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venerdì 8 dicembre 2017

I viaggi senz'auto, le Marche e due terranauti perdigiorno

Ho incontrato Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, due terranauti perdigiorno, dopo essermi innamorata di Piazza Unità d’Italia. Ero nella fase in cui infilavo in borsa qualsiasi cosa contenesse la parola Trieste. Tipo questo libro qui.

Zac. In borsa.
Leggere la parte dedicata a Trieste, dopo aver conosciuto la città, è stato come tornarci con la compagnia giusta. Due con cui poter parlare senza arrossire.
Io detesto guidare, lo dico sempre a voce bassa, con le guance che diventano bordeaux. «E come fai?», è la domanda più frequente.
Be’, sì, sono costretta a prendere l’auto per andare a lavoro e per alcune incombenze quotidiane ma, soprattutto per i miei viaggi, utilizzo il treno, i mezzi pubblici, le gambe, la bici… insomma, tutto il resto. «Davvero?» (sguardo sprezzante che oscilla tra il “povera sfigata” e “un’altra snob che vuole fare l’alternativa”). Fine della conversazione.
È che, alla guida, ho una tale ansia da non veder nulla di ciò che mi circonda, se non la strada. E che viaggio è quello in cui non vedi cosa c’è dal punto A al punto B? Tutto ciò per dire che nella collana i viaggi senz’auto dei tipi di Exòrma mi sono sentita subito a casa. Anzi, in viaggio. 
Dopo averli conosciuti (virtualmente) a Trieste, ho iniziato a curiosare nelle biografie del Mau (Maurizio Silvestri) e dell’esperto di vie traverse (Paolo Merlini) per capire come riescano ad organizzare questi viaggi in coppia dai quali emergono sempre due viaggi diversi, come se non incontrassero le stesse persone, non salissero sugli stessi autobus, non vedessero gli stessi scorci. Scopro che sono entrambi marchigiani.
Le Marche, regione molteplice e frammentata, con accenti nettamente diversi (un abitante del Pesarese e uno del Piceno che a sentirli parlare sembrano provenire da due nazioni diverse e non vivere all’interno dei 200 chilometri che ritagliano le Marche), il lungomare affollato d’estate e i turisti che attraversano velocemente le piazze di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro, Urbino, senza mai avventurarsi verso le località meno note, solo perché fuori mano. Le Marche, regione di Verdicchio, Varnelli, vincisgrassi e brodetto di pesce; regione poco chiacchierata se non in occasione dei tragici eventi sismici, avvenuti successivamente alla pubblicazione di questo libro. Le Marche, territorio a me totalmente sconosciuto fino a pochi giorni fa. E ora un po’ più vicino.
Chi, come la sottoscritta e il Merlini, associa le 18 del venerdì sera al sabato del villaggio, ossia al momento in cui prendere lo zaino e correre verso la stazione fantasticando su cosa ti riserverà il biglietto ferroviario che hai in tasca, sa che la narrativa di viaggio va assunta con cautela. Talvolta si rivela così noiosa da farti cambiare destinazione. La forza di questo libro, invece, è che il terranauta potresti essere tu.
Il percorritore di vie traverse potrei essere io, ferma nella stazione di Calcineto, che appunto sul mio taccuino rosso “Mi sento bene”. Io che vagabondo con il pensiero fino a quando non arriva una telefonata dall’ufficio che mi riporta alla triste realtà.
Ascoli Piceno. Foto di Mario Dondero

Non c’è niente di troppo costruito in questa sorta di reportage: non vedo i panorami con i miei occhi, non assaporo il brodetto della Maria, non sento il profumo del tartufo (che io non tollero), non ascolto i tanti racconti dei marchigiani incontrati per strada, ma sono lì con gli scrittori terranauti. Sono lì che faccio e disfo due giorni a Fossombrone, su un’ansa della riva sinistra del Metauro. Chissà se anche a me ricorderà Bologna. Ma forse dovrei fare in modo di passare per l’irrequieta Jesi, perché voglio respirare anch’io l’atmosfera dei suoi vicoli bui. I luoghi di cui ci si innamora perdutamente senza averne visto un bel niente, come accadde al Mau, sono i più pericolosi. E poi voglio mangiare lo stocco all’anconitana per comprendere lo spirito di Ancona; arrivare fino al porto e vedere quel mare che non è la fine della strada ma soprattutto l’inizio del viaggio. E voglio fermarmi in ogni caffè centrale di ogni borgo, farmi un bianchino (vabbè, senza esagerare) e ascoltare i racconti degli sfaccendati che sono uguali a tutte le latitudini. Voglio capire se, come ha detto la mia amica qualche giorno fa, i marchigiani siano chiusi e scostanti con il visitatore o se, come ha detto Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, il marchigiano tipico sia una sintesi di sobrietà, concretezza, equilibrio, con una giusta dose di ritrosia.
Arrivata al post-scriptum con la malinconia che caratterizza la fine di un bel viaggio, inizio a spulciare la bibliografia. Una paginetta ricca di stimoli. E il viaggio continua.
 
Maurizio Silvestri e Paolo Merlini. Foto di Mario Dondero


sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese

venerdì 8 aprile 2016

Il mio Book Pride 2016

Così quest’anno sono andata anch'io al Book Pride di Milano, l’orgoglio di essere editori indipendenti e lettori curiosi. Sì, direte voi, l’ennesima sagra dell’editoria. Ma a forza di girar per fiere e festival, a forza di mettere like sui social, di vagar in rete per leggere il post di Tizio e rispondere al post di Caio… Insomma, a forza di far tutto ciò, quando lo troverai il tempo per leggere i libri? Per un semplice lettore non sarebbe forse meglio starsene a casa propria nel weekend e dedicare spazio alla lettura anziché perder tempo con attività collaterali, molto social, che dalla lettura distolgono?
Quesito ricorrente e accusa fondata. Forse sì. Andar per fiere è dispendioso sia in termini economici che di tempo. Chi può negarlo? Però il lettore ne guadagna una borsata d’entusiasmo e, talvolta, anche un pizzico di delusione. Elementi che determineranno le successive scelte di lettura. In una fiera, scoverai sempre un editore poco conosciuto, verrai sicuramente catturato da un libro che nel marasma delle uscite editoriali (dei grandi) ti sarebbe sfuggito. Poi, magari, quel libro si rivelerà una ciofeca, il rischio si corre. Ma lo stesso può dirsi per il nome illustre che spopola nelle vetrine.
Piccolo editore non equivale necessariamente a garanzia di qualità. Ma che il piccolo editore di cui sopra sia personaggio coraggioso e appassionato è fuori di dubbio.
Le fiere e le presentazioni sono un’arma a doppio taglio: io ho smesso di acquistare libri da un certo editore a causa di quella sensazione di gelo provata durante un incontro in fiera. Irrazionale, lo so. Ma le scelte del lettore poche volte sono guidate dalla razionalità. Conoscere ed ascoltare chi i libri li fa, li sceglie, li traduce, li scrive, può farti tornar a casa con gli occhi a cuoricino o generare un tal senso di antipatia da far dirottare le tue preferenze di lettura altrove.
Comunque, sono tornata dal Book Pride 2016 con quell'eccitazione che ti fa svegliare presto la mattina per trasferirti in un libro prima di andare a lavoro e immergertici di nuovo in ogni momento utile nel corso della giornata.

Ho finalmente conosciuto le Edizioni Clichy. Era ora!, direte voi. Ma sì, ne avevo già sentito parlare, ricevo anche la loro newsletter, però non mi ero mai fermata al loro stand né avevo mai letto alcun libro pubblicato dai tipi fiorentini. Di ciò che ho portato a casa, come al solito, vi racconterò a lettura conclusa. Lo stand è di quelli pericolosi: i ragazzi della Clichy hanno una tal energia da farti venir voglia di acquistare di tutto, ma ti limiti, perché bisogna anche porre un freno alla fiducia.


La vera scoperta di questa fiera si chiama Safarà Editore. I tipi sono di Pordenone, nascono nel 2008 e ultimamente stampano libri dal formato obliquo, animati dalla trasversalità che può avere la scrittura. Io sono stata catturata dal ceco Tomaš Zmeškal e dalla sua Lettera d’amore in scrittura cuneiforme. Zmeškal nasce a Praga da madre ceca e padre congolese, e già questo binomio è sufficiente per farmi incuriosire. Parla lentamente, il suo sussurrare si discosta dal tuonare ascoltato per un’intera giornata in fiera. Ci racconta della follia che ha animato l’Europa centrale e della necessità di narrare le vite degli individui, quelle che non trovano spazio nelle analisi degli storici. Posso lasciarmi sfuggire un libro simile?

Dopo la strabiliante presentazione del Prof. Gian Piero Piretto, ho finalmente acquistato anche Viaggiatori nel freddo – Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura (degli amici di Exòrma ho già parlato altre volte). Ci giravo intorno da dicembre, stregata dalla timidezza di Elisa Baglioni e dall’ironia di Francesco Ruggiero, il collettivo sparajurij. Al Book Pride mi son fermata a chiacchiera con Francesco Ruggiero e la scintilla è scoccata definitivamente.


Non incontravo la leggerezza di Astoria dallo scorso Salone del libro di Torino. Non ho resistito a questa piccola raccolta di racconti di un’autrice italiana che ha due figli e un cane che somiglia ad una pecora. Marina Morpurgo ed io siamo accomunate dall’idea che in generale ridere sia molto meglio che piangere ed entrambe ci applichiamo molto per riuscirci. Ottima premessa per acquistare un suo libro.


Per concludere, ho ceduto anch’io al misterioso fascino del Canto della Pianura di Kent Haruf. Ormai ne parlano tutti e non potevo sottrarmi alla lettura di un volume dei tipi di NN editore.

Ed ora la smetto di spendere soldi, tolgo gli abiti dell’accumulatrice seriale di libri e mi ritiro a leggere. 

venerdì 4 marzo 2016

Quattro chiacchiere con Tino Franza

La blogger ultimamente latita, lo so. In alcuni periodi la blogger è fagocitata dal lavoro, dalla famiglia, dalle paturnie del Grande Puffo, dal mal di denti. La blogger vorrebbe preparare uno zainetto con tanti libri e mettersi in cammino per sentieri solitari. Camminare, leggere, riflettere, scribacchiare. Ma non può. Per il momento si accontenterà di ritornare col pensiero sul cammino di Stevenson in compagnia di Tino Franza, in carne ed ossa.
Del libro s’era già parlato qui e domani se ne parlerà nella libreria L’Argonauta. Un’occasione per chiacchierare con Franza e con Orfeo Pagnani, editore di Exòrma; un’occasione per chiacchierare di Stevenson, di viaggi, del camminare. Un’occasione per sbirciare tra gli scaffali di una libreria indipendente, un posto che promette di “non aver niente a che vedere con la freneticità dell’oggi”. Quasi un viaggio.

Ci vediamo domani.

mercoledì 3 febbraio 2016

In Cammino con Stevenson, Tino Franza

Tino Franza è un signore mingherlino, sguardo mite ma penetrante, voce pacata, accento spiccatamente siculo.
Sornione, quasi timido, poi inizia a parlare e ti chiedi dove sia nascosto il pulsante per pigiare OFF e liberarti di lui. Ti prende per sfinimento: non ero lì con l’intenzione di acquistare In cammino con Stevenson, il suo libro, ma non ho potuto farne a meno. Giuro.
Ci siamo conosciuti all’ultima edizione di Più Libri Più Liberi, (di cui ho abbondantemente parlato qui).
Incuriosita dal progetto editoriale dei tipi di Exòrma, ero andata ad ascoltare la presentazione della collana Scritti Traversi, affascinata prevalentemente dal libro Viaggiatori nel freddo, quanto di più lontano da Stevenson si possa immaginare. Ma il percorso che seguono i libri prima di giungere a noi è misterioso e imperscrutabile. 
Il seguace di Stevenson, a sua volta scrittore traverso, ha buttato lì un paio di osservazioni interessanti sui viaggi a piedi. Così, fomentata dalla presentazione, insieme alla lettrice sconclusionata, mi son fermata allo stand della casa editrice Exòrma, dove il finto timido Tino Franza, lì presente, ha fatto esplodere tutta la sua loquacità.
Franza è un camminatore, specie tenace, avvezza a guardare il mondo con la potente lente d’ingrandimento fornita dalla lentezza del camminare a piedi. Il camminatore è un soggetto curioso di natura, aperto al prossimo, attento alle altrui abitudini e spesso capace di leggere la malinconia nello sguardo dei viandanti che si incrociano lungo il sentiero. 
Ammaliato dalla vita di R.L. Stevenson, Tino Franza parte alla volta di quello che per lo scozzese era stato una sorta di pellegrinaggio, poi raccontato in Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino (pubblicato in Italia da Ibis edizioni, e di cui potete leggere qui un bel pezzo scritto da Gius.ante).
Franza ci narra della passione di Stevenson per la Francia, da Parigi alle piccole città, dai castelli alle grandi foreste. Ne amava l’aria, l’eleganza – la stessa che era in lui naturalmente e in virtù della quale da ragazzo veniva definito “il francesino”.
Colpito dai racconti sulla rivolta anticattolica dei convenanters scozzesi, narrati dalla sua nutrice, fervente calvinista, Stevenson decide di ripercorrere i sentieri dei calvinisti francesi delle Cévennes: i Camisardi. Costoro, così denominati per la camicia bianca che indossavano come segno distintivo, insorsero contro Luigi XIV che, con la revoca dell’editto di Nantes, aveva abolito la libertà di culto in Francia. Con l’appoggio segreto di Paesi Bassi e Inghilterra, i Camisardi misero in atto una guerriglia che si protrasse fino all’inizio del Settecento, nella zona montuosa delle Cévennes. 


Ufficialmente, Stevenson partì con l’intento di riportare a casa del materiale per un potenziale libro, ma forse intraprese il cammino più per l’urgenza di far chiarezza nel proprio animo che per esigenze di scrittura. Per dirla tutta, in quel periodo lo scrittore scozzese aveva il cuore in subbuglio e aveva bisogno di una pausa di riflessione. Sicché, acquistò un’asinella grigia, Modestine (con cui fu tutto fuorché amore a prima vista), e nel settembre del 1878 intraprese il percorso di quello che poi è diventato il cammino di Stevenson (l’imprenditore turistico dovrà pure inventarsi qualcosa per sopravvivere).

L’ottimo Franza mescola sapientemente i turbamenti dell’avventuroso Stevenson con le vicissitudini in cui lui stesso incappa cammin facendo. 
Certo, le locande non son più quelle dell’Ottocento, Franza è partito zaino in spalla, senza asina al seguito, e per chi non è abituato al viaggio a piedi, gli episodi raccontati nel volumetto potrebbero sembrare sin troppo romanzati. In verità, i camminatori son tipi strani: tra i sentieri si incontra gente che sembra esser appena uscita da un libro. E Franza, giustamente, infila i viandanti incrociati lungo il cammino di Stevenson nel suo racconto di viaggio. Poi aggiunge una serie di citazioni che ruotano intorno alla filosofia del camminare e del viaggio a piedi, il tutto corredato da un accurato apparato di note. Così, una pagina dopo l’altra, oltre a riprendere per l’ennesima volta L’isola del Tesoro, ti vien voglia di tornar a Chatwin e di leggere l’americana Rebecca Solnit, ma anche i saggi di Hazlitt e le poesie di Coleridge. E pure George Sand, grande viaggiatrice, di cui non ho ancora letto nulla.
In cammino con Stevenson, dal punto di vista grafico, è un gioiellino. Edizione raffinata, curata nel dettaglio, impaginazione e revisione impeccabile (io ho incontrato un solo refuso). Un’edizione così bella che si commetterebbe peccato mortale nel proporla in versione digitale.

In cammino con Stevenson, preso insieme ad un’altra borsata di volumi alla fiera della piccola editoria romana dello scorso anno (dicendo che “Giammai!, Non comprerò più libri fino ad esaurimento scorte”, salvo poi ricominciare dopo una decina di giorni), entra di diritto nella #readingchallenge2016 di quei pazzerelli che parlano sempre della Russia, alla voce #bastacoltsundoku, nonché alla sfida della riduzione della TBR (To-be-read) lanciata da quell’altra mattacchiona della lettrice sconclusionata.

Reading Challenge 2016 

Nota della lettrice in movimento
Se siete dei fanatici del viaggio a piedi, come la sottoscritta, e state pensando “ma quasi quasi per la prossima estate faccio un pensierino a questo Cammino di Stevenson”, vi suggerisco di dare un’occhiata qui e qui. E poi di ripassare da queste parti e raccontarmi com’è andata.


venerdì 11 dicembre 2015

Più Libri Più Liberi 2015: ho visto cose, incontrato gente, acquistato libri. Forse troppi. #BlogNotes15

Tra un tweet e l’altro, una presentazione, quattro chiacchiere con un editore, quattro con un ufficio stampa, anche quest’edizione di Più Libri Più Liberi è volata via.


Quattro chiacchiere con laNuovafrontiera

Che abbia un debole per i tipi di laNuovafrontiera è risaputo. Perciò non vi stupirete del fatto che sia stata la prima casa editrice da me indicata per il progetto #BlogNotes15. Perché? Perché oggi per l’editoria italiana occuparsi della letteratura di area lusofona e dell’America Latina è trendy. Ma una decina di anni fa, quella dell’America Latina non era una frontiera così esplorata dalle case editrici nostrane.
Il mio primo incontro con lNf avvenne proprio ad un Più Libri Più Liberi. Rimasi incantata davanti alla copertina de I pesci dell’amarezza di Fernando Aramburu, e da allora non ho mai saltato una visita alla loro postazione, fosse altro per sfogliare le ultime novità.
Mi avvicino allo stand di domenica mattina, quando Roma e la fiera sonnecchiano ancora. Maia Terrinoni, invece, ufficio stampa, è sveglissima. Sistema le copie esposte, controlla le vendite del giorno precedente, sposta scatoloni. Sa già che passerò a trovarla e ha lo sguardo diffidente da “tutto ciò che dirò sarà utilizzato contro di me”. Ma dopo qualche minuto siamo già lì che chiacchieriamo di libri come due comuni lettrici.
Mi presenta le ultime uscite infliggendomi una bella pugnalata: Valeria Luiselli, giovane autrice nata a Città del Messico, non sarà in fiera. Problemi burocratici con il visto. No! Ero così contenta all’idea di ascoltare la presentazione dell’appena ripubblicato Volti nella folla. Pazienza.
Ho cercato di strappare a Maia il nome più amato tra i tanti pubblicati. Impossibile. Gli uffici stampa sono come gli editori: vogliono troppo bene alle loro creature per poterne scegliere solo un paio. Ho colto, però, un fugace scintillio nei suoi occhi mentre parla di Juan Josè Saer e di Mario Benedetti. E li ho portati a casa. 
Tra gli autori intervenuti in Fiera, ho ascoltato la presentazione del libro di Wolfgang Bauer, Al di là del mare. Un tedesco che ha cancellato tutti i luoghi comuni sui tedeschi: simpatico, empatico, in grado di parlare di un tema grande e doloroso come la guerra in Siria e dei viaggi della speranza, dalle coste africane all’Europa, in modo coinvolgente ma lucido. 
“I giornalisti, nella ricerca della frase ad effetto, dimenticano di raccontare i fatti. Noi europei dobbiamo mettere da parte le soluzioni teoriche e affrontare concretamente il problema dei flussi migratori”. Perfetto esempio del periodismo narrativo che caratterizza la collana Cronache di frontiera, giornalismo d’inchiesta che si legge come un romanzo. E che piace, come dimostra il successo di Mafia Capitale, tra i più venduti dalla casa editrice dallo scorso anno.

Quattro chiacchiere con Voland
Fondata dalla slavista Daniela di Sora, Voland è tra le case editrici che ho osservato costantemente negli anni con un misto di fascino e sacro terrore. Il mondo slavo mi è sempre apparso troppo distante, spaventandomi come tutte le cose che non si conoscono. Inoltre, mi ronzavano ancora nella testa le note polemiche sulla crisi della Voland e sui collaboratori non pagati. Sicché, mi sono avvicinata timidamente allo stand, temendo di fare passi falsi. Timori infondati. Gli occhi chiari della signora Di Sora sono così trasparenti e diretti da far svanire ogni dubbio. Se errori sono stati commessi, l’editore non si nasconde dietro inutili giustificazioni. “Ho dovuto licenziare delle persone, ho dovuto vendere le mie proprietà per saldare alcuni debiti. Ma sono qui. Guardi i miei collaboratori: mi sono circondata di giovani perché ho bisogno di intercettare nuove voci, altre narrazioni”. Viola Marino, giovane ufficio stampa, non è dello stesso parere. Approfitta di un momento di distrazione dell’editore per bisbigliare: “Lei è grandiosa!, dice di aver bisogno del nostro punto di vista ma il suo fiuto è imbattibile. Più avanti dei giovani”.

Parliamo della nuova collana Finestre, quella delle guide alle città ribelli, per intenderci. Parliamo dei libri che hanno fatto la storia della casa editrice, nonché dell’opera prima della bizzarra Ilaria Gaspari, che spudoratamente, nel bel mezzo di un intervento colto, cita Sapore di mare di Vanzina. Ed io penso Ma guarda te che tipi vengono fuori dalla Normale! E acquisto il libro.

Insomma, per farla breve, alla fine del mio tour con gli editori, la Voland è quella che più mi ha sorpreso. Perché ero partita senza grosse aspettative? Forse. O forse perché ho avuto la sensazione di incontrare una vera signora dell’editoria, una persona garbata, elegante, se non fosse fuori luogo direi multitasking: parlava con me e contemporaneamente ascoltava la traduttrice dal tedesco che si proponeva per la lettura di manoscritti, salutava Elena Stancanelli, rispondeva al telefono, ripeteva ad una visitatrice poco preparata la corretta pronuncia della Nothomb, la “b” si deve sentire perché è belga e non francese.
Una donna generosa come poche: ho pagato una cifra irrisoria per i libri portati via. Non fatevi strane idee: i commenti che seguiranno la lettura dei libri Voland non verranno minimamente influenzati dalla piacevole conversazione con la signora Di Sora, né dalla sua generosità. È un editore serio: non apprezzerebbe opinioni acritiche. 

Quattro chiacchiere con Exòrma
Questa piccola casa editrice è stata la vera rivelazione della Fiera. Ne avevo sentito parlare dopo il successo di La strage dei congiuntivi (che non ho letto) ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte ad eleganti gioiellini, curati nei minimi dettagli. L’editore, Orfeo Pagnani, una laurea in filosofia e più di 15 anni d’esperienza con un’agenzia di progettazione grafico-editoriale, è un uomo pacato, che potrebbe restare una mattinata con te a parlare di progetti editoriali, storie da scoprire, connubio tra arte e scrittura, viaggi che non si risolvono nel mero spostamento fisico quanto nella scoperta dell’altro: altre culture, altri modi di pensare, altri stili di vita. In sintesi, Exòrma.

Quando non parla della sua casa editrice, Orfeo Pagnani parla di Odei, l’Osservatorio degli editori indipendenti, dell’importanza di fare rete (con gli altri editori, con i librai, con i lettori) perché da soli non si va da nessuna parte, ribadisce l’esigenza di moltiplicare i luoghi di lettura, di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori per sentire opinioni, commenti, critiche. Lo ascolto, metto in agenda il Book Pride di Milano (1-3 aprile 2016) e mi lascio incantare dalla collana Scritti Traversi, di cui vi narrerò prossimamente.




Cosa porto a casa?
Entusiasmo e un turbinio di pensieri, come mi accade tutte le volte in cui ho a che fare con il mondo dei libri. Penso. Attività non banale. Esco dalla routine quotidiana, da un lavoro alienante che mi costringe a seguire ogni giorno lo stesso binario.
Porto a casa la percezione che il mondo della piccola editoria non sia poi così frammentato come vogliono farci credere. I piccoli fanno gruppo, vanno a prendere un caffè insieme, partecipano alle presentazioni altrui, vanno allo stand dell’editore amico per confrontarsi. La sferzante risposta di Daniela di Sora (Voland): “Frammentazione? Balle! Se vogliamo fare i fighi chiamiamola bibliodiversità. Dobbiamo garantire una molteplicità di punti di vista e lottare contro l’appiattimento”.
Porta a casa la consapevolezza di un solido legame tra editore indipendente e libraio. Quello vero. La libraia Rachele Cinerari (libreria Roma di Pontedera), passa allo stand dei tipi di Exòrma per prendere un caffè con Silvia Bellucci (ufficio stampa Exòrma). “Rachele, che libro mi consigli?”.
“Questi ragazzi non sbagliano un colpo, però… Viaggiatori nel freddo. Ma devo ancora leggere Neve, cane, piede”. La differenza tra un libraio e un commesso: il libraio legge.
Dallo stand di Exòrma
Porto a casa la conferma del fatto che il passaparola dei lettori funzioni ancora. I social, i blog, i cari vecchi gruppi di lettura in biblioteca, in casa editrice, in libreria… riescono ancora a spingere il libro. I piccoli editori conversano volentieri con il lettore, sono felici di incontralo, vogliono conoscere meglio i suoi gusti, ascoltano le critiche, amano così tanto il proprio lavoro da sembrare ancora freschi anche al quinto giorno di fiera.
Porto a casa chiacchierate reali con blogger amici; blogger di cui, in fondo, non so quasi nulla, perché sia in rete sia davanti a un caffè, si finisce per parlare sempre e solo di libri. E poco conta il luogo in cui abiti, la tua età, il lavoro che svolgi per pagare l’affitto. Ti racconti attraverso la tua libreria: la tua immagine più vera.  
Poi, neanche a dirlo, porto a casa una sporta di libri che non avevo intenzione di acquistare; ma la curiosità per la casa editrice, la curiosità per l’autore, la presentazione, l’incontro occasionale, il regalo di compleanno, Natale… C’è sempre un buon motivo per acquistare un libro, bypassando la distribuzione e ringraziando, a modo tuo, l’editore per passione.

Hanno viaggiato con me sui sentieri di #BlogNotes15:
il tè tostato, promotrice del progetto, donna che è tutto un tweet, ne sa una più del diavolo e che ringrazio pubblicamente per avermi catapultato nel favoloso mondo del cinguettio;
Scratchbook, blogger che seguivo da tempo senza aver mai avuto il piacere di incontrare;
LibrAngolo Acuto, blogger affatto seria, irriverente, fissata con Photoshop. Abbastanza ironica da potermi permettere di prenderla in giro;
Nuvole d’Inchiostro, scoperta grazie a #BlogNotes15;
Holden & Company: il must della letteratura americana.

Ora scusatemi: mi ritiro a leggere.


giovedì 3 dicembre 2015

Aspettando Più libri Più liberi 2015 #BlogNotes15


Inizia domani e per noi lettori è una festa. Vorremmo trasferirci tra gli stand del Palazzo dei Congressi per cinque giorni, respirare storie, partecipare a tutti gli eventi, sfogliare libri, guardare le copertine nuove, criticarle, elogiarle, soddisfare qualsiasi curiosità. E sì che avevamo detto Basta!, questa volta faccio seriamente. Non comprerò più un libro fintanto che non avrò letto tutti quelli accumulati a casa!
Sappiamo già che acquisteremo, perché la tentazione è forte e perché è un obbligo morale del lettore nei confronti del piccolo–medio editore. Quello che resiste, quello che nonostante la crisi, nonostante l’egemonia dell’editoria dei best sellers, al suo mestiere ci crede ancora. Pubblica testi che probabilmente venderanno poco, ma li cura nei dettagli; lotta con la distribuzione e qualche volta se la fa da sé; si è alleato con il libraio, non quello delle solite catene ma col libraio vero, quello che ti saluta quando valichi la porta, che ti rivolge un sorriso anche se non ti può fare lo sconto.
E tu quest’editore in qualche modo dovrai pure ringraziarlo. Non puoi lasciare lo stand senza portarti dietro un libro.
È solo l’ennesima fiera dell’editoria, ormai ce ne sono tante in Italia, eppure Più libri Più liberi mi emoziona ogni anno e l’aspetto come se fosse la vigilia di un nuovo viaggio.
Nel weekend girellerò tra gli stand. Cercherò di approfondire la conoscenza degli amati tipi di laNuovafrontiera, andrò alla scoperta degli Scritti traversi dei tipi romani di Exòrma (posso, io, tenutaria di un blog che ha a che fare con le valigie, non aver ancora incontrato una casa editrice che fa dell’altrove il suo punto di riferimento? Profonda vergogna). Importunerò i tipi di e/o, che non sono solo quelli di Elena Ferrante, e i tipi della Voland, che non sono solo quelli di Amélie Nothomb.
Passerò a salutare il mio recente colpo di fulmine (come non amare chi ha portato in Italia Il posto di Annie Ernaux?), gli amici della SUR, i minimum fax, gli amici del Nord, e cercherò nuovi tipi di cui innamorarmi. Incontrerò amici blogger, compagni di gruppi di lettura e gli amici di sempre. Troppe cose? Sto esagerando? Mi sa…
Insieme ad altri instancabili blogger, coordinati dalla mente del tè tostato, cercheremo di raccontare la Fiera in tempo reale via twitter, #BlogNotes15. Per sbirciare nel cestino delle letture portate a casa e per un resoconto meditato, invece, dovrete aspettare il post fiera, ché io ho bisogno di metabolizzare le sensazioni prima di raccontarle.

E voi? Avete programmato una visita all’Eur nei prossimi giorni?