venerdì 15 novembre 2013

La ballata del caffè triste

Ma non erano solo il caldo, le decorazioni e le luci a fare del caffè quel che era. Esisteva una ragione più profonda a renderlo così prezioso al paese. E questa ragione così profonda riguardava un certo orgoglio fino ad allora sconosciuto da quelle parti. Per comprendere questo nuovo orgoglio bisognava tener presente la miseria della vita umana. Intorno a una filanda si raggruppa sempre molta gente ma è raro che ogni famiglia abbia cibo, vestiti  e riserve sufficienti per campare. L’esistenza può trasformarsi così in una lunga, monotona lotta per ottenere appena il necessario da tenersi vivi. E ciò che ti sgomenta è questo: tutte  le cose utili hanno un prezzo e si comprano solo col denaro, perché così va il mondo. Non hai bisogno di ragionarci per sapere quanto costa una balla di cotone o un quarto di melassa. Mentre la vita umana non ha valore: ce la danno gratis e ce la tolgono senza bisogno di pagare. Che vale? Poco o nulla ti sembra a volte, a guardarti in giro. E spesso dopo aver sudato e faticato senza migliorare in niente, ti viene giù, in fondo all'anima, il sentimento di non valere gran cosa.
Il nuovo orgoglio, invece, venuto al paese da questo caffè, aveva effetto quasi su tutti, perfino sui bambini. Perché per andare al caffè non c’era bisogno di spendere per la cena o il liquore. C’erano bibite fredde in bottiglia che costavano cinque centesimi di dollaro. E se non potevate permettervi nemmeno quelle, miss Amelia aveva un’altra bevanda…
 (Carson McCullers, La ballata del caffè triste, traduzione di Franca Cancogni, Einaudi Stile Libero).


È una bella raccolta di racconti questa qui. Certo, La ballata del caffè triste, che dà il titolo al volume, ha una marcia in più rispetto agli altri pezzi. Dico “pezzi” perché questo libro sa di musica; classica, per essere precisi. Chi ha studiato pianoforte apprezzerà il racconto Wunderkind e non riuscirà a staccarsi per un po’ da Preludi e Fughe di Bach.
E chi non sa nulla ma proprio nulla della signora Carson McCullers penserà che sia stata anche una concertista, un’insegnante, insomma qualcuno che conosceva gioie e patemi che uno strumento musicale può dare. 
La immagino una donna malinconica, schiva, restia ad aprirsi al mondo. Solo una signora così poteva inventare personaggi un po’ aspri e disillusi e fotografarli con poche, scarne parole.
E non vi lasciate ingannare dalla copertina: non c’entra niente.



giovedì 31 ottobre 2013

Ogni passione spenta

Ma che cos'era la felicità? Lady Slane era stata felice? Era una strana parola quella che gli uomini avevano coniato, con un preciso significato a tutti comprensibile; una strana parola, con le sue vocali anteriori, la “l” liquida e quella “c” dolce, che in tre sillabe riassumeva una vita intera. Felice. Si era felici in quel dato momento, infelici due minuti dopo; e non sempre si era felici o infelici per una buona ragione; che cosa significava dunque? Significava, se un significato ci doveva essere, che qualche inquieto desiderio voleva che il nero fosse nero, il bianco bianco; significava che, nella giungla dei terrori della vita, gli inermi omiciattoli cercavano rassicurazione in una formula. 

Vita Sackville-West, Ogni passione spenta, il Saggiatore 2008, trad. Alessandra Scalero.

Ultimamente acquisto quasi solo libri di seconda mano, un’esperienza vantaggiosa ed affascinante. Spendo poco, sfoglio pagine ingiallite e pagine intonse; valuto lo stato del libro e porto via volumi che avevo dimenticato di voler possedere. Poi c’è il lato negativo della faccenda: entro determinata nell'acquisto di due/tre libri specifici, esco portandomi dietro tutt'altro. E le mie letture restano disordinate. Mai una volta che siano legate da un filo conduttore diverso dal Caso.
L’ultima volta che sono uscita da una libreria avevo con me Memorie d'una ragazza perbene di Simone de Beauvoir (devo ancora leggerlo), La libreria di Penelope Fitzgerald (amaro ma efficace) e questo Ogni passione spenta.
L’ho preso d’istinto. Il nome Sackville-West mi ricordava qualcosa ma non mi sono neppure soffermata sulla quarta di copertina. Dopo aver terminato il libro ho scoperto che Lady Nicolson (Vita Sackville-West) aveva avuto una burrascosa relazione con Virginia Woolf, una passione per le piante e per il giardinaggio e una vita sentimentale turbolenta. In fondo, solo una forte personalità femminile poteva elaborare una storia dalle riflessioni impegnative, scritte con tono leggero e un pizzico d’umorismo. Si legge velocemente e si sorride parecchio. Poi ci si ferma un attimo e si scopre che non è un romanzetto. E anche nel 2013 si resta a meditare sulla condizione femminile e su quanto sia faticoso arginare i luoghi comuni.
A dispetto del titolo, le passioni non sono affatto spente, hanno cercato di spegnerle; sono state messe da parte perché così doveva essere; perché, all'inizio del Novecento, una donna non poteva avere le sue idee, una sua volontà, desideri suoi diversi dal maritarsi e procreare. Tutte cose eccentriche. E l’eccentricità in un uomo era mal vista ma sopportabile. In una donna inconcepibile.  


Da leggere in un weekend d’autunno, con l’aria ancora tiepida, le foglie rossicce e la malinconia dei pomeriggi dalla luce soffusa. 

martedì 3 settembre 2013

Folgorazioni - Parigi


Mi spiace ma no, questa non è proprio una di quella città di cui poter dire: “Sono stato a Parigi. L’ho vista in un weekend”. Magari puoi dire “Sono salito sulla Torre Eiffel, ho visitato qualche sala del Louvre, ho visto la Basilica del Sacro Cuore”. Insomma, Parigi è una città così immensa, così stupefacente che non commetterò l’errore di alcun “So… conosco…”.
In cinque giorni ho avuto il tempo di farmi un’idea: quella di tornare a Parigi non appena ne avrò la possibilità. Ma chi l’avrebbe mai detto? C’è stato un periodo lontano in cui addirittura mi venne offerto vitto e alloggio in quella città. Ed io rifiutai, stupida che non sono altro! “No, la Francia non mi incuriosisce; i francesi sono tutti snob, quella lingua non mi piace. Magari un giorno andrò in Provenza ma per adesso no, grazie”. Questo pensavo io appena laureata. Due ore dopo aver sostenuto l’esame di francese dimenticai tutte le regole grammaticale faticosamente apprese. E quest’estate ho espiato le mie colpe. 
Sì, è vero: i francesi non apprezzano molto chi non si sforza di parlare la loro lingua. Ma non mi risulta che in Italia ci si comporti in modo troppo diverso. Provate a chiedere, in inglese, una qualsiasi informazione ad un autista romano e state a sentire quale sarà la risposta. La verità è che nei posti in cui sono stata non ho avuto alcun problema nel farmi capire. L’unico problema è stata la mia frustrazione nel non comprendere le banali conversazioni tra amici in un bistrot o nella metro. Sì, va bene, non si fa: non si origliano le conversazioni altrui. Eppure da queste piccole cose si impara così tanto di un paese! É triste non poter interagire con la signora della boulangerie o con il signore gentilissimo che ti dà indicazioni alla fermata dell’autobus. Era da un po’ che non mi capitava di incappare nella barriera della lingua e la sensazione non mi è piaciuta. Sicché ho già iniziato a cercare un corso di francese che si incastri con gli altri impegni quotidiani.

In questi giorni ho tentato di capire cosa mi abbia incantato di Parigi. 
Perché, più di altre volte, sono tornata con la sensazione di non aver avuto tempo per vedere nulla, di aver appena annusato il profumo di un luogo senza riuscire ad aspirarlo pienamente? Mi è rimasta quella sorta di insoddisfazione di chi pensa che un gioco sia divertente ma gli viene sottratto prima di poter iniziare a giocare. Perché questa cosa mi è successa con Parigi e non con altre città? Non lo so.


Parigi dall'alto della Torre Eiffel all'imbrunire è uno spettacolo mozzafiato. Eppure la Torre Eiffel ce l’hanno fatto vedere in tutte le salse, come può suscitarti tanta emozione trovarti di fronte ad un monumento che pensavi già di conoscere? Invece resti a bocca aperta.


La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e splendido edificio. Ma, per quanto si sia conservata bella invecchiando, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte ai danneggiamenti, alle innumerevoli mutilazioni che simultaneamente il tempo e gli uomini hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l'ultima. Sulla facciata di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. […]
Ogni lato, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell'arte. Così, per limitarci ad indicare qui soltanto i dettagli principali, mentre la piccola Porte-Rouge raggiunge quasi i limiti delle delicatezze gotiche del quindicesimo secolo, i pilastri della navata, per volume e gravità, riportano fino all'abbazia carolingia di Saint-Germain-des-Prés. Si crederebbe che intercorrano sei secoli di differenza fra quella porta e queste colonne. Pertanto, l'abbazia romanica, la chiesa filosofale, l'arte gotica, l'arte sassone, la pesante colonna rotonda che richiama Gregorio VII, il simbolismo ermetico con cui Nicolas Flamel preludeva a Lutero, l'unità papale, lo scisma, Saint-Germain-des-Prés,Saint-Jacques-de-la-Boucherie, tutto è fuso, combinato, amalgamato in Notre-Dame. Questa chiesa centrale e generatrice è, fra le vecchie chiese di Parigi, una specie di chimera; ha la testa di una, le membra di un'altra, il dorso di un'altra ancora, qualcosa di tutte. 
(Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, trad. Fabio Scotto)


Ho girellato alla ricerca della colta e vivace Parigi dei meravigliosi anni tra le due guerre di cui tanto ho letto nei mesi scorsi. Cercavo la Parigi di Sylvia Beach e di Adrienne Monnier di cui ho parlato qui.

Ahimè nella zona dell’Odeon resta poco di quelle che furono le grandi librerie, luoghi di ritrovo di intellettuali europei e americani. Nessuna traccia della Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier e solo una misera targa a ricordare che in rue de l’Odeon nasceva, grazie all’energia di Sylvia Beach e all'intraprendenza di questa libraia-editora, l’“Ulisse” di Joyce. Di gran parte delle librerie di questa zona resta solo l’insegna; altre erano chiuse per ferie, quindi non ho potuto curiosare.


Sono andata invece a curiosare nell'odierna Shakespeare and Company in rue de la Bucherie, a pochi passi da Notre-Dame. 


Il luogo è ormai diventato meta turistica: tutti fuori a scattar foto e poche persone dentro ad acquistar libri.


Approfittando del fatto che al piano superiore non ci fosse nessuno, mi sono permessa di immortalare qualche angolo.  



Avrei trascorso giornate intere nei giardini parigini. Curati, colorati, sentieri che invitano a passeggiare, leggere, stravaccarsi vicino ad una fontana e godersi il pomeriggio senza far assolutamente nulla.   


Non ci siamo fatti mancare la sfarzosa reggia di Versailles. Non amo molto le residenze prive di mobili e di oggetti dell’epoca e Versailles è un luogo di memoria sostanzialmente vuoto. Non dà l’idea di come si svolgessero le giornate in quegli spazi immensi. I giardini e i giochi d’acqua delle fontane, però, sono assolutamente grandiosi.


No, Montmartre non mi ha entusiasmato. Forse se non ci fossero stati tutti quei turisti sarebbe stato diverso. Una mia amica mi parlava degli splendidi vicoletti; noi ci siamo limitati a fuggire dalla pazza folla in fila per riportare a casa qualche caricatura.

Place des Vosges

Ho girato volentieri tra i bistrot del Marais e abbiamo cenato per ben due volte al Cafe Hugo vicino a Place des Vosges. Piazza incantevole e caffè delizioso, cibo di buona qualità, prezzi equi e personale divertente e disponibile. Avrei dovuto prendere un calvados, in onore di Simenon, ma poi mi sono limitata ad una birra.
  
Jardin du Luxembourg

E poi ci sono state le Ninfee di Monet al Musée de l'Orangerie e il girovagare senza meta. La triste constatazione di quanto siano efficienti i trasporti pubblici francesi (triste perché si finisce con la solita frase qualunquista “Da noi, invece…”), le considerazioni sul diverso costo della vita… cose così. 
Sono stati giorni bellissimi. Poi siamo ritornati. E in un batter d’occhio sono stata sopraffatta da quella quotidianità che ogni volta vorresti cambiare e poi non ce la fai. Però non sono tornata del tutto: sto leggendo Notre-Dame de Paris.   

giovedì 29 agosto 2013

Boulogne-sur-Mer

Confesso che se il signor valigiesogni  non avesse letto I tre moschettieri non avrei intuito neppure l’ubicazione di Boulogne-sur-Mer. Anzi, sul treno Parigi–Boulogne ero ancora convinta che mi stessi dirigendo in Normandia. Invece no. Stavamo andando qui:


Scendiamo dal treno accolti dalle voci dei gabbiani. È una giornata splendida, con il cielo azzurro e un vento che ci porta via. Adoro girare in una cittadina di mare ad agosto, indossando una felpa e senza dovermi far spazio tra la folla.


Ho sempre pensato che non mi piacesse il mare d’estate. 
Sbagliato: sono le spiagge rumorose e troppo calde a non piacermi. Quelle che costeggiano la Manica sono favolose anche a Ferragosto. 





La parte bassa di Boulogne fa pensare ad una cittadina d’altri tempi, sebbene sia la parte più moderna di Boulogne, essendo stata costruita solo dopo la seconda guerra mondiale; le vetrine più improbabili, ninnoli polverosi e abiti che sanno di passato affiancano profumerie e negozi trendy.


Nella zona portuale c’è un continuo viavai di gente. Anche se sono lontani gli anni in cui la pesca costituiva la principale fonte di reddito degli abitanti, sembra impossibile pensare che qualcuno qui possa svolgere un’attività diversa. I turisti (prevalentemente francesi e belgi) osservano ipnotizzati i grossi pescherecci. Il signor valigiesogni, invece, non riesce a staccar gli occhi dai granchi giganteschi che continuano a muoversi sulle bancarelle del pesce.
I ragazzini preferiscono dirigersi verso Nausicaā, un bell’acquario marino, tra  i più importanti d’Europa. Questo, per lo meno, è quanto dicono le guide; non avendo particolare simpatia per zoo e acquari, mi sono limitata ad osservare le foche, visibili anche dall'esterno, attraverso una parete a vetri dell’edificio.
Non tutti i bimbi giocano sul lungomare ventoso; qualcuno entra qui:




Quando lasci il porto e ti inerpichi verso la Ville Haute, sei davvero felice di esserti fermato a Boulogne. 



Un insieme di vecchi edifici, viuzze acciottolate, circondate da mura del XIII secolo.
Alcune costruzioni sono piuttosto trasandate: vetri rotti e porte fatiscenti. Altre sono semplicemente magnifiche. Dall’atrio del municipio si accede al piano terra della torre medievale. 







Napoleone soggiornò qui accanto nel periodo in cui organizzava il suo piano per sbarcare in Inghilterra; sfido io, con una vista del genere non bisognava essere un genio per scegliere la città in cui fermarsi!


A Boulogne ho scoperto che adoro le galettes, che a differenza delle crêpes sono fatte con farina di grano saraceno e che vanno assolutamente accompagnate con un bicchiere di sidro. Il tutto gustato in una crêperie a gestione familiare con una melodia melanconica in sottofondo che quasiquasi fa pensare al fado; ma le parole sono in francese.  


Qui le biblioteche non chiudono nel mese di agosto; anzi, s’inventano mostre originali, infilzando i libri in ogni modo…



Da buoni scarpinatori ci prendiamo una giornata per percorrere uno dei sentieri escursionistici del Parco regionale della Côte d’Opale, quella zona della costa grigio-blu che si estende tra Calais e Boulogne. C’è bassa marea, l’acqua è limpida  e le spiagge sembrano non terminare mai. Cozze a volontà (ora comprendo perché siano così economiche) e laggiù, in fondo in fondo, si vedono le coste inglesi. 


Il percorso è disseminato dai resti del Vallo Atlantico, la catena di fortificazioni e postazioni armate costruita dall'esercito nazista per prevenire l’invasione delle forze alleate dal mare, che poi furbamente sbarcarono in Normandia. 


Solo che le coste del D-day sono piuttosto note e richiamano turisti a volontà; qui, invece, tra i bunker di cemento e quelle che furono le postazioni armate tedesche si incontrano pochi camminatori (generalmente francesi) e si trova il giusto silenzio per riflettere sulle devastazioni della seconda guerra mondiale.




Prima di raggiungere il tratto più bello della costa, quello ventoso che va da Cap Blanc-Nez a Cap Gris-Nez, ci si imbatte in una serie di villaggi di mare. Non so se Simenon abbia frequentato questi paeselli ma, nel leggere i suoi romanzi, ho sempre pensato che fossero ambientati in luoghi come Ambleteuse. Casette basse dai colori più disparati, l’una attaccata all’altra, quasi senza traccia di vita. Si incontra qualche persona che silenziosamente si dirige verso il mare; poche parole scambiate a voce bassa con il pescatore che è già sulla strada del ritorno. Ci fermiamo in un piccolo cafè; mentre mangiamo lentamente il nostro pain au chocolat, i signori seduti al locale accanto si scolano una birra. Sono le 11.00 del mattino. 
Gabbiani e profumo di mare.


Molto più turistica, invece, la graziosa Wissant. Nel tardo pomeriggio, al salire della marea la spiaggia si dissolve davanti ai nostri occhi; i villeggianti si spostano indolenti verso cafè e bistrot e noi girelliamo nella cittadina. Ordinata, colorata, uno di quei posti che vedi negli spot televisivi e pensi non possano esistere nella realtà. Esistono.  
Il giorno successivo il cielo è grigio ma noi siamo già in treno diretti verso Parigi. 



Folgorazioni

Ho snobbato la Francia ed i cugini francesi per parecchio tempo. Una cortese quanto ingiustificata antipatia. Come diamine avrò fatto a farmi sfuggire una città meravigliosa come Parigi per tutti questi anni? Bah!...
E dire che la meta del viaggetto estivo è stata addirittura suggerita dall'uomo più antifrancese (anche ora che siamo tornati) di mia conoscenza: il signor valigiesogni.
Mentre cercavo disperatamente una soluzione economicamente accessibile per la Scozia, lui, l’uomo che di francese acquista solo le automobili, folgorato da Dumas e dalle spedizioni di D’Artagnan, guardando google map si fa sfuggire un: “E se andassimo a Boulogne-sur –Mer?”. Potevo lasciar cadere invano una tal proposta? Mai più avrebbe pronunciato spontaneamente il nome di una località francese.

Va detto che il viaggio non è nato nel migliore dei modi. A partire dalla prenotazione dell’hotel. Nottetempo la carta di credito del signor valigiesogni è stata bella che clonata. Capita, direte voi. Certamente, ma l’episodio non ha aiutato a distendere i già tesi rapporti tra il signor valigiesogni e l’universo francofono.
Dopodiché, abbiamo commesso la sciocchezza di acquistare un volo Ryanair. Che non è un gran problema se viaggiate verso Parigi in orari decenti. Se invece avete optato per un volo all'alba (sia per l’andata che per il ritorno), ciò che avete risparmiato per il volo finirete per spenderlo in taxi (visto che i collegamenti con l’aeroporto di Ciampino, dalla stessa città di Ciampino, sono penosi) e pernottamento a Beauvais, che non è a due passi dal centro di Parigi; segnatevelo.

Insomma, i presupposti non erano dei migliori; ciononostante, sono partita lasciando a casa tutti i miei stupidi pregiudizi e con la sensazione che sarei stata colta da una sorta di fascinazione per quella terra e quella lingua che non ho mai voluto imparare.

mercoledì 7 agosto 2013

Alla volta del Monte Marsicano

Che la signora valigiesogni non sia persona da villaggio vacanza l’avrete capito tutti. Nel corso degli anni ha sperimentato diverse soluzioni di pernottamento eppure, udite udite!, fino a pochi giorni fa le mancava l’esperienza della notte in tenda. Eh già, una di quelle cose banali che tutti gli adolescenti hanno vissuto, lei mai: mai trascorso una notte in campeggio. Sicché, spinta dalla nostalgia della montagna e dalla ricerca di refrigerio, lo scorso weekend ha deciso di vivere, almeno per una notte, l’ebbrezza di tenda e sacco a pelo tra i monti dell’Appennino abruzzese. Il signor valigiesogni, spavalda giovane marmotta, glielo proponeva da un pezzo. Ma lei nulla. Il campeggio le dava un’idea di sporcizia, confusione, schiamazzi notturni e fetore di ascelle non lavate.
«Ma guarda che andiamo in un campeggio: ci sono bagni, docce e se vogliamo strafare possiamo avere anche l’energia elettrica». Vabbè, allora proviamo. In fondo, non sono molte le persone stroncate da una notte in campeggio.
In memoria dei brillanti trascorsi del signor valigiesogni, la tenda è stata piazzata qui, in quel di Opi, tra camosci, lupi e orsetti marsicani. Ordine e silenzio hanno disorientato da subito la povera signora valigiesogni. A guardarsi intorno, il campeggio le è sembrato roba da pensionati meditabondi e da famigliola con prole a seguito ed ha iniziato a bisbigliare anche lei, temendo di poter disturbare qualcuno. La caduta di un mito.

Quando la signora valigiesogni si avvicina al Parco nazionale d'Abruzzo, in qualsiasi periodo dell’anno, finisce per girellare sempre tra i vicoli di Pescasseroli. Le dà serenità quel borgo di montagna, con i gerani in estate, le signore che chiacchierano sull'uscio delle botteghe, il profumo dei biscotti che si sparge da forni e pasticcerie, gli escursionisti che sostano davanti al bar, i passi lenti di gambe che camminano senza orologio.
Mentre la camminatrice golosa si guarda intorno alla ricerca di un buon gelataio, il signor valigiesogni medita sull'escursione del giorno successivo. «Si potrebbe arrivare sul Monte Marsicano». Sì, si potrebbe, ripete la signora valigiesogni, delusa dal suo gelato mediocre, mentre imboccano l’ingresso del campeggio. Che sarebbe dove?
«Lassù, di fronte a te». 
Ma neanche per niente! Ma vedi quanto è distante? Non c’è neanche un albero, siamo senza allenamento e fa un caldo che si muore.
«Mannòdai! Il dislivello è di un migliaio di metri ma secondo me non è più difficile di altri sentieri percorsi in passato. Poi pensa che soddisfazione: superiamo i 2000 metri. Da queste parti ci siamo sempre limitati a percorsi semplici».
Intanto il cielo si fa rosa, la cena spartana è pronta, e la birra, ormeggiata nel ruscelletto, è fresca. Spuntano le prime stelle mentre i campeggiatori sorseggiano la loro birra e sgranocchiano taralli. Il signor valigiesogni rovista nella memoria date e luoghi dei suoi precedenti campeggi; amici che non incontra da tempo, atmosfere goliardiche e serate alcooliche.
E poi arriva la notte con le voci del bosco, il vicino di tenda che se la russa, la sensazione che qualcuno stia aprendo proprio la zip della tenda dei nostri eroi. Ma è solo una sensazione amplificata dal silenzio in cui si è immersi.
Nessuna visita notturna; nessun lupetto è passato a salutare nottetempo i signori valigiesogni; giusto un paio di zanzare che non hanno abbandonato la camminatrice neppur in alta quota. Spunta il sole e quella che si credeva essere la cima del Monte Marsicano spicca nel cielo azzurro.


Poveri illusi! La meta dei camminatori è più in là, non la si vede bene dal campeggio. Ma questo l’avrebbero scoperto solo strada facendo.
La giornata è calda, il percorso non è segnato benissimo e la signora valigiesogni ritrova vecchie sensazioni. Il piacere del silenzio, l’affievolirsi dei rumori provenienti dalla strada, il piacere della salita mescolato alla paura della discesa. Per esigenze tecniche, hanno deciso di percorrere lo stesso sentiero sia a salire che a scendere e la signora valigiesogni odia le discese dei versanti senza arbusti. Si sente vacillare di fronte a quel vuoto intorno a lei; l’assale la sensazione di rotolare giù, una vertigine che le paralizza il cervello. Generalmente, dopo qualche giorno di allenamento, si abitua al vuoto e tutto diventa più semplice, ma le prime uscite le provocano sempre un po’ d’ansia.    
Ha capito che andare in montagna le serve come forma di autoanalisi; la signora valigiesogni brucia sempre l’oggi per pensare al domani. In montagna fa la stessa cosa: non si concentra sulla salita, quella la conosce, le piace, sa di poterla affrontare per ore. Non pensa al piacere della meta, non immagina cosa possa esserci lassù. No, è già presa dalla difficoltà della discesa, dalle sue insensate paure, dall’ansia del ritorno. Riflette su questo modo di comportarsi; ricorda che l’anno precedente c’era stato un momento in cui aveva imparato a concentrarsi su ogni singolo passo; a viverlo con tranquillità, chiacchierando con i compagni di cammino. E questa piccola cosa le aveva provocato una gioia immensa: aveva avuto la sensazione di aver capito come bisognava affrontare la quotidianità. Ma poi quella consapevolezza era stata spazzata via dal ritorno in ufficio e dalla ritorno alla civiltà. Quella civiltà che trasforma in urgenze e faccende improrogabili cose che, a ben rifletterci, così urgenti non sono.


Persa in questi pensieri, la camminatrice non avverte neanche la fatica nelle gambe e avverte troppo poco l’intensità del sole (ma la sera capirà di avere fatto una sciocchezza nel non ungersi benbene di crema. Oh, se lo capirà!).
Intanto, laggiù in fondo spunta il lago di Barrea.


Poco più in alto sulla destra, c’è un rimasuglio di ghiacciolo marsicano…


E la vetta improvvisamente si avvicina.


Neppure qui è stato possibile avvistare camosci. A parte noi, nessun animale in zona.

La signora valigiesogni non è brava nell'elencare sentieri e altimetrie. Lei si perde in chiacchiere, raccontando sensazioni, paure e pensieri sparsi. Al massimo può dirvi che è stato percorso il sentiero F10. Ma se volete dettagli tecnici, forniti da escursionisti seri, e percorsi alternativi, potete trovarli qui.



Poi arriva il lunedì e il ritorno all'afa romana; ma stavolta ci si può permettere di pensare al dopo. Tra pochi giorni, i signori valigiesogni prepareranno i loro zaini e prenderanno il volo. Niente montagna ma una bella pausa dall'Italia. Se ne sente il bisogno. 


mercoledì 17 luglio 2013

La cultura si mangia! Un’idea di bookcrossing…

Iniziò tutto da qui: Stefy, libraia e blogger di Odore intenso di carta ci chiedeva cosa dovrebbe avere una libreria per farcela prediligere alle tante (sempre meno, in verità) presenti sul territorio. E in parecchi risposero.  
Il post era solo un pretesto per avviare, per dirla con le sue parole, un’idea da tempo in cantiere: un bookwebcrossing, un bookcrossing tra blogger lettori.
Così, dopo poco tempo, mi son vista recapitare un pacchetto profumoso contenente il libro scritto da Pietro Greco e Bruno Arpaia “La cultura si mangia!”, editore Guanda.
Il profumo non proveniva ovviamente dall'omino delle Poste ma dalla finezza dell’amica blogger che aveva inserito all'interno del libro una letterina scritta a mano, avente un buon profumo. Una di quelle d’altri tempi che credevi scomparsa. Bello, no?

Un’idea generosa quella di Stefy, capace di coniugare lo strumento virtuale (il suo blog) con la condivisione materiale dell’oggetto libro. Ed arrivano con impeto l’odore intenso di carta, le sottolineature, i commenti a margine… Così, sembra quasi di esserci uscita insieme con questa lettrice che non hai mai incontrato di persona. 
Per quanto mi riguarda, ho un rapporto conflittuale con il bookcrossing: non sempre (anzi, quasi mai) riesco a liberarmi dei libri che mi son piaciuti. È più probabile che ne compri una copia nuova e che la regali prima di lasciar andare la copia vergata, che sa di treno, avente i segnalibri più disparati (dalla cartolina appena ricevuta allo scontrino del bar).    

La cultura si mangia!” è giunto in un periodo particolare, uno di quelli in cui vorresti poterti ritirare a vita privata in una caverna per un annetto; vabbè la caverna no; però prenderti un anno sabbatico da tutto e tutti magari sì. Piena di dubbi sull'utilità di ciò che svolgi e divisa tra ciò che predichi e la tua sottomissione al sistema, ti trovi a leggere che:
[…] l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha sostenuto che per i laureati non c’è mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile è dei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani. Sapesse, contessa... E il filosofo estetico Stefano Zecchi, in servizio permanente effettivo nel centrodestra, ha chiuso in bellezza, come del resto gli compete per questioni professionali: ha detto che in Italia i laureati sono troppi. Insomma, non c’è dubbio che la destra italiana abbia sposato la cultura della non cultura e (chissà?) magari già immagina un ritorno al tempo dell’imperatore Costantino, quando la mobilità sociale fu bloccata per legge e ai figli era concesso fare solo il lavoro dei padri. (Non lo sapeva, professor Sacconi? Potrebbe essere un’idea...)
E la sinistra o come diavolo si chiama adesso? Parole, parole, parole. Non c’è uno dei suoi esponenti che, dal governo o dall'opposizione, non abbia fatto intensi e pomposi proclami sull'importanza della cultura, dell’innovazione, dell’istruzione, della formazione, della ricerca e via di questo passo, ma poi, stringi stringi, non ce n’è stato uno (be’, non esageriamo: magari qualcuno c’è stato...) che non abbia tagliato i fondi alla cultura, all'innovazione, all'istruzione, alla formazione, alla ricerca e via di questo passo. Per esempio, nel programma di governo dell’Unione per il 2006 si diceva: «Il nostro Paese possiede un’inestimabile ricchezza culturale che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa. La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico».
Magnifico, no? Poi l’Unione (o come diavolo si chiamava allora) vinse le elezioni e andò al governo. La prima legge finanziaria, quella per il 2007, tagliò di trecento milioni i fondi per le università. Bel colpo. Ci furono minacce di dimissioni del ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi. Ma le minacce non servirono. Tant’è che, nella successiva legge di bilancio, furono sottratti altri trenta milioni dal capitolo università a favore... degli autotrasportatori. […]

E si va avanti di questo passo.
Si dà il caso che io lavori in un’associazione di categoria datoriale proprio di quel settore lì, e non passa giorno in cui non ci si vanti del fatto che i benefici fiscali per gli autotrasportatori vengono riconfermati dal Governo di anno in anno. Già, e chi ne fa le spese? Tanto, come fa notare il signor valigiesogni, i figli dei miei responsabili frequentano scuole private e, presumibilmente, domani frequenteranno college prestigiosi, mica la scalcagnata università di Borghettodietrol’angolo??
Poi, per carità, molti dei discorsi fatti nel libro sono troppo aleatori e forse non tutto è di così facile applicazione come potrebbe sembrare. Certo è che la classe politica, nello stanziare risorse e decidere tagli, compie scelte precise e così, ad occhio, non mi sembra che lo Stato negli ultimi venti anni abbia promosso il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Sarò stata distratta io, ma non ho visto scelte che abbiano favorito gli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Nelle varie Agende, tanto di moda, non ricordo di aver sentito parlare di riqualificazione dell’ambiente fisico, di estensione di zone alberate e bonifiche di aree inquinate; di miglioramento del clima sociale e culturale, della necessità di puntare su nascenti imprese, piccole e medie, ma altamente qualificate e specializzate nelle nuove tecnologie e nell'industria creativa. Pare abbiano fatto questo nella Ruhr, Germania, anni Novanta, per riqualificare una regione industriale fallita dopo la chiusura di acciaierie e miniere.
Da noi, invece, il massimo della creatività sta nel finanziare la sagra della porchetta che, con tutto il rispetto per la porchetta, non è l’attività principale verso cui andrebbero dirottati i fondi degli enti locali.
Investire  in cultura, innovazione, creatività, dà certezze di miglioramento per un Paese? Certo che no, è un rischio. In questi ultimi anni, neppure investire nella Fiat o in Alitalia dava certezze; eppure è stato fatto. Ed evito di soffermarmi sul come, il perché e i risultati raggiunti…
Fine dei dieci minuti di sangue amaro.
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Per tornare all'ottima idea del bookwebcrossing, amici blogger, questo libro ha da girare! Accorrete numerosi!