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lunedì 17 aprile 2023

Di madri e figlie e di giorni di pioggia

 

La smania di sottolineare, annotare, vivere i libri, mal si concilia con il prestito bibliotecario. Ma poi, l’accumulo seriale di libri, acquistati impulsivamente più per curiosità che per necessità (sempre che sia necessario possedere libri) si concilia ancor meno con le dimensioni del mio appartamento e con i miei altalenanti ritmi di lettura. Sicché, un paio di mesi fa ho deciso che era arrivato il momento di prendere in mano la situazione e ricominciare a pianificare le visite nelle biblioteche della zona. Così, ho portato a casa qualche uscita recente che mi intrigava ma non al punto da volerla acquistare.

 

Tempo di neve, Jessica Au

All’inizio dell’anno gli avevo chiesto di venire con me in Giappone. Ormai non vivevamo più nella stessa città e non eravamo mai state via insieme da quando ero adulta, ma iniziavo a rendermi conto che era una cosa importante, per ragioni a cui non ero ancora in grado di dare un nome. Dapprima si era mostrata riluttante, ma io avevo insistito e alla fine lei aveva accettato, non proprio dicendolo esplicitamente, ma protestando sempre meno o esitando al telefono quando glielo chiedevo, segni dai quali dedussi che alla fine sarebbe venuta. Avevo scelto il Giappone perché ci ero già stata, e benché mia madre non lo avesse mai visitato, avevo pensato potesse sentirsi più a suo agio nell’esplorare un’altra parte dell’Asia. E poi, forse, sentivo che ci avrebbe messo in una situazione di parità, che saremmo state entrambe straniere.

È un romanzo strano questo Tempo di neve dell’australiana Jessica Au (traduzione di Federica Merati, edito da il Saggiatore). Un libretto smilzo, di quelli ipnotici, in cui segui i pensieri della scrittrice, digressione dopo digressione, chiedendoti dove andranno a parare. Potresti mollare il viaggio di madre e figlia mentre camminano in una Tokyo lattiginosa, entrando in negozietti, gallerie d’arte, templi, piccole librerie, minuscoli ristoranti scelti accuratamente dalla figlia mentre fuori continua a piovere. Potresti mollare la lettura, ma sei catturato dagli squarci di vita che ti scorrono davanti agli occhi e vai avanti fino alla fine.


A distanza di un mese, quando ripenso a questo libretto senza trama, mi prende una sorta di malinconia per le storie, i ricordi, le immagini che la Au descrive in modo dettagliato. Episodi di vita familiare, in cui sembra non succedere nulla ma che lasciano la sensazione che non sia stata in grado d’afferrarne il significato.

 

Elena lo sa, Claudia Piñeiro

Non capisco se sia io in questo periodo a essere particolarmente attratta dai romanzi che esplorano il rapporto madre – figlia o se ne vengano pubblicati così tanti che inevitabilmente finisca per incapparci.

In realtà, Elena sabe è stato scritto dall’argentina Claudia Piñeiro nel 2007, ma è stato scoperto nei paesi anglofoni di recente (finalista dell’International Booker Prize2022), arrivando in Italia nella traduzione di Pino Cacucci (per Feltrinelli) nel gennaio di quest’anno. E non si può considerare solo un romanzo sul complicato rapporto tra una madre e una figlia.

In un giorno di pioggia, Rita viene trovata impiccata nel campanile della chiesa che frequentava. Nessuno ha visto o ascoltato nulla, nessuno immagina un possibile movente, nessuno sospetta inimicizie tali da arrivare ad assassinare la donna. L’indagine ufficiale viene rapidamente chiusa: è un suicidio. Ma Elena, madre sessantatreenne di Rita, lo sa che Rita non può essersi impiccata, perché Rita non si sarebbe mai avvicinata al campanile di una chiesa in una giornata di pioggia. Elena lo sa che non è suicidio e, nonostante il suo Parkinson, si avventura in un difficile viaggio attraverso i sobborghi di Buenos Aires per chiedere aiuto all’unica persona che potrà aiutarla a trovare il colpevole.

 

Oggi non vuole incontrare nessuno. Nessuno che le chieda come sta né che le porga le condoglianze per la morte della figlia. Ogni giorno compare qualche persona che non è potuta venire alla veglia funebre o al funerale. O forse non ne ha avuto la forza. O non voleva farlo. Quando qualcuno muore come è morta Rita, tutti si sentono in dovere di partecipare al funerale. Ecco perché le dieci non sono un buon orario, pensa, perché per arrivare alla stazione deve passare davanti alla banca e oggi pagano le pensioni, quindi è molto probabile che incroci qualche vicino. Vari vicini. Anche se la banca apre alle dieci, quando il suo treno starà entrando in stazione e lei con il biglietto in mano si avvicinerà al bordo della banchina per salire, prima di tutto ciò, Elena lo sa, incontrerà vari pensionati in coda come se avessero paura che i soldi bastino a pagare solo i primi arrivati. Potrebbe evitare di passare davanti alla banca facendo il giro dell’isolato, ma il Parkinson non glielo perdonerebbe. È questo il nome. Elena lo sa da qualche tempo di non essere più lei a comandare su alcune parti del proprio corpo, per esempio i piedi. Comanda lui. O lei. E si chiede se Parkinson sia da trattare come un lui o una lei, perché sebbene quel nome le suoni maschile è pur sempre una malattia, e una malattia è al femminile. Come lo è una disgrazia. O una condanna. 

 

La Piñeiro utilizza spesso l’intreccio noir per affrontare temi sociali di grande attualità e Elena lo sa ne è l’esempio. Attraverso le parole e le vicissitudini delle tre protagoniste del romanzo, infatti, la scrittrice mette in luce cosa significhi convivere con il Parkinson, quanta ipocrisia si nasconda nelle pieghe della società, nelle parrocchie, nelle famiglie; quanto sia difficile per una donna poter scegliere e, non da ultimo, quanto dolore si nasconda dietro il divieto di aborto (divenuto legale in Argentina solo nel 2020).


Insomma, non aspettatevi di leggere un noir.

martedì 4 agosto 2020

La stagione dell'ombra, Léonora Miano

Come scegliere le letture mensili di un gruppo? Coordino un gruppo di lettura da quattro anni e ancora mi pongo lo stesso quesito. Abbiamo sperimentato metodi diversi, tutti abbastanza soddisfacenti ma è come se mancasse sempre qualcosa. All’inizio del 2020, avevo meditato sulla possibilità di uscire dalla comfort zone del gruppo (perché dopo qualche tempo ci si rende conto che anche il gruppo di lettura, inteso come soggetto unitario, ha una sua comfort zone) e sperimentare voci nuove. Mese dopo mese abbiamo letto molti italiani, qualche Nobel, vari americani… ma l’Asia e l’Africa? Colpa mia che, qualche volta, con il gdl ho paura di osare; colpa mia che, anche nelle letture solitarie, mi sto muovendo su terreni sicuri, già battuti; per alleggerire la coscienza, posso dire che un po’ dipende dalla disponibilità dei volumi presenti in biblioteca (resta un gruppo di lettura nato in biblioteca: dovrò pur scegliere testi di cui vi siano diverse copie! E, d’altro canto, non posso mica pretendere che il budget bibliotecario si adegui ai miei capricci?).

Pensavo a tutto ciò entrando in libreria in uno dei miei ultimi tour pre-lockdown nazionale. Ero in cerca di ispirazione. Quanta narrativa africana avevamo letto negli ultimi quattro anni? A parte L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, zero. Quanta narrativa africana avevo letto io negli ultimi 5/6 anni? Tra niente e pochissimo.

Ruminando su questi pensieri, l’occhio era caduto su La stagione dell’ombra di Léonora Miano, tradotto da Elena Cappellini e pubblicato da Feltrinelli.


Ero rimasta a vagare in libreria ancora per un po’ prima di tornare verso la stazione con il libro nello zainetto.

Poi venne la chiusura delle biblioteche, la sospensione di tutto, quel tempo strano in cui qualsiasi progetto rimase in attesa. Incertezza.


Fino a qui, la scrittura di questo post è stata quasi di getto. Dopo, ho iniziato a scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo. L’ho archiviato per un paio di giorni e ho letto un altro libro. Ora l’ho ripreso, ma non trovo le parole che rendano giustizia a un romanzo da cui non mi aspettavo molto, ma che ha saputo sorprendermi.

Insomma, se dicessi che La stagione dell’ombra nasce dall’ossessione di Léonora Miano per la cattura e il traffico transatlantico degli schiavi nell’Africa sub-sahariana, che è ambientato in un’area non meglio definita dell’Africa sub-sahariana (forse il Camerun?), in un tempo altrettanto indefinito, che è quello che precede la colonizzazione, quello della tratta atlantica, per l’appunto. Che il romanzo inizia con la scomparsa di dodici uomini - di cui dieci giovanissimi - del clan dei mulongo e un grande incendio; che di questi dodici uomini non si sa nulla, non sono né vivi né morti, e sul silenzio doloroso delle mamme e delle mogli cala una nube, come una nebbia fitta… Ecco, se dicessi tutte queste cose, così d’impeto come mi vengono in mente, mi rispondereste che basta!, non se ne può più di storie tristi e dolorose, ci mancano solo gli schiavi, lo sradicamento dei popoli avvenuto secoli fa in un altro continente. Non abbiamo avuto già abbastanza guai in questo 2020? Non meritiamo tutti un sano libro d’intrattenimento, da leggere oggi avidamente e dimenticarcene dopodomani? Sì, potremmo. Però…

Io non ho studi antropologici alle spalle, non ho cognizione di magia, di riti di purificazione e culto dei morti; ho fatto una certa fatica a distinguere Ebeise da Eleke da Eyabe e dagli altri personaggi con nomi molto simili tra loro, eppure mi sono appassionata alla vicenda e ho cercato di capire quanta verità si nascondesse dietro l’immaginazione di Léonora Miano.

Molta.

Quanto sappiamo degli africani, catturati dai loro vicini africani, e poi venduti ai trafficanti europei, agli “uomini con i piedi di pollo”? Quanto sappiamo delle conseguenze del loro sradicamento, del dolore di chi è rimasto senza sapere che fine abbiano fatto mariti, figli, fratelli? Cosa sappiamo dei loro pensieri, della loro visione del mondo, dei tentavi di chi è stato privato di indumenti, amuleti, capelli, di un nome… dei loro vani tentativi di tornare verso il proprio villaggio, verso i soli confini conosciuti?

Mamma c’è solo acqua. La strada del ritorno è sparita.

La stagione dell’ombra è un romanzo emotivamente forte, ma ha una sua musicalità, una sua poesia ed è avvincente.


Léonora Miano, camerunense, vive in Francia dal 1991. È una scrittrice prolifica, sebbene non molto tradotta in italiano. Una piccola casa editrice dalle alterne vicende, la Epoché edizioni, specializzata in narrativa africana, pubblicò Notte dentro e I contorni dell’alba, entrambi fuori catalogo.

La mia incursione nella narrativa africana non termina qui:

- Ho assegnato i compiti per le vacanze al gruppo di lettura: ci incontreremo a settembre parlando d’Africa. Tema vasto; un’occasione per prendere nota dei suggerimenti di lettura altrui e depennarne altri;

- A Roma c’è la libreria Griot, specializzata in letteratura africana. Non è a portata di mano e non ci sono mai andata. Però, proprio per il fatto che, come ho ribadito spesso, non godo di una libreria dietro l’angolo, sto fantasticando su un progettino da sviluppare nei prossimi mesi…


venerdì 17 aprile 2020

Tutti sanno che ho ucciso María


«A che ora ti sei alzata?».
«Alle 4.44, ma ero sveglia da prima».
«Perché?».
«Sarà per colpa di Maria. Se non arrivo alla sua morte, non mi do pace».
Il coniuge smette di stropicciarsi gli occhi; fa la faccia a punto interrogativo, si siede sul divano e guarda la copertina del libro che ho tra le mani.
«Scusa, ma Maria non era già morta ieri sera?».
Già, ha ragione lui. Perché María Iribarne muore alla seconda riga della prima pagina; l’ha uccisa il pittore Juan Pablo Castel, e ce lo dice subito lui stesso. Qui, vedete?

Infatti, Il tunnel, dello scrittore argentino Ernesto Sabato (traduzione di Paolo Collo e Paola Tomasinelli, Feltrinelli editore), non è un giallo. E non è neppure la scelta migliore se in questo periodo siete un po’ agitati, faticate a prender sonno e vi svegliate nel cuore della notte. Leggere due righe, in questo caso, non vi tranquillizzerà affatto.
Ve la faccio breve. Il pittore argentino Juan Pablo Castel, durante il Salón de Primavera del 1946, a Buenos Aires, espone un quadro intitolato Maternità. C’è una scena particolare, carica di significato per l’artista, ma che tutti ignorano, concentrando lo sguardo su altri punti dell’opera. Tutti ignorano quel dettaglio, tranne un’osservatrice, e quell’osservatrice, María per l’appunto, diventa l’ossessione di Juan Pablo. L’ossessione di un uomo che per anni si è sentito chiuso in un tunnel, buio, da solo, mentre un mondo là fuori si muoveva, seguendo regole e principi incomprensibili per quell’uomo. Poi, l’uomo vede in un tunnel parallelo qualcuno che presta attenzione alla sua solitudine, al non detto. E allora Juan Pablo vuole quella donna a tutti i costi. Ma niente è ciò che sembra. 
Inizia una relazione opprimente, possessiva, le paranoie che torturano Juan Pablo diventano le mie paranoie, le sue manie mi tolgono il fiato; m’illudo che, giunta all’ultima pagina del romanzo, tornerò a respirare. Ma non è così.

L’angoscia, l’ossessione, un cervello sempre in funzione, che non si riesce a spegnere; l’incapacità d’indirizzare i propri pensieri verso un’unica meta predefinita restano anche a libro terminato.
Il tunnel è un libretto smilzo, si potrebbe leggere in poche ore; ma poi si torna indietro, si apre una pagina a caso, si sottolinea una frase. Si legge con più attenzione un capitoletto e si prova la stessa indecifrabile ansia della prima lettura.
Potente.

domenica 23 aprile 2017

L’anno della morte di Ricardo Reis, José Saramago

Questa volta ho temuto che i miei prodi seguaci abbandonassero la nave. Non una ribellione come quella dei marinai dell’Alfonso de Albuquerque, sia chiaro, neanche la bandiera bianca del Dão, cacciatorpediniere che mai sarebbe stato in grado di gestire una rivolta. Però mentre mi incamminavo con Ricardo Reis verso l’albergo Bragança, quello che affaccia sul Tago, per intenderci, ho pensato che avrei dovuto scegliere un altro libro di Saramago per il gruppo di lettura. In fondo, quando lo lessi la prima volta non mi innamorai dello scrittore portoghese ma di Lisbona e del tipo che mi aveva suggerito il libro. Ma a vent’anni l’amore va e viene. Quello per Lisbona è rimasto, ovvio; però il dubbio è legittimo: forse avrei dovuto optare per il celebre Cecità o per il folgorante incipit delle Intermittenze della morte.
Intanto a Lisbona piove incessantemente, il parapioggia non para un bel niente, Ricardo è tornato da Rio de Janeiro dopo 16 lunghi anni, con dentro il sonno dell’anima. Forse ricomincerà ad esercitare la professione di medico a Lisbona, forse vuole solo guardarsi intorno per capire che direzione prenderà l’Europa del 1936, forse si limiterà ad una visita al cimitero dos Prazeros, dove riposa il poeta Fernando Pessoa, colto da morte inattesa. Lo dicono anche i giornali, è venuto a mancare lo straordinario poeta di Mensagem; nella poesia non era solo lui, Fernando Pessoa, lui era anche Álvaro de Campos e Alberto Caeiro e Ricardo Reis. La stampa continua a commettere errori, il dottor Ricardo Reis è lì che si aggira nel Bairro Alto, tutto sembra fuorché morto. Silenzioso, questo sì. Pensa, pensa, osserva la sua città, gente con scialli, fazzoletti e cenci rammendati che si dirigono verso la sede del giornale O Século, dove distribuiscono le elemosine. Legge i giornali, cammina e ragiona sull’essere e sull’esistere, su ciò che è e ciò che viene raccontato.

È sul giornale, l’ho letto io, Non è di lei, dottore, che io dubito, quello che dice mio fratello è che non sempre si deve credere a ciò che scrivono i giornali, Non posso certo andare in Spagna a vedere cosa succede, devo credere che quello che mi dicono sia vero, un giornale non può mentire, sarebbe il più gran peccato del mondo, Lei è una persona istruita, io sono quasi un’analfabeta, ma una cosa l’ho imparata, ed è che le verità sono tante e sono le une contro le altre, finché non lotteranno non si saprà dov’è la menzogna.

È strano il dottor Reis, i pensieri si mescolano, i discorsi si intrecciano, alle virgole seguono lettere maiuscole, i punti scompaiono; se ti distrai un attimo, perdi il filo del ragionamento; l’io diventa noi, tu, lei, Lisbona. Ed è stato in un momento di distrazione che ho pensato ai miei poveri amici lettori.
Qualcuno, per questa mia scelta azzardata, forse non tornerà alle pagine di Saramago. Ed è un peccato. Qualcun altro, invece, se n’è invaghito, come accadde a me anni fa. Forse partirà per Lisbona, si fermerà sull’Alto de Santa Catarina, guarderà Adamastor pietrificato, con un urlo in gola, e fisserà il mare che finisce dove la terra comincia. 

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis
trad. Rita Desiati, Feltrinelli Editore



lunedì 21 marzo 2016

Libri come 2016 - Roma e le altre (città)

«Ma tu vai da mamma nel weekend?»
Ehm, no, sai, all’Auditorium c’è Libri come, quindi…
«Ah, ho capito, una di quelle cose di libri che fai ma che non sono lavoro».
Non provengo da una famiglia di lettori: sono l’eccentrica della casa, e mio fratello sintetizza tutto ciò che va dalle spedizioni in libreria alle fiere dell’editoria in “quelle cose di libri”.
Di cose di libri negli ultimi due mesi ne ho fatte diverse. Ne ho acquistato un numero sconsiderato (no, non sono ancora stata licenziata, quindi non so quando troverò il tempo per leggerli tutti, ma non soffermatevi sui dettagli); ho letto in treno, sul divano fino a tarda notte, in pausa pranzo, in ogni ritaglio di tempo… accumulando una decina di libri di cui prima o poi vi racconterò. E poi sono andata a qualche presentazione in libreria e alla settima edizione di Libri come, dedicata a Roma e le altre (città).
Inizio da ciò che all’Auditorium non c’è stato. Ci sarebbe dovuto essere un incontro con Magris e Covacich, Come Trieste, e a me brillavano gli occhi al solo pensiero. Ma una decina di giorni fa è stato annullato. Ci sarebbero dovuti essere Piovani e Proietti, ieri sera, a chiusura dell’evento. Ma nel pomeriggio un cartello annunciava la loro assenza.
Pazienza. Però ci son stati altri momenti interessanti, a partire dalla scoperta del nigeriano Chigozie Obioma (I pescatori, finalista al Man Booker Prize 2015, appena uscito in Italia per Bompiani). Non ha parlato molto di città africane Obioma (ha ammesso di aver viaggiato poco nel suo continente - It’s a shame, I know), ma ha portato nella sala un pezzo di Lagos, la maggiore tra le metropoli africane. Ha descritto con voce pacata e con un filo d’umorismo il rapporto che le ex colonie hanno con la lingua. 
Obioma è cresciuto nella parte occidentale della Nigeria, dove si parla yoruba, ma i genitori provengono da una zona in cui si parla igbo, la lingua dell’affetto, utilizzata dalla madre nell’augurare sogni d’oro ai figli, la lingua delle coccole. Poi c’è l’inglese, la lingua ufficiale, formale, quella comune a tutti, ma in fondo la più distante. Si ricorre istintivamente all’inglese quando ci si irrita, quando si alza la voce, quando bisogna rimproverare i ragazzi. La lingua in cui ci si nasconde quando si prova odio.
Obioma ha raccontato la Nigeria che non è Boko Haram, la Nigeria dalla storia tumultuosa; quella che legge Shakespeare, Thomas Hardy e che è affascinata dai miti greci; e poi ha narrato la Nigeria di oggi, che fa i conti con il crollo del prezzo del greggio. Tutto ciò sotto la regia di Igiaba Scego e la magnifica traduzione di Marina Astrologo.
L’incontro con Jonathan Coe è stato tra i più deludenti. Ho apprezzato il suo umorismo british, il racconto minuzioso della genesi di Numero Undici (Feltrinelli editore), il suo ultimo romanzo, la rievocazione della famiglia Winshaw. Però non era ciò che mi aspettavo da un evento intitolato Come Londra. Della capitale inglese sì è parlato pochissimo e solo alla chiusura della conversazione con Alessandro Mari, mentre di Numero Undici si è raccontato sin troppo, affievolendo la curiosità di chi, come me, non ha ancora letto il romanzo.
La mia Libri come si è chiusa con il grande affabulatore: Camilleri e le sue città. La sua voce calda e possente ci ha trascinati nel luogo in cui più si è sentito a casa: Il Cairo. Siamo entrati tutti nel cortile con i fili metallici in cui erano stesi i tappeti che nascondevano lo scorrere della vita dietro le finestre. Abbiamo camminato nella Parigi di Simenon che tanto l’ha deluso; abbiamo passeggiato nella Roma città aperta, la Roma accogliente del ’49; siamo andati a Dublino, la Napoli del nord Europa, e poi a Vienna. Alla fine siamo tornati in Italia, chiacchierando con Vittorini e immalinconendoci per le sorti del Politecnico per poi approdare nel non luogo di Vigata.
L’abbiamo salutato a malincuore perché della voce di Camilleri non ci si stanca mai.

Ahimè!, resta il rimpianto per gli appuntamenti mancati: Atticus Lish e Garry Kasparov. Ma non si può fare tutto nella vita.

lunedì 21 dicembre 2015

Le vedove del giovedì, Claudia Piñeiro.

La signora Nela San è una blogger giallamente ferrata, la mia pusher preferita quando ho bisogno di svuotare la mente e farmi trascinare via da una storia avvincente ma non troppo scontata. Nela San, viaggiatrice un po’ per passione un po’ per dovere, non parte mai senza un giallo ambientato nel luogo di destino e senza l’indirizzo di un’insolita libreria da visitare per poi raccontarcene sul suo gialli-e-geografie.
In questo weekend prenatalizio, sfiancata dal tormentone della corsa ai regali, seguito dal Che prepariamo per il pranzo di Natale?, mi sono catapultata in Argentina, ad Altos de la Cascada, un “quartiere chiuso” della periferia di Buenos Aires. 

Altos de la Cascada è il quartiere in cui viviamo. Tutti noi. Il nostro è un “quartiere chiuso”, con una rete metallica lungo tutto il perimetro, nascosta dietro ad arbusti di svariate specie. Altos de la Cascada Country Club, o “club campestre”. Ma la maggior parte di noi abbrevia il nome e lo chiama La Cascada. Con campo da golf, tennis, piscina, due club house. E servizio di sicurezza privata. Quindici sorveglianti nei turni diurni e ventidue in quelli notturni. Oltre duecento ettari protetti cui possono accedere soltanto persone autorizzate da qualcuno di noi.
Tutto intorno, seguendo il perimetro, ogni cinquanta metri ci sono telecamere che ruotano a centoottanta gradi.
Le case sono separate da siepe viva. Vale a dire, arbusti. Non arbusti qualsiasi. Non vanno più di moda la ligustrina né le campanule color violetto di altri tempi, tipiche delle ferrovie. Non ci sono siepi diritte, tagliate con eccesso di cura per simulare pareti verdi. Né tantomeno arbusti tondeggianti. Le siepi vengono potate in modo disuguale, come spuntate, così da apparire naturali, anche se il taglio è studiato meticolosamente.
Le vie hanno nomi di uccelli. Rondine, Batibù, Merlo. Non seguono il tipico tracciato lineare. Non ci sono marciapiedi. La gente si muove in auto, moto, quad, bicicletta, golf cart, scooter o con i roller. E chi si sposta a piedi, cammina in mezzo alla strada. In genere, chi va in giro senza la sacca della palestra, è una domestica o un giardiniere. “Parchista” lo chiamiamo ad Altos de la Cascada, non giardiniere, e questo perché non ci sono terreni al di sotto dei millecinquecento metri quadrati, e con queste dimensioni un giardino diventa automaticamente un parco.
[…]Le ville sono tutte diverse, nessuna pretende di essere la copia palese di un’altra. Ma lo è. Impossibile non assomigliarsi quando si deve obbedire a norme estetiche simili. O perché lo dice il codice edilizio, o perché così vuole la moda. A tutti noi piacerebbe che la nostra casa fosse la più bella. O la più grande. O la meglio costruita.
[...] Gli odori del quartiere cambiano con le stagioni. In settembre tutto profuma di gelsomino stellato. E non è una frase poetica, ma puramente descrittiva. Tutti i giardini a La Cascada hanno almeno un gelsomino stellato così che fiorisca in primavera. Trecento ville, con trecento giardini e trecento gelsomini stellati, circoscritte in un terreno di duecento ettari, con rete metallica perimetrale e servizio di sicurezza privata, non sono un dato poetico. Perciò in primavera l’aria è greve, dolciastra. Nauseante per chi non è abituato. […]
D’estate La Cascada odora di erba tagliata e innaffiata, e del cloro delle piscine. L’estate è la stagione dei rumori. Tuffi, strilli di bambini che giocano, cicale, uccelli che si lamentano per il caldo, musica dalle finestre aperte, qualche solitario che suona la batteria. Finestre senza inferriate, a La Cascada non ci sono inferriate. Non c’è bisogno di inferriate.
Noi che veniamo a vivere ad Altos de la Cascada diciamo di farlo perché siamo in cerca del “verde”, della vita sana, dello sport, della sicurezza. Con questa scusa – la raccontiamo anche a noi stessi – alla fine non confessiamo mai perché siamo venuti qui. E con il passare del tempo non ce ne ricordiamo più. L’ingresso a La Cascada origina una sorta di magico oblio del passato. Il nostro passato si limita alla settimana scorsa, al mese scorso, all’anno scorso “quando abbiamo giocato l’intercountry e abbiamo vinto”. Piano piano si cancellano gli amici di sempre, i luoghi che un tempo sembravano indispensabili, qualche parente, i ricordi, gli errori.

Insomma, in un posto così sicuro, cosa ci fanno tre cadaveri in piscina?
La Cascada è un concentrato di ipocrisia e invidia. Un luogo in cui è obbligatorio mantenere un certo tenore di vita, mandare i figli ad una scuola privata, prendere lezioni di tennis, giocare a golf, fare una seduta settimanale di massaggi, gettare una maglietta costosissima per un minuscolo forellino; un luogo in cui sono obbligatori il cinema, la musica, i vini, regalare per il compleanno della moglie un viaggio–shopping a Miami, con crociera inclusa. Tanto lusso e altrettanta isteria: crisi di nervi, crisi matrimoniali, crisi asiatica e, su tutte, la crisi economica del secondo millennio.
Le vedove del giovedì non è un romanzo da brivido; chi cerca il classico giallo resterà deluso. Ma è un ottimo libro per arieggiare il cervello. Magari, se volete risparmiare questi 15,00 euro, prendetelo in prestito in biblioteca. Oppure fate come me: consigliatelo ad un amico e poi fatevelo prestare. Diabolica, no?

Traduzione di Michela Finassi Parolo, Feltrinelli (2015).


lunedì 26 gennaio 2015

L’Italia nel pomeriggio, Paolo Di Paolo

“Palloso palloso palloso! Autore compiaciuto solo del suo stile di scrittura, per raccontare il niente. Un libro da dimenticare, subito, appena finito di leggere. Perché non lascia proprio niente.” E questo è ciò che mi merito per cominciare la giornata, visto che sono andato per l’ennesima volta a ficcare il naso fra le recensioni al mio ultimo libro su aNobii. Ben mi sta, ero stato avvertito di non perdere tempo (e buonumore) spulciando le recensioni anonime in Rete, e mi ero anche ripromesso di non farlo più. Patto tradito: è più forte di me, e sarei anche tentato di rispondere, senza aggressività, solo per attenuare quella altrui, per ricordare a chi scrive con tanta virulenza che su, in fondo si tratta di un libro, cari Agata, Pizia e tutti gli altri. Qualche volta l’ho fatto, e giustamente mi è stato risposto: se scrive, deve accettare che le sue cose non piacciano, è così, non si può piacere a tutti!1
Fosse facile. È come se, arrivato in quarta liceo, avessi dovuto rassegnarmi all’idea di non piacere a Chiara Fortini perché, appunto, “non si può piacere a tutti”. Che storia. A me invece sarebbe piaciuto piacere a Chiara Fortini: a ricreazione mi mettevo sempre in un punto del cortile in cui fosse intercettabile il suo passaggio. Lei passava, ma senza darmi segnali di interesse. Non era divertente: allo stesso modo in cui non è divertente prendersi le sberle dell’anonimo lettore che liquida il tuo come un libro che “dà l’orticaria”.


Paolo Di Paolo, L’Italia nel pomeriggio
Feltrinelli, Zoom Macro 











Caro Paolo,
sì, lo so, non ci conosciamo e non dovrei darti del tu. Tra l’altro, tu sei pure uno scrittore, sebbene dal nome ridicolo, ed io una lettrice qualsiasi, sebbene in carne ed ossa; quindi, un minimo di rispetto nei tuoi confronti dovrei mostrarlo. Ma dopo aver letto il tuo L’Italia nel pomeriggio ti vedo quasi come un amico.
E mi sento anche un po’ in colpa. Sono tra quei lettori che, in modo educato, hanno dato un giudizio critico al tuo Dove eravate tutti. Dalla cattedra di anobii predicai che “Se vi capita tra le mani un articolo di Paolo Di Paolo, leggetelo. Quando scrive su Tabucchi, ad esempio, è eccezionale. Questo libro qua, invece, lascia il tempo che trova”. Naturalmente scrissi anche altro ma fui parca di stelline. Che poi, che valore avranno quelle stelline?
Ad esser sincera, dopo aver letto qualche post in cui si che elogiava Mandami tanta vita (l’hai detto anche tu no che i lettori non si incontrano più in luoghi fisici? Rubano pause pranzo, pause caffè, pause riunioni per curiosare tra i blog, per lasciare un commento su un social, pure se sono diventati tutti un po’ asocial), ho pensato di prenderlo in prestito. Pensiero sepolto da qualche altro stimolo.
Poi la newsletter di qualche libreria online mi ha comunicato che potevo scaricare gratuitamente questo libretto che non avrei trovato su carta. Stavano solo pubblicizzando Zoom. Il lettore, per definizione, è spesso squattrinato e quindi clicca.
Qui mi è piaciuta la tua sincerità, il tuo sorriso un po’ amaro. Io non ho mai avuto la smania di scrivere lettere ai personaggi pubblici. Cioè, certe volte lo faccio, ma per finta. Questa volta l’ho fatto un po’ per finta e un po’ per davvero. Te lo volevo dire di persona che non si può piacere a tutti, non si può piacere sempre ma che bisogna fidarsi dei superpoteri. Così capisci che vale la pena insistere. Anche con quel nome lì, anche se sei nato solo nel 1983. 
Una lettrice in carne ed ossa.

Ndr: La lettrice in carne ed ossa scrisse davvero all’autore dal nome improbabile. E l’autore le rispose il giorno successivo. In modo gentile, amichevole, senza il tono superbo di alcuni scrittori. “Ma che bella persona”, pensò la lettrice in carne ed ossa. “Ma sì, un altro suo libro posso anche leggerlo”. Poi, magari, stroncherà anche quello. O forse no…

lunedì 16 aprile 2012

In viaggio con Antonio Tabucchi


Il 25 marzo scorso si è spento Antonio Tabucchi. Sono rimasta come stordita davanti alla televisione; il bucato spiegazzato tra le mani, la finestra aperta e la giornalista di Rainews 24 che ripercorreva brevemente la vita dello scrittore. Mi sono fermata lì, immobile, anche quando la giornalista è passata alla notizia successiva. È la prima volta che la morte di un autore, o comunque di un personaggio pubblico, mi colpisce in questo modo (purtroppo, pochi giorni dopo, la sensazione si è ripetuta con la scomparsa della Mafai).
Tabucchi rappresenta il mio incontro con la narrativa contemporanea, la prima scelta nell’acquisto di un libro non influenzata da alcuno. Ricordo il giorno in cui acquistai Sostiene Pereira. Gli esami di maturità erano terminati da un po’, la mia vita aveva preso un nuovo corso, ed io non ero stata mai tanto confusa e spaesata come allora. Per un verso, quel libro rappresenta anche una riconciliazione con la lettura e la riscoperta del piacere di leggere. Sono stata una lettrice appassionata nell’infanzia; sono diventata una lettrice distratta e irregolare durante l’adolescenza. Prendevo in prestito qualche volume dalla biblioteca o chiedevo in regalo ai miei genitori libri di cui avevo sentito parlare. Ma trascorrevano anche lunghi mesi senza che un libro comparisse sul mio comodino.
Comprai Sostiene Pereira non per l’eccezionale successo riscosso dal libro ma perché, entrata in libreria, ne lessi l’incipit e qualche frase qua e là; mi incuriosì; pagai, tornai a casa e lo iniziai subito. Quel giorno, dentro di me è stata pizzicata una corda e da quel momento la lettura è diventata una parte essenziale della mia quotidianità.
Tabucchi è stato anche l’involontario responsabile del mio invaghimento per il Portogallo, della scoperta di Pessoa e della letteratura portoghese. A Siena seguii alcune delle sue lezioni quando era ordinario di Lingua e letteratura portoghese presso la facoltà di Lettere e Filosofia. Che non era la mia Facoltà. Andai ad ascoltare solo un paio di lezioni perché, mentre ero lì, mentre lo sentivo parlare, per la prima volta ebbi la consapevolezza di aver scelto la facoltà sbagliata. Ma accorgersene al quarto anno mi sembrò una scoperta tardiva. E mi incamminai verso le aule di Scienze Politiche.
Notturno indiano giaceva nella mia libreria insieme a Viaggi e altri viaggi da qualche tempo. Ho voluto salutare Tabucchi a modo mio, attraverso le sue parole.
 
Notturno indiano mi ha fatto compagnia in una domenica nuvolosa: l’atmosfera migliore per leggere questo libro. Brevi o lunghi che siano, Tabucchi riesce a portare nei suoi romanzi quella saudade che non è malinconia né nostalgia; è una faccenda complessa, intraducibile in italiano.

“Malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato; ricordo dolce e insieme triste di una persona cara”. È dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire; e non si rivolge esclusivamente al passato ma anche al futuro, perché esprime un desiderio che vorreste si realizzasse. E qui le cose si complicano perché la nostalgia del futuro è un paradosso. Forse un corrispettivo più adeguato potrebbe essere il disìo dantesco che reca con sé una certa dolcezza visto che “intenerisce il core”.

 Nella scrittura di Tabucchi c’è sempre un po’ di saudade e Notturno indiano non fa eccezione. Lo si può leggere come una ricerca di sé, oppure come una ricerca di qualcun altro scomparso nel nulla; si può leggere come un libro di viaggio, disseminato di luoghi reali, alberghi che esistono davvero, tra stanze d’ospedale da cui i degenti, forse, non usciranno più; l’odore della povertà e della malattia. 


Si può leggere semplicemente come un racconto di un viaggio realmente avvenuto, spostandosi da un luogo all’altro con la guida India, a travel survival kit nella borsa.
E allora, forse, Notturno indiano diventa la narrazione di un viaggio fatto in un passato lontano e trasfigurato dal ricordo.


Sul momento potrà sembrare un’occasione non particolarmente fortunata; ma nel ricordo, come sempre nei ricordi, decantata dalle sensazioni fisiche immediate, dagli odori, dal colore, dalla vista di quella certa bestiolina sotto il lavabo, la circostanza assume una sua vaghezza che migliora l’immagine. La realtà passata è sempre meno peggio di quello che fu effettivamente: la memoria è una formidabile falsaria.


Viaggi e altri viaggi rivela un Tabucchi un po’ diverso.
Il Tabucchi curioso, innamorato di luoghi, persone, arte, natura. Il Tabucchi che torna periodicamente in Grecia; il Tabucchi conquistato dagli ulivi centenari di Creta; il Tabucchi che si ferma nel più antico caffè del Cairo, Cafè Fishawi, con un libro di Mahfuz, o che sosta a Barcellona, in Plaça del Diamant, con l’omonimo libro di Mercè Rodoreda.
Viaggi e altri viaggi è una raccolta di divagazioni, sensazioni, profumi e immagini catturate qua e là, in periodi diversi. Il viaggio che si mescola con la vita e ne diventa parte integrante.
E poi c’è il sapore dei viaggi non fatti, quelli sognati seguendo i versi dei poeti, le immagini dei film, le parole degli antropologi e degli scrittori. I viaggi dell’immaginazione, vissuti per interposta persona.
Altri viaggi, appunto. 

Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kavafis ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca: il viaggio trova senso solo in sé stesso, nell’essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza il cui senso principale è quello di essere vissuta.