Sono affetta da shopping libresco compulsivo. Minore è il tempo libero
di cui dispongo, maggiore il numero di libri che acquisto. Periodicamente mi
impongo regole ferree da rispettare, tipo una soglia massima mensile da
spendere, superata la quale è assolutamente vietato mettere piede in libreria o
cliccare sui vari siti internet da cui mi approvvigiono più di frequente. Poi
le regole si sbriciolano, viene fuori una qualche eccezione e mi ritrovo a
guardare sconsolata la mia libreria. È desolante constatare che il numero di
libri letti è di gran lunga superiore a quelli da leggere. Se smettessi di
acquistare libri oggi stesso quanti mesi impiegherei per poter dire “Non ho più
nulla da leggere”? Indefiniti.
La smania di assecondare l’urgenza del momento mi ha portato ad
acquistare diversi titoli in lingua inglese, salvo poi rimandarne in
continuazione la lettura.
L’edizione della RandomHouse di Olive Kitteridge mi guardava ammiccante da un paio di anni. Ogni
tanto ne sfogliavo le pagine per poi rimettere il volume al suo posto. Un mese
fa, ho preso il volume, ho guardato la libreria e ho deciso che:
a) Stavolta lo faccio davvero: non posso continuare ad acquistare
libri in modo sì sconsiderato;
b) È giunto il grande momento di Olive Kitteridge.
Sul primo punto non posso garantire. Il secondo è stato
rispettato.
Leggevo in inglese, avevo colleghi stranieri, condividevo un
pezzo di vita con persone di altri paesi. Sì, diversi anni fa. Fai una fatica
immane per familiarizzare con una lingua straniera poi basta pochissimo per
dimenticare ogni cosa. Eppure nel tuo intimo nutri l’irrazionale speranza che,
superato lo scoglio delle prime dieci pagine, te la caverai con disinvoltura,
quasi fosse la tua lingua. Pie illusioni.
Nell’arco di un mese si sono succeduti questi pensieri (in
ordine sparso, alcuni ripetuti più volte):
1) Nooo. È il momento sbagliato! Ma come posso pretendere di
leggere un libro del genere in pausa pranzo? Impossibile.
2) Noo. Sono troppo stanca per intrufolarmi in una lingua diversa
dall’italiano. Lo leggerò in un altro momento.
3) Belli però questi frammenti di vita raccontati in modo così
insolito. Magari prendo in prestito il libro edito da Fazi e me lo leggo in italiano.
4) Chissà come l’avranno tradotta quest’espressione qui? Cioè, non
so se esista una parola in italiano che renda tanto bene l’espressione
americana (inglese? No, penso sia proprio americana). Beh, certo che leggere in
lingua originale è tutta un’altra cosa.
5) E che significa? Ma sì, è un phrasal
verb e sono certa che ne
conoscevo il significato ma non riesco a ritrovarlo. Frustrazione.
6) È una bella fatica. Ma ormai sono a metà libro…
7) Sì, hanno fatto bene a scrivere tutte quelle recensioni
positive. Magari un giorno lo leggerò anche in italiano, sarà un confronto
interessante.
È vero: del libro non vi ho raccontato nulla, ma qui potrete
leggere decine di recensioni. Per l’ennesima volta ho riflettuto sul ruolo dei
mai abbastanza lodati traduttori e dell’arte del tradurre. Con la lingua
inglese e con il portoghese è solo pigrizia: in effetti, potrei leggere l’opera
originale. Finirei con il leggere a malapena dieci libri l’anno, ma potrei
farcela. Per tutte le altre lingue sarebbe quasi impossibile.
Tradurre è un’arte più che un mestiere. La traduzione può
addirittura migliorare l’opera prima. O la può distruggere. Eppure noi lettori
ce ne dimentichiamo spesso. E, in alcuni casi, se ne dimenticano anche le case
editrici a giudicare da qualche libro che mi è capitato tra le mani.
Mi riprometto per il futuro di faticare nuovamente con i testi
in lingua originale ma, comunque, sempre sia lodato il bravo traduttore!
