Visualizzazione post con etichetta pedalando. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pedalando. Mostra tutti i post

martedì 14 aprile 2020

Raccontami una storia


Il ciclismo non m’ha mai appassionato. Da qualche anno mi piace l’idea dei lunghi percorsi in bici nel periodo estivo, salvo quelle due o tre volte in cui ho pensato di scaraventare la bici nel primo corso d’acqua cammin facendo e salvo quelle altre due o tre volte in cui alla proposta del coniuge “prossimo anno vacanze in bici?”, ho avanzato la riposante controproposta “divorzio?”.
Il coniuge non mi prende troppo sul serio perché sa che di fronte ad una ciclabile, o in una qualsiasi realtà amica delle biciclette, impiegherà meno di 5 minuti nel convincermi a salire in sella. Alla fine, pedalare ha un suo perché. Stravaccarmi sul divano per guardare qualcuno che pedala, invece, non ha alcun perché. Neanche per il Giro d’Italia. Neanche per il Tour de France. Neanche quando a pedalare era Pantani.
Quindi, non è per rievocare le mirabolanti imprese del Pirata nel 1998 che ho deciso di prendere in prestito Cadrò, sognando di volare di Fabio Genovesi (edito di recente da Mondadori), né perché segua con particolare interesse la narrativa italiana contemporanea. È stato uno stralcio di un’intervista radiofonica ad incuriosirmi. Con il suo spiccato accento toscano, Genovesi, classe 1974, stava dicendo una cosa del tipo “sono nato insieme agli anziani, mio nonno aveva dieci fratelli maschi, non s’è sposato mai nessuno, quindi ho vissuto con undici nonni perché ero il nipote di tutti loro. Vivo bene solo con gli anziani; più uno è anziano, più mi sento a mio agio. Gli anziani hanno passato di tutto e non hanno più nulla da perdere, solo loro sanno darti il consiglio giusto”. Il semaforo è passato dal rosso al verde, qualcuno dietro di me ha suonato e io ho lentamente messo da parte la risata contagiosa di mio nonno e la voce tonante di mia nonna, che sapeva bene come metterlo in riga. Non credo d'aver mai chiesto loro un consiglio, non direttamente; bastava la loro espressione per sapere se stessi facendo la cosa giusta o se avessi sbagliato di grosso.
Insomma, è la prima volta che sento la voce di Fabio Genovesi, non ho mai letto un suo romanzo, Mondadori non è la mia casa editrice di riferimento, però prenoto il prestito la sera stessa.
Siamo nel 1998 e il protagonista del romanzo, Fabio, ventiquattrenne, studente di giurisprudenza non troppo brillante, deve partire per il servizio civile. Mentre i suoi amici fanno l’Erasmus in Spagna, Fabio viene spedito in una località isolata, dove dovrebbe fare l’educatore in una scuola religiosa. Solo che in quel luogo la scuola non c’è più da anni; sono rimasti due anziani sacerdoti e una guardiana. Nessuno attende Fabio, non si capisce bene cosa debba fare e da educatore si trasforma in una specie di assistente: inizierà ad accudire e a lavare Don Basagni, un sacerdote ottantenne, apparentemente incapace di alzarsi.
Fabio potrebbe approfittare del nulla che lo circonda per scrivere la sua tesi e prepararsi ad intraprendere la vita professionale pensata per lui. Potrebbe, se quella vita gli piacesse. Oppure potrebbe osare: attaccare, alzarsi sui pedali, scattare su per la montagna, crederci e tentare l’impossibile. Ma Fabio non è mica Pantani che stacca Tonkov e va a vincere il Giro d’Italia; e poi, come se non bastasse, va anche al Tour. 
Fabio sa che dovrebbe fare qualcosa per uscire da quella gabbia che è la sua vita; eppure, è più facile rimanere nella vita che viviamo (anche se non ci piace), è più facile lamentarci che trovare il coraggio per fuggire. È più facile dire “me ne occuperò domani”, e poi domani, e poi domani… Ma così rischi di arrivare a 80 anni, come Don Basagni, senza che quel domani sia mai arrivato.
Genovesi fa vedere un pezzo di Giro d’Italia anche a chi non ne ha mai visto una tappa in vita sua; è bravo nell’intrecciare più storie e nel ricostruire con delicatezza le imprese di Pantani, accennando appena alla brutta faccenda del doping e al triste epilogo dell’esistenza del Pirata.
Cadrò, sognando di volare fa parte dell’ultimo pacchetto di libri presi in prestito prima della chiusura delle biblioteche. Non è un’opera imprescindibile, né il romanzo da portare sull’isola deserta; probabilmente, in “tempi normali” l’avrei snobbato. Ma Genovesi sa raccontare storie ed ha avuto il merito di allontanare i pensieri foschi nei primi giorni dell’epidemia, quando la mia mente faticava a concentrarsi sugli altri libri che giacevano sul comodino.
Per ovvie ragioni, non so quando il libro tornerà alla biblioteca di Ciampino; intanto è stato letto anche dal coniuge. Dice che alcune di quelle tappe se le ricordava bene, perché il 1998 è stato un anno grandioso per il ciclismo italiano; però, sostiene che non regalerebbe Cadrò, sognando di volare  a un ciclista. La bici resta sullo sfondo e non è detto che un ciclista possa apprezzarlo. Se lo dice lui.

martedì 28 agosto 2018

In bici da Cividale del Friuli al mare di Trieste


Cividale del Friuli
Cividale – Udine – Gradisca d’Isonzo. Come smarrirsi nelle campagne friulane.

Varrà la pena allungare il giro per una breve sosta a Udine? La giornata è meravigliosa, i problemi tecnici con la bici sono stati risolti e, in fondo, questi viaggi servono anche a farsi un’idea per futuri ritorni.
Pedalata piacevole su strade poco trafficate; giunti all’ingresso della città ci guardiamo intorno spaesati. Dovrebbe esserci una ciclabile, ma dove? Il tempo di prendere la mappa e si avvicina un signore gentilissimo. Vi siete persi? Eh, lo so, anch’io giro sempre in bici e purtroppo Udine è così, un po’ balorda (no, non lo è. O, per lo meno, non lo è se vivi in un posto dove neanche hanno idea di cosa sia una ciclabile. Ma capisco che facendo il confronto con l’Alto Adige, Udine possa apparire arretrata). Ad ogni modo, il signore molto affabile ci indica subito il percorso da seguire, la ciclabile a singhiozzi e, scusandosi della mancanza di attenzione che l’amministrazione comunale riserva alle due ruote, ci saluta. Noi restiamo lì inebetiti. Forse siamo particolarmente fortunati negli incontri casuali, non so; certo è che nelle nostre incursioni in Friuli abbiamo sempre incrociato persone cordiali, accoglienti, pronte a dare consigli e informazioni prima ancora che fossimo noi a porre la domanda.
Udine
Bello il centro di Udine, città del Tiepolo, come ci ricordano le indicazioni in Piazza Libertà. Ci fermiamo per un caffè, ascoltiamo le conversazioni rilassate di chi, come noi, è in ferie; facciamo una passeggiata fino al Castello e decidiamo che Udine merita un’altra visita, senza fretta.
Udine
Partiamo alla volta di Gradisca d’Isonzo. La nostra mappa prevede un itinerario lungo, seguendo per un breve tratto la ciclovia Alpe Adria per poi proseguire su stradine secondarie e di campagna, tra coltivazioni di soia (aver un coniuge agronomo, sebbene non eserciti, a qualcosa servirà pure. Per me, quelle piante lì erano fagioli). Bello all’inizio, molto bello. Poi c’è un momento in cui temiamo di dover trascorrere la nottata lì, nella soia. Solo campagna; le indicazioni fornite non corrispondono a niente nei paraggi. Stradine sterrate e campi.
Appena raggiungiamo la statale, il coniuge se n’infischia del percorso che avremmo dovuto seguire e mi conduce temerariamente alla meta.
Perché Gradisca rientri tra i borghi più belli d’Italia resterà per noi un mistero. Cittadina deserta, una sensazione d’abbandono più che di pace. Il coniuge scatta qualche foto nell’assoluto silenzio. Ci fermiamo a cena in uno dei due ristoranti aperti; proprietari gentili in un luogo addormentato, sorpreso dall’imprevisto arrivo di ospiti.

Gradisca d'Isonzo
Gradisca d’Isonzo – Trieste. La meta.
Lo scarso entusiasmo per il borgo di Gradisca viene compensato dal meraviglioso verde dell’ambiente circostante. Partenza in salita, ma il luogo è così bello e così ombreggiato da rendere piacevole anche il fuori sella. Mi preoccupa solo la discesa alla volta di Trieste. Nelle indicazioni fornite prima di partire siamo stati avvisati del fatto che il percorso da Duino a Miramare è tanto bello quanto trafficato. Però vogliamo arrivare dentro il mare di Trieste; voglio capire il significato delle parole di Mauro Covacich:
A Trieste si fa il bagno in centro città e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina «andar al bagno» per intendere «andare al mare» (e non «andare alla toilette»), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.     
Lungomare da Duino verso Trieste 
E così è stato. Si passa dal traffico della statale alla lunga distesa di asciugamani sul marciapiede, tra le auto parcheggiate e il mare. Bimbi che giocano, signori che leggono, mamme che chiacchierano, qualcuno passeggia come fosse sul bagnasciuga e non su un marciapiede a pochi passi dal centro della città. Io non so perché ma arrivo a Trieste e mi sento a mio agio. Mi viene un’allegria, una smania di camminare, perdermi nella città più di quanto non accada in altri luoghi.
Vogliamo andar a visitare la Risiera di San Sabba (le mie recenti letture me lo impongono) e abbiamo la malaugurata idea di continuare a muoverci in bicicletta. Il coniuge deve aver rimosso che Trieste non è un cittadina pianeggiante ed io, scioccamente, non mi oppongo. Confesso che è stato più faticoso il tratto centro città – Servola – Risiera di San Sabba (facendo un giro strano, molto strano) e ritorno, dei 40 km da Gradisca a Trieste.
Il Museo civico della Risiera di San Sabba, inaugurato nel 1975, è un altro di quei posti in cui bisognerebbe accompagnare gli adolescenti. Una visita che vale più di qualche lezione di storia sui banchi di scuola. Una visita che, in questi tempi strani, ci ricorda il nostro passato, gli errori commessi, gli orrori permessi e perpetrati. L’ingresso è gratuito, l’audioguida costa appena 2 euro e le testimonianze raccolte nell’ultima sala museale ti accompagnano mentre pedali via.
Trieste è anche l’ultima tappa del nostro ciclotour, il luogo in cui riconsegniamo le bici noleggiate a Dobbiaco e torniamo alla praticità dello zaino e agli spostamenti sui mezzi pubblici. Serata in Via Cavana, camminando nella Città Vecchia col suo fascino irresistibile. Ci sono tanti angoli di Trieste che vorrei esplorare e forse sarebbe stato saggio fermarci qualche giorno in più, anziché prendere un treno per Vicenza l'indomani.
«Io tornerò il prossimo anno – fa il coniuge sornione, sorseggiando un vinello bianco frizzante – mentre tu farai il tuo viaggio al Nord, in quelle terre fredde, dalle lingue strane. Ho già adocchiato un Trieste-Pola in bici. Magari mi tratterrò qualche giorno sia a Trieste che a Pola. Però ti invierò le foto. Abbiamo detto vacanze separati, giusto?».
Abbiamo detto vacanze separati? Trieste, Pola, bici, lungomare… Però, coniuge, non potrai mica prendermi sempre alla lettera!
 
Trieste - Piazza Unità d'Italia
Note tecniche.
- Anche questa volta, come avvenuto già lo scorso anno, ci siamo affidati a Fun Active, società specializzata nel cicloturismo con sede in Alto Adige. Una soluzione pratica per chi, come noi, non ha troppa dimestichezza con le ciclabili e non ha abbastanza tempo, allenamento, esperienza per poter organizzare un viaggio di più giorni in luoghi che non conosce. Abbiamo scelto il viaggio che ci interessava, ricevuto le mappe con i percorsi da seguire e il materiale informativo direttamente a casa. Abbiamo noleggiato le bici a Dobbiaco e le abbiamo restituite a Trieste. Le prenotazioni in hotel vengono effettuate direttamente dall’agenzia: si dorme in luoghi molto belli e, onestamente, il prezzo complessivo del viaggio è di gran lunga più economico del listino prezzi degli hotel in cui abbiamo soggiornato. Il transfer dei bagagli è a cura dell’organizzazione. Un viaggio leggero, fattibile anche da chi non è allenato. So che organizzano tour di gruppo e che ci sono altre agenzie simili. Ma non avendo sperimentato formule diverse, non posso fare confronti.
- Tra gli alberghi in cui abbiamo dormito, ho adorato l’Hotel Triglav a Bled (stanza vista lago) e il Victoria Hotel letterario a Trieste. Non abbiamo dormito nella suite dedicata a James Joyce, che abitò in questo palazzo neoclassico, ma il soggiorno è stato ugualmente memorabile (per una ancora abituata agli ostelli, come fa notare il coniuge, il pernottamento è stato di gran lusso).
Camera con vista - Lago di Bled


lunedì 27 agosto 2018

Dobbiaco – Cividale del Friuli. Ciclabili, luoghi incantati, prove generali di divorzio…

Lago di Bled (Slovenia)


Le ferie, specie se son poche, le si attende sempre con una certa ansia. Ricordo anni di conti alla rovescia, viaggi programmati parecchio tempo prima di partire, cene gaudenti l’ultimo giorno di lavoro con relativo mal di testa il primo giorno di ferie. Questa volta è stato diverso. Niente crocette sul calendario, nessuna cena speciale, poca voglia di partire. Addirittura, tornando a casa dal lavoro, mi sono chiesta se non stessi commettendo una sciocchezza. Forse avevo solo bisogno di due settimane di corsa mattutina, divano, libro, dormire. Soddisfare i bisogni primari compiendo il minimo sforzo. Altro che vacanze in bici da Dobbiaco a Trieste.
E con questo spirito gioioso e propositivo, mentre il coniuge andava alla ricerca del caschetto smarrito (il mio, misteriosamente ingoiato dalla microcantina in cui era stato riposto lo scorso anno), ho iniziato a preparare lo zaino.
Dolomiti - Le Tre Cime viste da Dobbiaco

Alta Val Pusteria – Oberdrauburg
. Fatica e stupore.
San Candido
Sebbene sia una donna moderatamente sportiva tutto l’anno, il ciclismo non è la mia passione, e riprendere la bici dopo 365 giorni non è stato facilissimo.
Ho retto bene per i primi 50 chilometri, poi la stanchezza ha avuto il sopravvento. Percorso agevole, prevalentemente ciclabile, temperatura perfetta, tantissimi ciclisti di ogni età. 

Alle spalle le Tre Cime, tutt’intorno il verde dell’Alto Adige, la vivacità di San Candido, io che grido “Loacker!” come fossi una bimba di tre anni (mi era sfuggito il fatto che la ciclabile passasse accanto a uno degli stabilimenti che bontà!). La Drava che scorre pacifica alla nostra destra, le casette austriache nei cui giardini i nanetti di Biancaneve ascoltano musica classica, le ballate tirolesi nel centro di Lienz.

Il bucato di Lienz 

Ancora venti chilometri lungo la ciclabile della Drava e raggiungiamo Oberdrauburg: due alberghi, una chiesa, un parrucchiere, un ufficio postale, un discreto numero di ciclisti, motociclisti ed escursionisti.
Lienz

Oberdrauburg – Feistritz an der Gail: la tappa dai nomi impronunciabili.
Baciati dal sole, pedaliamo lungo la ciclabile della Carinzia. Paesaggio piatto più che pianeggiante. Prevalentemente campi e fattorie. Un caldo della miseria, nessun paesello di rilievo da visitare, pochissime fontane. Mi consolo pensando al lago di Pressegger See, che dovremmo incontrare intorno al 50° chilometro della pedalata. Ho infilato perfino il costume nello zaino. Ma è metà agosto, è pieno di gente e il coniuge pedala come un forsennato, oltrepassando a gran velocità anche il ponte sul Gail.  
Giunti nel primo pomeriggio alla meta del giorno, non riceviamo alcun premio. In compenso, io sono pronta a scaraventare la bici nel fiume, ho una sete pazzesca e ho preso più volte in considerazione la possibilità di divorziare. Mai acqua fu più dissetante di quella della fontana di fronte alla Gasthof Alte Post di Feistritz (non escludo che non abbiate mai sentito parlare del Comune in questione: 615 abitanti, un albergo, una chiesa, un cimitero, una miriade di ciclisti). La quiete dell’Alte Post, l’accoglienza dei gestori, un libro, una radler fresca e le battute degli altri pedalatori indefessi placano le mie ire. Il divorzio può aspettare.

Bled

Feistritz – Bled (Slovenia). L’obiettivo del tour.
È la giornata che attendo da quando abbiamo scelto questo ciclotour. È la giornata di Bled, del lago con al centro la piccola isola e la chiesetta dedicata a San Martino; è la giornata in cui percorreremo parte della ciclovia Alpe Adria, già sperimentata due anni fa e che tanto m’era piaciuta. È la tappa che prevede una piccola deviazione verso Tarvisio e una sosta a Kranjska Gora. È la tappa in cui apriamo gli occhi e il cielo è nero. Completamente. L’unica giornata di pioggia in dieci giorni di vacanza. Al limite del fantozziano.
Partiamo incuranti della pioggia, tanto il cielo è così uniformemente scuro da rendere superflua qualsiasi attesa. Nessun diluvio in vista, ma il rischio di un’insolazione è un’ipotesi remota.
La pioggia lava i miei pensieri. Scompare il cattivo umore del giorno precedente, la frescura del kway bagnato sulla pelle arrossata è quasi piacevole. Torna il buonumore e smette di piovere. Cielo grigio tendente al sereno.
Per non sfidare la sorte, decidiamo di tirar dritto fino a Kranjska Gora. Niente sosta a Tarvisio per quest’anno. Superato il confine sloveno, troviamo uno spiraglio di sole, il caffè è meno buono, i cornetti sono finiti, i tanti italiani che girellano nel centro della bella cittadina parlano solo delle condizioni meteo previste per i prossimi giorni. Variabile tendente al bello.
Ripartiamo fiduciosi: la pioggia ha reso più brillante il verde che ci circonda. Ricomincio ad apprezzare la bicicletta. Poi il coniuge buca e torno a pensare che no, mai fidarsi troppo delle due ruote. Ma è questa l’occasione in cui emerge la solidarietà dei ciclisti. Dal momento in cui ci siamo bloccati al momento in cui la ruota posteriore ha ripreso a svolgere la sua funzione, ogni singolo ciclista di passaggio s’è fermato per chiedere se avessimo bisogno d’aiuto. È vero che diverse coppie stavano seguendo il nostro stesso percorso, quindi alcuni volti erano già familiari; eppure c’è quello spirito di solidarietà, quell’interesse verso il prossimo (tipico anche degli escursionisti) a cui non si è più abituati e che è bello riscoprire sulla strada.
Sperando di raggiungere una Bled senza pioggia, decidiamo di prendere il treno a Jesenice. Un treno d’altri tempi che attraversa paesetti immersi nel verde. Un treno vecchio ma puntuale con un improbabile servizio di trasporto bici.
Bled è incantevole con il cielo azzurro e suggestiva quando riprende a piovere (certo, se il meteo ci avesse graziato ancora per un paio d’ore avremmo apprezzato; ma non si può aver tutto dalla vita). Niente visita al castello né traghettamento verso l’isola al centro del lago. 
Ci siamo limitati a una camminata intorno al lago, scherzando sui prossimi viaggi separati. Ma sì, basta con le vacanze di coppia, che poi quando torniamo a casa abbiamo pochissimo da raccontarci. «Quindi tu hai chiuso con la bici?». No, niente bici. Trekking. Voglio tornar in montagna Anzi no. Voglio andare al Nord. Finlandia, Norvegia, Islanda… E giù a ridere mentre ceniamo nello sfarzoso hotel che si affaccia sul lago, paragonando gli esperimenti culinari dello chef stellato all’abbondante schnitzel della sera precedente. 
La leggerezza delle vacanze.

Cividale del Friuli

Bled – Most na Soči – Cividale del Friuli. La giornata della Grande Guerra.
Tappa facile; cielo azzurro, paesetti che ricordano alcune zone dell’Abruzzo, tanta campagna, la pace d’un giorno di festa interrotta dal rumore di qualche trattore incurante del Ferragosto. Qualcuno lavora nei campi, qualcuno organizza un picnic sulle rive del Soča, che presto diventerà Isonzo.
Ci fermiamo a Kobarid. Caporetto. Parcheggiamo la bici davanti al Museo della Grande Guerra e veniamo catapultati tra il 1915 e il 1917. Foto di ragazzini dalle uniformi pesantissime che non hanno fatto ritorno a casa. Volti seri, in posa, che si perdono tra corpi straziati, allineati l’uno accanto all’altro, ormai privi di vita. Piccoli uomini di cui non ricordo si sia parlato granché nei miei anni di scuola, in cui si menzionavano solo i grandi nomi, come se la Storia venisse fatta da condottieri e dagli statisti e non da persone come noi.
Per ricordare cosa fu Caporetto, abbiamo ascoltato i 20 minuti di documentario in italiano (ma è possibile ascoltarlo anche in altre lingue), abbiamo visto le varie installazioni, osservato i plastici. Ma ciò che si porta via sono quei volti, quelle immagini, italiani, austriaci, russi… L’inutilità di tanta sofferenza.

Si riparte verso Cividale del Friuli. Ingresso trionfale sul Ponte del Diavolo. E per quanto tu sia sudato, stanco, affamato (Ma dai, su, è sufficiente un po’ di frutta, tanto arriveremo a Cividale nel primo pomeriggio…), resti incantato davanti alla vista sul Natisone e hai la certezza che quel fazzolettino di paese ti piacerà tantissimo.
Un borgo accogliente, vivace, suggestivo; non stupisce sia stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Un posto in cui mi fermerei volentieri, ma ci attende Gradisca sull’Isonzo...

La poesia di Cividale del Friuli
Si ringrazia il coniuge per la gentile concessione delle foto. 

martedì 5 settembre 2017

Alto Adige in bicicletta – Merano, Val Venosta, Vipiteno



Merano

Da non ciclista ci sono delle cose a cui non ho mai pensato, tipo al divieto di usare il cellulare mentre si pedala. In Alto Adige è vietato; e siccome gli altoatesini sono persone educate, vietano ma ringraziano per il contributo che dai a favore della sicurezza stradale. In barba al codice della strada, però, ho appreso che si può pedalare e contemporaneamente mangiare una brioche o fumare una sigaretta. Abilità che non ho avuto il coraggio di testare, io che non riesco neppure a bere pedalando.
Prima di partire, un amico mi disse che mi sarei annoiata in mezzo a tutti quei meleti. L’amico non sapeva che i frutteti sono pericolosi luoghi di perdizione, non a caso sono disseminati di cartelli in cui si ammonisce che il furto di mele costituisce reato.


E qui è dove il coniuge, stanco di sentire la litania della moglie – Uh!, guarda che belle mele! Mature al punto giusto – commise il reato. Ben due mele rosse. 
In compenso, però, siam tornati a casa senza lordare alcun giardino.


È vero: abbiamo fotografato tanti divieti e c’abbiamo scherzato su parecchio. Invidia. Invidia nel vedere luoghi così verdi, cittadine senza cumuli di rifiuti, auto che si fermano in prossimità delle strisce pedonali, capotreni che verificano la perfetta chiusura delle porte molto prima che il treno parta (lì, poi, mi sono commossa). Piccoli gesti di civiltà che forse dovrebbero essere normali, ma a me sembrano sempre eventi straordinari.


Per arrivare a Merano da Bolzano c’erano state fornite due opzioni: la ciclabile dell’Adige (corta, pianeggiante e ben segnalata) o un percorso che attraversa i paesini. Quindi, perché limitarsi a 35 chilometri pianeggianti quando ne puoi fare una cinquantina, perdendoti a destra e manca?

Merano
Non è un caso che Merano venga definita la perla dell’Alto Adige. Basta fermarsi qualche minuto su uno dei ponti che attraversano il Passirio per innamorarsene. 
A dimensione d'uomo, circondata dai monti, mescola il fascino del passato (meraviglioso il Ponte romano, si torna indietro nel tempo percorrendo i giardini di Sissi, le passeggiate Gilf e Tappeneir) con il moderno concetto di wellness. Non ho sperimentato le terme (sigh!), ma dall’esterno l’hotel Terme non ha il sapore malinconico dei soggiorni dell’epoca di Sissi. Tutt’altro.
Forse è quel verde, quell’acqua, quel cielo azzurro a rendere così allegre le persone che passeggiano leccando un gelato (no, non buoni come quelli di Bressanone). O probabilmente, come suggerisce il coniuge, è la presenza della birra Forst a mettere di buonumore. Non siamo andati a visitare lo stabilimento, ma non s’è potuto fare a meno di cenare alla Forsterbraü, luogo in cui ordinare acqua è commettere sacrilegio. E dopo un ottimo pasto, non riuscendo a star lontana dalle biblioteche neppure in vacanza, siamo andati all'incontro con Marcello Fois, organizzato dalla Biblioteca civica di Merano. 



La Val Venosta
La pedalata in Val Venosta, da Malles a Merano, è da set cinematografico. Lasciandosi alle spalle Malles ci si trova immersi nel verde, qualche campanile che spunta in lontananza, i resti dello sbarramento militare facenti parte del Vallo Alpino, l’Adige e l’inevitabile sosta dinanzi alle mura fortificate di Glorenza, il comune più piccino dell’Alto Adige. Un caffè in Piazza del Mercato mentre un mini trattore, con balla di fieno al seguito, attraversa la città. Uno di quei borghi il cui fascino è racchiuso tra i torrioni difensivi, le facciate delle case padronali e i portici del XIII secolo. Una magia che le parole non riescono a spiegare.

Glorenza

Il tour nel regno delle mele e dello yogurt non poteva che concludersi a Vipiteno. Appena il tempo di una fetta di strudel circondati dalle casette colorate e arriva la pioggia. 
Percorriamo i chilometri che ci riportano a Bressanone senza ulteriori soste ma va bene ugualmente: mi sarebbe dispiaciuto tornar a casa senza aver sperimentato l’ebrezza del cielo scuro e l’assenza di una qualsiasi forma di riparo.

Ritorno a Brixen

La Baba riflette:

L’Alto Adige non è il Trentino. Una banalità per chi conosce bene il territorio, ma non per me, che per anni mi son ostinata a dire “Trentino” pensando fosse un tutt’uno. Mi stupisce essere in Italia e vedere le indicazioni riportate prima in tedesco e poi in italiano; arrivare in hotel ed essere salutata in tedesco da una fanciulla che si scusa per non conoscere bene l’italiano (e non lo conosce affatto, visto che dopo un po’, per farsi capire, inizia a parlare in inglese). Mi stupisce esser in Italia e non sentirmi in Italia. Non è una critica, solo un dato di fatto. Alla fine di questa settimana mi è capitato di dire: “Pensa che bello se anche in Italia ci fosse la stessa abitudine nel…” e vedere il coniuge con gli occhi al cielo. “Guarda che ci sei già in Italia”.


Abbazia di Novacella
Ho scoperto un nuovo modo di viaggiare. Mi sono stupita nell’ascoltare una coppia di australiani (molto più anziani della sottoscritta) al loro undicesimo viaggio in Europa: Francia in bici, Danubio in bici, Olanda in bici, Croazia in bici… Non c’è un altro modo per visitare l’Europa.
Forse hanno ragione loro.

Glorenza
La Baba consiglia:

A Merano abbiamo dormito all’Hotel Flora. Stanza con vista sul Passirio. Estremamente rilassante.
Se hai deciso di uscire dal tunnel della birra, non fermarti a Merano: la Forst ti perseguita. Cenare alla Fortsterbraü dopo una giornata in bici è un piacere a cui potresti anche rinunciare. Ma sarebbe un peccato.