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mercoledì 8 luglio 2015

Lettori si cresce, Giusi Marchetta

«Sto leggendo il libro della tua Giusi Marchetta», invio. Un antiquato sms, niente whatsapp. Lui, che Giusi Marchetta me l’ha fatta conoscere trascinandomi alla presentazione di una sua raccolta di racconti (Dai un bacio a chi vuoi tu, Terre di Mezzo editore), ironizza: «Perché? Hai deciso che da grande farai l’insegnante?»
Se prima che essere scrittrice fai la prof. e se nei tuoi interventi pubblici parli molto di ragazzi, corri il rischio che il tuo libro, Lettori si cresce, venga considerato una sorta di manuale per addetti ai lavori. Se non sei insegnante non lo sfogli a prescindere. Errore.
L’ho preso dopo una costruttiva pausa pranzo in cui un saccente trentenne, laurea scientifica, ha confessato di non leggere libri perché “se inizio un libro e mi prende, rischio di leggere tutta la notte. E non posso andar a lavoro con gli occhi pesti solo perché sono rimasto a leggere”. Pochi minuti prima, aveva dichiarato di esser stanco per aver fatto come al solito tardi sbevazzando con i suoi amici. È socialmente giustificabile l’occhio pesto per la consueta uscita serale, lo è meno il vizio di leggere. Vedendo che ho sempre un libro con me, si è sentito in dovere di dire che leggere è una vocazione, un’attività lodevole che rende le persone migliori.
No, non mi sento unta dal Signore solo perché leggo qualche libro l’anno, né penso di essere migliore di un non lettore. Semmai peggiore. Sono, ad esempio, una casalinga distratta: finisco di leggere il capitolo e poi, solo molto poi, vado a rassettare la cucina; perché perder tempo nel preparare un piatto elaborato, quando ho un romanzo da terminare? Sono una pendolare asociale: apro il mio libro già sui binari, salgo sul treno e continuo la lettura, evitando qualsiasi forma di contatto umano (salvo rare eccezioni. Ma quelle sono persone a cui voglio veramente bene). In ufficio approfitto di ogni ritaglio di tempo per tirar fuori il mio libro e immergermi altrove.
Perché? Quando ho iniziato?
Ahimè, non ho avuto insegnanti illuminate come Giusi Marchetta, ma neppure ricordo di aver mai sentito il “dovere” di leggere. Non sono neanche figlia di lettori ma, fortunatamente, i miei mi hanno sempre fatto percepire che i soldi spesi per acquistare un libro fossero una forma di investimento. Si facevano consigliare dal cartolibraio (no, nessuna libreria nei paraggi) o mi facevano scegliere il mio regalo di carta, senza porre veti. Non ho mai pensato che stessi sperperando del denaro. Sarà per questo che ancora continuo a spendere soldi in libri anche quando dovrei frenarmi. 
A ripensarci oggi, so di non esser stata una lettrice vorace né da piccola né da adolescente. Comunque, il fatto stesso di leggere per puro piacere, incurante che nessuno dei miei compagni leggesse, mi sembra un piccolo miracolo.
Leggere non era più un’alternativa alla noia, ma alla vita stessa, perché per quanto possa essere spaventoso ammetterlo, i libri erano meglio di tutta la vita, non solo di quella parte che veniva messa in pausa ogni tanto. […] Un desiderio legittimo di fuggire, isolarci e proteggerci. Di cercare un’alternativa migliore alla vita.
Dice proprio così Giusi Marchetta. E in modo del tutto impopolare per un lettore, nonché insegnante, aggiunge che in fondo è la stessa motivazione che spinge un adolescente oggi a consumarsi gli occhi davanti alla playstation.

Lettori si cresce non è un vero saggio; è una lettera scritta con tono informale dalla prof. Marchetta al giovane Polito, un ipotetico studente sveglio ma svogliato, come ce ne sono tanti. 
Qui dentro non c’è la ricetta in grado di trasformare in lettori un popolo che non legge. Gli ultimi dati Istat affermano che nel 2014 solo il 41,4% della popolazione italiana ha letto almeno un libro (dico uno) nel corso dell’anno. Le riflessioni della Marchetta non dovrebbero riguardare solo gli insegnanti ma noi tutti. Ci sono le sue sconfitte in classe, ma anche le sue vittorie; ci sono le sconfitte della scuola stessa, le biblioteche assenti, gli insegnanti non sempre motivati, gli alunni distratti da una vita veloce e i genitori abbastanza frustrati dalla quotidianità per preoccuparsi di quanto i loro figli amino la letteratura o in cosa cerchino la bellezza. Non tutte le famiglie sono uguali. C’è anche una non troppo leggera critica nei confronti di quei genitori sempre pronti a soddisfare i desideri e le attese di figli viziati; di quei genitori che sono più propensi a lamentarsi di quanto sia spesso il libro anziché spronare alla lettura. Un atteggiamento che mi ricorda un gruppetto di mamme di mia conoscenza (“Poverino!, ha troppi compiti da fare. Non può concedersi un attimo di relax. Devo parlarne con la maestra”).

Leggo e lo farei in continuazione: persone, paesaggi, possibilità sono stati trascurati nella corsa e non mi è importato e non mi importa. È una fame che conosco, questa: mi accompagna da sempre; quando non c’è, vuol dire che qualcosa non va e mi costringe al digiuno. Avrei potuto fare altro, se non cercarmi un lavoro che mi permettesse di leggere i libri e addirittura di raccontarli a chi non li aveva mai letti?
Perciò perdona la supponenza con cui mi propongo da tramite tra te e quest’arte bellissima, ma una parte di me è convinta che questa potrebbe essere la strada per accompagnarti al libro: non considerandola qualcosa che si limiti all’ora di italiano così come non si ama a giorni alterni.     
Forse leggere non servirà a niente ma oggi non riuscirei a rinunciare al piacere di esplorare nuovi mondi, vivere altre vite, provare rabbia, amore, orrore, noia, entusiasmo. Leggere non servirà a niente ma Giusi Marchetta ha ragione: l’abitudine alla lettura fa diventare il libro un aspetto irrinunciabile della nostra vita.

lunedì 8 dicembre 2014

È tempo di leggere


Lui, quello che ha letto tutto, conosce tutti e vive da due giorni tra questi stand: «Fermiamoci al guardaroba così puoi lasciare lo zainetto».
Lei, che poi sarei io, quella che il tempo per leggere alla fine riesce a trovarlo, ma rispetto a lui è una dilettante: «Perché dovrei lasciarlo?»
Lui: «Perché con quel coso sei pericolosa».
Lei: «Ma se me lo son portata di proposito! Non voglio affannarmi con dieci buste tra le mani. Metto nello zaino e via».
Lui: «Uffa! Si compra a fine giornata, senza esagerare. Ché poi ricominci con la storia che hai duecento libri di leggere e vorresti prenderti un anno sabbatico per fare solo quello ma non riesci a strappare neanche due giorni consecutivi di ferie».
Lei: «Uh, quanto sei pesante! Ma perché mi ostino a venire in fiera con te ogni anno? Non voglio fissare nessun budget, non voglio aspettare che la giornata sia finita; questa è una delle poche occasioni che abbiamo per finanziare direttamente le nostre case editrici preferite e non voglio sentire ragioni! Eppoi parli proprio tu che vai in libreria due volte a settimana. Neanche te li regalassero i libri». Lui alza gli occhi al cielo, contento del siparietto che pure quest’anno ha inaugurato la loro giornata insieme a Più libri più liberi e, con l’entusiasmo di un bambino che va alle giostre, la porta in sala Corallo. «Dai, dai, che c’è la Nadia!». La Nadia è una siciliana che pur di non lavorare scrive. E presenta Dai un bacio a chi vuoi tu, di tal Giusi Marchetta
Una tipa simpatica la Giusi: classe 1982, campana, insegnante precaria che, non contenta, scrive pure. Una masochista ironica: si può insegnare italiano in una scuola media campana e scrivere racconti che parlano di disagio sociale con il sorriso? Pare di sì.
Lei, quella che gira in fiera con lo zainetto, è rimasta molto colpita da questa trentaduenne coraggiosa che racconta di personaggi deboli che non si arrendono; ma poi il libro non l’ha comprato. E se ne è pentita. Lui, l’amico che tutto ha letto (purché lo scrittore sia de cuius), la trascina a conoscere la Giulia. «E questa mò chi è?».
Giulia Zavagna, redattrice editoriale delle edizioni SUR. Giovanissima ma parla di Julio Cortázar e di Borges come se fossero andati a scuola insieme. Per schiodare l’amico dallo stand, tocca regalargli Carta carbone, tanto lo sa che, a sua volta, anche lei andrà via dalla fiera con un bel regalo.
Lei vuole fermarsi dai tipi di La nuova frontiera. È incuriosita da I genietti della domenica, di Ribeyro ma poi inizia a chiacchierare con Rodolfo Ribaldi in persona e resta incantata ad ascoltare l’uomo che è stato amministratore delegato alla Mursia per anni. Ribaldi racconta aneddoti su Ugo Mursia, su cosa era l’editoria allora e sulla follia di investire la sua liquidazione per fondare La nuova frontiera. Parla dei costi dell’editoria, dei costi sostenuti per partecipare alle fiere; non si fa scrupoli: è uno diretto. Nessuna lamentela, solo dati di fatto. Intanto, quella con lo zainetto ha già acquistato Caramelo. L’editore dice che quando iniziò a leggerlo pensò fosse una lettura da donna, “ma poi non riuscivo a smettere. Vendemmo tantissimo. Questo e Piazza del diamante fecero decollare la casa editrice”.



«Prima di andare a sentire Björn Larsson, passiamo allo stand di Iperborea?». Lui annuisce ma non la sta a sentire granché. Vaneggia su Bolano, Wallace a Amoz Oz, che no, checchè ne dicano, l’ultimo Oz non è niente di speciale. Lei, a fatica, cerca di leggere pagine qua e là di libri scandinavi. Poi pensa di chiedere il consiglio della redazione. E aggiunge al Larsson che desiderava anche un Luce d’estate, ed è subito notte, che merita l’acquisto per il solo titolo e la copertina.
Poi provano ad ascoltare Massimo Carlotto che legge stralci del suo ultimo libro, accompagnato da due musicisti straordinari. Il libro sembra una neanche troppo intelligente mossa di marketing prenatalizia, ma magari è solo una cattiveria detta a voce alta dalla ragazza con lo zainetto. La musica però li avvolge e allora restano lì: lei sfoglia i suoi nuovi libri, lui pensa a chissà cosa. Poi arrivano Bjorn Larsson e Fabio Stassi. Lo svedese sfoggia un italiano senza errori grammaticali; parla di scrittura, del rapporto con l’Italia e del suo essere scrittore di lingua svedese ma non scrittore svedese.
La ragazza con lo zainetto, visibilmente invaghita dell’uomo che viene dal Nord e un po’ frastornata dalla lunga giornata, si avvia verso l’uscita ma si ferma davanti allo stand della Giuntina. Vorrebbe acquistare i Middlestein, mentre la fanciulla della casa editrice promuove Il grande circo delle idee. Colui che tutto ha letto si intromette, farfugliando un «sono altre 400 pagine. Ma quando leggerei tutta sta roba??». E lei mestamente si allontana. Sì, lui ha ragione, però lei si è fatta convincere troppo facilmente. «Con te in fiera non ci vengo più, ecco!».

Poi lui dice: «Il prossimo anno andiamo al Salone del libro di Torino?»