Ho scoperto MercèRodoreda alcuni anni fa. Sentii qualche recensione positiva di La piazza
del Diamante (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera, trad.
Giuseppe Tavani); ero in fase spagnoleggiante, volevo andare a Barcellona, mi
ero iscritta ad un corso di lingua e cultura spagnola e la Rodoreda mi catturò.
Che poi la Rodoreda è catalana e scrive in catalano, ma allora non sapevo ci
fossero delle differenze.
Non so dire cosa mi abbia
stregato: forse la scrittura cupa, tutto quel fluire di pensieri a ruota
libera. Rodoreda racconta a sé stessa e tu ascolti; un po’ ti vergogni perché certi
pensieri ti sembrano troppo intimi, forse Mercè mica le voleva dire a voce alta
quelle cose lì; le son sfuggite e tu non avresti dovuto ascoltarle. Ma ormai l’hai
fatto.
Pensai di dover acquistare qualche altro libro della stessa
autrice. Poi, come al solito, passò del tempo. Via delle Camelie l’ho
trovato a metà prezzo in una libreria dell’usato. In questo periodo mi sento
poco spagnoleggiante, ma l’ho preso ugualmente. All’inizio ho pensato che la
fascinazione di Piazza del Diamante
fosse bella che andata. Poi, intorno alla cinquantesima pagina di Via delle Camelie, sono caduta
nuovamente in quella misteriosa cupezza. Anche qui, la protagonista non è nata
sotto una buona stella; abbandonata da piccina, ha la smania della fuga, vaga alla
ricerca di qualcosa di indefinibile. Ma prende una batosta dietro l’altra.
Forse cerca la felicità. Forse ha bisogno di essere rassicurata. Forse ha
bisogno di casa. Forse cerca solo il calore di una semplice tisana al tiglio.