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lunedì 13 dicembre 2021

Più libri più liberi 2021

 


La prima volta che andai alla fiera Più libri più liberi la mia conoscenza dell’editoria italiana era piuttosto vaga. Ero più timida e sprovveduta di oggi e pensavo che le case editrici fossero molto più ricche e strutturate rispetto a quanto accada nella realtà.

Tornai a casa con un mare di carta: tanti cataloghi, qualche bella scoperta, libri firmati da autori di cui non avrei più sentito parlare e un grande entusiasmo. Il mio rapporto con la fiera della piccola e media editoria romana è cambiato con il passare del tempo. Anche grazie a questo blog e al crescente ruolo dei social sono stata coinvolta in diverse iniziative che mi hanno portato a vivere la fiera da dentro. Ma, paradossalmente, all’aumentare della mia presenza tra i corridoi del Palazzo dei Congressi prima e della Nuvola poi, diminuiva la soddisfazione a fiera finita. Troppa gente, troppe corse da una sala all’altra, troppi finti impegni. Era terminato l’entusiasmo della scoperta. Tant’è che nel 2019 ho disertato l'evento senza avvertire neppure quel pizzico di rimpianto che ti prende nel momento in cui il resto della tua bolla posta foto, sensazioni, stralci di giornate nella Nuvola.

Quest’anno, invece, spinta dal rinnovato entusiasmo per progetti di lettura che mi frullano nella testa, incurante del numero di libri che entra in casa occupando ogni spazio libero, ho preso un giorno di ferie per poter girellare tra gli stand. Volevo evitare la folla, le sale piene, le case editrici di cui conosco già i cataloghi (e che non sono più così piccole) e gli eventi di richiamo. Volevo curiosare tra le nuove realtà editoriali e vedere verso cosa si stia muovendo l’editoria italiana.

Avevo dimenticato quanto possano essere rumorose le orde di studenti di tutte le età ma, superato il gruppo scuola, è andato tutto nel migliore dei modi. Dalle mie chiacchiere in fiera, ho avuto la sensazione che le case editrici più giovani abbiano scelto come piano editoriale “pubblichiamo le storie che ci piacciono”, senza tralasciare un pizzico di follia. Questo per lo meno è quanto sostengono i tipi di Pessime idee, casa editrice romana nata lo scorso anno, che ha scelto come motto “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”. Questo affermava Erasmo da Rotterdam e da questo siamo partiti.

Non contenti del rischio assunto nel gestire una casa editrice, nel 2021 i tipi di Pessime idee hanno inaugurato anche una libreria. Qui potete spulciare il catalogo di quanto pubblicato finora.

Criterio simile ma più focalizzato sulla selezione l’ho trovato nello stand della nuovissima 21lettere. Sul sito della casa editrice si raccontano così:

Sei soli titoli all'anno. Come è possibile? In parte perché lavoriamo su long-seller. In parte non lo sappiamo, perché è una scommessa.

Se tanti sono i motivi per cui viene pubblicato, o meno, un libro, noi facciamo un passo indietro. Se anche per assurdo avessimo a disposizione i diritti di tutti i libri di tutti i cataloghi, da ognuno ritaglieremmo piccolissime porzioni, lasciando cadere il resto. 

Pochi selezionatissimi titoli su cui investire tanto, ciascuno. Non confinati a un genere prestabilito. Se è bello lo pubblichiamo, questo è ciò che siamo. Il criterio principe. Certo, se è bello per noi. La casa editrice avrà un suo carattere definito, in base alla traccia che lascerà, ma senza confini di sorta. 

Spostandomi dalla narrativa alla saggistica, mi sono lasciata incuriosire da Aras edizioni. In particolare, mi ha colpito la collana Le crinoline che raccoglie saggi su figure femminili rimaste lungamente ai margini della storia o note per essere state “le compagne di…”, più che per la propria personalità.

E poi ho soddisfatto altre curiosità, tipo spulciare con attenzione i volumi esposti nello stand della casa editrice filosofica Tlon. Ci sono temi che io finora ho esplorato pochissimo, temi che includono il femminismo ma anche quella cosa di grande attualità che viene sintetizzata nell’espressione “questioni di genere”. Se ne parla molto e se ne trovano un’infinità di pubblicazioni nei cataloghi di molte case editrici.

Insomma, per sintetizzare la mia fiera e il relativo bottino potrei dire: giovani case editrici, una finestra sull’universo femminile e sulle tematiche di genere, un pezzetto di Cile, un po’ di Roma e qualche regalo.

Questi sono i titoli che sapevo avrei portato a casa:


e questi sono i titoli accidentalmente caduti nella mia borsa, tra uno stand e l’altro:


Credo sia stato anche l’ultimo bottino del 2021, un anno in cui non ho lesinato nell’acquistare libri. Dopo un parco 2020 sono tornata, infatti, alla modalità faccio-un-salto-in-libreria. E ad uscire senza libri da una libreria, si commette peccato. Insomma, con quest’ultima pila, di provviste per l’inverno (ma anche per la primavera/estate) ne ho a sufficienza.

 

martedì 11 dicembre 2018

Nella Nuvola. Sprazzi di Più libri più liberi 2018


Venerdì pomeriggio, ufficio. All’ennesimo tutorial dell’ennesimo software di fatturazione costruito apposta per me, ho la sensazione che il mal di testa non sia una conseguenza della fatturazione elettronica ma del raffreddore in arrivo. Non ho mai capito la ragione per cui riesca ad ammalarmi puntualmente di venerdì, mandando in fumo i programmi del weekend, per tornare al lavoro il lunedì stropicciata e nervosa.
A Roma c’era la XVII edizione di Più libri più liberi; i tempi in cui prendevo addirittura un paio di giorni di ferie per vivere pienamente la fiera della Piccola e Media editoria sono lontani, però rinunciare al sabato nella Nuvola mi rodeva un po’. Programma della fiera alla mano, impasticcata e confusa, son salita sul mio trenino, dribblando gruppuscoli di Salviniani diretti in Piazza del Popolo. 
Girare tra gli stand non mi entusiasma più. La sindrome da sabato mattina al supermercato m’ha preso dopo dieci minuti. Eppure era presto, i corridoi non erano ancora affollati e avrei anche potuto scambiare due parole con gli espositori. Invece sono fuggita anzitempo nella sala in cui si teneva l’incontro con Gianrico Carofiglio e Jacopo Rosatelli.
I miei incontri:
- Ho ascoltato un caustico Carofiglio concentrato sulle parole della comunicazione politica e sull’utilizzo improprio di espressioni giuridiche. Prende spunto dall’attualità politica, è più pungente di quanto non lo sia già in alcune puntate di Otto e mezzo della Gruber, spiega la differenza tra trasparenza e riservatezza, ricorda l’accezione positiva del termine compromesso, racconta un aneddoto esemplificativo di cosa sia la buona politica.
Gianrico Carofiglio con Jacopo Rosatelli, Con i piedi nel fango. Conversazione su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele;
- Ho dato un volto a Florinda Fiamma, una delle voci di Radio3, che ha coordinato la presentazione di Adulterio e altre scelte, raccolta di racconti di Andre Dubus. In Italia, a farci scoprire Dubus sono stati il traduttore Nicola Manuppelli e la casa editrice Mattioli 1885
Manuppelli racconta ancora una volta il suo primo approccio con Dubus. Una sera va al cinema a vedere I giochi dei grandi. Il film non lo fa impazzire ma lo colpisce la tensione fra i personaggi. Gli sembra una cosa nuova, non sa neanche bene come poterla descrivere ma sa di non aver mai letto una roba simile. Dopo qualche mese, s’imbatte nelle short stories di un narratore americano che sa creare quella forte tensione tra i personaggi. Lo scrittore è Andre Dubus e, non a caso, I giochi dei grandi era stato tratto dai suoi racconti.    
Andre Dubus, Adulterio e altre scelte, Mattioli 1885. 
- Mi sono persa dietro le immagini evocate dall’antropologo Marco Aime e dal geografo Davide Papotti mentre parlano di mappe, viaggi, Altro e altrove.
Piccolo lessico della diversità a cura di Marco Aime e Davide Papotti, Fondazione Benetton Studi Ricerche - Antiga Edizioni.
- Massimo Cacciari e la Divina Commedia. E non dico altro perché non ne ho gli strumenti. Lo ascolto in piedi, in silenzio, troppe cose mi sfuggono. Da profana, avrei eliminato le letture di Massimo Popolizio: una Divina Commedia troppo recitata, esasperata, eccessiva. Insomma, declamata da Popolizio non m’è piaciuta.
Divina Commedia a cura di Enrico Malato, Salerno editrice.
- Marco Damilano interroga Luciano Canfora sul moto violento della storia che spazza via il marciume e l’immobilismo di alcune fasi storiche. Non fa sconti a nessuno Luciano Canfora: spietato con la sinistra italiana e francese, spietato verso L’Europa, spietato verso i cosiddetti intellettuali.
Chiude ricordando una frase profetica di Karl Marx: il conflitto di classe come possibile comune rovina delle classi in lotta. Non si può star tranquilli che in qualche modo i problemi si risolvano: li dobbiamo affrontare noi.   
Luciano Canfora, La scopa di Don Abbondio, Laterza.
- L’ironia di Diego Bianchi e della banda di Propaganda live.


Altre cose belle:
- Abbracciare un pezzo di scratchreaders (tipi strani che leggono e commentano su facebook una quantità enorme di libri, scritti prevalentemente da gente morta);
- Mangiare un panino nella Nuvola, ciarlando di racconti e editoria;
- Sbirciare gli incontri evidenziati dal coniuge, stravolgere i miei programmi pomeridiani e seguirlo;
- Scendere dalla Nuvola mentre Propaganda non è ancora concluso ma la fiera è già chiusa da un pezzo. I corridoi puliti, gli stand con i libri in ordine, pronti per essere sfogliati, spostati, imbustati il giorno successivo. Le luci soffuse, un silenzio irreale. È come se vedessi la Nuvola per la prima volta. L’immagine più bella della giornata. Vacillo. Ma forse è solo la febbre che ricomincia a salire.

domenica 11 dicembre 2016

In viaggio con Jan Brokken a Più libri più liberi - Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken, scrittore e giornalista olandese, lo immaginavo un signore affabile, elegante, dal tono di voce caldo e pacato. Un viaggiatore in grado di tenerti sveglia fino a tarda ora, raccontando di un viaggio in Gabon e uno in Estonia, descrivendo paesaggi che forse non vedrai mai e personaggi su cui qualche volta ti è capitato di fantasticare.
Jan Brokken di persona si è rivelato più affascinante di quanto immaginassi. Ha aperto l’incontro romano di Più libri più liberi ringraziando le sue traduttrici; ha lodato Claudia Di Palermo per la capacità di calarsi nei suoi romanzi (“la prima volta che ci siamo incontrati era molto incinta. Tradurmi deve essere stato un secondo parto”), e questo sincero elogio del traduttore l’ha reso ancora più simpatico a chi lo aveva già accolto col sorriso.
Da mesi non faccio che parlare di Anime baltiche e dell'abilità di Brokken di raccontare i grandi personaggi partendo da inezie quotidiane: un modo originale e intenso di scrivere una biografia. Non si sofferma troppo sulla grande Storia, si limita ad accennare agli eventi riportati nei libri di testo scolastici. Preferisce concentrarsi su un singolo episodio della vita di un personaggio (talvolta molto noto, basti pensare a Roman Gary, Hannah Arendt, Arvo Pärt) senza farsi distrarre da tutto il resto. Ed è ciò che accade con Dostoevskij nel Giardino dei cosacchi.
Jan Brokken si imbatte nei diari di Alexander Igorovič von Wrangel e nello scambio epistolare tra questi e F.M., Fëdor Michajlovič. Legge le lettere scritte da Alexander e ha la sensazione di vedere comparire dinanzi a sé Dostoevskij in persona; ne sente la voce, ne percepisce lo sguardo indagatore. Decide quindi di entrare nella vita di Dostoevskij indossando i panni del barone Alexander Igorovič von Wrangel, l’amico di una vita, la persona con cui F.M. ha trascorso interi pomeriggi nel giardino di una dacia in Siberia.

Il 22 dicembre 1849, il sedicenne Alexander Igorovič vide per la prima volta il grande scrittore russo. Era l’anno del colera, la gente moriva in massa e le scuole erano chiuse. Alexander Igorovič era da suo zio mentre i condannati a morte del gruppo di Petraševiskij venivano condotti al patibolo.
F.M., quasi trentenne, con la camicia dei condannati davanti al plotone d’esecuzione, baciava la croce d’argento che gli poneva il prete. La grazia dello zar giunse quando nessuno ci credeva più: Alexander non avrebbe mai dimenticato tanta crudeltà (e neppure Dostoevskij, che ne soffrì tutta la vita). Lo scrittore fu deportato a Semipalatinsk in Siberia, lo stesso distretto in cui Alexander, ormai ventenne, assunse l’incarico di procuratore agli affari statali. Nacque così una lunga amicizia.
Un’amicizia che non durò tutta la vita perché ad un certo punto furono i debiti in cui si era cacciato Dostoevskij e la furia del gioco ad avere la meglio.
Brokken descrive minuziosamente le giornate dei due amici, le avventure sentimentali, il tabacco fumato, la sporcizia dei luoghi, gli attacchi epilettici dello scrittore. Li descrive come se li stesse vivendo in prima persona e non come la mera ricostruzione di un diario.
Fëdor poteva anche essere un uomo nervoso e facilmente irritabile, ma non era sicuramente respingente. Le donne frivole lo adoravano perché era capace di divertirsi, le donne fatali amavano il suo carattere intrattabile, le ragazze di diciassette o diciott’anni venivano conquistate dal suo entusiasmo e dal suo modo coinvolgente di parlare.
Fëdor era un uomo passionale: si era innamorato di Marija Dmitrievna Isaeva, sposata e con un figlio, aveva pazientato anni facendole la corte e infischiandosene del rispetto delle convenzioni. Il 6 febbraio 1857 Marija sarebbe diventata sua moglie.
Dostoevskij era facilmente irritabile, molto ironico, infallibile osservatore dell’animo umano. Nella vita mirava solo a tre cose: scrivere, pubblicare (scriveva per essere letto e non per il proprio piacere) e sposare l’amore della sua vita. 
È il Dostoevskij che avevo immaginato leggendo Delitto e castigo: lo scrittore che indaga l’animo umano senza lasciarsi spaventare dalle storie più cruente.
L’amicizia tra Alexander e F.M. termina quando il demone del gioco si è ormai impossessato dello scrittore. Dei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della dacia alla periferia di Semipalatinsk resta solo un fievole ricordo: F.M. assorto che innaffia le piante, mentre nella testa sta scrivendo un nuovo intreccio narrativo.
Il giocatore spazzerà via i momenti più intensi.


Jan Brokken ricostruisce questo rapporto di amicizia in modo estremamente dettagliato. Anche troppo. In alcuni tratti il romanzo mi è sembrato ripetitivo e poco coinvolgente. Ma le aspettative create da Anime Baltiche erano elevate e avevo messo in conto una possibile delusione.
Ciononostante, Jan Brokken riesce a trasmettere la sua passione: una volta chiuso Il giardino dei cosacchi, ti viene una gran voglia di leggere i romanzi di Dostoevskij che non hai mai aperto in passato e rileggere le opere che conosci già. E ti vien voglia di sprofondare sul divano con Oblomov di Gončarov.
Cos’aveva detto Dostoevskij di lui? «Un gentlemen con l’anima del burocrate, privo di idee e con gli occhi da pesce lesso – dotato da Dio, come per scherzo, di un talento straordinario».
Ha ragione Brokken: Dostoevskij era un genio che sapeva giocare con le parole.



sabato 10 dicembre 2016

Gironzolando tra le storie di Più libri più liberi 2016


Mi avvicino al Palazzo dei Congressi con la presunzione di sapere già cosa troverò; Più libri più liberi è la fiera che conosco meglio, gli editori che seguo con più interesse, i soliti corridoi stretti, confusionari ma non soffocanti. Poi entro e puntualmente impiego mezza giornata per orientarmi. Se è un giorno di festa, alcuni stand sono inavvicinabili: c’è sempre crisi, in Italia continua a non leggere nessuno, eppure a giudicare dal numero di sacchetti e borsine colorate, la fiera della piccola editoria resta un’isola felice.
Di alcune case editrici s’è persa traccia, ne scopro un paio mai sentite prima, altre ancora stanno per lanciare le prime pubblicazioni (Black coffee). Penso alla marea di titoli che inondano le librerie. Ma servirà davvero una nuova casa editrice? Un’altra? 

Vins Gallico, nella duplice veste di autore (Final cut. L’amore non resiste, Fandango libri) e ufficio stampa della casa editrice romana L’orma, non ha esitazioni: “Pensa a quanti titoli sono stati scoperti grazie a piccole case editrici indipendenti. A noi che abbiamo rilanciato Annie Ernaux; a piccole scoperte come l’epistolario della Kuliscioff.” Già, la Kuliscioff, pensa a quanto sono ignorante io che fino al giorno della presentazione non sapevo chi fosse uno dei cervelli politici del socialismo italiano.
Pluralità è ricchezza e non frammentazione. Non è il numero di case editrici a spaventarci. Semmai il fatto che ci sia ancora una certa difficoltà nel fare rete”. Ne è convinta Cristina Pascotto, Safarà editore, giovane casa editrice obliqua, come il formato del libri pubblicati. “Le fiere sono fondamentali per noi editori. Ci confrontiamo con i nostri colleghi, scopriamo di avere problemi comuni, ci sentiamo meno soli. Per una piccola casa editrice partecipare ad una fiera è dispendioso ma ne vale la pena. Non a caso, abbiamo già deciso di andare a una marina di libri. È un progetto in cui crediamo molto”.


Superato l’effetto frullatore che mi prende nel saltare da uno stand all’altro, comincio a divertirmi, e rimetto in discussione i luoghi comuni che circondano i mestieri del libro.
L’editoria è passione. Lo puoi leggere negli occhi febbricitanti (in senso letterale) di Cristina Pascotto che, in barba all’influenza, continua a parlare del connubio tra narrativa e saggistica, delle tante voci da portare in Italia. “Com’è possibile che prima di noi nessuno abbia pensato di tradurre Lanark in italiano?”.

L’editoria è passione, te ne accorgi dagli occhi di Pietro Biancardi (Iperborea), che dopo 10 ore di fiera si illumina parlando del Viaggiatore di Stig Dagerman. “Non è il nostro libro più rappresentativo; non ha venduto come L’anno della lepre, ma lì dentro è racchiuso tutto l’esistenzialismo di Camus, i dubbi di ciascuno di noi, le ingiustizie della quotidianità. Un grande libro a cui sono molto affezionato". Ed io che ho conosciuto Iperborea proprio con Stig Dagerman, non posso che dargli ragione.
Se per scommettere sull’editoria bisogna esser folli, il connubio editore-libraio è pazzia pura. O forse una carta vincente. Ci crede Biancardi, socio della neonata libreria milanese Verso. Ne sono ancora più convinti Andrea Palombi e Ada Carpi, fondatori della casa editrice romana Nutrimenti, che due anni fa hanno aperto una libreria a Procida, con la convinzione di poter creare un modello complementare a quello delle librerie di catena.
Procida non è Milano: come può sopravvivere una libreria? Può. E può diventare un’occasione d’incontro tra gli abitanti; un luogo in cui i bambini, dopo una partita a pallone, possono entrare e sfogliare i libri. Siccome la creatività è la carta vincente, ci si può inventare un festival, tipo Procida racconta. Invitare sei autori, scegliere un cittadino procidano e scrivere sei racconti sulla sua storia. La quotidianità che diventa letteratura e la letteratura che torna ad essere narrazione della quotidianità.


Ho sempre immaginato l’editore come un essere agguerrito, pronto a sfoderare la spada per eliminare il concorrente dello stand accanto. Invece li ascolto mentre pubblicizzano libri altrui. “Quanto sono stati bravi i tipi de La nave di Teseo a scovare Le case crollano! Se ti capita, leggilo. È un libro meraviglioso”. Il suggerimento di lettura viene di nuovo da Cristina Pascotto, Safarà editore, lettrice prima che direttore editoriale. Sento di potermi fidare.
Altre volte s’è lottato per accaparrarsi un titolo, ma l’editoria oltre ad essere passione è contabilità, e Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è scomparso dal raggio d’azione di Iperborea. “Sarebbe stato un titolo perfetto per il nostro catalogo, ma era una cifra improponibile”.

Mentre tedio gli editori con le mie domande, al piano di sopra Chiara Valerio e Nicola Lagioia, neo direttori dei due saloni, dibattono sul futuro delle fiere. A che servono i saloni?
Ascoltando le considerazioni delle persone con cui ho parlato, a qualcosa servono. C’è chi non fa mistero della decisione presa, mostrando orgogliosamente la spilletta per il festeggiamento del trentennale del Salone (Iperborea, come il salone del Libro, compirà 30 anni nel 2017). 
C’è chi si indigna: “Il Salone del libro è Torino. Come si può pensare di sradicarlo e portarlo a Milano?”. E la distanza c’entra poco: sono editori del nord a parlare. Ma la polemica di qualche mese fa è sfumata. I toni sono cambiati; è ormai chiaro che di fronte a due progetti validi, trovando il giusto compromesso con le date, verranno meno anche gli schieramenti.


Con una vagonata di libri, cinguettando a destra e manca, raggiungo la metro. I tweet di oggi tra qualche minuto faranno parte del passato; tra le storie che ho in borsa, invece, potrebbe nascondersi un gioiello destinato a durare nel tempo. Sono tutte storie. E ogni giorno speriamo che quella di domani sia la più bella di sempre.   

martedì 6 dicembre 2016

Space invaders, Nona Fernández

Ogni tanto mi chiedono perché continui ad andare alle fiere dell’editoria. «Proprio tu che detesti la confusione! Ma che ci vai a fare?». Mi piace incontrare chi lavora tra i libri, ascoltare le loro storie, scoprirne di nuove; mi piace osservare gli autori, mi piace sbirciare tra i titoli acquistati dagli altri. Mi fermo agli stand di case editrici in cui non mi sono mai imbattuta in precedenza, mi faccio suggerire un paio di titoli e li porto a casa contenta. Prima o poi li leggerò.
È accaduto così con Space invaderspubblicato da Edicola ediciones, casa editrice garibaldina fondata da Paolo Primavera tra Cile e Abruzzo. Ho conosciuto l’editore per caso all’ultimo salone del libro di Torino; mi ha incuriosito il progetto di una casa editrice nata ad Ortona, all’interno dell’edicola di famiglia, con l’intento di unire l’amore per l’Abruzzo con l’amore per il Cile.
L’editore mi ha consigliato questo librino di Nona Fernández, nata a Santiago del Cile nel 1971, sceneggiatrice e scrittrice. Ho letto la frase di Perec (da La camera oscura) messa in esergo e mi sono fidata.

“Sono sottomesso da questo sogno:
so che non è altro che un sogno,
però non riesco a fuggirgli”.

Perché dovresti spendere 10 euro per un romanzo breve edito da una piccola casa editrice semi sconosciuta?
Banalmente, per la cura editoriale, per l’impaginazione, l’assenza di refusi e il piacere di avere una storia in cui rifugiarti mentre fai la fila all’ufficio postale. Ancora più banalmente, perché la bellezza di un libro non si misura nel numero di pagine né in euro spesi. Ma, soprattutto, potresti comprarlo se non hai mai visto il Cile di Pinochet con gli occhi di un adolescente.
Ho letto le pagine della Fernández in uno stato di torpore: il volto della piccola Estrella Gonzales che mangia una baguette con crudo e formaggio nel cortile della scuola si sovrappone ai ragazzini che corrono; i servizi segreti, intanto, sgozzano il leader sindacale Tucapalo Jimenez. Ho troppo sonno, dovrei spegnere la luce, ma vengo distratta dalle voci di un gruppo di ragazzetti che intonano qualcosa mentre marciano. Marciano e battono le mani ma non capisco cosa dicano. Lanciano volantini rossi, qualcuno urla “marcia della fame”; hanno appena dodici anni, non dovrebbero marciare, vorrebbero solo correre, ridere, abbracciarsi e capire cos’è questa storia che la gente scompare quando si mette in politica.

Non è possibile che si sia messo in politica perché è ancora piccolo, dice Maldonado. […]
Invece no, per alcune cose non siamo così piccoli, risponde Bustamante. Si tratta di politica. Tutto è politica. A che serve. Chi se ne importa. Ma c’è un motivo se non si può essere politici, c’è un motivo se è proibito dal governo. Non è giusto che si proibiscano le cose.
Qualcuno lo sa cosa significa occuparsi di politica?

Basta con queste sciocchezze. Adesso devo dormire. Chiudo gli occhi e vedo corone di fiori, bare, corpi in mille pezzi, un altro funerale. Dove sono finiti i bambini che giocano a Space invaders?
Oggi che non sono più così piccoli hanno capito cosa significhi occuparsi di politica? Chi è sopravvissuto, sogna ancora protesi e mani di ricambio? Ha imparato a distinguere gli incubi dalla storia?  
Mi rassegno ad accendere la luce, scompare Pinochet però resta l’inquietudine per quel gioco della morte in cui non si riesce mai ad attaccare. Ci si può solo difendere.  


Anche Edicola ediciones sarà alla Fiera romana Più libri più liberi (stand H07).
Qui, invece, trovate una bella intervista a Nona Fernández, realizzata dall’ottimo Andrea Pennywise. Della stessa autrice sta per uscire in Italia Mapocho, edito da gran via edizioni (stand E20), altra casa editrice a me poco nota. Mi sa che andrò a curiosare.

Nona FernándezSpace invaders, trad. Rocco D'Alessandro
Edicola ediciones, Ortona, 2015.


domenica 27 novembre 2016

Sono tutte Storie – Più libri Più liberi 2016, #BlogNotesPL


Ricordate quando, stomacata dalla polemica SaloneDelLibroSì - SaloneDelLibroNo, affermai pubblicamente: “Basta! Niente fiere, festival, saloni dell’Editoria per un po’!”? Scherzetto!
E ricordate quando dissi che se mi fossi infilata in un altro live tweeting l’intervento al tunnel carpale non me l’avrebbe tolto nessuno? La via del libro è lastricata di tentazioni, e io sono rientrata nel tunnel fiera con cinguettio, pronta a sfidare tendiniti e infiammazioni di ogni genere.
Tutta colpa della solita Laura (la Ganzetti, quella che girella con tazza di tè al seguito) che se non ha tra le mani una decina di progetti e altrettanti libri non è felice. Poi, poiché chi si perde nelle storie ama farlo in compagnia, perché non coinvolgere anche quest’anno altri blogger nella folle idea di raccontare la Fiera della piccola e media editoria di Roma? Potevo io rifiutare?
L’allegra combriccola #BlogNotesPL, guidata dalla capa Laura, è costituita dalla geniale Maria, la sconclusionata Simona, l’insaziabile Diana e il pirata Pennywise. Voci abbastanza diverse con l’obiettivo di raccontare i diversi volti della fiera.
Cercheremo di non soffermarci troppo sulle case editrici più note, quelle che ormai non possono più esser considerate piccole, e daremo spazio ai nomi che si incontrano raramente in libreria. Salteremo da una presentazione all’altra, perché di incontri interessanti ce ne son parecchi, sfoglieremo libri, osserveremo copertine, chiacchiereremo con editori e lettori. Bello, no?
Se ancora siete indecisi sul da farsi, date uno sguardo al programma della fiera e agli espositori presenti. Io di idee ne ho parecchie e ve le racconterò un po’ per volta. Quindi, se siete allergici alla folla, a Roma, ai saloni ma vi va di sapere cosa sta accadendo al Palazzo dei Congressi, qualcosa ve la diremo noi e Laura raccoglierà gli interventi di tutti qui.

Se, invece, avete voglia di fare un salto in fiera, sarà una bella occasione per incontrarci. Avete ancora una decina di giorni per decidere. Chi viene?

giovedì 25 febbraio 2016

Etica dell’acquario, Ilaria Gaspari



Ilaria Gaspari è una trentenne bellissima, capelli scuri, rossetto rosso, una grazia nervosa quando muove le mani e un diploma in Filosofia alla Normale di Pisa. L’immagine che ho dei Normalisti non coincide né con l’idea di grazia, né di bellezza, e la spontaneità dell’autrice mi spiazza subito. Così come mi spiazza la sua Pisa.
La Pisa universitaria raccontata dai miei amici (normali con la n minuscola, nessuna eccellenza), è una cittadina allegra che gli ex studenti rimpiangono per le festicciole del giovedì sera, i pranzi della domenica da studenti fuori sede, la corsa sul Lungarno, le bici rubate, le ore di studio insieme. Il senso di “casa”. Etica dell’acquario smonta tutto ciò.
Per molto tempo ho creduto di dover dimenticare Pisa […], quell’accento che non avevo ancora capito se mi era indispensabile o insopportabile. […] Erano passati anni senza che tornassi, poi una mattina arrivai in aereo: c’era il sole e un’ombra di neve sulle montagne basse e limpide. Le case screpolate e silenziose come una volta, il fiume colore del fango alto per le piogge d’autunno.

Pisa, vista dalla Scuola Normale, è una realtà distante. Se ne ricordano i piovosi giorni di novembre, le palme altissime dell’orto botanico, il gelato sul Lungarno, l’indolenza placida degli abitanti con i quali non ci si confonde granché, perché i Normalisti vivono nel loro ghetto, con le pareti scrostate, i mobili vecchi e malandati, ricoperti da una sbiadita carta da parati verde acqua.
Un mondo di cose proibite e di riti che si ripetono un giorno dopo l’altro: lezioni, biblioteca, occhiatacce ad ogni risata che rompe il silenzio, poi la mensa con le luci al neon e i piatti sempre più vuoti per dissolvere nella magrezza l’esuberanza di quei corpi ventenni. Su tutto prevalgono i riti del nonnismo e l’incubo delle notti dei processi contro le matricole. Sopravvive chi muta, come i pesci rossi dello stagno artificiale nel giardinetto del collegio. In pochi sono sopravvissuti all’esperimento dei piranha gettati nell’acqua melmosa. I sopravvissuti sono diventati enormi, i ventri rigonfi, tesi, teste e pance trasparenti, i denti sviluppati in maniera abnorme. Sono sopravvissuti ma hanno perso la loro identità. Non sono più pesci rossi.
Ilaria Gaspari racconta tutto ciò attraverso la voce della bella Gaia, a distanza di dieci anni dal diploma, e seguendo la struttura del noir. Ci sono due suicidi, c’è un amore intenso, tante ossessioni, l’amicizia, la paura, l’inadeguatezza di essere al mondo.
La Gaspari ha uno stile ricercato ed elegante, che a tratti ho trovato un po’ ripetitivo. Un paio di volte ho avuto la tentazione di mollare la lettura: mi sembrava di aver colto il messaggio che l’autrice stava lanciando già a metà libro, e non vedevo la necessità di dover arrivar a pagina 191. Poi l’intreccio noir ha prevalso.
Forse perché l’ho letto in giornate grigie, quelle dal cielo incerto, quelle in cui pensi possa iniziar a piovere da un momento all’altro, ma poi non inizia mai. Forse perché anche il mio umore in questi due giorni era un po’ grigio. Forse perché ce l’avevo col mondo intero e prima ancora con quella parte di me che non riesco ad educare. Forse per un po’ tutte queste cose, Etica dell’acquario m’ha messo addosso una gran tristezza. Ma forse era anche ciò che voleva l’autrice.    
Esordio narrativo interessante, ma mi aspettavo qualcosa di più.

Ilaria Gaspari
Del mio incontro con la casa editrice Voland a Più Libri Più Liberi 2015 e di Ilaria Gaspari ho già parlato qui.
Consiglio poi, l’interessante punto di vista di un’altra normalista (sopravvissuta), ancora innamorata della cittadina toscana.
È un esordio, è italiano, è pubblicato da Voland, è #readingchallenge2016, #esordienteitaliano.