Nei giorni scorsi, ho capito che ci sono dei momenti nella vita
di un lettore in cui un ebook reader
può essere molto utile. Quando si fa un trekking, ad esempio. Un libro, per
quanto piccolo, pesa, e nel dubbio si finisce per limitare la zavorra. Però,
quando ci si sveglia molto presto e ci si siede fuori alle prime luci dell’alba
o quando non si riesce a prendere sonno nel cuore della notte, si rimpiange di
non aver con sé nulla da leggere.
In compenso, però, ho letto durante le tappe cittadine delle mie
vacanze.
Un agosto giallo – noir; avevo bisogno di diversivi, di farmi prendere
da una storia e seguire gli indizi. Così, nel tragitto Roma - Aosta sono stata
accompagnata dal giudice Dee,
rielaborazione del magistrato cinese Ti Jen-chieh, vissuto durante la dinastia
T’ang. Autore della serie dei casi del giudice Dee è lo scrittore olandese, Robert van Gulik, profondo conoscitore
dell’Estremo Oriente, nonché diplomatico nel secolo scorso in India, Giappone,
Cina, Malesia, Africa e Stati Uniti.
Non sono un’esperta di Cina né di gialli però ero stata
incuriosita dallo stand della O barra O edizioni all’ultima Fiera della piccola e media editoria di Roma. Insomma,
tra una chiacchiera e l’altra, avevo acquistato Il monastero stregato.
Uomo sagace e dal fine intuito, il giudice Dee con le sue tre
mogli non mi ha entusiasmato granché. Orge e rituali singolari non attirano il
mio interesse, però devo riconoscere la cura editoriale della O barra O, l’attenzione
nell’accompagnare il testo con interessanti illustrazioni e il coraggio nel
pubblicare opere a noi lontane; una scelta non ovvia né facile dal punto di
vista commerciale.
Ad Aosta sono entrata in un paio di librerie. Se fossi stata
valdostana, probabilmente sarei stata cliente affezionata della Libreria Aubert. Uno spazio in cui
tutti gli spazi sono già stati occupati dai libri; libri che lasciano gli scaffali
loro dedicati per abitare disordinatamente gradini, tavoli, mensole, altri
luoghi. Un posto in cui ti viene voglia di cercare, spostare volumi, scoprire
cosa si sia nascosto lì, in alto, dietro quelle edizioni un po’ impolverate. Un
libraio silenzioso che ti lascia curiosare ma che è sempre pronto a rispondere alle
tue domande. Qui ho dato un volto alle esclamazioni nostalgiche che invocano il
cosiddetto libraio e la libreria di una volta.
Se fossi stata, invece, una valdostana temeraria, avrei aperto
una libreria stile à la Page. Uno
spazio arioso, un luogo d’incontro, un posto dove rifugiarsi per bere un caffè
e sfogliare un libro edito, magari, da una piccola casa editrice locale. Non
tantissimi titoli, buona musica in sottofondo e clienti abituali che passano
anche solo per un saluto alla libraia.
Qui ho chiesto al signor
valigiesogni di scegliermi un libro mentre io spulciavo tra un volume e l’altro.
E lui ha tirato fuori Parti in fretta e non tornare di Fred Vargas. Per
la seconda volta ho avuto a che fare con l’acume del commissario Adamsberg (l’avevo già incontrato Nei boschi eterni) e sono stata
catturata dal suo continuo camminare alla ricerca di legami che sfuggono a
tutti, dalle sue ambientazioni fuori tempo e dalle sue puntuali osservazioni.
In un romanzo girato (è molto cinematografico) nella Francia dei nostri giorni,
la Vargas è riuscita ad infilarci la psicosi della peste e la figura
dimenticata dell’untore. Accattivante.
Alla libreria à la Page,
la giovane libraia mi ha salutato con un: «Arrivederci e buona vacanza.
Cambierei volentieri la mia condizione con la tua».
Io: «Cambierei volentieri il
mio lavoro per lavorare in una libreria».
Lei, sorridendo: «Questo non posso
dirlo. Ma è probabile…»
