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domenica 17 maggio 2020

Lady Barbara


Domenica scorsa, nel riordinare la libreria, è saltato fuori questo libricino.
Me lo donò Fabietto, amico lettore, anzi “il lettore”, spesso menzionato nei miei post. Fabio è una brutta persona, una di quelle che comprano i libri d’impulso pensando ai propri amici; ma la tentazione di leggerli, prima di regalarli, è tale da far intercorrere il giusto intervallo di tempo tra l’acquisto e la consegna al destinatario, in modo da poterseli gustare. Se il libro lo colpisce e comprende d’aver fatto la scelta giusta, se ne troverà traccia nella dedica iniziale. Altrimenti succederà come con Barbara (tradotto da Simona Costaggini, Sellerio editore). 
Non ricordo esattamente quando accadde, ma Fabio si presentò al nostro appuntamento tirando fuori dalla tasca questo volumetto. “Dovevo passare in libreria, m’è capitato tra le mani – sorriso – poi, siccome è un raccontino e io ero in anticipo…” Altro sorrisetto. Ma non c’era nessuna dedica. E quindi Fabie’?
Espressione indecifrabile seguita da un mah!  
Brutto segno. Avrei potuto leggerlo quella sera stessa, tuttavia il libro finì accantonato su uno scaffale.
Di Thomas Hardy non avevo mai letto nulla; mi era rimasta una spiacevole sensazione di cupezza, pessimismo e una sorta di disperazione dei suoi personaggi, retaggio dei manuali liceali di letteratura inglese. Certo che se i titoli dei romanzi più noti sono un Via dalla pazza folla e Jude l’oscuro, c’è poco da sperare.  
Tra il 1880 e il 1890 Thomas Hardy affiancò alla scrittura dei romanzi un lavoro di revisione e adattamento dei racconti già scritti, per inserirli in raccolte che avessero un filo conduttore preciso. Barbara of the House of Grebe fu il secondo racconto della raccolta A group of Noble Dames: dieci membri di un club, impossibilitati ad uscire a causa di una pioggia incessante, per ingannare il tempo raccontano a turno una leggenda su nobildonne di quell’area che Thomas Hardy chiama Wessex (la parte sudoccidentale dell'Inghilterra, corrispondente al Dorset).   
Immagine da Google
Il racconto è ambientato alla fine del Settecento; la diciassettenne Barbara, della casa dei Grebe, perde la testa per un Edmond Willowes qualunque. Giovane integerrimo, di famiglia onesta, ma una famiglia qualsiasi. Sangue blu neanche a parlarne. E bello, così bello che lady Barbara non ci pensa due volte ad organizzare una fuga nella notte col suo amato, seguita da matrimonio. L’alternativa sarebbe stata quella di sposare il maturo e risoluto Lord Uplandtowers, ricco proprietario, stimato dai genitori di Barbara e, per giunta, conte. Ma se hai ai tuoi piedi un Apollo in carne ed ossa, perché dover sottostare alle regole del sangue blu e sposare un conte qualsiasi? Giammai.
La vita, però, fa strani scherzi; la bellezza può esser distrutta da un incendio e di quel corpo magnifico e di quel volto perfetto non resterà nient’altro che una statua, a grandezza naturale, nel più pregiato marmo di Carrara, raffigurante Edmond in tutto lo splendore di una volta.
Il cuore umano, però, è portato a cambiare inclinazione come le foglie dei rampicanti sui muri; col passare del tempo non arrivarono più notizie di Edmond, e Barbara ascoltava con aria indifferente quando la madre e gli amici le sussurravano all’orecchio, «Beh, era il meglio che potesse capitare». Iniziò a crederlo anche lei, perché ancora non riusciva a ripensare a quella forma invalida e mutilata senza rabbrividire.
Anche la mente fa strani scherzi e lady Barbara, che non aveva riconosciuto la bellezza d’animo di quel primo marito, dopo aver deciso di sposare il cinico Lord Uplandtowers, davanti alla statua di Edmond perde il senno.
Il racconto non piacque alla critica. Lo Spectator lo definì “tanto affettato quanto ripugnante” e neppure T.S. Eliot gli dedicò pensieri migliori.
Perturbante e crudele, sono i primi aggettivi che mi vengono in mente. Eppure Hardy è riuscito a condensare tutte le sfumature di questi due aggettivi in pochissime pagine. Quindi, non escludo di dare una chance ai suoi romanzi più noti.

venerdì 11 novembre 2016

Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll


«Adesso che sei diventata zia devi iniziare a leggere un po’ di narrativa per ragazzi». Non ha tutti i torti l’amica bibliotecaria nel ricordarmi che in quanto a libri per ragazzi sono una capra. Che leggono gli adolescenti oggi?I due nipotini acquisiti (dodicenni), che non hanno una particolare predisposizione per la lettura, vanno avanti a Diari di una Schiappa.
E gli altri? L’ultima arrivata ha un mese, è di una bellezza disarmante e io ho tutto il tempo per esplorare il meraviglioso mondo dei libri illustrati.
Intanto, riparto da un classico, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, che, detto tra noi, da piccola non mi aveva entusiasmato granché. Forse perché non mi era sembrato così avventuroso, una bambinata rispetto ai brividi dell’isola del tesoro. Ignoravo che ci fosse un’Alice vera e pensavo che Lewis Carroll fosse un signore amabile, che nella vita faceva l’illustratore e giocava a carte nel tempo libero, sorseggiando tè. Da adulta scopro che Lewis Carroll altri non era che Charles Lutwidge Dodgson, un professore di matematica abbastanza noioso (insegnava ad Oxford), appassionato di fotografia, soprattutto quando i soggetti erano bimbe (solo femmine), quasi completamente svestite, meglio ancora se povere, in modo da poterle corrompere con dolci e giochi.


Alice Liddell
Il balbuziente Dodgson – Carroll perse la testa per Alice Liddell e un po’ anche per le sorelline, figlie di uno dei decani di Oxford. Dodgson aveva una trentina di anni, Alice dieci, e tra una foto e l’altra, la fantasiosa mente del prof.di matematica partorì le avventure di Alice. Dodgson, che evidentemente aveva un curioso rapporto con la realtà, nell’estate del 1863 chiese la mano di Alice e la mamma della piccola gliene disse quattro, mettendo fine per sempre alle uscite in barca tra il matematico scrittore e le bimbe Liddell. Ma Lewis Carroll regalò ugualmente il manoscritto originale di quello che sarebbe diventato Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie alla vera Alice. Provò a chiederne la restituzione una ventina di anni dopo, con l’intento di pubblicarlo, ma la bella Alice fu irremovibile. E fu una saggia decisione che le tornò utile quando anziana, povera e sola, mise all’asta il manoscritto che le permise di vivere una serena vecchiaia.       

Sciocchezze, direte voi, alla fin fine abbiamo tutti i nostri difettucci. Non possiamo mica far tagliar la testa al primo matto che si inventa un Bianconiglio e un Ghignagatto in un posto in cui sono tutti matti? Ma poi, a ben rifletterci, esiste un posto che non sia pieno di matti? Comunque, per evitare spiacevoli sorprese, è meglio non curiosare nella biografia degli autori. Soprattutto se geniali.

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland), trad. Bianca Tarozzi.

lunedì 8 giugno 2015

Jane Austen e i libri in testa

Tutta colpa di quella stramba combriccola coi libri in testa. Era da un po’ che volevo partecipare ad una serata organizzata da loro ma andare ad ascoltare 4/5 tizi che parlano di un classico che tu non hai letto non è divertente. Così pensavo. Poi è arrivato l’appuntamento con Jane Austen. Jane è stata la mia eroina per anni, superata solo da Jo March e nella combriccola di cui sopra c’è un super esperto della Austen.


Potevo saltare l’appuntamento su Emma?! No, of course. Già, ma di cosa parla Emma? La mia vecchia edizione della Garzanti (traduzione di Mario Praz) è sufficientemente spiegazzata da suggerire che il libro sia stato letto. Ricordo perfino il momento in cui l’acquistai. Primo anno del liceo, cartolibreria del paesotto natio; ero indecisa tra Il Circolo Picwick (che poi, orrore!, non ho più letto) e questo romanzo della Austen. Mi persuase l’espressione della cartolibraia. Ricordo solo che mi piacque. 
Sicché, qualche giorno prima dell’incontro, ho iniziato a sfogliare il romanzo fiduciosa, convinta che la storia mi sarebbe tornata alla mente in un attimo. Invece niente, buio totale. Avevo dimenticato trama e stile. Perché, allora, ho sempre sostenuto di amare la Austen se la sua tanto decantata leggerezza e ironia con il passare del tempo si erano dissolte nel nulla? Anche di Jane Eyre, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park oggi saprei dire qualcosa? Che mi sia fatta confondere dai numerosi club austiniani che impazzano nel web?
La rilettura inizialmente è stata lenta e a tratti noiosa. Nell’ultimo mese avevo letto solo scrittori contemporanei; divorzi, tradimenti, figli sbattuti a destra e manca…un mondo che corre veloce. Tornare alle carrozze, alle signorine con veli e merletti, alle canoniche e alle risorse che una fanciulla deve possedere mi ha stranito. Come potevo aver amato una che ciarlava tutto il tempo di visite da una tenuta all’altra, balli, passeggiate… S’è mai visto nella vita reale un gentiluomo che osserva compiaciuto l’incarnato di una donna? La sua pelle vellutata, gli occhi nocciola, la curva della sua gola! Occhi nocciola! Suvvia, per mio marito la distinzione tra viola e rosa è ancora un mistero imperscrutabile! L’avete mai sentito voi un uomo che indica una roba di un certo colore e nel descriverlo becca il colore giusto?
Pagina dopo pagina mi sono immersa nella letteratura inglese del primo Ottocento e ho ricominciato a sorridere. Ho riso molto dei dialoghi strampalati di Miss Bates, delle fobie di Mr. Woodhouse, più ipocondriaco di un Verdone nostrano, avrei preso a schiaffi un paio di volte la bella ed arrogante Emma, lei e la sua mania di combinare i matrimoni più improbabili. Avrei strangolato l’insopportabile Mrs. Elton, una vita dedita al pettegolezzo, e mi sono innamorata a metà libro del fascinoso Mr. Knitghtley, uomo concreto e attento osservatore, lontano dai salotti e dalle futili chiacchiere. Dialoghi salottieri esilaranti, non troppo diversi da lunghi sproloqui che si leggono su facebook. E poi, siamo tanto sicuri che le vacue chiacchiere delle serate danzanti e delle tavole imbandite fossero così diverse dai moderni rituali dell’apericena e dagli sguardi invidiosetti che si lanciano in discoteca?  
Mi sono presentata all’appuntamento con Jane scoprendomi molto più ignorante di quanto immaginassi. Ho avuto la conferma del fatto che i libri vanno riletti perché la memoria vacilla, perché noi cambiamo e cambia il nostro modo di approcciare il testo. Quello che una ventina d’anni fa era un romanzo per fanciulle romantiche oggi è un’arguta critica alla società del tempo.
Di Emma e di Jane Austen vi saprà dire tutto Giuseppe Ierolli. Per ora non v’è traccia del calendario della prossima stagione dei Libri in testa, ma date uno sguardo al sito e partecipate a qualche incontro. Potreste scoprire che parlare di libri, anche di quelli di cui avete dimenticato tutto, può essere divertente.

P.S. Grazie ai miei attenti lettori che mi hanno ricordato che l'autrice di Jane Eyre è Charlotte Bronte (da non confondere con la più brava Emily) e non la Austen. L'avevo detto io che necessitavo di un bel ripasso!


giovedì 26 febbraio 2015

Elizabeth von Arnim

Le camere da letto e due salotti di San Salvatore erano al piano superiore, e si affacciavano su un salone spazioso, delimitato a nord da un’ampia vetrata. San Salvatore era ricco di giardinetti disposti un po’ dovunque e su diversi livelli. Il giardino su cui guardava questa vetrata era ricavato nella parte più alta delle mura, ed era raggiungibile soltanto attraverso il corrispondente atrio del piano inferiore. Quando Mrs Wilkins uscì dalla sua stanza, questa finestra era spalancata, e al di là di essa, al sole, vi era un albero di Giuda in fiore. Non c’era segno di vita, non un rumore, né voci o passi. Sul pavimento di pietra vi erano mastelli pieni di calle, e su un tavolo splendeva un grosso mazzo di nasturzi. Questo grande spazio fiorito e silenzioso, delimitato da quell’ampia finestra che si apriva sul giardino, con l’albero di Giuda di una bellezza irreale nella luce del sole, sembrò a Mrs Wilkins, che si fermò mentre stava andando da Mrs Arbuthnot, troppo bello per essere vero. Davvero avrebbe trascorso un mese intero in un posto simile?
Traduzione di Luisa Balacco, Bollati Boringhieri, Collana Varianti

Ricetta veloce veloce per riflettere sul ruolo della donna all’interno di una coppia. Prendete quattro donne inglesi di inizio Novecento, accomunate dall’essere spente e insoddisfatte, mettetele a soffriggere in un delizioso castello medievale vista mare in località San Salvatore, Liguria, isolandole da coniugi, spasimanti, mariti defunti. Mescolate delicatamente per evitare che le quattro personalità, troppo diverse l’una dall'altra, si attacchino ai lati del contenitore, pur di appropriarsi di uno spazio tutto per sé. Coprite il composto e andate a fare shopping. Al ritorno scoprirete che gli sguardi cupi sono scomparsi, le quattro si sono facilmente amalgamate e la vita di coppia da cui erano fuggite si è trasformato in idillio. L’amore che vince su ogni cosa e la donna che in un modo o nell’altro trova la felicità tra le braccia di un uomo.

Se non siete ancora sazie ed avete voglia di un’altra cosetta leggera, potete sempre prendere una deliziosa fanciulla inglese d’inizio Novecento, minuta, elegante, con le fossette e gli occhi ridenti, con un’insolita voglia d’indipendenza (marito? Matrimonio?Giammai!), farle morire uno zio in modo da ereditare una bella tenuta in Pomerania. Lontanuccia da Londra, sì. Tedeschi, vero. Ma ciò che conta è aver acquistato l’indipendenza per… Per poter dissipare la fortuna ereditata ospitando gratuitamente una cerchia di donne, accuratamente selezionate, che hanno patito atroci sofferenze (tipo aver un figlio che spende e spande senza ritegno) e garantir loro una vita agiata senza dover lavorare. Peccato che le bisognose si mostreranno ingrate e che la benefattrice scoprirà che un compagno da amare appaga più dell’indipendenza e di progetti bizzarri.
A fine pasto vi sentirete leggere, perché le portate non erano impegnative, e avrete ritrovato il buonumore.
 Giunte a ventiquattro anni, quasi tutte le ragazze che avevano debuttato in società assieme ad Anna si erano ormai sposate, e a lei pareva di essere il fantasma di una generazione precedente rimasto a infestare le sale da ballo. Infastidita da quella sensazione, si era irrigidita diventando sempre più inavvicinabile; fu allora che cominciò a inventare scuse per eludere buona parte degli inviti ai ricevimenti e a ostentare austerità di abito e acconciatura. Susie era più esasperata che mai. «Non riesco proprio a capire perché sei tanto determinata a mostrarti nella luce peggiore» aveva detto con rabbia quando Anna si era rifiutata caparbiamente di cambiare pettinatura.
       «Mi sono stancata di essere frivola» aveva risposto Anna. «Hai un’idea di quanto tempo ci vuole per fare tutte quelle onde? E sai bene quanto parla Hilton. Ora per sistemarli bastano due minuti, e in più mi risparmio le sue chiacchiere». «Però così sei insignificante» aveva ribattuto Susie. «Non sembri neanche più tu. Ora l’unica cosa che la tua migliore amica potrebbe dire di te è che hai un’aria pulita».
       «Beh, non mi dispiace affatto» aveva risposto Anna, e aveva continuato imperterrita ad andare in giro con i capelli tirati ordinatamente dietro le orecchie; l’immediata conseguenza era stata la proposta di matrimonio di un ecclesiastico.
       Peter Estcourt era persino più stupito di sua moglie che Anna non avesse ancora trovato un buon partito. D’accordo, sua sorella non aveva denaro, ma era molto attraente e di buona famiglia, dunque non doveva essere poi un’impresa così difficile. Desiderava con tutto il cuore vederla al più presto felicemente sposata; le voleva bene e sapeva che lei e Susie, neppure mettendocela tutta sarebbero mai diventate grandi amiche. E poi ogni donna doveva avere una casa tutta sua, un marito e dei figli.

Traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri, Collana Varianti


Mary Annette Beauchamp, alias Elizabeth von Arnim, figlia di un mercante inglese, nacque in Australia ma si trasferì prestissimo in Inghilterra. A venticinque anni Elizabeth sposò il conte tedesco Henning August von Arnim, conosciuto durante un viaggio in Italia. Scelta non troppo felice visto che il matrimonio fu caratterizzato da liti, tradimenti e difficoltà finanziarie appianate dai proventi dell’attività letteraria di Elizabeth. L’autrice, al pari delle protagoniste dei suoi romanzi, era minuta, spiritosa, elegante, “la donna più intelligente dell’epoca” la definì H.G. Wells che, non a caso, la scelse come amante (non l’unica, of course).
Sia in Un incantevole aprile che ne Il circolo delle ingrate si trovano molti riferimenti biografici. Ho letto che la Von Arnim fu femminista a sua insaputa: certamente fu una scrittrice ironica, si divertì nel descrivere una società superficiale, ancora legata ai titoli nobiliari e alle apparenze. Una società in cui la donna doveva essere bella, ben educata e sottomessa, al fine di accaparrarsi un buon partito, sposarlo ed essergli devota vita natural durante. Le donne della Von Arnim sono spesso spiriti ribelli e anticonformiste che alla fine trovano pace tra le braccia di un uomo. Però non la si deve leggere come una sconfitta o una rinuncia alla propria indipendenza, si percepisce una diversa consapevolezza della donna che compie una libera scelta, dettata dai propri sentimenti, senza arrendersi alle regole imperanti.   
Ho letto solo tre dei ventuno romanzi scritti dall’autrice: la sensazione è che siano tutti un po’ simili. Eppure sono un ottimo rimedio per quelle giornate che iniziano storte e sembrano non poter migliorare.


   

martedì 18 novembre 2014

Lieto fine, Edward St. Aubyn

In effetti lo si può definire un lieto fine. Peccato che il titolo originale fosse “At last” che non è esattamente un happy ending. Gli imperscrutabili misteri delle scelte editoriali. Ovviamente, se non hai letto I Melrose, risparmiati di entrare nella psiche di Patrick Melrose: non comprenderai mai perché ce l’abbia a morte con sua madre e perché questo funerale sia quasi una liberazione. Cioè, penserai che hai a che fare con:
- un over quaranta dall’infanzia traumatica che sta cerando di fare pace con sé stesso e decidere che direzione prendere (vero);
- la di lui ex moglie, ancora affezionata amica e sicuramente più madre che amante (vero);
- un gruppo di schizzoidi che partecipano al funerale di Eleanor Melrose ma potrebbe essere anche una festa di compleanno (vero). Sono tutti troppo presi dalle loro vite, dalle proprie ambizioni, dalle opportunità mancate, dal flusso dei propri pensieri per pensare al de cuius;
- il cadavere di una donna vecchissima che ha vissuto molteplici vite (aristocratica ricchissima e infelice, moglie depressa e infelice, madre anaffettiva e infelice, divorziata in missione umanitaria alla ricerca della felicità, fricchettona che si è liberata dei suoi averi per sovvenzionare una comunità new-age, morendo in solitudine e in pace. Felice?).


Ok, riformulo. Potresti anche leggere “At last” senza aver letto i precedenti quattro romanzi e potresti comunque pensare di aver capito tutto. Ma avrai perso una storia poderosa e non capirai quanto possa essere lieto quel finale.  


Edward St. Aubyn, Lieto fine
traduzione dall’inglese di Luca Briasco
Neri Pozza (Bloom) 


venerdì 14 novembre 2014

I Melrose, Edward St. Aubyn

Guardi la copertina e pensi a quei balli favolosi in quelle ville fantasmagoriche in cui si arriva con limousine e autista personale (pronto a raccattarti ubriaca persa), abito lungo, sguardo ammiccante. “Il cocktail dai Pratt? Una noia mortale! Mi hanno invitato anche a St. Moritz... [occhi al cielo]...onestamente non credo di poterli sopportare per un intero weekend!!” Risatina interrotta dall’arrivo di un ragazzo bruno in smoking con un flûte di champagne nella mano destra mentre poggia la sinistra sulla spalla nuda di un’altra deliziosa biondina dagli occhi maliziosi. “Patrick caro, che piacere rivederti!”.

Soppesi il libro, zittisci le voci che si stanno impossessando di te, e valuti se sia opportuno trascorrere almeno un paio di settimane con Patrick Melrose solo perché la tua parte irrazionale si è invaghita di una copertina e sta già favoleggiando; la parte razionale ricorda all’irrazionale che nella libreria ci sono almeno una ventina di classici, altrettanto voluminosi, in attesa di essere aperti. Le due scendono a compromesso: non acquisti il libro ma lo prendi in prestito in biblioteca, tanto per spiluccarlo un po’.
Ahimè, la copertina t’ha tratto in inganno: a fare da aperitivo ci sono feste, cene, cocktail, weekend sfarzosi, risatine ipocrite, baci e bacetti. Ma le portate principali sono i soprusi, gli aghi che si ingegnano per trovare una vena, un buon mix di ero e cocaina. Ogni tanto ci si chiude in cliniche costose e se ne esce disintossicati. Si smette di parlare con il televisore, ma la notte c’è tutto quel silenzio… Gli occhi sbarrati. I sonniferi inutili. Però c’è sempre l’alcool. E magari il cocktail di alcool e antidepressivi.
Il tomone della Neri Pozza racchiude quattro romanzi della saga dei Melrose. Il primo pugno lo prendi dritto in faccia, senza preavviso, a pagina 81, nel vedere il corpo di Patrick, cinque anni, schiacciato contro il letto, mentre la sua mente è appollaiata sul bastone della tenda nella camera del padre.
I calci all’altezza dello sterno ti arrivano nel secondo volume. Sei già più preparato ma la spasmodica ricerca di una vena per spararsi una bella dose ti fa comunque piegare in due. Tutto raccontato nei minimi dettagli. In modo così minuzioso che chi scrive non può che esserne miracolosamente sopravvissuto.

Edward St Aubyn fotografato da Brigitte Lacombe


A quel punto è chiaro che il librozzo lo leggerai fino alla fine perché sei una persona sensibile, con l’animo da crocerossina e un po’ Patrick Melrose vorresti aiutarlo. Entrare a casa sua, preparargli un caffè, dirgli che sì, poveretto, è stato il frutto di un abuso, persona non gradita sin da subito. Certo, nonostante tanto lusso, non ha avuto un’infanzia dorata: con quel padre che gli è toccato il minimo che potesse capitargli era diventare un tossico! Ma ora basta, siamo diventati adulti, il passato è passato e non si può vivere sostituendo una dipendenza all’altra. Eppure Patrick riesce ad annientare la tua buona volontà. È un tal disfattista da non porre limiti alla capacità di farsi del male. E tu resti lì, a lettura conclusa, chiedendoti che fine farà il povero Patrick. Così prendi in prestito anche “Lieto fine”, romanzo conclusivo della saga. Stavolta senza lasciarti ingannare dal titolo. 



I Melrose, Edward St Aubyn
Traduzione dall’inglese di Luca Briasco, Neri Pozza (Bloom)

martedì 5 agosto 2014

La famiglia Aubrey


La famiglia AubreyRebecca West, traduzione di Francesca Frigerio, Mattioli 1885.



Il periodo “smaltimento libri accumulati” procede quasi senza intoppi (le piccole defezioni hanno una valida giustificazione, giuro). Acquistai La famiglia Aubrey  al Salone del Libro di Torino un paio di anni fa. Non so perché lo feci; non credo fosse per la recensione di Baricco, ripubblicata in questa raccolta e letta solo di recente. Ricordo che andai con convinzione allo stand della Mattioli 1885 e iniziai a maneggiare i libri relativi alle fortificazione della seconda guerra mondiale (il coniuge in quel periodo era andato in fissa per i luoghi della guerra). Poi, non so come fu, mi colpì la copertina di questo libro di Rebecca West, mi dimenticai della Linea Maginot, capii che La famiglia Aubrey  era il primo volume di una trilogia, interruppi il pranzo del timido omone, che approfittava di un momento di tregua per strafogare un panino, pagai e andai via senza sapere esattamente cosa avessi acquistato. Tutta colpa della copertina dai bordi arrotondati.
Ho iniziato a leggerlo all’inizio di luglio. Dopo le prime 50 pagine ho pensato di aver buttato 20 euro. Dopo un paio di giorni ho pensato che questa faccenda dello “smaltimento libri acquistati” mi sta stretta: qui bisogna procurarsi gli altri due volumi della saga familiare.
Gran Bretagna d’inizio Novecento, la signora Clara Keith con le tre bambine e il piccolo Richard Quin lascia Edimburgo per raggiungere il marito a Londra. È solo uno dei tanti traslochi di una famiglia sui generis,  in balia dei colpi di testa del signor Piers Aubrey, padre assente, troppo impegnato in fallimentari speculazioni economiche per garantire una qualche stabilità a moglie e figli.
La quotidianità narrata dalla sorella Aubrey più vivace, Rose – Rebecca West,  procede come un andante moderato che di tanto in tanto sfocia in un presto per poi scivolare in un adagio. È un romanzo musicale, non solo perché la musica permea la vita della famiglia ma perché è scritto in modo fluttuante, delicato. Le giornate scorrono lente, tra un tè e una zuppa. Le esercitazioni al pianoforte, le corde del violino straziate da Cordelia e le discussioni su come vada interpretato un Notturno in Fa di Chopin riempiono gran parte del romanzo. Prima di sposarsi, Clara è stata una celebre pianista e le due figlie, Mary e Rose, hanno ereditato il suo talento e la sua determinazione. Richard Quen ne ha ereditato l’orecchio senza la costanza mentre la povera Cordelia, primogenita, ha solo la testardaggine di voler riuscire senza, ahinoi, alcun talento. 


La quotidianità viene spezzata da eventi drammatici, tipo l’improvvisa dipartita del capofamiglia (no, non muore; si limita  a sparire dalla sera alla mattina), qualche fenomeno paranormale e, più banalmente, un omicidio. Tutti episodi che vengono liquidati con poche righe, cancellati dall’urgenza della colazione, del tè del pomeriggio, dell’ora di cena.  
Rebecca West, pseudonimo di  Cicely Isabel Fairfield, nata a Londra da genitori di origini scozzesi e irlandesi, dopo aver tentato la carriera di attrice, fu giornalista, viaggiatrice, attivista politica, scrittrice, ragazza madre (che parola d’altri tempi). Donna spigolosa, senza peli sulla lingua, esercitò fino a 90 anni il diritto di esprimere liberamente la propria opinione, a costo di essere considerata blasfema. Mi piacerebbe poter leggere le recensioni letterarie che scrisse per il Times e per il Sunday Telegraph.  Immagino righe graffianti e giudizi severi. Una che alla domanda: “Do you admire E. M. Forster?” risponde tranquillamente “No. I think the Indian one [A Passage to India] is very funny because it’s all about people making a fuss about nothing, which isn’t really enough.” E alla domanda: “What about the work of Somerset Maugham, whom you also knew?” risponde altrettatanto seccamente:  “He couldn’t write for toffee, bless his heart. He wrote conventional short stories, much inferior to the work of other people. But they were much better than his plays, which were too frightful. He was an extremely interesting man, though, not a bit clever or cold or cynical”… [Eresia, eresia. Io adoro Maugham. Dite che è davvero così conventional??]
Se ciò non bastasse, nell’illuminante intervista pubblicata su the Paris Review, la West afferma: “I really don’t see War and Peace as a great novel because it seems constantly to be trying to prove that nobody who was in the war knew what was going on. Well, I don’t know whoever thought they would—that if you put somebody down in the wildest sort of mess they understand what’s happening”.
Ma uno può dichiarare candidamente che Tolstòj  è sopravvalutato senza finire all’Inferno?

Nella Famiglia Aubrey c’è un’attenzione maniacale a ciò che le mani dicono, a dove vengono riposte, alla gestualità. Quindi, non mi sono stupita nel leggere: “You said once that all your intelligence is in your hands”. Risposta: “Yes, a lot, I think. Isn’t yours? My memory is certainly in my hands. I can remember things only if I have a pencil and I can write with it and I can play with it”.
La West era una scrittrice accurata, che lavorava molto sulla scelta delle parole, sulla scrittura e riscrittura, come evidenziato nell’appendice e nella bella postfazione di Francesca Frigerio (benedetti sempre siano i bravi traduttori!). Peccato che la Mattioli 1885 si sia persa in una serie di refusi lasciati qua e là. Piccoli errori di battitura che rendono meno perfetto questo volume.