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mercoledì 20 aprile 2016

Preparativi per la prossima vita, Atticus Lish

Sto correndo tantissimo. Torno dall'ufficio, parcheggio, mi precipito in casa, pantaloncini, maglietta, Asics e via. Il cielo già inizia a tingersi di rosa, c’è sempre un venticello fresco, non si suda quasi mai.
“Ci stai dando dentro, è! Che gara prepari?”. Nessuna, sono ancora nell’anno sabbatico, lontana dall’agonismo degli amatori. “Ma se non stai preparando niente, perché t’alleni tanto?”  
Mi preparo ad affrontare meglio questa vita. Le parole restano sospese nell’aria per un po’, poi svaniscono senza lasciar echi. Il compagno incrociato è lontano ormai, io accorcio il passo per gestire meglio la salita. Corro fino a diventare un puntino giallo fosforescente in una strada poco illuminata. Al rientro faccio qualche piegamento, lavoro sulle braccia, due stecchini senza muscoli paragonate alla forza delle gambe. Nel weekend vado a correre di mattina, scelgo percorsi collinari e solitari. Corro fino a quando la mente smette di pensare e le gambe iniziano a sentire il peso dei chilometri e l’aumento della pendenza. Torno a casa con la testa sgombra e la sensazione di poter far tutto nella vita: cambiare lavoro, cambiare città, realizzare sogni irrealizzabili, scalare montagne (in senso letterale), viaggiare e leggere all’infinito. Ah, dite che sto divagando? Che i miei allenamenti poco c’entrano con Atticus Lish? C’entrano, c’entrano, fidatevi.

Tolgo le Asics, apro la doccia e penso a Zou Lei; capisco la sua determinazione di immigrata clandestina, mezza cinese, mezza uigura, povera in canna e sicura di poter trovare la libertà a New York, il luogo dove tutto è possibile. Non fanno che dirci che “l’America” è un grande paese, no? E allora perché una clandestina dotata di buona volontà, lavoratrice instancabile, gambe muscolose, passo svelto, non dovrebbe farcela? Perché Skinner, reduce dall’Iraq, lui che ha servito il suo Paese, che ha cercato di salvare ciò che restava del corpo di Jake dopo un’esplosione, non dovrebbe venir ricompensato dal suo meraviglioso Paese?
Gli hanno detto di andar in guerra e c’è andato. Gli hanno detto di sparare e ha sparato. Poi, quando sono iniziati gli incubi, la disperazione, il tremolio, la perdita dell’udito, le visione doppie, gli hanno dato del culone e l’hanno rimandato a casa. Non ha fatto storie, solo che non è rimasto a Pittsburgh da sua madre, ha preferito andarsene a sprecare la vita a New York.
Preparativi per la prossima vita è anche una storia d’amore ma non aspettatevi appuntamenti galanti e rose rosse.

Mentre se ne andava, l’avvocato uscì e le parlò mentre metteva un’altra cartelletta nel portadocumenti metallico. L’ho sentita. Se si sposa, dev’essere un vero matrimonio o finirà in guai grossi. Questo glielo dico gratis. Un consiglio gratuito.
Zou Lei non capì cosa intendeva dire. Cioè? Forse siamo persone comuni, ma il sentimento fra noi è vero.
In queste pagine non c’è l’amore a cui siamo abituati, c’è molta più testa: mal di testa, colpi alla testa, testa di cazzo, gli girava la testa, abbassò la testa, scosse la testa, appoggiava la testa sulle ginocchia, si prese la testa tra le mani, testa rasata, berretti in testa, immagini della guerra che volano fuori dalla testa, la testa gravemente danneggiata.

Il New York Times ha detto che Preparativi per la prossima vita è un romanzo unico e necessario, la storia d’amore più delicata e meno sentimentale dell’ultimo decennio.
Io non so dirvi se sia un romanzo necessario. So che non ho visto la New York del sogno americano; so che ho chiuso gli occhi e spento l’ebook reader quando iniziavo ad accartocciarmi su me stessa. So che ad un certo punto ho pensato Basta Atticus Lish, stai esagerando. Non voglio saperne più niente di come va a finire questa storia. Poi sono andata avanti e la terza parte mi è scivolata tra le mani; speravo che finisse presto ma non riuscivo a smettere di leggere.
Ah, dite che alla fine non vi ho spiegato cosa c’entrasse la corsa? Leggete il romanzo. Non serviranno spiegazioni.

Preparativi per la prossima vita, Atticus Lish
traduzione (che non dev’esser stata affatto semplice) di Alberto Cristofori
Rizzoli, 2016.
Entra di diritto nella #readingchallenge2016, come #libronew2016.

Reading Challenge 2016

Qui un pezzo di Nicola Lagioia.
Qui un articolo di Gianni Riotta.

E qui il convincente punto di vista dell’uomo dalle 2000 battute.

martedì 10 marzo 2015

La mia casa è dove sono, Igiaba Scego

Conosco Igiaba Scego per i suoi interventi su Internazionale, mi piace leggerne le recensioni sui libri per ragazzi. Non che ne acquisti molti, ma nelle sue parole c’è sempre un ché di poetico da far venir voglia di sfogliarli. L’ho ascoltata un paio di volte per radio, poi mi è capitato di incontrarla e di perdermi tra i suoi discorsi. Passare dall’entusiasmo per La famiglia Karnowsky («E tu per caso hai letto I fratelli Ashkenazi? Neanch’io. Però mi dicono essere bellissimo. Devo leggerlo…») alla situazione in Somalia è un attimo; non so come, ci ritroviamo a parlare della comune fascinazione per la lingua portoghese. Ma lei si butta subito a falar o Portugues do Brasil, mentre io resto muta come un pesce. Incapace di proferire la più banale delle frasi. Chissà dove si è nascosto il mio povero portoghese!
La ascolto mentre parla dei suoi libri; dello scollamento tra tempi di scrittura e tempi di pubblicazione, dei non facili rapporti con le case editrici.

Guardo questa donna così intelligente, così carismatica, così sicura di sé e mi vien voglia di andare oltre gli articoli di Internazionale. Prendo La mia casa è dove sono solo perché nel corso della nostra conversazione l’ha menzionato più volte. Neanche ho capito che stiamo parlando della sua biografia.
Sheeko sheeko sheeko xariir…
Storia storia oh storia di seta…
Così cominciano tutte le fiabe somale. Tutte quelle che mia madre mi raccontava da piccola.

Ho sempre pensato di essere una donna senza preconcetti e senza pregiudizi. Ma non è così. Il mio cervello aveva già elaborato un film ed io neppure me ne ero accorta. Igiaba Scego, scrittrice, elegante, bella, di successo. Doveva esser nata in Italia, da una famiglia benestante; al massimo poteva esser stata adottata da una famiglia italiana. Una tipa così in gamba non può essere figlia di una donna che non sa scrivere. Impossibile. Che c’entra lei con quegli sfigati che sbarcano qui, con un nome impronunciabile e un baule di sogni destinati a naufragare tra uno spostamento e l’altro, aggrediti dai nostri sguardi diffidenti? Quelli là non ce la possono fare. Per carità, non siamo razzisti, che anzi i bimbi neri, con le loro treccine e i sorrisi smaglianti ci piacciono da morire. Però che ci vengono a fare qui, a contaminare la nostra terra, la nostra cultura, la nostra religione, la nostra lingua, senza portar nulla di buono?
La mia casa è dove sono è scritto quasi come un diario; è una sorta di memoir.  Non ci sono frasi ricercate, parole altisonanti, vittimismo; c’è il desidero di raccontare, di spiegare ma anche di capire; se fosse una conversazione, Igiaba direbbe che sta ragionando a voce alta. La famiglia di Igi era potente, negli anni Sessanta faceva parte della nuova intellighenzia somala; sua papà avrebbe dovuto guidare il Paese nella svolta democratica, invece si ritrova a scappare dalla dittatura di Siad Barre e dalla guerra incivile, senza soldi e senza futuro.
Eravamo i più invidiati, i più ammirati, forse anche i più odiati, poi siamo stati semplicemente compianti, qualcuno forse avrà detto tra sé e sé: «Ben gli sta a questi palloni gonfiati, che assaggino la miseria. Siete dei capitalisti, dei borghesi, non vi meritate altro». Chiunque aveva un’opinione su di noi. Anche noi del resto abbiamo avuto un’idea su di noi.
Arrivano in Italia spinti dalla sensazione che qua si possa ricominciare a sognare. Un sogno non si dovrebbe negare a nessuno.
Igiaba è nata in Italia, ha vissuto l’infanzia spostandosi da una pensioncina fatiscente all’altra, tra un insulto e un gesto d’amicizia, tifando Roma e studiando la storia della Capitale. Italiana al 100%.
Igiaba ha trascorso poco tempo in Somalia. Eppure le è bastato stare lì qualche mese per ritrovare la lingua dei suoi genitori, le storie raccontate dalla mamma, un altro pezzo di infanzia. Somala al 100%.
Ma allora dov’è la casa dei famigerati immigrati di seconda generazione?

Forse ha ragione lei: molti figli di migranti sono come tartarughe. La casa se la portano dietro.


Igiaba Scego, La mia casa è dove sono.
Rizzoli, 2010.

giovedì 14 agosto 2014

Eredità


EreditàLilli Gruber, Rizzoli.

Negli ultimi mesi, per una serie di vicissitudini, lo zaino non s’è mosso da casa. Sono arrivata ad agosto con tanta voglia di spegnere il cellulare, resettare la sveglia, dimenticarmi del capo, della banca e delle lamentele quotidiane. Voglio silenzio e tempo per riflettere. Voglio il verde e i sentieri da percorrere. Alle ferie manca ancora qualche giorno ma io mi sento già proiettata verso la Valle Aurina, “una della valli più incontaminate di tutto l’Alto Adige– Südtirol”, promette Wikipedia. Staremo a vedere.
Così, sono stata costretta ad acquistare un paio di libri, tanto per farmi un’idea di questa cosa un po’ italiana-un po’ tedesca. Non sono tra le fan sfegatate della Gruber: è una donna di polso, ne apprezzo l’energia e la determinazione. Qualche volta, però, la trovo un po’ arrogante e anche un po’ gelida. In questo libro, invece, scopro una voce emozionata, in alcune pagine mi sembra di scorgere perfino l’occhio lucido del celebre mezzobusto che ancora fa sospirare il coniuge. [Io: “Sapevi che la Gruber è sposata dal luglio 2000?” Lui: “Come dimenticarlo? Un giorno di lutto…”
Io: “Perché? Che è successo?” Lui: “Si è sposata la Gruber, l’hai appena detto! Una delle poche donne di cui ero segretamente innamorato”. E non credo sia stato il solo].
Cosa sapevo del Trentino-Alto Adige? Che è una regione a statuto speciale, con due province autonome, con monti e vallate strepitose e con una serie di vicissitudini storiche che hanno visto l’aera passare da un governo all’altro fino ad arrivare nel 1918 all'annessione al Regno d'Italia a seguito della sconfitta dell’Austria nella Prima guerra mondiale. Dall’esame di storia contemporanea ricordavo vagamente il nome di qualche Trattato e un paio di date. Nella mia beata ignoranza, “Trentino” era il diminutivo di Trentino-Alto Adige (e in Trentino, da solo, senza Alto Adige– Südtirol, ci sono già stata una volta, quindi doppiamente ignorante).
Recitato il mea culpa, da Eredità non potevo che scovare una miriade di informazioni di cui ero completamente digiuna. La nascita della questione altoatesina è riconducibile alla fine della prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’Austria: il confine tra Italia e Austria venne portato al Brennero e l’attuale Sudtirolo, abitato da popolazione di lingua tedesca, passò sotto la sovranità dello Stato italiano. Il libro della Gruber parte proprio dalla “lacerazione”.
Rosa ha il cuore pesante. Seduta nel salone della sua grande casa, fissa le pareti rivestite di legno. La catastrofe infine è accaduta.
[…] Aggiunge la data “novembre 1918”. Non ha bisogno di essere più specifica. Per lei l’intero mese significa infelicità: ha portato sconfitta e una dolorosa lacerazione [...]
L’Austria è smembrata, il nostro caro Tirolo diviso, noi poveri sudtirolesi siamo finiti sotto il dominio dei Welschen [italiani]. Ma continuiamo a sperare e a sopportare, non vogliamo far parte per molto di questa nazione, il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno. 
 
Rosa Tiefenthaler
La Gruber prende spunto dal ritrovamento del diario della sua bisnonna, Rosa Tiefenthaler, morta nel 1940, figura leggendaria della famiglia, per raccontare la sua Heimat, qualcosa più della Patria. Una parola che racchiude le sensazioni dell’infanzia, il luogo degli affetti, della famiglia, delle origini. Il diario di Rosa inizia nel 1902 e termina nel 1939, anni dolorosi che spiegano le tensioni tuttora presenti nella regione. 
Come la stessa Gruber evidenzia, Eredità non è un libro di storia, né un saggio. Ma dalla quotidianità delle persone comuni, dalle loro voci, dai loro racconti emerge la Storia. I nomi dei trattati e le date si dimenticano facilmente ma i racconti trovano uno spazio difficile da rimuovere dalla nostra memoria.
A prevalere, alla fine della prima guerra mondiale, furono le ragioni militari e strategiche. Di fatto non c’era nessuna valida ragione all’annessione del Sudtirolo, paese austro-tedesco per cultura, lingua e nazionalità, al Regno d’Italia. All’errore commesso nel 1919 seguì la politica di snazionalizzazione da parte del regime fascista, che si impegnò nella rieducazione culturale dei sudtirolesi. Venne proibito l’insegnamento della lingua tedesca, vennero italianizzati nomi di persone, cognomi, tutti i toponimi in lingua tedesca…
La resistenza sudtirolese al fascismo fu tenace. E ne troviamo diversi esempi nella famiglia Tiefenthaler – Rizzolli (Rosa sposò all’inizio del 900 Jakob Rizzolli). La più piccola delle figlie di Rosa, Hella, fu insegnante nella rete delle scuole clandestine (Katakombenschulen), aventi lo scopo di mantenere viva la conoscenza della lingua tedesca anche tra le giovani generazioni. La bella e sovversiva Hella che distribuisce opuscoli per mobilitare i sudtirolesi, per boicottare i prodotti italiani, per impedire che gli italiani giunti in Tirolo, per volere di Mussolini, lavorino nelle aziende sudtirolesi. Hella, che finisce al confino nel profondo sud: Castelluccio Inferiore, Basilicata. Un paese straniero. Hella che, come molti sudtirolesi, prende un abbaglio micidiale: s’innamora del nazismo, crede ad Hitler, non lo vede come un pericolo. È certa del fatto che, grazie al Führer, il Sudtirolo potrà essere annesso al grande Reich tedesco e i sudtirolesi torneranno ad essere padroni in casa propria. 
 
Hella partecipa al Congresso di Norimberga del 1936 e scrive alla sorella Gusti:
Io sedevo nella tribuna principale, vicinissima al Führer, tanto che non sapevo se guardare sul campo o fissare il mio amato Führer, a cui il cuore batteva in petto dalla gioia di fronte alla grande opera che ha creato di sua mano… Non si finisce mai di ammirarlo, dove trova la forza di fare tutto questo, di lavorare giorno e notte senza un attimo di riposo?”

Se non avessi letto la ricostruzione degli eventi di quegli anni da parte della Gruber non avrei capito le ragioni dei sudtirolesi. Non avrei capito i risultati né le conseguenze del cosiddetto Patto delle Opzioni (l’accordo tra Mussolini e Hitler, siglato nel 39, che stabiliva che tutti i tedeschi e i ladini della province di Bolzano, Trento e Belluno avrebbero dovuto optare per la cittadinanza tedesca, con l’obbligo dell’espatrio, o restare in Italia, conservando la cittadinanza italiana senza il diritto alla tutela etnica). Il 75% dei tedeschi della provincia di Bolzano optò per il Reich. Erano pronti a lasciare i loro masi, le loro terre, erano pronti ad abbandonare tutto pur di veder riconosciuto il diritto alla cittadinanza tedesca. 

 
Il libro della Gruber si chiude con la morte di Rosa, nella sua Pinzon, nel 1940. Dei suoi sei figli le è rimasta accanto solo colei che sarebbe diventata la nonna della Gruber, Elsa, e Josef, unico maschio ed erede. Tutti gli altri avevano optato per le promesse del Führer. Rosa sarebbe felice di sapere che, anche grazie a quel diario, qualcuno ha raccontato la travagliata storia della sua famiglia.

martedì 2 aprile 2013

Shakespeare and Company ed altri vagheggiamenti

La sveglia suona presto. Mi alzo, borbotto per la schiena dolente, accendo la radio, preparo la borsina con il pranzo da consumare in ufficio, mi infilo sotto la doccia. Non mi trucco quasi mai; mi vesto rapidamente; yogurt, frutta, prendo la borsa per la piscina, chiudo tutto e mi catapulto in auto, sperando di non perdere il treno delle 7.18. Sembra un trasloco da quante robe mi porto dietro, invece è la quotidianità.
Parcheggio, corro verso la stazione mentre una voce monotona annuncia l’arrivo del treno. Salto su trafelata, tiro fuori il mio libro e dimentico tutto il resto.


Quando il libro è la prima edizione italiana (Rizzoli) di Shakespeare and Company, scritto dalla fu libraia/editrice Sylvia Beach (traduzione di Elena Spagnol Vaccari) si finisce per sognare un’altra vita, un altro lavoro, un’altra epoca. Quella in cui per fare i librai serviva un gruzzoletto, un’insana passione e un locale da poter affittare. 
Se magari eri un’americana innamorata di Parigi, alla fine della prima guerra mondiale, potevi aprire una libreria americana lì, in rue Dupuytren, selezionare le opere degne d’attenzione ed aspettare che André Gide e Paul Valéry arrivassero. 

Poiché di soldi da spendere in libri angloamericani non ce n’era granché, ti toccava associare alla libreria una biblioteca circolante. Già che gli scrittori stranieri esiliati in Francia erano parecchi, potevi accogliere Ernest Hemingway, Ezra Pound, Robert McAlmon, Gertrude Stein, Scott Fitzgerald. Siccome erano altri tempi (quelli in cui quando andavi ad una festa ti capitava di conoscere James Joyce), se non eri una libraia qualsiasi ma ti chiamavi Sylvia Beach, riuscivi a distinguere un capolavoro da una storia da cestinare. Così, nonostante le difficoltà e l’inesperienza, ci si poteva buttare nell'impresa di pubblicare l’Ulisse. Non appena si liberava un locale più grande, potevi trasferirti in Rue de l'Odéon, accanto alla libreria francese della tua compagna, Adrienne Monnier.

Neanche allora, però, le libraie avevano una vita facile. Potevi anche essere la migliore amica, nonché editrice, di Joyce; potevi anche essere il punto di riferimento della "meglio cultura" d’inizio Novecento. Ma sempre povera in canna restavi.
Il volume della Rizzoli con le sue foto in bianco e nero alimenta il sogno. È un peccato doverlo restituire in biblioteca.

È un brusco risveglio quello di chi, sgomitando, cerca di scendere dal treno.
Mi incammino verso l’ufficio e rimugino. Quelle librerie lì non esistono più; quelle che vi somigliavano lottano ogni giorno tra la vita e la morte, quindi è inutile fantasticare su come sarebbe la mia vita se svolgessi un altro lavoro.

Non sono scomparsa nel nulla. Ho anche letto bei libri, visto belle mostre, trascorso giornate che meritavano di essere raccontate ma sono come intorpidita. Sarà questo cielo grigio, la pioggia che non cessa di cadere, la primavera che non ha intenzione d’arrivare. Un indolenzimento che mi ha tenuta lontana dalla rete, dalla scrittura, dai blog. È tempo di destarsi.  

giovedì 24 giugno 2010

Il giocatore

Finalmente ritornavo dopo un'assenza di due settimane. Già da tre giorni i nostri si trovavano a Roulettenburg. Pensavo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Il generale mi accolse con una disinvoltura eccessiva, mi parlò squadrandomi dall'alto in basso e mi mandò da sua sorella. Era evidente che da qualche parte erano riusciti a procurarsi del denaro. Ebbi addirittura l'impressione che il generale mi guardasse con un certo imbarazzo. Màrja Filìppovna, indaffaratissima, mi liquidò con poche parole; prese, però, il denaro, lo contò e ascoltò il mio rapporto.

È l’incipit de “Il giocatore”, romanzo breve di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Forse ci si potrebbe chiedere perché una che non ha ancora letto i Fratelli Karamazov, Delitto e castigo, i Demoni (e potrei andare avanti a lungo visto che è della bibliografia di Dostoevskij che stiamo parlando, mica di uno qualunque) e che di letteratura russa ne sa davvero poco, dovrebbe iniziare proprio dall’insana dipendenza di Aleksej Ivanovic per il casinò. Già, perché?
 “Il giocatore” mi riporta ad una villetta graziosa nelle campagne di Viterbo. È lì che abita la famiglia di Ilaria, compagna di studi universitari, mia testimone di nozze nonché una tra le più care amiche. Ilaria ed io ci siamo conosciute all’inizio del primo anno accademico, in una splendida giornata di ottobre dal cielo blu e l’aria tiepida. Iniziammo subito a parlare di libri e ancora non riusciamo a smettere. Ilaria tornava spesso a casa dei suoi genitori e ritornava a Siena sempre con un carico di libri. «Basta passare nella biblioteca di papà…» ripeteva. Quella biblioteca a strati, con in alto, nascosti, i volumi meno amati e poi, ben in vista, tutta la narrativa italiana, quella russa, quella francese, e la parte di linguistica io l’ho immaginata per tanto tempo.
In fondo in fondo, un po’ d’invidia per Ilaria la nutrivo.
I miei genitori sono eccezionali e hanno iniziato ad acquistare libri prima ancora che iniziassi a leggere perché, pur non avendo avuto un’istruzione universitaria, hanno sempre creduto nel valore della scuola e nel fatto che investire sulla cultura fosse una sorta di dovere morale per capire come va il mondo. Non ero ancora iscritta alla prima elementare e loro avevano già acquistato, a rate, la prima enciclopedia. Erano fermamente convinti del fatto che, se fossi stata una studentessa volenterosa, avrei dovuto avere tutti i mezzi per poter studiare.  Però non sono mai stati grandi lettori. La biblioteca a casa dei miei è nata per me e con me. Così, ho sempre sospirato di fronte all’immagine da racconto ottocentesco di Ilaria che la sera leggeva con il babbo, che curiosava tra i suoi libri e che gli chiedeva consigli di lettura.
Presto è iniziato uno scambio di libri e, ad un certo punto, a forza di sentir parlare di Bulgakov, Tolstoj e Dostoevskij, io che allora reputavo i classici russi una lettura da età matura, iniziai ad incuriosirmi.
Così, una domenica sera, di ritorno da Viterbo, Ilaria arrivò con un libricino della Biblioteca Universale Rizzoli, di quelli con copertina panna e dalle pagine un po’ ingiallite. «Babbo dice che potresti iniziare da “Il giocatore”, così tanto per vedere se ti piace l’atmosfera… Io non l’ho letto, ma se lo dice lui…». Lo iniziai ma l’abbandonai da lì a poco. In fondo, se un libro non ti chiama, inutile ostinarsi a cercarlo.

Non credo sia arrivata ancora l’età matura, ma ultimamente il richiamo dei classici è insistente. Purtroppo il babbo di Ilaria, un ometto dal sorriso gentile e la pipa tra i denti, non c’è più.
Avrei dovuto cercare quell’edizione lì, tra i banchetti dei libri a Trastevere. Però in questi giorni lontani dal romanticismo delle ore universitarie, ho optato per la soluzione spicciola e banale: l’edizione economica della Mondadori. Ciarlare sulla bravura di Dostoevskij è superfluo. Ho però il sospetto che “Il giocatore” segni l’inizio di una nuova era tra le mie letture.