliana, che dall’archeologia del cinema, con le sue lanterne magiche, conduce alla galleria dei manifesti cult. 
Si esce un po’ frastornati e con gli occhi scintillanti come un bimbo in un parco giochi. E vien voglia di farsi una ciotola di popcorn e mettersi davanti ad un mega schermo. La magia del cinema.

Credo che la noia sia un sentimento estraneo alla città di Torino. È piacevole passeggiare nel centro storico ben illuminato e tutto sommato raccolto, percorribile a piedi o in bicicletta. Fermarsi ai Murazzi per una birra, cenare in uno dei tanti localini del Quadrilatero Romano, mangiare un gelato in una delle decine di gelaterie sparse qua e là. Camminare e dare un’occhiata al cartellone degli spettacoli per la prossima stagione, di teatri ce ne son diversi, fermarsi davanti ad una libreria, informarsi sulla prossima mostra.
La sensazione è che Torino sia una città ricca di offerte ma non dispersiva. Una città tutto sommato vivibile, in cui si hanno tante opportunità senza dover necessariamente diventare isterici, tipica caratteristica romana. O forse è solo il punto di vista del turista che non deve scontrarsi con le difficoltà della vita quotidiana.

Consigli pratici: Il lunedì a Torino è tutto chiuso. Tutto. Quindi, se avete in mente di visitare, faccio per dire, il Museo Egizio o il Museo nazionale della Montagna (scelte casuali), programmate la vostra visita nei restanti sei giorni della settimana.

lunedì 21 maggio 2012

Salone del Libro di Torino 2012


Sono andata al Salone del Libro di Torino nel 2008. Di quell’anno ricordo lo spaesamento: visitai uno stand dopo l’altro, scoprii case editrici di cui non avevo mai sentito parlare (per mia ignoranza, non perché fossero delle illustri sconosciute), vidi quasi tutta la puntata di Fahrenheit dal vivo e ascoltai un paio di convegni di cui non ricordo granché. Andai via pensando che avrei voluto ascoltare altre conferenze, che un solo giorno non fosse sufficiente e che sarei tornata l’anno successivo. Poiché non si riesce a fare sempre ciò che si desidera, sono trascorsi quattro anni. Un paio di mesi fa, dal sito di Trenitalia è spuntato un biglietto ad un prezzo vantaggioso, ho scovato un pernottamento ad un prezzo altrettanto economico e si è aperta la strada della Primavera digitale in una luminosa Torino dalla temperatura estiva.
Non è stato un weekend a Torino ma una full immersion al Salone del Libro. Convegni, incontri con gli autori, musica, spettacoli: un programma così vasto da dover necessariamente mettere da parte qualcosa. 


Ho trascurato gli espositori: sabato c’era il pienone e in quella ressa è venuto meno il piacere di sfogliare libri, cercare titoli nuovi, scoprire un autore sconosciuto. Ho accuratamente evitato gli spazi dei soliti noti: acquistare un libro (a prezzo pieno) allo stand della Feltrinelli, del gruppo GeMS o della Mondadori mi sembrava ridicolo. Più interessante lo spazio dell’Adelphi dove, quanto meno, era possibile sfogliare libri pubblicati qualche anno fa, ormai scomparsi dagli scaffali delle librerie. 

Porto a casa tante parole su cui meditare: quelle di Bernardo Atxaga, scrittore basco amato da Tabucchi e menzionato più volte nei vari incontri da Sepúlveda; l’ironia irresistibile di Javier Cercas, le sue considerazioni sulla Spagna e le incredibili analogie tra il contesto spagnolo e quello italiano. Porto a casa la suggestione dell’incontro con Lila Azam Zanganeh, la curiosità nata dalle parole della scrittrice croata DubravkaUgrešic e della trasgressiva Almudena Grandes. E poi il legame indissolubile tra poesia e filosofia, ben argomentato da Savater, e tutte le considerazioni che ruotano intorno alla crescente diffusione del digitale. 
Digitale che ha occupato ampio spazio (anche fisicamente) in questo XXV Salone del libro. Il kindle a prezzo pieno che sfida gli altri e-book reader con sconto fiera; facce incuriosite, facce perplesse, facce schiette: “Sono di Torino e vengo tutti gli anni. Quest’anno sono venuta solo per testare un e-book reader  e per acquistarlo… se mi fanno uno sconto fiera”.
Io ho un po’ snobbato gli spazi del digitale: non demonizzo le nuove tecnologie e credo che prima o poi affiancherò e-books ai libri di carta. Ma a Torino avevo solo voglia di parole, riflessioni e altri punti di vista; non di smanettare su supporti informatici. 

Momenti magici

Dimensione musica. Scoprire, in tutto quel vociare, uno spazio dall’atmosfera surreale. 
Un piccolo ambiente insonorizzato in cui ascoltare un duo pianoforte-violino di Claude Debussy. Luci basse, esecuzione splendida, un tempo immobile mentre tutt’intorno le persone camminavano e si agitavano verso i vari stand. 



- La performance straripante di Fabrizio Gifuni “Gadda e Pasolini: antibiografia di unanazione”.

- Intercettare Ernesto Ferrero che si sofferma ad ascoltare alcuni incontri. Seduto sui gradoni dello Spazio Piemonte segue attentamente Andrea Bajani che intervista la croata Dubravka Ugrešic; fa capolino furtivamente nella sala in cui Concita De Gregorio parla del suo libro – e non solo – con Michela Murgia; interviene al compleanno della casa editrice Guanda e ringrazia l’editore Luigi Brioschi.

Le pecche (perché c’è sempre qualcosa su cui lavorare):

-     Programmare i primi convegni alle 10.00 con le biglietterie che aprono… alle 10.00! Code lunghissime anche per chi ha acquistato in prevendita o aveva l’abbonamento. Posticipare l’inizio degli incontri (un accorgimento semplice semplice) sarebbe stato più saggio.

-  Quest’anno i Paesi ospiti della manifestazione sono stati la Spagna e la Romania. Avrei gradito ascoltare quella che sembrava un’interessante conferenza sul panorama letterario romeno. Peccato si sia svolta su una sorta di soppalco, carinissimo, ma circondato dai suoni, chitarre, voci provenienti da tutti gli spazi RAI: il frastuono era tale che perfino i relatori avevano difficoltà a comunicare tra loro. Ho finito con lo scartare a priori gli altri eventi in programma nello stesso spazio. 

    Nonostante qualche pecca, anche stavolta sono andata via pensando che due giorni non siano sufficienti e che l’anno prossimo tornerò. Speriamo non passino altri 4 anni!