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mercoledì 24 maggio 2017

L’ombra dell’ombra e Paco Ignacio Taibo II

Paco Ignacio Taibo II con sua moglie, Palomar - aperitivo romano
Antefatto. Salone del libro di Torino 2016: non so chi sia Paco Ignacio Taibo II ma mi fermo ad ascoltare questo signore dalla faccia simpatica che dialoga con De Cataldo, ammaliando il pubblico. Dovrebbe essere la presentazione di A quattro mani, romanzo appena ripubblicato in Italia da La nuova frontiera ma è una sorta di commedia teatrale. Lo scrittore parla a ruota libera di poliziotti, Messico, politica e America latina. De Cataldo ci prova, ma non ce la fa proprio a stargli dietro.
Della trama del libro non colsi molto, mi folgorò il personaggio Paco, il mix di ironia e umorismo, la capacità di raccontare cose serie senza farle apparir tali. Non acquistai il romanzo, ma curiosai nella sua vita e nella ricca produzione letteraria, e qualche mese dopo regalai al coniuge la monumentale biografia del Che (Senza perdere la tenerezza, Il saggiatore). Era scoccata la scintilla ma non era ancora amore.


Pre-Salone del libro di Torino 2017. Don Paco, che non perde occasione di tornar in Italia con la gentile consorte, si lancia nell’Ombra tour, ed io vengo invitata da Laura Ganzetti per un aperitivo romano con Paco Ignacio e pochi intimi, organizzato da La nuova frontiera.

Recupero dalla biblioteca di Rocca Priora questa copia del 1996, pubblicata da Marco Tropea editore. Sarà davvero necessario ripubblicare, a distanza di 20 anni, un libro introvabile da tempo?
Le prime pagine dell’Ombra nell’ombra (titolo della precedente edizione) scorrono con una certa lentezza, non riesco ad entrare nell’atmosfera di Città del Messico del 1922. Mi siedo al tavolo del domino con quattro tipi improbabili: un avvocato di prostitute (che nasconde dentro di sé un paio di demoni del passato), un sindacalista cinese (che non parla una parola di cinese ma non riesce a pronunciare la r), un giornalista (che considera la cronaca nera la vera letteratura della vita) e un poeta (che per mangiare scrive slogan pubblicitari di prodotti farmaceutici).
Affumicata dalle sigarette e offuscata dal rum, capisco sempre meno quale sia il nesso tra i quattro giocatori e gli inquietanti omicidi a cui involontariamente si trovano ad assistere. Il domino si intreccia con morti violente, la rivolta di Pancho Villa, lo sciopero degli operai, un golpe militare, il petrolio messicano e scene rocambolesche. La finzione letteraria si confonde con la storia e mi sorge il sospetto che nell’Ombra dell’ombra d’inventato ci sia ben poco e che la realtà possa superare la fantasia.
Impreparata sulla storia del Messico e sulla rivoluzione messicana, comincio a googlare ogni nome che compare nel romanzo e viene fuori che qualche personaggio minore è esistito davvero. Bastano 4 accorate righe per farti capire che la biondina minuta che attraversa la strada saltando le pozzanghere, Elena Torres, non è né un personaggio inventato né inoffensivo. Taibo II ruba dalla storia, ma non ama mitizzare i personaggi; cerca gli uomini e le donne che si celano dietro i personaggi, ne svela fragilità, ombre, ossessioni. Emergono ritratti fatti con matite e carboncino, simili alla bella copertina scelta per questa nuova edizione del romanzo.
Don Paco lo dice chiaramente: la letteratura non deve mettere ordine nella vita ma diffondere il caos. Ed è quello che succede in questo finto thriller, avvincente ma non lettura da metropolitana. Non si arriva all’ultima pagina per scoprire chi sia il mandante degli omicidi ma per completare il puzzle del Messico degli anni Venti.
Quindi, era necessario ripubblicare in Italia un libro introvabile da tempo? Sì, lo era. È necessario continuare ad invitare in Italia un personaggio rivoluzionario che non riesce a parlare di letteratura senza metterci dentro la politica, la lotta, la passione, i diritti dei più deboli? Un uomo, spagnolo d’origine e (nella mia testa) messicano solo d’adozione, che alla domanda “Ha mai pensato di lasciare il Messico?”, a momenti mi scaraventa contro il bicchiere di gazzosa (sì, gazzosa).
“NUNCA, NEVER, MAI”. Ho smesso di essere spagnolo da anni. Sono messicano, non lascerei mai il mio Paese. Un uomo energico che, se solo parlasse vietnamita, starebbe già scrivendo la biografia di Ho Chi Minh (uno dei pochi personaggio che merita davvero una biografia). Un uomo in cui vita e letteratura coincidono (Non capisco quelli che ti chiedono quale libro porteresti su un’isola deserta. Io non andrei su un’isola deserta se non ci fosse almeno una biblioteca). Quindi, è necessario continuare ad andare ai Saloni, agli incontri in libreria, agli aperitivi con Paco? No, certo, si può vivere senza. Ma si perderebbe l’occasione di ricevere una sferzata d’energia, di conoscere un altro pezzo di mondo, d’incontrare una coppia (perché credo che Paco, senza la sua compagna, Palomar, sarebbe un uomo monco, con la metà dell’energia che possiede oggi) che si sta spendendo moltissimo nel progetto della Brigada para leer en libertad, iniziativa volta alla diffusione dell’informazione dal basso, impegnata nel portare libri nelle zone periferiche in cui non ci sono né librerie né biblioteche.
E vabbè, a questo punto è evidente che la scintilla scoppiata lo scorso anno è diventata quasi amore. 


Paco Ignacio Taibo II, L’ombra dell’ombra (Sombra de la sombra), trad. Maria Pia Ferrari, La nuova Frontiera, Roma, 2017

Nel post mancano i link al sito della casa editrice poiché attualmente in fase di restyling. A breve, troverete tutte le informazioni qui.

sabato 10 dicembre 2016

Gironzolando tra le storie di Più libri più liberi 2016


Mi avvicino al Palazzo dei Congressi con la presunzione di sapere già cosa troverò; Più libri più liberi è la fiera che conosco meglio, gli editori che seguo con più interesse, i soliti corridoi stretti, confusionari ma non soffocanti. Poi entro e puntualmente impiego mezza giornata per orientarmi. Se è un giorno di festa, alcuni stand sono inavvicinabili: c’è sempre crisi, in Italia continua a non leggere nessuno, eppure a giudicare dal numero di sacchetti e borsine colorate, la fiera della piccola editoria resta un’isola felice.
Di alcune case editrici s’è persa traccia, ne scopro un paio mai sentite prima, altre ancora stanno per lanciare le prime pubblicazioni (Black coffee). Penso alla marea di titoli che inondano le librerie. Ma servirà davvero una nuova casa editrice? Un’altra? 

Vins Gallico, nella duplice veste di autore (Final cut. L’amore non resiste, Fandango libri) e ufficio stampa della casa editrice romana L’orma, non ha esitazioni: “Pensa a quanti titoli sono stati scoperti grazie a piccole case editrici indipendenti. A noi che abbiamo rilanciato Annie Ernaux; a piccole scoperte come l’epistolario della Kuliscioff.” Già, la Kuliscioff, pensa a quanto sono ignorante io che fino al giorno della presentazione non sapevo chi fosse uno dei cervelli politici del socialismo italiano.
Pluralità è ricchezza e non frammentazione. Non è il numero di case editrici a spaventarci. Semmai il fatto che ci sia ancora una certa difficoltà nel fare rete”. Ne è convinta Cristina Pascotto, Safarà editore, giovane casa editrice obliqua, come il formato del libri pubblicati. “Le fiere sono fondamentali per noi editori. Ci confrontiamo con i nostri colleghi, scopriamo di avere problemi comuni, ci sentiamo meno soli. Per una piccola casa editrice partecipare ad una fiera è dispendioso ma ne vale la pena. Non a caso, abbiamo già deciso di andare a una marina di libri. È un progetto in cui crediamo molto”.


Superato l’effetto frullatore che mi prende nel saltare da uno stand all’altro, comincio a divertirmi, e rimetto in discussione i luoghi comuni che circondano i mestieri del libro.
L’editoria è passione. Lo puoi leggere negli occhi febbricitanti (in senso letterale) di Cristina Pascotto che, in barba all’influenza, continua a parlare del connubio tra narrativa e saggistica, delle tante voci da portare in Italia. “Com’è possibile che prima di noi nessuno abbia pensato di tradurre Lanark in italiano?”.

L’editoria è passione, te ne accorgi dagli occhi di Pietro Biancardi (Iperborea), che dopo 10 ore di fiera si illumina parlando del Viaggiatore di Stig Dagerman. “Non è il nostro libro più rappresentativo; non ha venduto come L’anno della lepre, ma lì dentro è racchiuso tutto l’esistenzialismo di Camus, i dubbi di ciascuno di noi, le ingiustizie della quotidianità. Un grande libro a cui sono molto affezionato". Ed io che ho conosciuto Iperborea proprio con Stig Dagerman, non posso che dargli ragione.
Se per scommettere sull’editoria bisogna esser folli, il connubio editore-libraio è pazzia pura. O forse una carta vincente. Ci crede Biancardi, socio della neonata libreria milanese Verso. Ne sono ancora più convinti Andrea Palombi e Ada Carpi, fondatori della casa editrice romana Nutrimenti, che due anni fa hanno aperto una libreria a Procida, con la convinzione di poter creare un modello complementare a quello delle librerie di catena.
Procida non è Milano: come può sopravvivere una libreria? Può. E può diventare un’occasione d’incontro tra gli abitanti; un luogo in cui i bambini, dopo una partita a pallone, possono entrare e sfogliare i libri. Siccome la creatività è la carta vincente, ci si può inventare un festival, tipo Procida racconta. Invitare sei autori, scegliere un cittadino procidano e scrivere sei racconti sulla sua storia. La quotidianità che diventa letteratura e la letteratura che torna ad essere narrazione della quotidianità.


Ho sempre immaginato l’editore come un essere agguerrito, pronto a sfoderare la spada per eliminare il concorrente dello stand accanto. Invece li ascolto mentre pubblicizzano libri altrui. “Quanto sono stati bravi i tipi de La nave di Teseo a scovare Le case crollano! Se ti capita, leggilo. È un libro meraviglioso”. Il suggerimento di lettura viene di nuovo da Cristina Pascotto, Safarà editore, lettrice prima che direttore editoriale. Sento di potermi fidare.
Altre volte s’è lottato per accaparrarsi un titolo, ma l’editoria oltre ad essere passione è contabilità, e Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è scomparso dal raggio d’azione di Iperborea. “Sarebbe stato un titolo perfetto per il nostro catalogo, ma era una cifra improponibile”.

Mentre tedio gli editori con le mie domande, al piano di sopra Chiara Valerio e Nicola Lagioia, neo direttori dei due saloni, dibattono sul futuro delle fiere. A che servono i saloni?
Ascoltando le considerazioni delle persone con cui ho parlato, a qualcosa servono. C’è chi non fa mistero della decisione presa, mostrando orgogliosamente la spilletta per il festeggiamento del trentennale del Salone (Iperborea, come il salone del Libro, compirà 30 anni nel 2017). 
C’è chi si indigna: “Il Salone del libro è Torino. Come si può pensare di sradicarlo e portarlo a Milano?”. E la distanza c’entra poco: sono editori del nord a parlare. Ma la polemica di qualche mese fa è sfumata. I toni sono cambiati; è ormai chiaro che di fronte a due progetti validi, trovando il giusto compromesso con le date, verranno meno anche gli schieramenti.


Con una vagonata di libri, cinguettando a destra e manca, raggiungo la metro. I tweet di oggi tra qualche minuto faranno parte del passato; tra le storie che ho in borsa, invece, potrebbe nascondersi un gioiello destinato a durare nel tempo. Sono tutte storie. E ogni giorno speriamo che quella di domani sia la più bella di sempre.   

sabato 17 settembre 2016

Festivaletteratura di Mantova

«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.


Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni. Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui, edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il recente Terminus radioso, 66thand2nd) e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto. 
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo 11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga. 
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!, ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!, l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni, gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20 anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR, membro degli amici del Salone di Torino) e Renata Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della moltiplicazione dei saloni. 
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
  • Molti editori erano scontenti della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case editrici;
  • Milano è la città con il maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone del libro;
  • Gran parte delle case editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
  • Poiché nel Sud del paese ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
  • In fondo, Torino e Milano non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.

Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino, negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani. Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.



Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica, anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad aggrapparci alla letteratura.


sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese

martedì 30 giugno 2015

Amori non molto corrisposti, Barbara Pym

Gli uomini si sono accorti di me, in un certo senso, pensò Dulcie, ricordando Maurice e Aylwin e Neville Forbes, ma non era successo nulla. Per “accorgersi” la signorina Lord intendeva qualcosa di diverso, evidentemente.
“Lei legge troppo, è questo il suo problema,” disse la signorina Lord vedendo Dulcie sistemarsi a tavola con un libro. “A loro non piace”.
“No, credo di no,” rispose Dulcie, ma ora in tono distratto perché il mondo del libro cominciava a sembrarle quello vero. 


Ignoravo Barbara Pym e i suoi romanzi fino ad una puntata di Fahrenheit di qualche mese fa. Se ne parlava con leggerezza, perché è così che ci si sente dopo averla letta. Poi non ci ho più pensato fino al Salone di Torino quando, guardando la lista degli espositori, mi sono ricordata delle eleganti edizioni dei tipi di Astoria e sono andata a trovare queste donne geniali.

Esiste una categoria di autori, che gli inglesi magistralmente definiscono “neglected”, il cui destino è stato quello di essere dimenticati: pubblicati e subito scomparsi o addirittura mai apparsi nel nostro paese. I motivi possono essere vari, però si nota che è un destino toccato in sorte più alle donne che agli uomini. E ha toccato in particolare quella letteratura capace di guardare al mondo con una certa ironia e leggerezza.  Da molti anni la letteratura, infatti, sembra dover raccontare la realtà soprattutto nei suoi aspetti più cupi, più drammatici, con toni intensi e tristi. Ma chi l’ha detto che la letteratura deve solo restituirci il mondo nei suoi aspetti più tragici? E se fosse vero che la leggerezza e l’ironia riescono a darci ugualmente ragione del mondo in cui viviamo?
Ecco, astoria nasce da qui.

Motivazione più che sufficiente per decidere di acquistare un romanzo edito da Astoria. Eppoi ho un debole per le scrittrici inglesi fissate per libri, bevande calde e mariti che nella vita reale mai avrebbero scelto di sposare. E Barbara Pym ne è l’emblema.

Quando capì che il fidanzato non intendeva affatto sposarla, Dulcie Mainwaring patì una quieta infelicità per diversi mesi prima di riuscire a scuotersi. Il convegno, quando arrivò l’annuncio, sembrò proprio il genere di cosa raccomandata alle donne nella sua posizione: un’opportunità per incontrare gente nuova e per divertirsi osservando la vita degli altri, anche se solo per un fine settimana e in circostanze alquanto inusuali.

Dulcie nella vita fa la correttrice di bozze e redige indici, attività che non reputa affatto noiosa, anche se ha una laurea in letteratura inglese e una mente vivace. Ma non è un uomo: non può ambire a scrivere opere sue o a lavorare nella ricerca. Eppure “l’investigazione” è il suo forte. 

“Mi piace scoprire cose sulla vita della gente. Immagino che sia una sorta di compensazione per lo squallore della vita quotidiana”.

Barbara Pym fu osannata fino agli anni Sessanta e poi dimenticata perché, a detta dell’editore, i suoi romanzi non erano più alla moda e la legge del mercato era crudele anche nel secolo scorso. Rilanciata dal Times Literary Supplement nel 1977 come una delle autrici più sottovalutate, la Pym poco prima di morire ebbe il piacere di veder ristampati i suoi precedenti libri e ridiventare alla moda.
Qualcuno la considera la Jane Austen del Novecento. A me, la sua ironia e i brillanti dialoghi tra Dulcie e la signorina Lord hanno fatto pensare ad Elizabeth von Armin, un’altra donna che sapeva come prendere in giro la società del suo tempo a colpi d’inchiostro.

Barbara Pym, Amori non molto corrisposti
Traduzione di Bruna Mora, Astoria

Amori non molto corrisposti era già stato pubblicato in Italia da La Tartaruga con il titolo “Per guarire un cuore infranto”.   



Che peccato non ci si possa preparare una tazza di Ovomaltina, fu il suo ultimo pensiero cosciente. I problemi della vita sono spesso alleviati da bevande calde al latte.


martedì 23 giugno 2015

Il bambino segreto, Camilla Läckberg

Sembra che di fronte a certi titoli faccia la faccetta snob. Allora, per punirmi, l’amico runner mi presta Il bambino segreto di Camilla Läckberg, una che non ha troppi problemi con il numero di copie vendute né con il blocco dello scrittore, vista la quantità di libri che sforna. Da quanto leggo, tutti i gialli della Läckberg hanno come protagonisti l’ispettore Patrick Hedstrom e la scrittrice Erica Falck, e sono ambientati a Fjällbacka, luogo meraviglioso sulla costa svedese, in cui l’autrice ha la fortuna di vivere. 


A qualche anno dalla morte di sua madre, Erica Falck scopre ben custoditi in soffitta alcuni diari, scritti dalla mamma durante la seconda guerra mondiale, e una curiosa medaglia avvolta in un camicino da neonato macchiato di sangue. Contemporaneamente, nel bel paesetto svedese, viene ucciso un anziano stimato da tutti, studioso di storia ed esperto del nazismo. Il giallo si intreccia con una lunga serie di vicende familiari: congedi presi da papà che si destreggiano con pappine e pannolini, adolescenti in crisi all’interno di famiglie allargate, donne incinte a iosa, coppie omosessuali in dolce attesa, abbastanza dumle e polkagrisar da far prender peso anche al lettore smilzo. Non mi dispiace il mix tra quotidianità e indagini ma eliminare qualche crisi coniugale e qualche limonata (non la bevanda ma l’atto del limonare) avrebbe reso il libro meno dispersivo.

Il bambino segreto si fa leggere, nonostante ci si spazzoli via la polvere da gonne e pantaloni una decina di volte e ci si lisci l’abito con altrettanta frequenza. Intorno a pagina 400, anche una giallista poco esperta come la sottoscritta scova l’assassino. Nessun finale a sorpresa.


Troppo acida? No, via, un’altra possibilità a Camilla non si nega mica! Pare che Il segreto degli angeli, presentato all’ultimo Salone del libro di Torino (ho perso l’incontro, pazienza!), sia più avvincente dei precedenti. Anche se Il segreto degli angeli subito dopo il bambino segreto... Magari optare per un titolo senza segreti, no???  

Titolo originale: Tyskungen, Camilla Läckberg
Traduttore: Laura Cangemi
Editore: Marsilio, 2013 


domenica 17 maggio 2015

Torino – Non solo Salone del Libro

È anche lo stato d’animo a farci piacere un luogo. Torino, ad esempio, mi è sembrata più bella del solito. Correre all’alba con gli scoiattoli nel parco del Valentino; macinare chilometri sul lungo Po mentre il cielo iniziava ad aprirsi e il traffico della città in lontananza ad intensificarsi. Un’insolita scarica di energia per me che non ho mai amato l’umidità dei fiumi. 
Mi è sembrata piacevole perfino la traballante stanzetta del vecchio palazzo in cui ho albergato. Un ritorno ai miei primi viaggi. Sistemazioni spartane ed economiche; l’importante era la meta non le stelle dell’hotel. È stato bello vagabondare di sera tra le vie del centro, incurante della Torino bene che si muoveva su tacchi 12 e abitini eleganti. Un gelato, le tante parole ascoltate, le parole perse, i libri acquistati, quelli a cui ho saputo dire di no, quelli che avrei voluto e i “Ma poi quando li leggerò tutti ‘sti libri?”


Avevo bisogno di tempo per me e il Salone del libro è stato un buon pretesto. Ora c’è il solito mix di malinconia e stanchezza. Sono state ore intense e necessarie. Continuerò a rimuginare su quanto ascoltato e mi riprometterò di trovare nuovi pretesti di evasione. Poi verrò fagocitata dalla quotidianità e i buoni propositi andranno a farsi benedire.