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mercoledì 5 luglio 2023

Letture sparse

 


Ma tu non inciampi mai in un libro brutto?, mi ha chiesto una collega mentre raccontavo un paio di cose sulle letture in corso. Brutto. Ho frugato nella mia sempre più labile memoria. Non mi è venuto in mente nulla. Semmai deludente, banale, sicuramente qualche libro che ha disatteso le mie aspettative, ma brutto… Forse l’ho cancellato. So che negli ultimi mesi ho letto titoli molto diversi tra loro ma tutti interessanti.

 


Elif Shafak, L’isola degli alberi scomparsi, traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani – Rizzoli


Tanti ricordi fa, al capo estremo del mar Mediterraneo, c’era un’isola talmente azzurra e bella che i molti viaggiatori, pellegrini, crociati e mercanti che se ne innamoravano non volevano più ripartire, oppure cercavano di rimorchiarla con funi di canapa fino al loro Paese.

Leggende, forse.

Ma le leggende stanno lì a raccontarci quel che la storia ha dimenticato.

 

L’isola dalle spiagge dorate, acque turchine e cieli tersi è Cipro. A raccontarcela con poesia e delicatezza è una ficus carica, una pianta di comunissimi fichi mangerecci, che per anni ha vissuto sull’isola, per qualche tempo addirittura in mezzo alla sala di una colorata taverna, la taverna del Fico allegro, con le fronde che uscivano da un buco nel tetto. Ma la Storia ha avuto il sopravvento e la pianta di fico ormai moribonda si è trasferita a Londra, dove ha ripreso vitalità nel giardino della famiglia cipriota Kazantzakis.

Cipro, dominata dall’Impero ottomano fino alla fine dell’Ottocento, diventata poi parte dell’Impero britannico, ottenne l’indipendenza nel 1960. La comunità greco-cipriota (maggioritaria) e quella turca-cipriota hanno convissuto alternando periodi di pacifismo a periodi di forte conflittualità, esplosi nel 1974. Da allora l’isola di Cipro è divisa in due parti e Nicosia è l’unica capitale europea lungo cui corre un confine militarizzato. La comunità internazionale riconosce come legittimo il solo governo greco-cipriota del sud mentre la Repubblica Turca di Cipro nord è riconosciuta soltanto dalla Turchia.

Una storia complicata che io avevo completamento rimosso e che ho rispolverato grazie a questo piacevole romanzo della scrittrice turca Elif Shafak. L’isola degli alberi scomparsi è per l’appunto una storia romanzata, non racconta nulla di nuovo sulla guerra civile cipriota ma mi ha condotta tra la vegetazione, i paesaggi, la cultura culinaria, le tradizioni, le leggende e le superstizioni di un’isola che non ho mai preso in considerazione.



Le tormentate vicende cipriote degli anni Settanta si ripercuotono sulla storia d’amore tra il giovane Kostas Kazantzakis, greco e cristiano, e la bella Defne, turca e musulmana. Kostas è un ragazzo estremamente sensibile, innamorato più delle piante che degli esseri umani, diventerà un noto botanico e naturalista; Defne ha visto troppe persone care morire o sparire da un giorno all’altro nella sua isola per poter uscire indenne dal passato. Un passato di cui Ada, figlia sedicenne della coppia, nata e cresciuta nella Londra del XXI secolo, non sa nulla. Non conosce i suoi parenti, non ne ha mai sentito parlare, non è mai stata a Cipro. Sua madre, Defne, ha deciso di voler dare un futuro felice a sua figlia e per farlo è convinta che Ada debba essere all’oscuro del loro passato. Solo che, come dice la professoressa di Storia ai suoi allievi, “Senza comprendere il passato, come possiamo pensare di modellare il futuro?”. E Ada inizia a porre domande.


Nicosia - Una bandiera greca, una di Cipro, una della Repubblica Turca di Cipro Nord e una della Turchia
 (AP Photo/Petros Karadjias)

Elif Shafak scrive un romanzo dalla trama classica, utilizzando però un interessante espediente narrativo: la principale voce narrante è infatti la pianta di fico, che diventa una delle protagoniste della storia.

Un romanzo scorrevole e godibile in cui ho ritrovato la stessa piacevole esperienza di lettura vissuta anni fa tra le pagine di La bastarda di Istanbul, il più noto romanzo di Elif Shafak.


 


Arno Camenish, La cura, traduzione di Roberta Gado, Keller editore

Sei contenta adesso, dice lui alzando le braccia. Bene, allora possiamo tornare su, cosa c’è da vedere qui al lago, meglio se ci mettiamo a guardare il telegiornale nella sala della tivù così sappiamo cos’è successo in giro, o meglio ancora facciamo che risalire subito in pullman e andiamo via, se ci sbrighiamo riusciamo persino a prendere l’ultimo treno e poi ci restiamo sopra tranquilli fino a casa, e di premio ci concediamo il taxi alla stazione per finire in gloria la giornata. Però se va male ci piomba un albero sul pullman e addio, oppure deraglia il treno perché il macchinista è ubriaco un’altra volta e va avanti a bere e moriamo in fondo a una gola che non ci trovano neanche più, si mette la mano in fronte, siamo in trappola. Vieni, andiamo a fare una passeggiata, dice lei, prendendolo a braccetto.


Una coppia di pensionati, che ha trascorso una vita senza grandi colpi di scena, vince un soggiorno di quattro notti in un albergo di lusso in Engadina. La moglie è entusiasta di qualsiasi cosa (Uau, guarda che roba), il marito non perde occasione per lamentarsi e ricordare eventi infausti e letali accaduti in contesti simili a qualche loro conoscente. In piscina, nel parcheggio, davanti all’entrata dell’albergo, al margine del bosco, l’uomo ha sempre tra le mani l’inseparabile sacchetto di plastica, a mo’ di coperta di Linus, dal quale tira fuori un wafer, una torcia, una radiolina e gli oggetti più improbabili.

Una serie di istantanee che racchiudono una vita intera. Un romanzo lieve, ironico, dal quale emergono domande e riflessioni apparentemente innocue che continuano a riecheggiarmi nella testa anche a lettura conclusa. Lo stile di Camenish, essenziale, con la punteggiatura ridotta al minimo, è inizialmente spiazzante ma poi si entra nei dialoghi della coppia e sembra quasi di sentirne la voce. Virgolettato e punti interrogativi diventano superflui.

La vita è un ripostiglio, dice lui, una baraonda, l’ordine arriva solo alla fine.     

 


Cristina Rivera Garza, L’invincibile estate di Liliana, traduzione di Giulia Zavagna, Sur editore


Il femminicidio non è stato ufficialmente classificato come reato in Messico prima del 14 giugno 2012, quando è stato incluso nel Codice Penale Federale come un delitto: «Articolo 325: Commette il delitto di femminicidio chi priva della vita una donna per questioni di genere». Gran parte dei femminicidi commessi prima di quella data erano chiamati delitti passionali. Erano chiamati ha preso una cattiva strada. Erano chiamati perché si veste così? Erano chiamati una donna deve sempre stare al suo posto. Erano chiamati qualcosa deve aver combinato per fare quella fine. Erano chiamati i genitori la trascuravano. Erano chiamati la ragazza che ha preso una decisione sbagliata. Erano chiamati, addirittura, se lo meritava. La mancanza di linguaggio è impressionante. La mancanza di linguaggio ci lega, ci soffoca, ci strangola, ci spara, ci scuoia, ci fa a pezzi, ci condanna.


Liliana Rivera Garza viene assassinata nella notte del 16 luglio del 1990 a Città del Messico. Liliana ha vent’anni, studia architettura e vive in un appartamento in affitto in una zona abbastanza tranquilla della città. Viene soffocata con un cuscino dal suo ex fidanzato, che continuava a tormentarla nonostante la loro relazione fosse finita da tempo. Angel Gonzales Ramos si è introdotto in casa durante la notte, ha ucciso Liliana, ha abusato del suo corpo ormai inerme ed è scappato. La vicenda è stata ricostruita nelle ore successive, è stato emesso un mandato d’arresto ma di quel ragazzo, che viveva nei pressi della casa dei genitori di Liliana, non si è più saputo nulla. L’uomo impune.

Cristina Rivera Garza, sorella maggiore di Liliana, a distanza di ventinove anni tre mesi e due giorni dalla morte, avvia le pratiche per recuperare il fascicolo di sua sorella. E con una scrittura minuziosa e dettagliata, ma altrettanto letteraria, ricostruisce la vita, la vicenda e soprattutto la personalità di sua sorella. 

Liliana scriveva quotidianamente: per stanchezza, per noia, per ricordare occasioni speciali e giornate qualsiasi, scriveva note per sé stessa, appunti, poesie e testi di canzoni. E lettere, molto lettere. Scriveva soprattutto su fogli strappati da quaderni di scuola ma anche su agende e quadernetti. E tutte quelle parole sono rimaste conservate per anni in scatole di cartone sopra un armadio, fino a quando sua sorella Cristina non ha trovato il coraggio di ridarle voce attraverso questo libro.

L’invincibile estate di Liliana è un memoir intenso e poetico, è il racconto di una vita, l’elaborazione di un lutto ma anche un grido di rabbia per un’ingiustizia che si ripete nello spazio e nel tempo. Per le tante Liliana uccise da uomini incapaci di accettare di poter essere lasciati da una donna.

 

domenica 21 agosto 2022

Valsavaranche, Parco Nazionale del Gran Paradiso

 


Partiamo da Asti mentre il cielo diventa sempre più scuro. Dopo qualche chilometro inizia a piovere. Eh, quella settimana lì è previsto maltempo. Improvvisamente, l’eco delle profezie di mamma e suocera riempie l’abitacolo dell’auto più brutta della storia del noleggio. Ad esser sincera, la profezia si ripete annualmente. Che si parta per la montagna o per altre mete, che sia luglio, agosto o settembre, “quella settimana lì” è previsto sempre maltempo. Il coniuge mi guarda e sorride. Vorrà dire che potrai finalmente dedicare un’intera settimana alla lettura e io potrò finalmente trascorrere sette giorni senza fare un tubo. Pazienza per il trekking. 

Spoiler: le previsioni erano errate.



Eravamo stati in Valle d’Aosta esattamente dieci anni fa. Il nostro primo trekking itinerante, quello che ricordo con più affetto per la magia dei luoghi e l’allegria delle persone con cui avevamo camminato.

Ti va di tornare in Valle d’Aosta? Il coniuge, per tutta risposta, dopo un paio di giorni mi invia una lista di luoghi in cui dormire e un elenco di sentieri da esplorare. Lui è orientato per la Valgrisenche, più selvaggia e meno frequentata; io sono ispirata dalla vicina Valsavaranche, altrettanto selvaggia ma con più sentieri che si snodano nell’area protetta del Parco Nazionale del Gran Paradiso e, stando alle promesse della rete, con più possibilità di incontrare animaletti selvatici vari. Il coniuge inizia a studiare i sentieri della Valsavaranche.



Sono tornata dal Parco Nazionale del Gran Paradiso più innamorata di dieci anni fa. Cose sparse, tra le altre, che ho portato a casa:

L’assenza del silenzio. I suoni della montagna mi ammaliano: è tutto uno svolazzare di uccelli che si richiamano l’un l’altro allegramente, la voce imponente del vento, i fischi delle marmotte, il rumore dell’acqua, il ruzzolare delle pietre mosse da famigliole di stambecchi e camosci.



La testardaggine nel dire ce la posso fare! quando a pochi passi dalla cima (che non è una cima ma un passo) mi sembra di non riuscire più a staccarmi dal sasso a cui sono rimasta abbracciata stretta stretta negli ultimi 10 minuti. Ce la faccio, sposto i timori, riesco a staccarmi e a guardare davanti a me senza vacillare. Raggiunta la meta scopriremo che c’era un percorso molto più agevole, ma ormai…



L’umiltà di ammettere che no, non ce la posso fare!. Sono stanca, la meta è troppo lontana, fa troppo caldo e abbiamo camminato troppo. Non è una questione di vertigini, di paura o mancanza di fiducia. È stanchezza. Se andassi avanti, non mi godrei più il cammino. Il sentiero si è rivelato più duro del previsto e non ho la giusta preparazione. Bisogna ammetterlo, fermarsi, riposare e poi tornare indietro, ammirando quella natura che la fatica aveva offuscato.



Il riverbero del sole che fa sbrilluccicare l’ultimo tratto della pietraia che conduce al Col Loson. Non so perché ma io mi sento dentro un film western. Poi, compaiono gli stambecchi.



E domani dove andate? Arianne, l’albergatrice, ce lo chiede tutte le sere. A volte approva, a volte suggerisce un sentiero alternativo e meno battuto, a volte si stringe nelle spalle e biascica un mmm, nientedichè. Nientedichè è un concetto molto relativo. Capisco che se sei abituata a vedere quotidianamente il massiccio del Gran Paradiso, se hai la maestosità del Monte Bianco a due passi da casa e la bellezza del Piccolo san Bernardo dietro l’angolo… un sentiero quasi piatto tra corsi d’acqua, mucchette e laghetti possa sembrare un nientedichè. Ma se le tue giornate sono popolate di tangenziali, metropolitane, condomini e volti arcigni, se non sei abituata alla bellezza, quel percorso nientedichè assume tutto un altro fascino.



Il colore delle montagne. Torno alla me bambinetta che fruga tra i pastelli Giotto alla ricerca del colore più adatto per le montagne. Le mie erano sempre viola, nonostante mi si dicesse di usare il verde. Avevo ragione io: quelle laggiù sono viola.


Il coniuge che cammina sulle acque.


La pausa pranzo dentro lo sfondo di un desktop.



Le chilate di fontina dappertutto. A colazione, nelle zuppe, nei panini, con l’uovo (orrore!), nelle insalate… Direi di rimandare il checkup del colesterolo.



Il piacere di percorrere sentieri poco battuti; ci sono stati giorni in cui abbiamo incontrato più stambecchi che camminatori.



La follia del ciclismo ad alta quota. Sono una sportiva, conosco la fatica degli allenamenti e guardo ammirata chi si allena per affrontare il Tor de géants, una tra le più impegnative gare di corsa in montagna del mondo; abbraccia l’Alta via n.1 e la n.2 della Valle d’Aosta: 330 km di sviluppo orizzontale, 24.000 metri di dislivello verticale. Ne stiamo percorrendo qualche tratto, ma noi camminiamo e ce la prendiamo comoda. Incontriamo qualcuno che se la fa di corsa. Che bravi.

Invece non riesco proprio a capire le motivazioni che spingono gli appassionati di mountain bike a incollarsi la bici sulle spalle, perché con tutti questi sassi, come puoi pensare di stare sopra la MTB, e percorrere queste vie. Eppure, ne incontriamo diversi tra i sentieri più impervi e sassosi; bici sulle spalle e sforzo immane. Forse il piacere di pedalare sulle creste ricompensa la fatica di arrivarci.    



Il lago Nero, la pace del lago Djouan, la meraviglia davanti al lago Rossett, aggiungerei anche la passeggiata dell’ultimo giorno al lago d’Arpy e le acque limpide di tutti gli altri laghetti alpini che hanno reso più belle le nostre giornate.

Lago d'Arpy


La giornata dei rifugi e la distanza indefinita che separa il rifugio Chabod dal rifugio Vittorio Emanuele II. Sarà il caldo, sarà la fame ma sembra non si arrivi mai a destinazione.



Le marmotte.


Il Gran Paradiso. Magnifico.

 

I tetti di Eaux Rousses dalla nostra finestra

Le nostre scelte

Abbiamo soggiornato in un piccolo albergo a conduzione familiare nel villaggio di Eaux Rousses, l’Hostellerie du Paradis. Arianne e l’energico papà Alberto ci hanno accolti, nutrito benbene, consigliato ottimi vini e indicato i sentieri più suggestivi della zona. Ci tornerei volentieri.    


sabato 29 agosto 2020

Parco Nazionale del Gran Sasso. Campo Imperatore, Monte Bolza, Corno Grande.

 



Incuriositi dai dintorni di Castel del Monte, continuiamo a camminare a bassa quota. Il coniuge ha avvistato il Monte Bolza, la cui cima raggiunge appena 1.927 metri. Trascurabile per chi punta verso altre vette. A noi, invece, interessa. 

Lasciamo la chiesa di San Donato, nella parte settentrionale di Castel del Monte e seguiamo le prime e quasi ultime indicazioni che troveremo lungo il sentiero. Il paesaggio è magnifico; forse ci lasciamo distrarre dall’ampiezza degli spazi, da tutte le sfumature di grigio e di marrone che ci circondano, dal silenzio dei pensieri. Fatto sta che ci ritroviamo alle pendici del Monte Bolza senza uno straccio di segnale che ci indichi la via migliore per la vetta. 


Andiamo un po’ ad intuito ma ad un certo punto molliamo l’impresa; ci accoccoliamo su una roccia e ci riempiamo gli occhi di bellezza. 
Una ragione c’è se Fosco Maraini definì Campo Imperatore il Piccolo Tibet d’Italia.

 


La strabiliante app del coniuge, dopo molto girovagare, ci conduce lungo un bel sentiero erboso, miracolosamente segnato, che in un’ora dovrebbe riportarci a Castel del Monte. Festeggiamo la notizia con una pausa frutta. E mentre siam seduti con una pesca e una pera, vediamo spuntare dal nulla un camminatore solitario.

Gioia, tripudio.

Pensavate d’esser soli in questa terra desolata, eh?

Il camminatore solitario vive a Castel del Monte e ci consola confermando che di camminatori lì intorno se ne incontrano pochi e che di indicazioni lungo i sentieri ce ne sono ancora meno. Ci spiega sommariamente la via che avremmo dovuto intraprendere per la cresta del Bolza. Pazienza.


Il camminatore se ne va; noi terminiamo la nostra pausa e… i miei occhi incrociano lo sguardo vigile di due cani da pastore con relativo gregge. Il coniuge tenta un Resta calma!, ma il gregge è sparpagliato e un terzo cane inizia ad abbaiare, ricordando agli altri due di far bene il proprio mestiere.

Non resto calma e mi dirigo in direzione opposta al gregge, tornando indietro. Avrei voluto spiegare alle bestiole da guardia che non mangio carne di pecora, degli arrosticini non tollero neppure l’odore; figurati se gli andavo a toccare una pecorella… Ma alla diplomazia abbiamo preferito una repentina ritirata. Più sicura.

Ormai i miei scarponcini nuovi sono pronti per affrontare qualche dislivello. Certo, non sono morbidi come i precedenti (dieci anni di onorato servizio), ma sembra abbiano superato la prova generale. Sembra.

Andiamo anche a noi ad ammirare dall’alto Campo Imperatore, le altre vette del Gran Sasso e forse, se il cielo è limpido, addirittura il Mar Adriatico. Vediamolo questo panorama dall’alto dei 2.912 metri del Corno Grande.



Partiamo all’alba, come d’abitudine. Amiamo salire con calma, in silenzio, sperando d’arrivare in vetta e di godere di quel panorama che, waooo!, ti fa trattenere il fiato per un po’, ripagandoti del sudore versato. Poi, da quanto abbiamo appreso, la zona di Campo Imperatore in questi giorni è più affollata del solito e la vetta più gettonata è il Corno Grande, indipendentemente dai sentieri percorsi per raggiungerla.


Non soffro di vertigini, ovvio. Se soffrissi di vertigini, non prenderei neppure in considerazione l’idea d’inerpicarmi tra le rocce, su un massiccio in cui di vegetazione, come si intuisce dal nome, ce n’è ben poca. Eppure, almeno una volta l’anno, cammin facendo, c’è sempre quel momento in cui guardare sotto, al lato, davanti, mi getta nel panico. Magari ho appena aggirato con disinvoltura un angolo, stretta stretta alla parete, avendo dall’altra parte il nulla e poi zac!, mi paralizzo. 
Sul Corno Grande è accaduto a pochi metri dalla cima. Davanti a noi c’era una coppia con due cani, che si muovevano serenamente da un masso all’altro (i cani; la coppia seguiva i cani arrancando); c’era poi un’altra giovane coppia con bimbetto cinquenne, avviato da subito alle gioie della montagna (Andrea stai attento e guarda dove mette i piedi papà!). Ogni passo falso del bimbo corrispondeva ad un mio Ohssignor!

Ormai avevo messo da parte i bastoncini e salivo più o meno carponi. Ho guardato l’ennesimo sasso, ho dato uno sguardo dietro, uno di lato e mi sono abbracciata alla mia roccia comunicando al coniuge che no, non ero tanto sicura di poter andar avanti. Sarà durato un paio di minuti. Una ragazza stava scendendo. Dai, che il grosso è fatto. Aveva ragione lei: non potevo mollare sul più bello. Il cuore ha decelerato ed io ho ripreso la salita. Per poco. Perché la vetta era davvero dietro l’angolo.


Sapevamo che non saremmo stati soli, ma l’assembramento a quasi 3000 metri non ce l’aspettavamo. Si stava già alzando la foschia, l’Adriatico non l’avremmo visto ugualmente, ma con tutta quella gente avremmo visto poco. Spettacolare, nonostante la folla.

Però, a ripensarci dalla cucina di casa, a distanza di una decina di giorni, il panorama che più mi ha riempito il cuore è stato quello visto dal Monte Camicia e il sentiero che ci siam gustati di più è stato quello verso il Brancastello. Per dire di come le vette blasonate possano deludere le aspettative. Sempre che sul Corno Grande, davanti ad un panorama simile, sia lecito dire Mi aspettavo di più…


martedì 25 agosto 2020

Abruzzo: Castel del Monte, Calascio e Rocca Calascio.

Saranno almeno dieci anni che, di ritorno da trekking alpini agostani, nella lista dei buoni propositi infiliamo un “weekend in Abruzzo alla volta del Gran Sasso”. Perché, dai!, è impossibile non esserci ancora andati! Su, è dietro l’angolo, basterebbe partire il venerdì sera per godersi una bella escursione. Evidentemente, con la gestione dei weekend non ce la caviamo benissimo. E certi luoghi più sono vicini più se ne rimanda la visita.

Quindi, quale occasione migliore di un anomalo 2020 per esplorare senza fretta un altro pezzetto del vicino Abruzzo? Abbiamo optato per un b&b a Castel del Monte, abbiamo prenotato e poi siamo tornati alle nostre attività. 

Allora? Cosa ti aspetti da questo Abruzzo?, fa il coniuge.

Nessun conto alla rovescia, nessuna trasferta da organizzare, nessuna lettura preparatoria.

Non saprei. È la prima volta che arrivo ad un viaggio così impreparata.

Ma non è un viaggio! Faremo delle escursioni, qualche passeggiata; è la regione con cui confiniamo, la conosciamo già: non è un viaggio, ribadisce perentorio.

Sì, ma andiamo in posti in cui non siamo mai stati, altri monti, altri borghi; luoghi da scoprire. Insomma, un viaggio.

Inizia con un confronto (irrisolto) sulla definizione di viaggio, il viaggio - non viaggio verso il Parco Nazionale del Gran Sasso. Premessa eccellente.


Ho imparato a conoscere Castel del Monte dal blog camminare leggendo.

Ad un certo punto è apparso, lassù, inerpicato ma disteso; un borgo in pietra su un cucuzzolo a 1346 metri di altitudine, più ampio di quanto immaginassi; con le case che sembrano scendere dolcemente sulla costa.


Non è la torre campanaria a catturare la mia attenzione, bensì le gru che sovrastano il centro storico. Il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009 ha lesionato solo parzialmente i borghi in prossimità di Campo Imperatore, ma i cantieri per la ricostruzione post sisma sono tutti lì, e l’immagine di gru e impalcature ha caratterizzato ogni nostra visita nei centri storici della zona.

Mi aspettavo un borgo silenzioso, però siamo in prossimità del Ferragosto e, percorrendo il centralissimo Viale della Vittoria, sembra impensabile la desolazione e lo spopolamento di queste zone dell’Appenino. Mi tornano in mente pochi versi imparati a memoria alle elementari:

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri […]

Gabriele D’Annunzio, I pastori.

 

Questo territorio dell’Appenino è stato tra i più importanti per l’industria della lana e l’allevamento delle pecore. A settembre i pastori castellani riunivano le greggi, iniziando la transumanza che, attraverso il Tratturo Magno, li avrebbe condotti presso il Tavoliere delle Puglie. Il commercio della lana ha trainato l’economia dell’area fino all’Unità d’Italia; poi, sono arrivate l’importazione dei tessuti, le concessioni delle terre da coltivare lungo i tratturi, le guerre, l’emigrazione verso le aree industriali della Francia e del Belgio, lo spopolamento. Oggi, digitando Tratturo Magno su Google, avete buone probabilità d’imbattervi in un progetto dedicato ai camminatori. L’evoluzione della transumanza.


Camminando tra le viuzze di Castel del Monte, mi innamoro degli sporti: archi scavati all’interno della roccia calcarea, che collegano le abitazioni. Una sorta di micro gallerie che sostengono più livelli abitativi; una soluzione praticata per aumentare lo spazio abitabile dei centri in alta quota. La stessa struttura caratterizza anche i borghi di Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.


Nei vicoli del centro storico raccolgo stralci di conversazione.

Da quanto tempo siete arrivati? Resterete anche dopo Ferragosto? Uh, zio, con quella mascherina non t’avevo riconosciuto. State tutti bene?

Passo a salutarvi al Miramonti prima di partire…

Un borgo di seconde case, che furono le prime e uniche case di padri, nonni, avi. Case che tornano a vivere ad agosto, per la celebrazione del patrono, per la notte delle Streghe, il 17 agosto (non quest’anno), per godersi la montagna imbiancata in inverno (non nel 2020, in cui di neve non se n’è vista). Piazzette illuminate dal sole e vicoletti bui.


Si esce da Porta San Rocco e già si sente il brusio del Miramonti, bar principale, luogo di ritrovo di residenti e turisti, con i tavoli esterni occupati a qualsiasi ora. L’emergenza sanitaria ha stroncato i tradizionali eventi del mese di agosto, ma non ha fermato i turisti. Le poche strutture alberghiere e i ristoranti sono pieni. Le mascherine non nascondono volti rilassati e occhi ridenti.

 

I sentieri in questa zona non sono segnati granché bene. Talvolta non sono segnati affatto. Ma il coniuge ha scaricato un’app diabolica che ci permetterà di affrontare qualsiasi percorso senza perderci. Ci permetterà anche di scegliere il tragitto più lungo possibile per raggiungere la meta. Ma cosa vuoi che siano quei 5/6 chilometri in più nel mezzo del niente?

Tra i due, il navigatore è lui; quindi, a me non resta che seguirlo.

Iniziamo con un tour facile: non si scala nulla, si va da Castel del Monte a Calascio, poi si sale sulla Rocca, ci si avvicina a Santo Stefano di Sessanio (senza entrare nel paese), si guadano fiumi d’erba, cardi ormai secchi, piante urticanti di vario tipo e, stremati, dopo più di venti chilometri di cammino, si chiude l’improvvisato circuito ad anello tornando al punto di partenza. La conferma che potesse esserci un percorso alternativo a quello suggerito dall’app è arrivata quando i piedi fumavano, ma ormai era troppo tardi.

Con alle spalle Castel del Monte, lo scenario che si presenta è questo:

Lasciato il bosco e diverse arnie sparse, inizia ad intravedersi in lontananza la Rocca di Calascio. Agli amanti del fantasy non sfuggirà una certa somiglianza con le ambientazioni del film Ladyhawke. Io, che ignoravo il film, giunta al borgo di Calascio, un po’ distante dai ruderi del castello, mi son chiesta perché ci fosse così tanta gente in cerca di parcheggio (affollatissimo), che snobbava il centro ma che era disposta ad inerpicarsi verso la rocca.    


All’ennesima persona che ripeteva adesso arrivano Ladyhawke e il monaco!… ho capito che un luogo così suggestivo doveva essere stato un fantastico set cinematografico (qui una delle scene girate sulla Rocca di Calascio, dimora del monaco Imperius).

 

Lasciata la rocca, nel lungo percorso verso Castel del Monte, non abbiamo incontrato alcun viandante. Nessuno. Forse perché abbiamo seguito rotte anomale, forse a causa del caldo, o forse perché chi viene in queste zone predilige le cime note, osserva l’asprezza del paesaggio dall’alto o dai finestrini delle auto. Eppure, c’è qualcosa di brusco e doloroso camminando a queste altitudini che sfugge quando ci si dirige verso il Corno Grande e i massicci più popolari. Una bellezza selvaggia che neppure le foto riescono a catturare.


Note:

- In questo e nei prossimi post troverete qualche appunto di viaggio (perché, coniuge, per me è stato un viaggio); ma invito chiunque sia interessato a saperne di più su Castel del Monte, sulla sua storia, sulle escursioni in terra d’Abruzzo e non solo, a visitare l’ottimo blog di Gius.ante, Camminare leggendo: una miniera d’informazioni scritte da chi conosce bene questi luoghi.

- Castel del Monte dista una mezz’ora d’auto da Campo Imperatore, punto di partenza per la maggior parte delle escursioni che avevamo deciso di fare. Noi abbiamo soggiornato presso la Residenza storica Le civette, gestita da due mattacchioni, Rino ed Emanuele, non originari di Castel del Monte, che hanno rallegrato la nostra settimana. Se cercate indicazioni utili per la gestione delle escursioni, non potrete fare alcun affidamento sui gestori delle Civette, quanto di più lontano possa esserci dalla montagna. Ma, al ritorno dalle vostre scarpinate, potrete sempre contare su una birra, un bicchiere di vino e una buona cena, preparata direttamente da Emanuele. E a qualsiasi ora partiate, zaino in spalla, troverete depositato un vassoio con una ricca colazione davanti alla porta della vostra stanza. Non male come buongiorno.

- Tutte le foto sono state gentilmente concesse dal coniuge.