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sabato 5 novembre 2016

Crepuscolo, Kent Haruf

Copia presa in prestito dalla biblioteca di Marino. 
Le giornate si accorciano, l’inverno è dietro l’angolo ma l’aria è mite e il cielo terso. Sono giorni intensi, ci si alza presto, si lavora tanto, qualche pausa caffè, pasti frettolosi scambiandosi frasi essenziali ma allegre. Si arriva al weekend in un batter d’occhio, si fa mente locale e si sorride soddisfatti. Come direbbe Raymond McPheron, tutte le cose sono state fatte come dovevan esser fatte.
È il momento giusto per tornare ad Holt, tra le strade tranquille e le fattorie isolate. È il momento giusto per condividere le giornate con persone taciturne, che cercano di fare bene e volentieri tutto ciò che viene chiesto loro di fare. È il momento giusto per accomodarsi in stanze illuminate dal sole del pomeriggio, mentre i granelli di polvere danzano nell’aria come minuscole creature; l’occasione ideale per andare a scuola con DJ e poi passare a salutare Raymond in ospedale, telefonare alla giovane Victoria Robideaux e vedere come se la stia cavando tra le lezioni universitarie e l’educazione della piccola Katie.
È sempre la stessa Holt di Canto della pianura, la stessa lentezza, la stessa luce obliqua del mattino; dialoghi essenziali, vite solitarie, gli stessi gesti che si ripetono stagione dopo stagione; niente di eclatante. Eppure non riesci a staccartene, non ti va di andar via dalla cittadina. Un po’ come quando corri in una mattinata di fine ottobre, con le foglie degli alberi tra il giallo e l’arancio, l’aria frizzante ma non fredda, il cielo blu percorso dalla scia bianca lasciata da un aereo. Ami ciò che stai vedendo anche se non è niente di eccezionale.
Da mettere in valigia quando non si va in alcun luogo; basta spostarsi dalla camera da letto al divano: Crepuscolo, una tazza di tè (che quel gentiluomo di Raymond berrà solo per non farci dispiacere) e tutto sembrerà come dovrebbe essere.  

Non ho ancora letto Benedizione. È bello sapere che potrò tornare a rifugiarmi nella fattoria di Raymond, prendere una birra al bancone dell’Holt Tavern o andare a cena in una serata di primavera al Wagon Wheel Café. Sempre che Haruf non mi riservi qualche sorpresa…

Particolare di "Nighthawks", Edward Hopper

Kent Haruf, Crepuscolo (titolo originale: Eventide), traduzione di Fabio Cremonesi, NN Editore, Milano, 2015.

giovedì 30 giugno 2016

Canto della pianura, Kent Haruf



Per essere una cittadina immaginaria, nata dalla mente di un autore semisconosciuto in Italia fino allo scorso anno, Holt in breve tempo è diventato uno dei luoghi più chiacchierati tra gli appassionati della narrativa americana. E la neonata casa editrice milanese NN è diventata tra le più popolari in rete. Forse troppo: improvvisamente sono stata circondata da persone che parlavano solo di Kent Haruf e di NN editore. 
I libri non scadono, quindi, mi son detta, se questo Haruf (deceduto nel 2014) aveva una voce così quieta e luminosa come si narra in giro, il talento resterà immutato anche se non mi precipito subito in libreria. Sicché sono approdata nei pressi di Denver, Colorado, solo la settimana scorsa, mentre la maggior parte degli estimatori della Plainsong Trilogy, avendo letto tutto, era già in crisi di astinenza da Holt.
La luminosità della scrittura di Haruf non si è fatta attendere. Con così tante giornate luminose ho avuto il dubbio che Fabio Cremonesi si fosse fatto prendere la mano con la traduzione di Canto della pianura (arrivato in Italia la prima volta nel 2000 con la Rizzoli e poi dimenticato), aggiungendo un po' di luce qua e là. Invece no, anche il testo originale (Plainsong) è costellato di bright.
Finisco di leggerlo, mi piace ma non so spiegare il perchè. Allora, con la vecchia fattoria dei fratelli McPheron nella testa, mentre i piccoli Ike e Bobby consegnano con le loro biciclette le copie del Denver News, imbocco una stradina secondaria e inizio a correre. L’erba è cresciuta a dismisura, il sole abbagliante rende il percorso più incerto. Non è Holt ma non riesco a descrivere ciò che vedo con parole diverse dal semplice “è una giornata luminosa”. Non è accaduto nulla di esaltante, un sabato come tanti, scandito da ritmi casalinghi consolidati nel tempo. Come una giornata trascorsa ad Holt: lenta, prevedibile e luminosa. Svelato il mistero: a piacermi è la semplicità di Haruf. Non mente, non c'è finzione; si chiama Holt ma potrebbe essere la frazioncina vicino a casa tua.
Leggendo Canto della pianura mi è sembrato di tornare nella campagna del Missouri, nei pressi delle mura dell’università, in compagnia di William Stoner. Un’altra vita silenziosa e anonima, altre ingiustizie, un altro romanzo in cui non accade nulla, lento e magnetico. Così come Stoner, anche Canto della pianura mi è parso perfetto nell’imperfezione delle vite che racconta.

Dal sito University of Texas Libraries
Da mettere in valigia per quella settimana in cui, spossato dalla tranquillità della vita di provincia, ti regalerai un salutare bagno di folla nel caos cittadino. Se sopravvivrai all’ebrezza della metro senza aria condizionata intorno alle 18.00, sarà un sollievo arrivare in hotel e potersi rifugiare nella solitudine di Holt. 


Kent Haruf, Canto della pianura, trad. Fabio Cremonesi
NN editore, 2015.
 

venerdì 8 aprile 2016

Il mio Book Pride 2016

Così quest’anno sono andata anch'io al Book Pride di Milano, l’orgoglio di essere editori indipendenti e lettori curiosi. Sì, direte voi, l’ennesima sagra dell’editoria. Ma a forza di girar per fiere e festival, a forza di mettere like sui social, di vagar in rete per leggere il post di Tizio e rispondere al post di Caio… Insomma, a forza di far tutto ciò, quando lo troverai il tempo per leggere i libri? Per un semplice lettore non sarebbe forse meglio starsene a casa propria nel weekend e dedicare spazio alla lettura anziché perder tempo con attività collaterali, molto social, che dalla lettura distolgono?
Quesito ricorrente e accusa fondata. Forse sì. Andar per fiere è dispendioso sia in termini economici che di tempo. Chi può negarlo? Però il lettore ne guadagna una borsata d’entusiasmo e, talvolta, anche un pizzico di delusione. Elementi che determineranno le successive scelte di lettura. In una fiera, scoverai sempre un editore poco conosciuto, verrai sicuramente catturato da un libro che nel marasma delle uscite editoriali (dei grandi) ti sarebbe sfuggito. Poi, magari, quel libro si rivelerà una ciofeca, il rischio si corre. Ma lo stesso può dirsi per il nome illustre che spopola nelle vetrine.
Piccolo editore non equivale necessariamente a garanzia di qualità. Ma che il piccolo editore di cui sopra sia personaggio coraggioso e appassionato è fuori di dubbio.
Le fiere e le presentazioni sono un’arma a doppio taglio: io ho smesso di acquistare libri da un certo editore a causa di quella sensazione di gelo provata durante un incontro in fiera. Irrazionale, lo so. Ma le scelte del lettore poche volte sono guidate dalla razionalità. Conoscere ed ascoltare chi i libri li fa, li sceglie, li traduce, li scrive, può farti tornar a casa con gli occhi a cuoricino o generare un tal senso di antipatia da far dirottare le tue preferenze di lettura altrove.
Comunque, sono tornata dal Book Pride 2016 con quell'eccitazione che ti fa svegliare presto la mattina per trasferirti in un libro prima di andare a lavoro e immergertici di nuovo in ogni momento utile nel corso della giornata.

Ho finalmente conosciuto le Edizioni Clichy. Era ora!, direte voi. Ma sì, ne avevo già sentito parlare, ricevo anche la loro newsletter, però non mi ero mai fermata al loro stand né avevo mai letto alcun libro pubblicato dai tipi fiorentini. Di ciò che ho portato a casa, come al solito, vi racconterò a lettura conclusa. Lo stand è di quelli pericolosi: i ragazzi della Clichy hanno una tal energia da farti venir voglia di acquistare di tutto, ma ti limiti, perché bisogna anche porre un freno alla fiducia.


La vera scoperta di questa fiera si chiama Safarà Editore. I tipi sono di Pordenone, nascono nel 2008 e ultimamente stampano libri dal formato obliquo, animati dalla trasversalità che può avere la scrittura. Io sono stata catturata dal ceco Tomaš Zmeškal e dalla sua Lettera d’amore in scrittura cuneiforme. Zmeškal nasce a Praga da madre ceca e padre congolese, e già questo binomio è sufficiente per farmi incuriosire. Parla lentamente, il suo sussurrare si discosta dal tuonare ascoltato per un’intera giornata in fiera. Ci racconta della follia che ha animato l’Europa centrale e della necessità di narrare le vite degli individui, quelle che non trovano spazio nelle analisi degli storici. Posso lasciarmi sfuggire un libro simile?

Dopo la strabiliante presentazione del Prof. Gian Piero Piretto, ho finalmente acquistato anche Viaggiatori nel freddo – Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura (degli amici di Exòrma ho già parlato altre volte). Ci giravo intorno da dicembre, stregata dalla timidezza di Elisa Baglioni e dall’ironia di Francesco Ruggiero, il collettivo sparajurij. Al Book Pride mi son fermata a chiacchiera con Francesco Ruggiero e la scintilla è scoccata definitivamente.


Non incontravo la leggerezza di Astoria dallo scorso Salone del libro di Torino. Non ho resistito a questa piccola raccolta di racconti di un’autrice italiana che ha due figli e un cane che somiglia ad una pecora. Marina Morpurgo ed io siamo accomunate dall’idea che in generale ridere sia molto meglio che piangere ed entrambe ci applichiamo molto per riuscirci. Ottima premessa per acquistare un suo libro.


Per concludere, ho ceduto anch’io al misterioso fascino del Canto della Pianura di Kent Haruf. Ormai ne parlano tutti e non potevo sottrarmi alla lettura di un volume dei tipi di NN editore.

Ed ora la smetto di spendere soldi, tolgo gli abiti dell’accumulatrice seriale di libri e mi ritiro a leggere.