Tutto
ebbe inizio con un viaggio in autobus, anni fa, quando un signore
particolarmente loquace cominciò a raccontarmi la sua vita precedente. Era
stato trasferito a Trieste; una sciagura, si disse, abituato com’era a Roma, ai
colleghi ciarlieri, ai weekend fuori porta, al buon cibo. Dopo cinque anni di
vita triestina, la sciagura fu dover tornare a Roma. Uno neanche se la immagina
quella sensazione di pulito nelle giornate in cui soffia la bora; la cordialità delle persone, il
vino rosso bevuto nelle osmize
attraversando i paesetti del Carso, un pezzo di formaggio e due fette di
prosciutto. Non sei mai stata a Trieste? Posso darti del tu, vero? (In 20
minuti m’hai raccontato metà della tua vita, sì, direi che puoi darmi del tu). Devi
andarci assolutamente. Cercati un lavoro lì e restaci a vivere.
Scesi
dall’autobus pensando che mollare tutto per farmi portar via dalla bora fosse
quanto meno improbabile. Eppure, il signore dai capelli brizzolati aveva acceso
una lucina. Trieste. Io che avevo abbandonato La coscienza di Zeno almeno tre volte (e no, non l’ho mai terminato),
che di Umberto Saba avevo letto pochissimo e Joyce, beh Joyce… insomma, dubito
che dopo la lettura dei primi due capitoli dell’Ulisse si possa esser spinti dal desiderio di percorrere le vie in
cui fu concepito il romanzo.
Pensi
che le fascinazioni di un momento svaniscano con la stessa velocità con cui
sono comparse. Invece si accoccolano in un angolo per poi riaccendersi con il trascorrere
degli anni. E Trieste è tornata quando ho iniziato a riflettere sui confini, sul concetto di identità, sulla mescolanza delle lingue
e delle vite che si intrecciano o si spezzano perché nate vicino a una
stazione, un porto, un ponte, una linea di demarcazione voluta dagli Stati.
È
stato così che, pur non avendo ancora letto Svevo, ho iniziato a portar a casa
libri che spronavano a guardar il mondo con occhi diversi. Anche il mondo
vicino, racchiuso dai nostri confini.
Trieste – Livorno – Taranto sono tre città-mondo. Sono città mondo, innanzitutto perché sono città
capaci di racchiudere all’interno delle proprie mura secoli di Storia, di lingue e di sogni, violenza e rapina, conflitti e nuovi inizi, minoranze e dissidenze. Sono città-mondo
perché sono città di mare e del mare hanno assorbito la fluidità, l’instabilità, l’intima tolleranza, gli odori, la brezza,
la luce. Sono città-mondo soprattutto perché sono orgogliose della propria
unicità e del fatto che – a pochi chilometri di distanza – sembra
sistematicamente aprirsi un’altra
dimensione spazio-temporale.
[dalla
Prefazione di Alessandro Leogrande a
Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Exòrma edizioni].
Leggo
le parole di Covacich e ripenso a quell’incontro sull’autobus di tanti anni prima:
Trieste e la bora.
Difficilmente sentirete qualcuno
lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica
sulla salubrità della bora. L’idea
che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che
sia la voce e il respiro possente della città.
Non so come facciano quelle persone che ti bastano due giorni per vedere una città; poi, non sai più cosa fare. Io avrei trascorso almeno una mattinata al Caffè San Marco, tra un nero e un libro da portar via. Se avessi avuto più tempo, avrei scelto un romanzo storico o un saggio e me ne sarei andata nel parco del Castello di Miramare, a mirar el mar e a esercitare la memoria.
Gli
anni passano e io dimentico pezzi di Storia; giro nelle città e mi ritrovo a
guardar vetrine identiche a quelle che mi sono lasciata alle spalle nella
stazione di partenza; gli stessi negozi, le stesse pubblicità, i vestiti tutti
uguali, i nostri gesti identici dappertutto, cellulari tra le mani, app che ci dicono dove fermarci a
pranzo. Quelle vetrine nascondono l’anima delle città e offuscano lo sguardo
del visitatore. Anche il mio, che torno a casa e continuo a pensare a Piazza
Unità d’Italia e a ciò che mi è sfuggito.
Trascorrono
i mesi e mi capita tra le mani Trieste, Un romanzo documentario, di Daša
Drndić (traduzione di Lijliana Avirovic, edito da Bompiani).
Lo sfoglio e inizio a dubitare d’aver davvero messo a fuoco
Trieste.
Haya
Tedeschi è a Gorizia, seduta in una stanza di una vecchia casa. Accanto a lei
c’è una cesta colma di foto, ritagli di giornale, lettere.
È selvaggiamente tranquilla.
Ascolta un sermone per orecchie sporche e si traveste nel passato altrui, qui,
nella grande stanza del palazzo di Via Aprica, 47° Gorica, che in italiano si
chiama Gorizia, in tedesco Görze in friulano Gurize, in quel cosmo miniaturizzato
ai piedi delle Alpi, alla confluenza dei fiume Isonzo, ovvero Soča, e Vipacco,
sui confini degli imperi andati in rovina.
La sua è una storia piccola, una
delle infinite storie sugli incontri, sulle tracce preservate dal contatto
umano, lei lo sa, come sa che fino a quando tutte le storie del mondo non si
comporranno in un gigantesco, cosmico patchwork a avvolgere la terra perché
possa addormentarsi, la Storia continuerà a lacerare, tagliare brandelli di
universo per ricucirli nel proprio manto sepolcrale.
La
vecchia Haya, ebrea convertita al cattolicesimo, aspetta di poter rivedere suo
figlio, concepito nel 1944 con un ufficiale delle SS, biondo, bello e a capo
del campo di lavoro di Treblinka. Il figlio, che ha cercato ossessivamente per
anni, le è stato portato via dalle autorità tedesche per inserirlo nel progetto
Lebensborn (il programma ideato da Himmler per crescere la perfetta razza ariana.
I Lebensborn erano istituzioni in cui venivano cresciuti i figli illegittimi di
soldati tedeschi, strappati dalle madri legittime e, spesso, dati in adozione a
famiglie di provata fede nazista). Pagina dopo pagina, Haya ci spiega che, per
quanto possa sembrar strano, la guerra così come la grande Storia la si comincia
a comprendere anni dopo averla vissuta, perché mentre è stata combattuta si era
troppo impegnati ad andare avanti per potersi fermare a riflettere.
Nel
ripercorrere la vita di Haya, la croata Daša Drndić ci fa attraversare un
secolo di storia; ci muoviamo da Gorizia alla Boemia, da Milano a Zurigo, dal
Friuli a Napoli, facendo tappa nelle tante Trieste che si sono succedute negli
anni.
Verso la fine degli anni Venti, Trieste è già malata, respira con
difficoltà, come fosse moribonda. È stata mutilata. Le scuole tedesche sono
state chiuse, i nomi delle vie cambiati o italianizzati. Si spengono le sue
forze centripete, aspirate da forze che la dividono da sé stessa, i suoi organi
vitali collassano […]
Allora, durante e dopo la Grande
Guerra, da Trieste alcuni se ne vanno a morire, altri a uccidersi, altri ancora
a stare meglio. Altri invece vengono, semplicemente perché non hanno altro in
programma. Ma anche perché le città sono fatte in questo modo, scorrono
eternamente.
Francesco Illy, contabile di
origini ungheresi e soldato austroungarico, trascorre la prima parte della
guerra sull’Isonzo, poi a Trieste e
nelle vicinanze. La guerra finisce, Illy si guarda intorno e dice: Questa è
una città magnifica. Imparerò l’italiano, e si mette a vendere cacao, poi
caffè. La gente sta seduta e beve ‘sta cosa nera come se fossero turchi.
Daša
Drndić mescola la storia individuale della famiglia Tedeschi con una gran mole
di materiale documentario, testimonianze, fotografie, seguendo le mutazioni dei
confini che hanno scosso la storia
d’Europa, portandola da un conflitto all’altro.
1943.
A Trieste si
raccoglie un gran numero di vecchie conoscenze, gente che dopo la fine
dell’operazione Reinhard in Polonia doveva pur essere smistata da qualche
parte, al che Himmler la spedisce con la massima urgenza in Italia. A Trieste
dimorano un centinaio di uomini e donne dell’Einsatzkommando Reinhard, come
pure numerose SS provenienti dall’Ucraina. L’Einsatzkommando Reinhard apre
uffici contrassegnati con l’abbreviazione “R”. Vengono restaurate vecchie ville
patrizie, rinnovati gli arredi, organizzati banchetti e balli; arrivano nuovi
film, insieme a compagnie d’opera e diverse filarmoniche […] Trieste è malata,
come un essere umano non vuole morire, lotta per la propria sopravvivenza […]
Abbandonata dall’Italia nel 1943, si dimena lottando contro sé stessa e alla
fine alza le mani in segno di resa, sconvolta e distrutta.
È
un romanzo anomalo e complesso che non segue la struttura classica della
narrazione: ti senti sempre sulla linea di confine, pensi d’essere a Gorica e
la pagina successiva ti ritrovi a Gorizia; ti dici “è solo un romanzo” e dopo
un po’ ti ritrovi davanti ai novemila nomi degli ebrei italiani morti nei lager
(perché, come ci ricorda l’autrice, dietro ogni nome si nasconde una storia e
la grande storia è fatta da piccoli uomini).
Trieste
città-mondo. L’instabilità del confine e le opportunità determinate dall’essere
città di confine. Una città in cui all’inizio del Novecento si leggono opere di
autori scandinavi che a Roma avrebbero faticato ad arrivare; Trieste avamposto
della pratica psicanalitica, luogo di sperimentazione letteraria nel periodo
tra le due guerre; è qui che ci si appassiona alla psicologia junghiana e al
misticismo.
È qui che nascono personaggi fuori dal comune come Bobi Bazlen,
fondatore insieme a Luciano Foà della casa editrice Adelphi, consulente
editoriale per Einaudi, Edizioni di Comunità, Astrolabio... “Uomo del libro”,
eppure uomo sempre in ombra, misterioso, defilato, in grado d’individuare i
talenti, darvi una spinta propulsiva e poi sparire, come ci racconta Cristina Battocletti nel suo Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (edito
da La nave di Teseo).
Ed
è sempre da Trieste che scappano personaggi fuori dal comune come lo stesso Bazlen
che, tormentato da quella città inquieta, la abbandonò a trentadue anni per non
farvi più ritorno, se non un paio di volte di sfuggita.
Così,
con la consapevolezza che neppure questa volta riuscirò a carpire l’anima di
Trieste, tra qualche giorno vi approderò di nuovo, muovendomi lungo i confini, dopo
esser passata per Most na Soci nella valle dell’Isonzo, e aver superato le
colline goriziane. Mi guarderò intorno, cercherò altri libri e farò in modo che
le vetrine di negozi tutti uguali non offuschino il passato di questa
straordinaria città.




