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venerdì 12 agosto 2016

Turbamenti

Allora che faccio? Cambio lavoro, casa, città, vita, oppure mi limito a ritoccare la quotidianità, cambiando solo casa e città e smussando gli aspetti negativi del lavoro attuale?
Tra un augurio di buone vacanze e una pratica in ufficio, macino pro e contro, combattuta tra il desiderio di dare un taglio a tutto e abbracciare l’ignoto, e l’ansia di scegliere l’ignoto per non voler tentare di cambiare una realtà che non siamo stati in grado di gestire.
Apro il libro di Terzani e l’indovino non mi dice nulla.
Inizio a leggere Mrs. Bridge, che tanto mi aveva incuriosito, e lo mollo a metà. Solo il fido Simenon riesce a distrarmi.

Immagine del grafico Claudio Troisi

Dopodomani si parte per la montagna. Il silenzio, la distanza, i sentieri sapranno indirizzare le nostre scelte. Uscita dal tunnel dell’indecisione, forse riuscirò a terminare il mio Dubus. E farò il pieno di energia e buoni propositi per settembre.

Buon Ferragosto a tutti.

mercoledì 20 gennaio 2016

Non abitiamo più qui, Andre Dubus

«Se ancora non hai deciso cosa regalarmi per il compleanno, potresti prendere Non abitiamo più qui di Andre Dubus». Forse proprio per la sua sfacciataggine, Fabio è tra gli amici a cui sono più affezionata. Gli regalo il suo Dubus e, a distanza di pochi giorni, incuriosita, ne regalo una copia anche a me.
Vengo da un libro brutto assai, e dopo una decina di pagine, Andre Dubus mi fa tornare l’amore per la lettura.
Dentro Non abitiamo più qui ci sono Hank, Jack, Edith e Terry: due coppie, quattro amici, quattro adulteri, quattro giovani della provincia americana diventati genitori troppo presto. Ci sono figli, studentesse provocanti e smaliziate, sogni svaniti, letteratura, fede in Dio, passione. Tutto condensato in tre racconti, perfettamente incastrati tra loro.
È sconcertante ritrovare in un racconto le turbe mentali di mia zia, casalinga perfetta. Più vado avanti nella lettura e più forte è il suono della sua voce. A sconcertarmi ulteriormente è il fatto che sia un uomo a parlarne. Un uomo che descrive il tedio, il senso di soffocamento e oppressione che può atterrire quella che un tempo è stata una ragazza brillante, dagli occhi azzurri e lo sguardo felice. Una ragazza che è stata travolta dal ruolo di moglie, di mamma, dai letti da rifare, i piatti da lavare, dalla polvere in ogni angolo e dall’ossessione della lavatrice e dell’asciugatrice (suvvia!, alzi la mano chi tra voi femminucce non viva con l’incubo costante del bucato e dei panni da piegare e stirare).

Da qualche anno sono diventato allergico alle parole marito e moglie. Quando leggo o sento la parola marito, io mi immagino un uomo di una serenità sinistra sulla sua station wagon, che porta in giro la famiglia rumorosa una domenica pomeriggio. Termineranno la giornata con un gelato, sedili della macchina appiccicosi, stanchezza e arrabbiature.
Quando qualcuno dice la parola moglie vedo il viso sicuro, possessivo e divertito di una donna in cucina; fra tendine luminose, muri, l’odore di olio riscaldato e lei che porge a suo marito un bacio non appena questi torna a casa sobrio, con la pancetta, diretto verso qualche nebuloso obiettivo che è cominciato come amore, si è trasformato in benessere economico durante il matrimonio, e ora si sta convertendo in una dignitosa sopravvivenza.