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giovedì 13 luglio 2017

Venivamo tutte per mare, Julie Otsuka

Bastano poche righe per sentirti sulla nave. Dormi laggiù in fondo, in terza classe, in mezzo al sudiciume. Indossi un kimono vecchiotto, devi ancora compiere quattordici anni, sei minuta, hai i capelli lunghi e neri, lo sguardo basso e la foto di tuo marito tra le mani. Vieni da Kyoto, non sei mai salita prima su una nave, ti sei portata dietro un piccolo Budda di ottone e speri che tuo marito sia davvero alto un metro e settantanove, abbia una bella casa e che la prima volta non faccia troppo male. Che è quello che temono tutte. Si parla solo di questo sulla nave.
Stai andando anche tu in America, come tutte le altre, e anche se non hai mai incontrato tuo marito, anche se non eri così felice quando i tuoi hanno deciso per te, anche se l’uomo che ti sta aspettando non è quello che tu pensavi di aver sposato, questa è l’America, non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Fai cose che a casa tua non avresti mai fatto, lavori fino allo sfinimento, sogni che prima o poi ricomincerai daccapo altrove, forse tornerai in Giappone, forse aprirai un’attività tua, forse metterai il rossetto e andrai a cena fuori. Intanto resti ancora un po’ in America, a lavorare per i bianchi, perché come potrebbero cavarsela senza il tuo aiuto?
Poi arriva la seconda guerra mondiale, la brutta faccenda di Pearl Harbor e loro cominciano a guardarti male, bisbigliano al tuo passaggio, evitano di salutarti e dopo vent’anni non sai più cosa chiamare casa. Sei ossessionata dai nomi che hanno scritto su quella lista, speri che qualcuno interverrà, Dio mio!, è l’America, non si deportano le persone senza una spiegazione. Ma poi prepari la valigia e vai.


Il racconto corale di Julie Otsuka può incantare o sembrare troppo ripetitivo; la storia dei giapponesi che sbarcarono sulle coste americane all’inizio del Novecento può sembrare una storia d’immigrazione come tante; qualcuno dirà che le spose in fotografia non furono una prerogativa del Giappone. Chi conosce la storia americana meglio della sottoscritta, non ignorerà l’Alien Registration Act del 1940, che imponeva a tutti i residenti di nazionalità straniera di sottoporsi ad una schedatura annuale presso gli uffici competenti. Registrazione che per i giapponesi, dopo l’attacco di Pearl Harbour, si trasformò spesso in un trasferimento presso un centro di detenzione, perché considerati enemy aliens (stranieri nemici).
Io, tutte queste cose qui, prima di leggere Venivamo tutte per mare, non le sapevo mica. E la mia ignoranza ha reso il libricino di Julie Otsuka ancora più coinvolgente.
Il libro è stato tradotto in italiano da Silvia Pareschi, autrice dell’articolo che mi ha fatto scoprire un altro pezzetto di storia americana.

Venivamo tutte per mare sarà oggetto di confronto (e di scontro) del gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, giovedì 20 luglio alle ore 18.00.

giovedì 21 luglio 2016

Le correzioni, Jonathan Franzen



Quando una decina di anni fa lessi Le correzioni di Jonathan Franzen rimasi folgorata. Ero tornata a casa dei miei per Natale e avevo le idee più confuse del solito. Stavo per lasciare un lavoro che non mi piaceva per un’altra attività dai contorni indefiniti. Avevo una relazione sentimentale molto coinvolgente ma molto poco opportuna, vivevo in una città di cui non sono mai riuscita ad innamorarmi.
Ricordo che ero nel tinello dei miei (pare si chiami così), seduta sulla lastra di granito, con la schiena rivolta al caminetto acceso. Annuivo, sottolineavo, interrompevo la lettura di tanto in tanto solo per mettere un pezzo di legna al fuoco.
Da allora, non ho più letto un romanzo di Franzen ma, quando ho proposto la lettura di Le Correzioni al gruppo della biblioteca, mi sono stupita del fatto che i partecipanti non lo conoscessero già.
“E ora se mi chiedono perché dovremmo leggerlo che rispondo?”
A distanza di tempo, dei libri letti mi restano sensazioni fumose, qualche immagine un po’ più chiara, ma avrei difficoltà nel ricostruire la trama o ricordarmi come va a finire. In questo caso, mi era rimasta la sensazione di perenne precarietà emotiva e una sola immagine: Denise, in un elegante tubino nero, che mangia una banana per non sembrare troppo affamata prima di una cena di lavoro.
Le correzioni ha venduto tantissimo. Si disse che era un capolavoro assoluto e lo pensai anch’io. Quel romanzo mi parlava, era il libro giusto al momento giusto. La rilettura, invece, è stata lenta e sofferta. Sofferta perché, sebbene i Lambert siano una famiglia del Midwest, certi meccanismi psicologici non hanno uno spazio geografico definito né un periodo storico specifico. Le aspettative dei genitori, le loro profonde delusioni, i sacri principi, le persone perbene che hanno amici perbene e allevano figli perbene possono perseguitarti in qualsiasi Stato del Globo.
Enid, la madre:
Quando intuiva che la famiglia non era l’argomento di conversazione preferito del suo interlocutore, Enid aveva l’abitudine di mettere implacabilmente il dito nella piaga. Avrebbe preferito morire piuttosto di ammettere che i suoi figli l’avevano delusa, ma sentir parlare dei figli deludenti degli altri – divorzi squallidi, abusi di stupefacenti, investimenti sbagliati – la faceva sentire meglio.

Alfred, il padre:
La sola cosa che non dimenticò mai fu come rifiutare. Tutte le correzioni di Enid erano state inutili. Era testardo come il giorno in cui l’aveva incontrato.

È stata una rilettura lenta perché in alcuni tratti Franzen mi è sembrato esageratamente prolisso (sensazione che non avevo avvertito dieci anni fa) e un po’ noioso. Troppe pagine per descrivere la depressione strisciante di Gary, il primogenito (quello che vuole più bene alla mamma), un lavoro in banca, tre figli e una moglie bellissima quanto superficiale.
Troppe pagine per descrivere lo sgomento del piccolo Chip (il secondogenito, l’intellettuale) che, ancora bambino, lotta con piatto di purè di rutabaga, fegato e cipolla fritta. Vittima innocente della Cena della Vendetta ideata da Enid, sua madre, nei confronti di Alfred.
Chip oggi: aveva trentanove anni, e incolpava i suoi genitori per l’uomo che era diventato.

Ancora una volta, le dense pagine dedicate a Denise (quella che vuole più bene al papà) hanno lasciato il segno.

Se Chip avesse voluto confessarsi con qualcuno della famiglia, la sorella minore sarebbe stata la scelta più ovvia. Essendosi ritirata dal college e avendo fatto un cattivo matrimonio, Denise se non altro aveva una certa familiarità con il buio e la delusione. Tuttavia nessuno, eccetto Enid, l’aveva mai considerata una fallita. Il college che aveva lasciato era migliore di quello in cui Chip si era laureato, il matrimonio precoce e il recente divorzio le avevano dato una maturità emotiva che Chip sapeva benissimo di non avere, e inoltre aveva il sospetto che Denise riuscisse ancora a leggere più libri di lui nonostante lavorasse ottanta ore la settimana.

Ma, sulla maturità emotiva di Denise, Chip si sbaglia di grosso.

Ora, per tornare alla domanda iniziale (“Perché dovremmo leggerlo?”), facciamo un gioco: alzi la mano chi non ha mai detto “Non commetterò gli stessi errori dei miei genitori”. Su, dai!, alzate le mani… 

Midwest
Da non mettere in valigia per quei quattro giorni che trascorrerete a casa di genitori e parenti nel periodo natalizio.

Jonathan Franzen, Le correzioni (titolo originale, The Corrections), traduzione di Silvia Pareschi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2002.

Per chi non lo conoscesse, qui il blog di Silvia Pareschi, traduttrice italiana di Franzen.
Qui un’intervista di Franzen al New Yorker.

sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese