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giovedì 13 luglio 2017

Venivamo tutte per mare, Julie Otsuka

Bastano poche righe per sentirti sulla nave. Dormi laggiù in fondo, in terza classe, in mezzo al sudiciume. Indossi un kimono vecchiotto, devi ancora compiere quattordici anni, sei minuta, hai i capelli lunghi e neri, lo sguardo basso e la foto di tuo marito tra le mani. Vieni da Kyoto, non sei mai salita prima su una nave, ti sei portata dietro un piccolo Budda di ottone e speri che tuo marito sia davvero alto un metro e settantanove, abbia una bella casa e che la prima volta non faccia troppo male. Che è quello che temono tutte. Si parla solo di questo sulla nave.
Stai andando anche tu in America, come tutte le altre, e anche se non hai mai incontrato tuo marito, anche se non eri così felice quando i tuoi hanno deciso per te, anche se l’uomo che ti sta aspettando non è quello che tu pensavi di aver sposato, questa è l’America, non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Fai cose che a casa tua non avresti mai fatto, lavori fino allo sfinimento, sogni che prima o poi ricomincerai daccapo altrove, forse tornerai in Giappone, forse aprirai un’attività tua, forse metterai il rossetto e andrai a cena fuori. Intanto resti ancora un po’ in America, a lavorare per i bianchi, perché come potrebbero cavarsela senza il tuo aiuto?
Poi arriva la seconda guerra mondiale, la brutta faccenda di Pearl Harbor e loro cominciano a guardarti male, bisbigliano al tuo passaggio, evitano di salutarti e dopo vent’anni non sai più cosa chiamare casa. Sei ossessionata dai nomi che hanno scritto su quella lista, speri che qualcuno interverrà, Dio mio!, è l’America, non si deportano le persone senza una spiegazione. Ma poi prepari la valigia e vai.


Il racconto corale di Julie Otsuka può incantare o sembrare troppo ripetitivo; la storia dei giapponesi che sbarcarono sulle coste americane all’inizio del Novecento può sembrare una storia d’immigrazione come tante; qualcuno dirà che le spose in fotografia non furono una prerogativa del Giappone. Chi conosce la storia americana meglio della sottoscritta, non ignorerà l’Alien Registration Act del 1940, che imponeva a tutti i residenti di nazionalità straniera di sottoporsi ad una schedatura annuale presso gli uffici competenti. Registrazione che per i giapponesi, dopo l’attacco di Pearl Harbour, si trasformò spesso in un trasferimento presso un centro di detenzione, perché considerati enemy aliens (stranieri nemici).
Io, tutte queste cose qui, prima di leggere Venivamo tutte per mare, non le sapevo mica. E la mia ignoranza ha reso il libricino di Julie Otsuka ancora più coinvolgente.
Il libro è stato tradotto in italiano da Silvia Pareschi, autrice dell’articolo che mi ha fatto scoprire un altro pezzetto di storia americana.

Venivamo tutte per mare sarà oggetto di confronto (e di scontro) del gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, giovedì 20 luglio alle ore 18.00.

venerdì 28 aprile 2017

Non di sole rose è lastricata la strada del maggio dei libri


Uh che bello!, anche quest’anno torna Il maggio dei libri. Come non sapete cos’è? Sul sito istituzionale troverete tantissime informazioni a partire dal perché i libri sboccerebbero a maggio: Perché se in questo mese la natura si risveglia, lo stesso capita alla voglia di leggere. Il Maggio dei Libri è la campagna nazionale nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore sociale della lettura nella crescita personale, culturale e civile. Inizia a progettare un’occasione di promozione della lettura che si svolga tra il 23 aprile e il 31 maggio. 
A questo punto potete dare uno sguardo alla cartina e ai numeri degli eventi sparsi per l’Italia. Ad oggi, sono stati inseriti 45 eventi nel Lazio a fronte dei 139 della Lombardia, 103 dell’Emilia, 113 del Veneto. Magari dipenderà solo dal fatto che noi del Centro Italia siamo più lenti del produttivo Nord, o forse dal fatto che siamo più solitari: perché mai dovremmo condividere con altri l’innamoramento con il libro del giorno?  O magari siamo più liberali: leggere ci fa star bene, qualcuno dice che crei addirittura dipendenza, ma non sarà mica così per tutti? Perché dover coinvolgere chi di leggere non ne ha punta voglia?
La scarsa vivacità delle regioni del Centro-Sud potrebbe poi dipendere da una quasi trascurabile motivazione: la difficoltà nell’organizzare gli incontri. Ma va!, direte voi, con tutti gli enti e i partner che patrocinano/promuovono il progetto, che difficoltà mai dovrebbero esserci? Partiamo dal presupposto che, solo per il fatto di leggermi, siete persone poco attendibili: state sprecando il vostro tempo con una che parla spesso di libri. Fosse per voi, biblioteche e librerie sarebbero affollate e nessuno mai si sarebbe preso la briga di organizzare un intero mese di promozione della lettura. Come ho ripetuto più volte su questo blog, ho spesso avuto la sfortuna di abitare in luoghi privi di librerie e biblioteche. Magari la biblioteca c’era ma era così inaccessibile da renderla inesistente. Orari assurdi, strutture precarie, volumi vecchissimi. L’edificio in cui era ospitata la biblioteca del mio paesello natio era in un posto così lontano dal centro e i volumi erano posizionati ad un’altezza tale da scoraggiare la lettura più che incentivarla.
Saranno stati questi traumi d’infanzia ad avermi fatto incaponire sula gestione delle biblioteche nei piccoli centri e nelle tante periferie delle nostre città. Nel paesino in cui ho vissuto fino allo scorso anno, la biblioteca non era troppo diversa da quella della mia infanzia. Tempo fa, dissi alla bibliotecaria che sarebbe stato piacevole organizzare un gruppo di lettura per adulti. Bello, sì, ma la biblioteca resta aperta (quando c’è l’apertura pomeridiana) massimo fino alle 18.00. Il sabato, no, sai, è aperta solo una volta al mese, ci son sempre meno soldi, non so, potrei provare ma non so cosa dirti. E poi forse non verrebbe nessuno. Anche quando proposi un gruppo di lettura agli amici bibliotecari di Ciampino mi dissero ok, proviamoci, vediamo se viene qualcuno. A sorpresa, senza grande impegno nel promuovere il gruppo, dopo un anno siamo ancora lì, sempre più numerosi, sempre con maggior entusiasmo. Ci siamo ancora soprattutto grazie alla disponibilità di un bibliotecario che, una volta al mese, tiene aperta la biblioteca fuori dal normale orario di apertura al pubblico (leggi gratuitamente), altrimenti nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.
Per la fine di maggio stiamo organizzando un momento di condivisione della lettura in un’altra piccola realtà, la biblioteca di Rocca Priora, minuscolo comune nei Castelli romani. Qualsiasi stramberia metteremo su, avverrà grazie all’altra mia amica bibliotecaria, una che ha deciso di sacrificare il suo sabato pomeriggio per aprire la biblioteca (roba da matti, una biblioteca aperta il sabato!, sovversivi come pochi).
Tutto questo per dire che chi nei libri ha trovato un rifugio, ha scoperto nuovi mondi, ha riso, ha pianto, ha colmato lacune o si è sentito sempre più ignorante, accoglierà con gioia Il maggio dei libri. Ma non potrà fare a meno di chiedersi perché quelle stese istituzioni che mettono il loro loghetto nella pagina ufficiale dell’iniziativa, che spendono soldi in pubblicità progresso, non facciano un investimento di lungo periodo, non facciano una scelta politica ben definita volta a promuovere la lettura tutto l’anno. L’iniziativa dei singoli è una bella cosa ma è un’iniziativa privata. Io, invece, mi ostino a sognare un Paese che investa in strutture e servizi pubblici (stanziando fondi nella finanziaria non con interventi spot); un Paese in cui si possa andare in biblioteca a leggere il giornale e a prendere in prestito un libro anche di domenica; non perché il bibliotecario ci sta facendo un favore ma perché viene regolarmente retribuito. E pur non vivendo a Bologna o a Rovereto, vorrei poter avere anch’io una biblioteca aperta fino alle 22.00. Sogno bibliotecari che ci sappiano suggerire cosa leggere, che organizzino eventi, che siano persone felici di svolgere il lavoro che fanno, non persone frustrate perché sottovalutate e sottopagate.
Evidentemente tutti questi libri mi hanno fatto venire strane idee. È un rischio che si corre.

E da voi cosa succede? Cosa sboccia nelle vostre biblioteche?

sabato 21 gennaio 2017

La porta, Magda Szabó

Scoprii Magda Szabó nel 2010. Era un inverno gelido, ero nel mezzo di un trasloco e la sera, per quanto fossi stanca, non riuscivo a staccarmi da La porta. Qualche mese fa, ho pensato di proporne la lettura al mio gruppo della biblioteca di Ciampino, dopo aver incrociato un articolo del New Yorker che tracciava curiosi parallelismi tra La porta e la saga dell’Amica geniale dell’ormai non più misteriosa Elena Ferrante.
Il fatto che questa rilettura avvenga mentre mi preparo psicologicamente ad un nuovo trasloco (corsi e ricorsi) è solo una coincidenza.


Avere nella testa l’immagine indelebile di Emerenc, con una pesante scopa di betulla, più alta di lei, mentre spazza la neve dal marciapiede, non ha reso meno piacevole la lettura. Tutt’altro. Nonostante la mia proverbiale smemoratezza, infatti, di questo romanzo ricordavo bene numerosi dettagli. Senza l’ingordigia di voler sapere come vada a finire la storia, mi sono soffermata su pagine che in precedenza avevo letto con superficialità.
La Szabó rappresenta una figura monumentale della narrativa ungherese del Novecento. Di estrazione borghese, dalla cultura immensa (Vera Gheno, una delle sue traduttrici italiane, sostiene che da bambina la Szabó leggesse l’Eneide al posto di Cappuccetto rosso), non scese mai a compromessi con i diversi regimi che si succedettero nel suo paese. Non scappò mai dall’Ungheria, neppure quando il ministro della Cultura popolare, Jósef Révai, le fece revocare il premio Baumgarten perché le sue idee non erano in linea con le direttive del regime socialista.
In tutti i suoi romanzi c’è un pezzo di lei. In La porta, ad esempio, si trovano tracce delle vicissitudini politiche ungheresi, del rapporto tra la Szabó e l’arte dello scrivere, della sua incrollabile fede religiosa, della dedizione nei confronti del marito e della forte personalità di una domestica che, realmente, fece parte della vita della Szabó.

Magda Szabò, foto tratta dal sito del New Yorker
L’io narrante del romanzo, a sua volta scrittrice, incontra l’anziana Emerenc, domestica presso alcune famiglie di prestigio e portinaia della zona in cui è ambientato il romanzo (quindi, una sorta di autorità pubblica), in un giorno d’estate, all’ora del tramonto. Una di quelle giornate in cui non c’è alcuna necessità di indossare un fazzoletto che tenga completamente nascosti i capelli e buona parte della fronte. Emerenc sta lavando un’enorme quantità di bucato, utilizzando metodi primitivi, e non è certa di voler accettare la proposta di lavoro proveniente da una scrittrice buona a nulla. Del resto, si sa, tutte le persone incapaci di maneggiare attrezzi da lavoro, sono dei mangiapane a tradimento, irrimediabili pelandroni, gente da disprezzare e non da riverire prestando servigi nelle loro abitazioni. Avrebbe prima dovuto chiedere referenze su chi le stava offrendo un lavoro, capire quanto fossero disordinati ed eccentrici i potenziali nuovi padroni e poi, eventualmente, avrebbe accettato. Nasce in questo modo disorientante il rapporto tra la scrittrice e la domestica.
Emerenc ha una voce limpida da sovrano ma parla pochissimo, un viso immobile da cui non traspare alcuna emozione, non legge giornali, non ascolta notiziari, non si siede quasi mai, dorme pochissimo e quando chiude gli occhi riposa su un divanetto e non sul letto, oggetto inutile, eleminato dal suo arredamento. Emerenc è forte come un personaggio mitologico, lavora più di cinque persone giovani messe insieme, considera tutti i medici stupidi e ignoranti, non crede nella medicina, non ha bisogno di preti né della chiesa (durante la guerra s’era resa conto di quel che Dio era capace di fare), è priva di coscienza patriottica, controlla tutto, sa tutto di tutti ma intorno a lei e al suo passato c’è il silenzio assoluto. Vive in una città che la ama e la rispetta, come fosse un sindaco, ma lei non si è mai svelata davanti a quella città perché il suo mondo è chiuso dietro ad una porta che nessuno ha mai potuto oltrepassare. È più in sintonia con gli animali che con le persone, ma non è così fredda come sembra. Passo dopo passo, la scrittrice scopre il passato leggendario di Emerenc, sconosciuto ai più; sorprendentemente c’è stato un tempo in cui anche lei è stata innamorata. Ha sofferto per amore come tutti gli altri, ma è sopravvissuta, come tutti gli altri. E ha deciso di chiudere il suo cuore, così come ha fatto con la porta di casa.
La porta è un romanzo di cui non ci si può dimenticare, ti assorbe completamente facendoti entrare nella mente di queste due figure femminili antitetiche e potenti. È un romanzo che fa riflettere sui temi universali: Dio, l’amicizia, la fiducia, gli scherzi della vita, la solitudine, le mille facce della lealtà, la morte.
Fino al mese scorso, ero certa che non si potesse non amare questo romanzo. Invece, qualche membro del gruppo di lettura, ancor prima dell’incontro, ha dichiarato d’aver arrancato nel terminare il libro. Non credevo potessero esserci opinioni contrarie: il lettore quando emana una sentenza pensa di essere onnipotente.
Quello di giovedì prossimo sarà un confronto interessante. 

sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

martedì 27 dicembre 2016

Le braci, Sándor Márai

Ho la memoria di un criceto. Anche dei libri di cui parlo con un certo entusiasmo (“bellissimo! L’ho amato tanto”) ne conservo solo un vago ricordo. E talvolta la rilettura spazza via quell’idea di capolavoro che si era formata nella mia mente.

Grazie al gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, quest’anno ho riletto più libri del solito e con Sándor Márai è stata una riscoperta. Lessi Le braci subito dopo la pubblicazione; erano gli anni universitari, quelli della lettura bulimica. Anobii e goodreads erano di là da venire e io mi confrontavo con una lettrice in carne ed ossa, Ilaria, più vorace della sottoscritta. Con un sospiro e un “Ah! l’amicizia…” chiudemmo Márai e passammo ad altre letture.
Qualche settimana fa, prima di riprendere il libro tra le mani, incontro Alessandro, giovane bibliotecario di cui temo sempre il giudizio. Mi aspetto un “non fa per me”, invece mi sorprende con “ho letto una cinquantina di pagine ma se continua a non succedere niente credo proprio che mi piacerà”. Ha ragione lui: in questo romanzo non accade nulla e la forza della scrittura di Márai sta nell’incatenare il lettore in compagnia di due vecchi signori, in un’austera sala da pranzo di un castello ai piedi dei Carpazi, per un’intera notte, tra il 14 e il 15 agosto del 1940.
C’è stato un tempo, 40 anni prima, in cui il vecchio generale Henrick e l’ospite appena tornato dai Tropici, Konrad, sono stati amici inseparabili. Vivevano come fossero fratelli, sebbene Konrad sin dalla gioventù fosse già un “un uomo diverso”. Impenetrabile, sempre un po’ distante, era come se non vivesse realmente in questo mondo.
Henrick, invece, era un ragazzo metodico, perfettamente a suo agio in alta uniforme, nelle serate in società, nei caffè viennesi. Due ragazzi diversi ma amici. Non il cameratismo o la comunanza di interessi tra simili, ma la fiducia cieca, appassionata che ci fa credere nella relazione più intima che possa esistere tra due esseri viventi. Un concetto troppo alto d’amicizia, mi verrebbe da dire oggi. Forse non ripongo abbastanza fiducia nel genere umano. E forse ho ragione stando a ciò che accade tra i due. Qualcosa di grave e irreparabile che cambierà le loro vite e li terrà distanti per quarantuno anni. 
Quarantun anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?... Ma poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere...
Ed è questa tensione che ci portiamo dietro durante tutto il lungo monologo di Henrick. Qualche volta vorremmo interromperlo. E basta! Ora lascia parlare anche Konrad! Vogliamo conoscer il perché, il suo punto di vista, le sue emozioni di allora. Ma Henrick sa già tutto; in fondo ha già avuto le risposte alle domande che si ostina a ripetere, perché alle domande capitali non rispondiamo con le parole ma con la nostra vita.
Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?... Cosa volevi veramente?... Cosa sapevi veramente?... A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?... Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?... Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita.

Ci sono passioni e solitudine in questo libro. E uno stile avvincente. Tanto da farmi tirar fuori dagli scaffali un volume, che giaceva lì da un po’. Passare da Le braci a L’eredità di Eszter è stato come aprire un’altra porta della stessa dimora. 
Una storia diversa ma un po’ la stessa. Un nuovo tradimento, un’altra solitudine, ancora una narrazione che si svolge nell’arco di una sola giornata; il lettore percepisce da subito come andrà a finire, ma resta incollato alle pagine. Perché, anche questa volta, ciò che conta non è la vicenda in sé ma le molteplici sfaccettature dell’animo umano. 
Pagina dopo pagina avrei voluto dare una scrollata ad Eszter e dirle di non farsi ingannare nuovamente da Lajos. E poi dare due sberle a quel farabutto. È pura invenzione, ma tu diventi parte della storia: guardi l’automobile sfavillante, apri il cofanetto di legno rosa, osservi il timbro postale sulle buste delle lettere che Eszter non ha mai ricevuto. E sai che finirai per abbracciarla e rassicurarla perché la vita non va mai come dovrebbe.
«Hai mai pensato» continuò «che la maggior parte delle nostre azioni non è affatto ragionevole e non tende neanche a raggiungere uno scopo? Si compiono determinati atti pur non ricavandone utilità né piacere. Se volgi indietro lo sguardo alla tua vita, ti accorgerai di aver fatto una quantità di cose per il semplice motivo che ne hai avuto la possibilità». 


Sándor Márai, Le braci, trad. Marinella D’Alessandro, Adelphi, 1998.

Sándor Márai, L’eredità di Eszter, trad. giacomo Bonetti, Adelphi, 1999.

lunedì 31 ottobre 2016

La pelle, Curzio Malaparte

La mia copia
Non è uno di quei libri che metti in valigia per un weekend rilassante e non è neanche la lettura più indicata per un periodo in cui sei tanto, parecchio sottopressione. Ma se l’input viene dal gruppo di lettura che l’ha scelto (e tu, per giunta, l’hai pure votato), non puoi più tirarti indietro. Il danno è fatto. 

L’enciclopedia on line Treccani alla voce Malaparte recita:
Pseudonimo del giornalista e scrittore italiano Curzio Suckert. Personalità poliedrica, indipendente e controversa, passò dall’adesione al fascismo, all'antifascismo (che gli procurò nel 1933 il confino), al filocomunismo. Scrisse acuti testi politico-letterari, tra cui Italia barbara (1925), e romanzi quali Kaputt (1944) e La pelle (1950), crude testimonianze sulle atrocità della guerra.

Sulla crudezza delle scene descritte in La pelle c’è poco da discutere: ogni volta che pensavo d’aver letto pagine spietate si apriva un capitolo ancora più duro del precedente. Forse, però, ciò che mi ha veramente colpito sono state le reazioni che la penna di Malaparte riesce a scatenare tutt'oggi. Nel gruppo di lettura della biblioteca ci sono diversi pensionati, persone che, pur non avendo vissuto direttamente gli anni della seconda guerra mondiale, ricordano bene il clima dell’immediato dopo guerra e i racconti dei propri familiari. Mi ha emozionato la voce rotta di Luigi mentre difendeva appassionatamente il romanzo, zittendo chi sosteneva che, in fondo, lo stile di Malaparte è troppo ridondante, esasperante nel ripetere sempre gli stessi concetti. E mi ha fatto sorridere Gianna, che ha interrotto la lettura perché basta con le scene di guerra, la sofferenza, le miserie umane. Io ho una certa età. Voglio cose leggere, che mi facciano star bene, che trasmettano allegria. Una richiesta legittima, in fondo.
E poi c’è stato l’inevitabile scontro tra i due modi di raccontare: quello del letterato, che deve far sfoggio dei tanti libri letti in tutta la sua vita e che un po’ si riempie la bocca dei grandi capolavori, e quello dell’umile lettore. Il saccente (oggettivamente preparato): «Se questo libro è stato definito dai più un capolavoro, una ragione c’è. È evidente». La risposta irritata dell’umile lettore: «Io non sono un letterato. Di evidente non c’è nulla. A me non me ne frega niente se un libro sia considerato un capolavoro o meno. A me un libro piace se riesce a comunicarmi qualcosa, se al termine della lettura ho imparato qualcosa. Altrimenti può esser anche considerato un capolavoro, ma per me è e resterà un libro inutile». E se parlando del libro non riesci a trattenere le lacrime, quell’autore ti avrà sicuramente regalato qualcosa. 


Curzio Malaparte fu anche giornalista ma La pelle non è un reportage di guerra bensì un romanzo surreale in cui la poesia dei paesaggi si scontra con le scene più inverosimili. Non può esser reale il mormorio degli ebrei crocifissi lungo la strada di un villaggio ucraino, né risulta credibile la sirena servita sulla tavola del generale Cork (una cosa che somiglia ad una bambina bollita, presentata su un letto di lattuga e circondata da una ghirlanda di rami di corallo); eppure il lettore è così immerso nella storia da credere a tutto. Qualche volta si ha la sensazione che Malaparte sguazzi in quelle scene orripilanti e ci si chiede quale sia il limite dell’immaginazione dello scrittore e quanto orrore voglia suscitare nel lettore. Poi, ad un tratto, è Malaparte stesso, in una delle tante situazioni inverosimili narrate, ad ammettere che ciò che conta non è raccontare la verità quanto dare l’impressione della verità (chi ha già letto il libro ricorderà la cena in cui Malaparte si burla degli altri commensali, fingendo di aver appena mangiato la mano di un uomo). E allora, di fronte a questa confessione, cambia anche l’approccio al libro: c’è la guerra, c’è la Napoli del 1943, umiliata e sconfitta, ma resta un romanzo e non andrebbe preso troppo sul serio. E poi c’è la critica verso una società vigliacca: i napoletani e gli italiani tutti, this bastard people pronti a soffrire, uccidere, compiere cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre solo per la propria pelle. Tutto il resto non conta.
Non è stata una lettura avvincente; lasciata Napoli ho avuto la sensazione che Malaparte fosse meno interessato alla storia, come se volesse chiudere la narrazione in tutta fretta. Ma forse, se avessi letto La pelle in un altro momento, l’avrei apprezzato di più e non sarei stata così critica.    

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, Milano, 2010.



giovedì 21 luglio 2016

Le correzioni, Jonathan Franzen



Quando una decina di anni fa lessi Le correzioni di Jonathan Franzen rimasi folgorata. Ero tornata a casa dei miei per Natale e avevo le idee più confuse del solito. Stavo per lasciare un lavoro che non mi piaceva per un’altra attività dai contorni indefiniti. Avevo una relazione sentimentale molto coinvolgente ma molto poco opportuna, vivevo in una città di cui non sono mai riuscita ad innamorarmi.
Ricordo che ero nel tinello dei miei (pare si chiami così), seduta sulla lastra di granito, con la schiena rivolta al caminetto acceso. Annuivo, sottolineavo, interrompevo la lettura di tanto in tanto solo per mettere un pezzo di legna al fuoco.
Da allora, non ho più letto un romanzo di Franzen ma, quando ho proposto la lettura di Le Correzioni al gruppo della biblioteca, mi sono stupita del fatto che i partecipanti non lo conoscessero già.
“E ora se mi chiedono perché dovremmo leggerlo che rispondo?”
A distanza di tempo, dei libri letti mi restano sensazioni fumose, qualche immagine un po’ più chiara, ma avrei difficoltà nel ricostruire la trama o ricordarmi come va a finire. In questo caso, mi era rimasta la sensazione di perenne precarietà emotiva e una sola immagine: Denise, in un elegante tubino nero, che mangia una banana per non sembrare troppo affamata prima di una cena di lavoro.
Le correzioni ha venduto tantissimo. Si disse che era un capolavoro assoluto e lo pensai anch’io. Quel romanzo mi parlava, era il libro giusto al momento giusto. La rilettura, invece, è stata lenta e sofferta. Sofferta perché, sebbene i Lambert siano una famiglia del Midwest, certi meccanismi psicologici non hanno uno spazio geografico definito né un periodo storico specifico. Le aspettative dei genitori, le loro profonde delusioni, i sacri principi, le persone perbene che hanno amici perbene e allevano figli perbene possono perseguitarti in qualsiasi Stato del Globo.
Enid, la madre:
Quando intuiva che la famiglia non era l’argomento di conversazione preferito del suo interlocutore, Enid aveva l’abitudine di mettere implacabilmente il dito nella piaga. Avrebbe preferito morire piuttosto di ammettere che i suoi figli l’avevano delusa, ma sentir parlare dei figli deludenti degli altri – divorzi squallidi, abusi di stupefacenti, investimenti sbagliati – la faceva sentire meglio.

Alfred, il padre:
La sola cosa che non dimenticò mai fu come rifiutare. Tutte le correzioni di Enid erano state inutili. Era testardo come il giorno in cui l’aveva incontrato.

È stata una rilettura lenta perché in alcuni tratti Franzen mi è sembrato esageratamente prolisso (sensazione che non avevo avvertito dieci anni fa) e un po’ noioso. Troppe pagine per descrivere la depressione strisciante di Gary, il primogenito (quello che vuole più bene alla mamma), un lavoro in banca, tre figli e una moglie bellissima quanto superficiale.
Troppe pagine per descrivere lo sgomento del piccolo Chip (il secondogenito, l’intellettuale) che, ancora bambino, lotta con piatto di purè di rutabaga, fegato e cipolla fritta. Vittima innocente della Cena della Vendetta ideata da Enid, sua madre, nei confronti di Alfred.
Chip oggi: aveva trentanove anni, e incolpava i suoi genitori per l’uomo che era diventato.

Ancora una volta, le dense pagine dedicate a Denise (quella che vuole più bene al papà) hanno lasciato il segno.

Se Chip avesse voluto confessarsi con qualcuno della famiglia, la sorella minore sarebbe stata la scelta più ovvia. Essendosi ritirata dal college e avendo fatto un cattivo matrimonio, Denise se non altro aveva una certa familiarità con il buio e la delusione. Tuttavia nessuno, eccetto Enid, l’aveva mai considerata una fallita. Il college che aveva lasciato era migliore di quello in cui Chip si era laureato, il matrimonio precoce e il recente divorzio le avevano dato una maturità emotiva che Chip sapeva benissimo di non avere, e inoltre aveva il sospetto che Denise riuscisse ancora a leggere più libri di lui nonostante lavorasse ottanta ore la settimana.

Ma, sulla maturità emotiva di Denise, Chip si sbaglia di grosso.

Ora, per tornare alla domanda iniziale (“Perché dovremmo leggerlo?”), facciamo un gioco: alzi la mano chi non ha mai detto “Non commetterò gli stessi errori dei miei genitori”. Su, dai!, alzate le mani… 

Midwest
Da non mettere in valigia per quei quattro giorni che trascorrerete a casa di genitori e parenti nel periodo natalizio.

Jonathan Franzen, Le correzioni (titolo originale, The Corrections), traduzione di Silvia Pareschi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2002.

Per chi non lo conoscesse, qui il blog di Silvia Pareschi, traduttrice italiana di Franzen.
Qui un’intervista di Franzen al New Yorker.