Prima
che la pandemia esplodesse, avevo in testa una serie di progetti. Cose piccole,
tipo andar a trovare un’amica che non vedo da tempo, fare un’incursione tra le
poche librerie dell’usato che conosco (e magari scoprirne un’altra), tornare a
cena al ristornate greco, andare a vedere la mostra di Frida Kahlo, Il caos dentro, al SET – Spazio Eventi Tirso di Roma (originariamente prevista fino al
29 marzo).
Non
che sia un’appassionata della Kahlo anche perché, in generale, le mie
conoscenze artistiche sono piuttosto limitate. Però, mi capita sempre più di frequente
di perdermi nelle immagini, nelle foto, negli schizzi, tra oli e tempera. Di
tecnica pittorica non capisco nulla, ma mi soffermo davanti ad una tela, do la
mia interpretazione e poi ascolto l’audioguida che talvolta tralascia proprio
l’opera che più mi ha affascinato. Poi ci sono personaggi mitici, come Frida,
un’icona che ha ammaliato scrittori, giornalisti, politici, uomini, donne; e io
ne so pochissimo. Così, m’è venuta voglia di dare una sbirciata a
quell’universo e farmene un’idea. Però è arrivata la quarantena, il
distanziamento sociale, le chiusure e, a ripensarci adesso, sembrano
lontanissimi i giorni in cui programmavo una visita allo Spazio Eventi Tirso di
Roma (luogo, tra l’altro, a me sconosciuto. Quindi la curiosità era doppia).
Comunque, nell’epoca prepandemica, avevo iniziato a leggere Il letto di Frida della croata Slavenka Drakulić, (tradotto da Elvira
Mujcic, edito da Elliot nel 2014). Non so se sia il romanzo più interessante
tra i tanti che pongono al centro della narrazione vita e psiche di Frida. Io
l’ho scelto perché ero rimasta molto colpita dalla scrittura gelida e impietosa
della Drakulić, di cui avevo già letto L’accusata (edito da
Keller), ed avevo avuto modo di testare la sua capacità nel descrivere le
ossessioni e il dolore.
Il letto di Frida inizia così e già in questa prima pagina c’è l’essenza della
storia. Le cicatrici, gli aborti, l’irrequietezza, il vuoto sotto il lenzuolo
che non è solo il vuoto lasciato dalla gamba amputata ma quel vuoto interiore
provocato dai continui tradimenti del Maestro (il noto pittore messicano Diego
Rivera, marito di Frida), dalla pugnalata inferta da sua sorella, Cristina
Kahlo (amante del Maestro), dalle nottate insonni, dagli antidolorifici che non
fanno effetto.
Da
quel letto Frida si lascia andare ad un flusso di ricordi, ripercorre le sue paure,
la tenacia con cui si aggrappa alla pittura, la passione per il comunismo, che
non fu mai vera passione, le amanti, gli amanti, la relazione con Lev Trockij.
Anche questa volta, la penna di Slavenka Drakulić s’intrufola tra i pensieri
intimi della protagonista e, pur scrivendo in prima persona, conserva una sorta
di distacco pure quando racconta i momenti più infelici. Strano a dirsi ma è
quel distacco a rendere più dolorosa la storia. La sua pittura fa pensare ad un
carattere impetuoso, impulsivo, una donna che, come sostiene la Drakulić, fa cose
che altri non facevano.
“L’incidente
al quale era sopravvissuta le aveva donato il coraggio di coloro che non hanno
nulla da perdere”.
Eppure,
la Frida che troviamo descritta in questo romanzo sembra sempre molto lucida
nei suoi ragionamenti, fredda, razionale. Le tante contraddizioni di un’artista
dalle mille sfaccettature.
Intanto,
la mostra è stata prorogata fino al 13 aprile, ma…


