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domenica 8 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Hallstatt la magica



Arriviamo alla stazione di Hallstatt con il diluvio universale e saliamo sul traghetto che dalla stazione conduce alla cittadina, attraversando l’omonimo lago. Sul traghetto siamo gli unici due europei; tutt'intorno è pieno di cinesi, coreani e giapponesi. 
Sono tantissimi. Sarà il solito viaggio organizzato, fa il coniuge con noncuranza. Hallstatt è strepitosa anche sotto la pioggia battente. Scendiamo dal traghetto e continuiamo a vedere cinesi ovunque.
757 abitanti, un costone a ridosso del lago, cittadina nota per le ricche miniere di sale e così suggestiva da essere stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Ma perché tutti ‘sti cinesi?
I cartelli affissi dappertutto evidenziano che mi sta sfuggendo qualcosa.



Il villaggio da cartolina per eccellenza, come viene definito in un articolo del Corriere della sera dello scorso anno, è piaciuto così tanto a qualche cinese da decidere di costruirne una fotocopia nella periferia di Luoyang, sulle rive di un lago artificiale. I cinesi hanno spiato, misurato, fotografato, dalle abitazioni al cimitero di Hallstatt, e poi l’hanno riprodotto a casa propria, inaugurando l’Hallstatt cinese nel 2012. Gli austriaci inizialmente sembrano non aver apprezzato ma, considerando il numero di turisti asiatici, la violazione della privacy è stata ricompensata da un cospicuo vantaggio economico.

Hallstatt è meta di turismo mordi e fuggi. La maggior parte dei visitatori arriva in autobus o in treno in tarda mattinata, invade le vie del centro e sparisce nel pomeriggio. Qualcuno arriva via lago, andata e ritorno in giornata.
La sera, cessata la pioggia, la cittadina è silenziosa e semideserta. Gli alberi rampicanti che decorano le facciate delle case, le luci soffuse che si riflettono sul lago e un cielo dal colore indefinito che ti fa dire forse la felicità è questa.



All’alba, con il dissolversi della foschia, è meglio scappare dalla folla, arrampicandosi tra i sentieri che sovrastano il borgo. Tanto i turisti opteranno per la funicolare e si limiteranno a visitare le miniere con il trenino minerario e a leggiucchiare qualche informazione sulla cosiddetta Civiltà di Hallstatt. Il coniuge, invece, ha adocchiato un paio di percorsi e, camminando camminando, riscendiamo qui



La mattina in cui ripartiamo da Hallstatt, incrociamo due coppie di cinesi in abito nuziale. Luogo ideale per un book fotografico. Forse le spose dovrebbero metter via il broncio e l’espressione malinconica, o forse usa così.



È prevista una lunga camminata tra torrenti e ponti di legno da attraversare. Passiamo dai girasoli ai ciclamini, dalle piante di susine ancora acerbe, che non mi stanco di assaggiare (Se ti vedono, ben che vada ti tagliano una mano! Ma no, coniuge, che vuoi che sia. Non sono neppure mature), ai campi coltivati nel mezzo del nulla. Seguiamo improbabili indicazioni in un inglese ancora più improbabile. Ci perdiamo almeno un paio di volte e torniamo sui nostri passi alla ricerca dell’incrocio non segnalato. E giù a ridere e dire sciocchezze, come non facevamo da tempo. Ah, ma il prossimo anno compro il gps, basta con questa storia che senza connessione e con un pezzo di carta è più divertente!
Ma lo è stato, sono stati i giorni della spensieratezza; abbiamo riso tantissimo, spesso per delle banalità; non eravamo in alta quota, non dovevamo preoccuparci delle previsioni meteo e dei percorsi corretti. Non era fondamentale calcolare i tempi. Qualche volta abbiamo improvvisato; a volte c’è andata bene, altre siam dovuti tornare indietro. Ma è stato uno spasso.


Nel mezzo del nulla - Foto del coniuge

Siamo entrati in tutti i cimiteri incontrati lungo la via. Il coniuge scuote la testa, povero, se n’è fatto una ragione. Vorrei essere sepolta ad Hallstatt; nella parte alta del paese, affacciata sul lago. Spazi infiniti. Quando si dice l’eterno riposo.


Hallstatt
Abbiamo visto laghi dalle acque cristalline, neanche fossimo in alta montagna, e laghetti pubblicizzati come paradisiaci ma rivelatisi deludenti. Siamo riusciti nel faticoso intento di mangiare un apflestrudel al giorno. Il migliore è stato quello dell’ultima sera, quando abbiam fatto ritorno a St.Wolfgang per una notte. Saranno stati i chilometri percorsi o quella malinconia che ti prende quando tutto sembra esser stato perfetto, anche se, in fondo, hai solo camminato, guardato, annusato, pensato. Sorriso. Molto.




mercoledì 4 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Bad Ischl e il tempo che fu



Lasciamo le rive del Wolfgangsee per dirigerci verso Strobl e, da lì, prendere un autobus per Bad Ischl. Il cielo è grigio, il profumo del sottobosco è reso più intenso dalla pioggia caduta durante la notte.
Il coniuge non riesce a transigere sulle coperture d’amianto che riparano la legna già pronta per l’inverno. Io favoleggio su Bad Ischl. Avrà conservato l’atmosfera che ammaliò Sissi e che tanto piaceva a Francesco Giuseppe? Terme e verde. 
Luogo magico o la decadenza di una Montecatini austriaca?
La seconda.
Bad Ischl - Foto del coniuge

La città ancora oggi vorrebbe far rivivere i bei tempi della Kaiservilla, quelli in cui l’imperatore si dilettava nelle lunghe battute di caccia mentre l’imperatrice sudava per conservare la famigerata forma fisica. È qui che Francesco Giuseppe, nel luglio del 1914, siglò la dichiarazione di guerra alla Serbia, che avrebbe portato allo scoppio della Prima guerra mondiale. Nello studio dell’imperatore è rimasto tutto immutato (ovviamente, i documenti esposti sono copie) e la visita alla villa merita. Anche se…
Anche se, va detto, è organizzata malino. Si paga per una visita guidata (non è possibile visitarla individualmente) e, come da indicazione, si attende l’orario del proprio turno; peccato che a godere della guida sia solo chi parla tedesco. A tutti gli altri, invece, viene messo un foglietto in mano con scarne indicazioni nelle rispettive lingue di provenienza e via.       

Francesco Giuseppe donò la villa alla figlia, Maria Valeria, innamorata del luogo, che vi trascorse gran parte della vita. Attualmente la villa è di proprietà dell’arciduca Marco d’Asburgo Lorena (nipote di Maria Valeria) che ne ha deciso l’apertura al pubblico.

Bookcrossing imperiale

Sebbene Bad Ischl sia il centro più grande tra quelli toccati finora e, apparentemente, il più noto, manca la vivacità e l’allegria dei borghi in cui abbiamo pernottato. A due passi dallo storico Cafè Zauner (il caffè è pessimo ma le torte e il cioccolato sono strepitosi), c’è una piccola libreria. Vado a curiosare. Quali sono gli italiani contemporanei presenti tra gli scaffali?
Molto Camilleri (di cui in un manifestino si ricorda la recente scomparsa), Carofiglio, l’immancabile Elena Ferrante e Domenico Dara (??).



È un luogo malinconico Bad Ischl; prova a mantenere la compostezza e l’incedere regale di un tempo ma non inganna nessuno.


Partiamo da Bad Ischl con un cielo buio e nebbioso, neanche fosse autunno inoltrato. Visibilità pari a zero; scartiamo l’opzione percorso lungo ma panoramico. Neppure oggi correremo il rischio insolazione.
Optiamo per un sentiero piatto che in poche ore ci condurrà a Bad Goisern. Arriviamo bagnati e infreddoliti. Solo un apfelstrudel potrà salvarci. E l’apfelstrudel del Cafè bäckerei Maislinger rischia di vincere il contest (per dirla come se avessi 18 anni) 2019. Un viaggetto con il coniuge senza una competizione gastronomica che viaggetto è? Visto il contesto, abbiamo deciso di sacrificarci mangiando un apfelstrudel al dì in luoghi diversi. Liscio, senza panna, gelato o intingoli vari. Siamo giudici severi: fino ad oggi nessun dolce ha superato il 7, ma quello di Bad Goisern l’ha ottenuto in pieno.
Rinfrancati da tanta bontà, prendiamo il treno alla volta di Hallstatt.

martedì 3 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - St. Wolfgang, St. Gilgen e l'acqua azzurra del Wolfgangsee



Sostiene il coniuge che sia diventata lagodipendente. Il coniuge esagera, anche se tocca ammettere che, dall’ultimo trasloco, tra allenamenti, passeggiate, pause di riflessione e vacanze, finisco per prediligere sempre le rive di un lago.
Per dirla tutta, l’idea di camminare tra le miniere di sale e i laghi del Salzkammergut è stata del coniuge. Le minacce della scorsa estate (Basta con le vacanze insieme! Dal prossimo anno ognuno parte per conto proprio), l’hanno indotto a valutare l’opzione hiking e a mettere da parte le ciclabili. Ma forse la scelta dei laghetti del salisburghese, circondati da straordinari percorsi ciclabili, è stato solo un modo subdolo per strapparmi un Sento un po’ la mancanza della bici. Sai quanti altri borghi avremmo potuto visitare pedalando? Quel furbastro del coniuge, senza troppi sforzi, è riuscito a farmi dire ciò che, fino a qualche anno fa, da camminatrice indefessa, mai avrei immaginato di poter pronunciare.       
L’idea era quella di coniugare camminate nel verde, non troppo impegnative, con la visita di zone affascinanti ma non affollate (obiettivo arduo se si parte nella settimana di Ferragosto). E questo viaggetto sembrava perfetto.
Inizio in salita: Italo si ferma dopo 10 minuti dalla partenza per un guasto sulla linea. Le infrastrutture non sono il punto forte del nostro Paese. Perdiamo la coincidenza per Innsbruck e buona parte del pomeriggio. Ma leggiamo parecchio.
Innsbruck - foto del coniuge
Il tratto Verona – Innsbruck è splendido anche in treno; tanto verde da dimenticare i ritardi e l’afa romana. Arrivati in Tirolo, il coniuge estrae con un sorriso la felpetta dallo zaino. Talvolta basta un venticello per sentirti felice.
Gli imprevisti casalinghi e le grane lavorative sono già lontanissimi.



Sankt Wolfgang è una cittadina calda e allegra sulle rive del lago Wolfgangsee, in Alta Austria. C’è un’atmosfera rilassata; i caffè sono affollati ma non rumorosi; gli austriaci si godono il cielo azzurro, la temperatura piacevole e una birra. Noi girelliamo tra le viuzze che si affacciano sul lago; sbirciamo nei capanni sull’acqua, uno vicino all’altro, una sorta di palafitte piuttosto animate in questo sabato d’agosto. Qualcuno sta organizzando una festicciola, qualcun altro è sdraiato con un libro in mano, i più utilizzano gli spazi esterni di queste casupole sull’acqua come trampolino e approdo dopo una nuotata.          


Il traghetto fa la spola tra i vari borghi che si affacciano sul Wolfgangsee, caricando e scaricando turisti. La maggior parte di loro si ferma un paio di ore, acquista un souvenir e riparte. All’improvviso iniziamo a sentire il suono di una cornamusa. E non te l’aspetti qui, tra i vicoli di un paesello sulle rive di un lago del salisburghese. 

La musica proviene dalla piazzetta antistante la Pffarkirche, la chiesa del Pellegrino. In un altro momento, ci entreresti per ammirare l’altare di Michael Pacher, o resteresti lì fuori a guardar il lago, o ti ci fermeresti per riempire la borraccia, approfittando della fontana all’esterno della chiesa. Oggi no.
Guardi stupita l’uomo in kilt che suona da un pezzo, aspettando che gli sposi e il nutrito gruppo d’invitati, elegantemente abbigliati, escano dalla cappella per poi dirigersi tutti insieme, a suon di musica, sul molo. 
Cappellini e velette, tacchi alti, accento scozzese, salgono sull’imbarcazione che li porterà a festeggiare le nozze in qualche altro borgo sul Wolfgangsee. La cornamusa è lontana e a Sankt Wolfgang è tornata la pace.

St. Wolfgang deve il nome all’omonimo santo, monaco cristiano e vescovo tedesco del X secolo. Narra la leggenda che nel periodo del suo eremitaggio, il monaco visse nell’area di St. Wolfgang, intorno all’anno 980, esattamente lungo il sentiero che collega Sankt Wolfgang a Sankt Gilgen. Un bel percorso che sa di ciclamini. Non sentivo un profumo così intenso dai tempi in cui vagavo per i boschi del mio paesello in cerca di gnomi e folletti.
Strada facendo si arriva al piccolo eremo dove, pare, vivesse il santo. Obbligatorio visitare la chiesetta, esprimere un desiderio e suonare la campanella tre volte (per sicurezza facciamo quattro), sperando si realizzi presto.
I punti panoramici che affacciano sul lago sono straordinari. E poi c’è un tale silenzio! Quiete e camminatori silenziosi anche dopo aver lasciato il sentiero dei pellegrini; scendiamo verso il lago avvicinandoci alla baia di Fürberg. Acqua limpida, clima mite, tanto verde; le panchine lungo il percorso ricordano i numerosi artisti che scelsero St. Gilgen e il Wolfgangsee come luogo di ritiro in cui scrivere e comporre. Se potessi, mi ci ritirerei anch’io.
L’atmosfera diventa più vivace quando raggiungiamo il molo di St. Gilgen, il paradiso degli sport acquatici. Canoa, windsurf, sci nautico, barca a vela… non sembra neppure di essere sulle rive di un lago. Qui nacque la mamma di Mozart e la cittadina sfrutta, a distanza di anni, il celebre compositore. Ma Amadeus snobbava Salisburgo, figuriamoci St. Gilgen. Sembra che non vi mise mai piede. Vi visse, invece, sua sorella, Nannerl ed è possibile visitare il piccolo museo dedicato ai Mozart o sedersi in riva al lago, prendere la mappa e decidere cosa fare l’indomani.  

St. Gilgen - Capretta immortalata dalla Baba 

lunedì 27 agosto 2018

Dobbiaco – Cividale del Friuli. Ciclabili, luoghi incantati, prove generali di divorzio…

Lago di Bled (Slovenia)


Le ferie, specie se son poche, le si attende sempre con una certa ansia. Ricordo anni di conti alla rovescia, viaggi programmati parecchio tempo prima di partire, cene gaudenti l’ultimo giorno di lavoro con relativo mal di testa il primo giorno di ferie. Questa volta è stato diverso. Niente crocette sul calendario, nessuna cena speciale, poca voglia di partire. Addirittura, tornando a casa dal lavoro, mi sono chiesta se non stessi commettendo una sciocchezza. Forse avevo solo bisogno di due settimane di corsa mattutina, divano, libro, dormire. Soddisfare i bisogni primari compiendo il minimo sforzo. Altro che vacanze in bici da Dobbiaco a Trieste.
E con questo spirito gioioso e propositivo, mentre il coniuge andava alla ricerca del caschetto smarrito (il mio, misteriosamente ingoiato dalla microcantina in cui era stato riposto lo scorso anno), ho iniziato a preparare lo zaino.
Dolomiti - Le Tre Cime viste da Dobbiaco

Alta Val Pusteria – Oberdrauburg
. Fatica e stupore.
San Candido
Sebbene sia una donna moderatamente sportiva tutto l’anno, il ciclismo non è la mia passione, e riprendere la bici dopo 365 giorni non è stato facilissimo.
Ho retto bene per i primi 50 chilometri, poi la stanchezza ha avuto il sopravvento. Percorso agevole, prevalentemente ciclabile, temperatura perfetta, tantissimi ciclisti di ogni età. 

Alle spalle le Tre Cime, tutt’intorno il verde dell’Alto Adige, la vivacità di San Candido, io che grido “Loacker!” come fossi una bimba di tre anni (mi era sfuggito il fatto che la ciclabile passasse accanto a uno degli stabilimenti che bontà!). La Drava che scorre pacifica alla nostra destra, le casette austriache nei cui giardini i nanetti di Biancaneve ascoltano musica classica, le ballate tirolesi nel centro di Lienz.

Il bucato di Lienz 

Ancora venti chilometri lungo la ciclabile della Drava e raggiungiamo Oberdrauburg: due alberghi, una chiesa, un parrucchiere, un ufficio postale, un discreto numero di ciclisti, motociclisti ed escursionisti.
Lienz

Oberdrauburg – Feistritz an der Gail: la tappa dai nomi impronunciabili.
Baciati dal sole, pedaliamo lungo la ciclabile della Carinzia. Paesaggio piatto più che pianeggiante. Prevalentemente campi e fattorie. Un caldo della miseria, nessun paesello di rilievo da visitare, pochissime fontane. Mi consolo pensando al lago di Pressegger See, che dovremmo incontrare intorno al 50° chilometro della pedalata. Ho infilato perfino il costume nello zaino. Ma è metà agosto, è pieno di gente e il coniuge pedala come un forsennato, oltrepassando a gran velocità anche il ponte sul Gail.  
Giunti nel primo pomeriggio alla meta del giorno, non riceviamo alcun premio. In compenso, io sono pronta a scaraventare la bici nel fiume, ho una sete pazzesca e ho preso più volte in considerazione la possibilità di divorziare. Mai acqua fu più dissetante di quella della fontana di fronte alla Gasthof Alte Post di Feistritz (non escludo che non abbiate mai sentito parlare del Comune in questione: 615 abitanti, un albergo, una chiesa, un cimitero, una miriade di ciclisti). La quiete dell’Alte Post, l’accoglienza dei gestori, un libro, una radler fresca e le battute degli altri pedalatori indefessi placano le mie ire. Il divorzio può aspettare.

Bled

Feistritz – Bled (Slovenia). L’obiettivo del tour.
È la giornata che attendo da quando abbiamo scelto questo ciclotour. È la giornata di Bled, del lago con al centro la piccola isola e la chiesetta dedicata a San Martino; è la giornata in cui percorreremo parte della ciclovia Alpe Adria, già sperimentata due anni fa e che tanto m’era piaciuta. È la tappa che prevede una piccola deviazione verso Tarvisio e una sosta a Kranjska Gora. È la tappa in cui apriamo gli occhi e il cielo è nero. Completamente. L’unica giornata di pioggia in dieci giorni di vacanza. Al limite del fantozziano.
Partiamo incuranti della pioggia, tanto il cielo è così uniformemente scuro da rendere superflua qualsiasi attesa. Nessun diluvio in vista, ma il rischio di un’insolazione è un’ipotesi remota.
La pioggia lava i miei pensieri. Scompare il cattivo umore del giorno precedente, la frescura del kway bagnato sulla pelle arrossata è quasi piacevole. Torna il buonumore e smette di piovere. Cielo grigio tendente al sereno.
Per non sfidare la sorte, decidiamo di tirar dritto fino a Kranjska Gora. Niente sosta a Tarvisio per quest’anno. Superato il confine sloveno, troviamo uno spiraglio di sole, il caffè è meno buono, i cornetti sono finiti, i tanti italiani che girellano nel centro della bella cittadina parlano solo delle condizioni meteo previste per i prossimi giorni. Variabile tendente al bello.
Ripartiamo fiduciosi: la pioggia ha reso più brillante il verde che ci circonda. Ricomincio ad apprezzare la bicicletta. Poi il coniuge buca e torno a pensare che no, mai fidarsi troppo delle due ruote. Ma è questa l’occasione in cui emerge la solidarietà dei ciclisti. Dal momento in cui ci siamo bloccati al momento in cui la ruota posteriore ha ripreso a svolgere la sua funzione, ogni singolo ciclista di passaggio s’è fermato per chiedere se avessimo bisogno d’aiuto. È vero che diverse coppie stavano seguendo il nostro stesso percorso, quindi alcuni volti erano già familiari; eppure c’è quello spirito di solidarietà, quell’interesse verso il prossimo (tipico anche degli escursionisti) a cui non si è più abituati e che è bello riscoprire sulla strada.
Sperando di raggiungere una Bled senza pioggia, decidiamo di prendere il treno a Jesenice. Un treno d’altri tempi che attraversa paesetti immersi nel verde. Un treno vecchio ma puntuale con un improbabile servizio di trasporto bici.
Bled è incantevole con il cielo azzurro e suggestiva quando riprende a piovere (certo, se il meteo ci avesse graziato ancora per un paio d’ore avremmo apprezzato; ma non si può aver tutto dalla vita). Niente visita al castello né traghettamento verso l’isola al centro del lago. 
Ci siamo limitati a una camminata intorno al lago, scherzando sui prossimi viaggi separati. Ma sì, basta con le vacanze di coppia, che poi quando torniamo a casa abbiamo pochissimo da raccontarci. «Quindi tu hai chiuso con la bici?». No, niente bici. Trekking. Voglio tornar in montagna Anzi no. Voglio andare al Nord. Finlandia, Norvegia, Islanda… E giù a ridere mentre ceniamo nello sfarzoso hotel che si affaccia sul lago, paragonando gli esperimenti culinari dello chef stellato all’abbondante schnitzel della sera precedente. 
La leggerezza delle vacanze.

Cividale del Friuli

Bled – Most na Soči – Cividale del Friuli. La giornata della Grande Guerra.
Tappa facile; cielo azzurro, paesetti che ricordano alcune zone dell’Abruzzo, tanta campagna, la pace d’un giorno di festa interrotta dal rumore di qualche trattore incurante del Ferragosto. Qualcuno lavora nei campi, qualcuno organizza un picnic sulle rive del Soča, che presto diventerà Isonzo.
Ci fermiamo a Kobarid. Caporetto. Parcheggiamo la bici davanti al Museo della Grande Guerra e veniamo catapultati tra il 1915 e il 1917. Foto di ragazzini dalle uniformi pesantissime che non hanno fatto ritorno a casa. Volti seri, in posa, che si perdono tra corpi straziati, allineati l’uno accanto all’altro, ormai privi di vita. Piccoli uomini di cui non ricordo si sia parlato granché nei miei anni di scuola, in cui si menzionavano solo i grandi nomi, come se la Storia venisse fatta da condottieri e dagli statisti e non da persone come noi.
Per ricordare cosa fu Caporetto, abbiamo ascoltato i 20 minuti di documentario in italiano (ma è possibile ascoltarlo anche in altre lingue), abbiamo visto le varie installazioni, osservato i plastici. Ma ciò che si porta via sono quei volti, quelle immagini, italiani, austriaci, russi… L’inutilità di tanta sofferenza.

Si riparte verso Cividale del Friuli. Ingresso trionfale sul Ponte del Diavolo. E per quanto tu sia sudato, stanco, affamato (Ma dai, su, è sufficiente un po’ di frutta, tanto arriveremo a Cividale nel primo pomeriggio…), resti incantato davanti alla vista sul Natisone e hai la certezza che quel fazzolettino di paese ti piacerà tantissimo.
Un borgo accogliente, vivace, suggestivo; non stupisce sia stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Un posto in cui mi fermerei volentieri, ma ci attende Gradisca sull’Isonzo...

La poesia di Cividale del Friuli
Si ringrazia il coniuge per la gentile concessione delle foto. 

lunedì 26 settembre 2011

Giovinezza a Vienna

Ho acquistato Giovinezza a Vienna in estate, prima di partire per l’Austria, con l’idea di leggere le vie di Vienna prima di percorrerle. Da questo libro mi aspettavo di scoprire la Vienna di fine ‘800 più che di conoscere la giovinezza dissennata di un borghese ebreo negli anni in cui, in Europa, iniziava a mettere radici l’antisemitismo. Volevo incontrare una casa editrice nuova (SE Edizioni), leggere finalmente un’autobiografia e possedere un libro dalla copertina suggestiva come questa:


Poi, però, il libro è rimasto sulla scrivania insieme agli altri che si vanno pian piano ammonticchiando, in attesa che una probabile libreria Ikea faccia il suo ingresso trionfale in casa valigiesogni.
Poiché un viaggio non termina solo perché si è scesi dal treno, qualche giorno fa ho liberato l’autobiografia di Arthur Schnitzler dalla pila di libri da leggere, spostandolo dalla scrivania alla mia borsa. Incipit accattivante:

 “Sono nato a Vienna il 15 maggio del 1862 nella Praterstraße, chiamata allora Jägerzeile, al terzo piano dell’edificio attiguo all’hotel Europa; poche ore dopo, mio padre me lo raccontò più volte, trascorsi qualche tempo sulla scrivania. Non son più se quella sosta, comunque insolita per un neonato, fosse stata decisa da mio padre o dalla levatrice; in ogni caso l’episodio gli fornì sempre lo spunto per una profezia palesemente scherzosa sulla mia carriera di scrittore- una profezia, peraltro, al cu avverarsi egli avrebbe assistito solo per un tempo assai breve, e con una gioia non priva di riserve.”

Dopo un inizio promettente, la lettura è diventata sempre più faticosa. Stile ridondante, attenzione al dettaglio, descrizione minuziosa di eventi apparentemente banali, elenchi dettagliati di amici, insegnanti, conoscenti, date e fanciulle. Tante fanciulle. Eppure, nonostante una certa difficoltà nel procedere con la lettura, non sono riuscita a distaccarmene fino alla fine, postfazione inclusa. Forse ha prevalso il desiderio di scoprire quale fosse lo stile di vita e la quotidianità di un giovane di buona educazione nell’Austria dell’Ottocento. E più ancora la smania di capire come Arthur Schnitzler sia diventato Arthur Schnitzler.
Chissà perché mi aspettavo un’educazione rigida e una vita seriosa ed assennata. Sì, certamente. Ore ed ore trascorse, fin dall’adolescenza, incontrando (e fantasticando) su donne più o meno “serie”, qualche ora al pianoforte, serate a teatro, pomeriggi spesi al caffè Central, lunghe passeggiate al Volksgarten sempre in dolce compagnia, tanto tempo dedicato alla scrittura di diari, lettere, alla stesura delle prime opere teatrali (nelle quali nessuno credeva) e poche, pochissime ore dedicate allo studio.
“Fin da piccolo avevo nutrito il sogno di diventare medico come il babbo. In tal modo mi sarebbe stato possibile girare in carrozza tutto il giorno, non solo, ma avrei potuto anche farla fermare a mio piacimento dinanzi a qualsiasi negozio di dolciumi, per acquistare leccornie deliziose […] A voler essere più seri, senza dubbio subì l’influsso dell’esempio paterno e ancor più quello dell’atmosfera che regnava in casa nostra fin dalla mia prima fanciullezza; e poiché durante il ginnasio nessuno aveva pensato che potessi seguire un corso di studi diverso, risultò del tutto normale che  nell’autunno del 1879 mi iscrivessi alla Facoltà di Medicina dell’università di Vienna. Fino ad allora non avevo dato prova di una reale attitudine e neppure di un particolare interesse per le scienze naturali. Senza dubbio, il piano di studi del ginnasio e la personalità dei nostri professori non erano stati in grado di risvegliare il mio interesse per quella disciplina, e anche l’educazione e l’istruzione che venivano impartite in casa – non soltanto nella mia – non tendevano a sviluppare le capacità percettive.  Nei confronti della natura in quanto tale, il mio atteggiamento sarebbe rimasto ancora per lungo tempo incerto, poetico-sentimentale piuttosto che ingenuo contemplativo, e la mia sete di conoscenza si sarebbe rivolta all’ideologia, alla storia ed alla psicologia più che al fenomeno, al presente ed alla forma”.

Nonostante lo scarso impegno, Arthur Schnitzler divenne poi un medico. Ma le sue memorie non mostrano mai un reale interesse verso la professione. Solo nelle ultime pagine dell’autobiografia, parlando dell’ipnosi e degli esperimenti fatti utilizzando la tecnica dell’ipnosi, si percepisce il diverso coinvolgimento del dottor Schnitzler.
L’indole ribelle, incosciente e un po’ frivola di AS contribuì ad instaurare un rapporto freddo e sempre più distante nei confronti del padre. L’autore esprime, in diversi momenti della sua vita, giudizi molto severi verso il padre, nonostante non neghi che “nato nella miseria, ciò che aveva raggiunto era unicamente frutto del suo talento, della sua volontà e della sua forza”. 
Ma, insomma, una pacifica convivenza era difficile da realizzare stando alla confessione dello stesso AS, già in età adulta.

“In un primo momento l’esercizio della libera professione restò limitato a un ambito assai ristretto e devo ammettere, in tutta sincerità, che continuai la vita da studente: ero un giovane di buona famiglia che per un paio di ore al giorno si dava da fare in ospedale, al policlinico, nel laboratorio di istologia patologica, che frequentava con assiduità il teatro, i concerti e la buona società, che trascorreva una parte eccessiva del suo tempo libero al caffè con gli amici e viveva ancora con il denaro per le piccole spese, che non gli bastava mai, naturalmente.” 

E poi, balli, lettere d’amore, amanti che si alternano, altre che riemergono, cocotte, donne di tutte le età e tutti i ceti sociali che entrano ed escono dalla vita di AS. Viaggi, inquietudini. Una giovinezza incredibile, assai distante da quella che avevo immaginato. Un’autobiografia che non scorre velocemente ma che costituisce un ottimo strumento per leggere, e rileggere, con occhi diversi le opere di Schnitzler.

sabato 27 agosto 2011

Austria – Salisburgo

Tutti i nostri arrivi (se si esclude Steyr) sono stati caratterizzati da cielo cupo e da una leggera pioggia. Salisburgo non è stata da meno. Pioggia battente per un’intera giornata; poi è spuntato un timido sole, la temperatura si è addolcita ed improvvisamente è arrivata l’estate.


Centro storico splendido, accogliente, con edifici barocchi che si alternano a costruzioni gotiche, il fiume Salzach scorre solo apparentemente lento. Intorno alla città, le due alture del Kapuzinerberg e del Mönchsberg; su quest’ultima è stata costruita un’imponente fortezza (Hohensalzburg) in pietra bianca, cinta da grossi bastioni.
Bella Salisburgo, eppure Mozart detestava la sua città natale. Troppo chiusa ed assopita rispetto alle grandi città europee. Salisburgo, al contrario, non fa che venerare il suo geniale figliolo, trasformandolo in un bel business. In fondo, come fare diversamente, vista la moltitudine di turisti che si riversa nella città? Numerosi e rumorosi; tanto da smorzarne la bellezza. Se però si percorrono le vie centrali al mattino, con i negozi chiusi e la gran parte dei turisti dormienti, ci si guarda intorno estasiati perché Salisburgo, nonostante gli edifici pomposi, riesce ad essere cordiale come un piccolo borgo di montagna.
Confesso che, in quanto città natale di Mozart, m’aspettavo di trovare tracce più tangibili della sua esistenza. Di fatto, però, non avendo mai amato la “sua città”, tutto ciò che si trova a Salisburgo è più una ricostruzione della vita dell’artista e della sua famiglia, fatta a posteriori, che un reale segno della presenza di Amadeus. Come dire, la città lo ricorda e sfrutta il suo nome ma lo spirito di Mozart aleggia altrove.
Il cercarlo ed il non trovarlo ha un che di malinconico. Io l’ho cercato nella casa natia, al terzo piano della Getreidegasse 9, un edificio giallo in quella che oggi e la via principale dello shopping. Mi sono fatta largo tra i giapponesi che scattavano foto dappertutto e i nostri connazionali che lamentavano a gran voce l’assenza di audioguide/traduzioni in italiano.
L’appartamento della famiglia Mozart è parte del museo gestito dalla Fondazione internazionale del Mozarteum e raccoglie diversi oggetti del compositore, strumenti musicali, ritratti, lettere, spartiti e il suo primo pianoforte. 
Poi, così come fece la famiglia Mozart, mi sono spostata nell’altra casa, quella in Makartplatz 8, luogo in cui Leopold Mozart morì in solitudine, visto che la moglie era già venuta a mancare e Amadeus aveva ormai lasciato Salisburgo da anni. Anche questa abitazione, in parte ricostruita, è gestita dal museo della Fondazione già citata, che amministra l’eredità artistica del compositore. Anche qui si trovano arredi dell’epoca (simili a  quelli che erano appartenuti alla famiglia), celebri ritratti, preziosi documenti, strumenti musicali. Al piano terra, poi, c’è il Museo Audiovisivo Mozartiano, una sorta di laboratorio multimediale in cui vengono custoditi e raccolti film e documentari attinenti alla vita del compositore, Dvd e Cd per ascoltare o vedere alcuni dei suoi concerti più celebri.
Ho trascorso un po’ di tempo girovagando nelle stanze dei due appartamenti, leggendo soprattutto la corrispondenza. Amadeus aveva una bella calligrafia tondeggiante, con qualche svolazzo qua e là. Si vede che, all’epoca, c’era un rapporto diverso con l’inchiostro. Ho trovato lettere di Leopold Mozart in cui questi rassicurava la figlia delle proprie condizioni di salute, quando, invece, stava per morire. Ho letto le parole affettuose che Amadeus, nel corso dei frequenti viaggi, indirizzava a sua moglie Costanze. Ho pensato al patrimonio racchiuso in ciascuna di quelle lettere; patrimonio che, in tempi moderni, si smarrisce tra veloci e-mail e insipidi SMS. Poi, però, nel leggere alcune lettere davvero molto personali, sono quasi arrossita. Non è bello, neppur a distanza d’anni, star lì a spiare la vita di qualcuno. La mia e quella di migliaia d’altri occhi costituiscono un’intrusione nella sfera più intima di un’intera famiglia. Ma Amadeus era uomo di compagnia che amava la celebrità: forse questa violazione della privacy non gli sarebbe poi tanto dispiaciuta.




Certo non potevamo saltare la visita alla Fortezza Hohensalzburg. Fatta costruire nel 1077 dall’arcivescovo Gebhard, nel corso delle lotte per le investiture tra Papa ed Imperatore, è stata poi ampliata nel corso degli anni. Imponente, non c’è un’altra espressione per poterla descrivere. Vi si potrebbe arrivare attraverso una funicolare costruita alla fine dell’Ottocento ma verrebbe meno il gusto di percorrere una strada ripidissima che rende ancora più grandioso il castello. Da qui, la vista sulla città, ovviamente, è eccezionale; e poi ci sono le superbe camere dei principi: la stanza d’oro, rivestita di legno intarsiato e dorato, con la sua grande stufa in maiolica dai disegni floreali, e la sala; entrambe le stanze presentano soffitti a cassettoni, dipinti d’azzurro e con bottoncini dorati per ricreare l’effetto cielo stellato.


Il verde che circonda Salisburgo e il desiderio di fuggire dalla pazza folla ci spingono a cercare anche percorsi alternativi. Si prende così, da una via piuttosto centrale, una stradella in salita che dovrebbe portare fino al Kapuzinerberg, il Colle dei Cappuccini. E qui commetto un’ingenuità. Salendo lungo la silenziosa e verde collina, infatti, incontriamo una chiesa e un monastero dei Cappuccini. Continuiamo a camminare lungo la Stefan Zweig Weg e incontriamo anche un mezzo busto che raffigura lo stesso Stefan Zweig, scrittore austriaco. Dell’autore ho letto solo un paio di libricini poco prima di partire; ne conosco a stento la storia e capisco che nel suo girovagare ha soggiornato a Salisburgo. Tant’è che sulla mappa della città ho visto uno “Stefan Zweig Centre Salzburg” ed ho anche pensato di visitarlo. Ma poi è finita lì.
Insomma, solo al ritorno in Italia scopro che su quella collina silenziosa i coniugi  Zweig avevano acquistato una villa in cui hanno dimorato dal ‘19 al ‘34; la villa è stata polo d'incontro di numerosi intellettuali europei, tra cui Thomas Mann, Arthur Schnitzler, James Joyce, George Wells, Arturo Toscanini… Suppongo d’esser passata quasi accanto alla villa ma me la son lasciata sfuggire. Pace.

Dalla serenità e dalla bellezza di quel luogo, però, posso affermare che Stefan Zweig era un uomo di buon gusto dal quale mi sarei fatta ospitare volentieri almeno per un weekend. 
Il viaggio si è concluso con una meta tipicamente turistica, ma ne ero troppo incuriosita: il castello di Hellbrunn.

Agli inizi del Seicento, il principe-arcivescovo salisburghese Markus Sittikus von Hohenems diede l’incarico di far costruire una residenza di campagna ai piedi del monte di Hellbrunn, luogo ricco di acque. Il principe, grande appassionato dell’arte e della cultura italiana, affidò l’incarico di costruire una “villa suburbana” all’architetto Santino Solari. In pochissimo tempo venne realizzato un capolavoro architettonico con un parco eccezionale caratterizzato da grotte misteriose, giochi meccanici, frutto dell’ingegneria idraulica, e fontanelle che spruzzano acqua ad ogni angolo del castello; Markus Sittikus fece trasformare la cava di pietra naturale di Hellbrunn in un teatro, creando in tal modo il “Teatro di pietra”, il teatro all’aperto più antico d’Europa.

A Salisburgo mi si è appiccicata addosso una gran voglia di musica. Un desiderio di accarezzare i tasti del pianoforte, di provare e riprovare un pezzo, di cerchiare un accordo sullo spartito, di cambiare diteggiatura. Passando accanto al Mozarteum, l’Accademia di musica di Salisburgo, dalle finestre aperte scappavano le note del pianoforte, scontrandosi con la voce di un soprano. È stata una tentazione troppo forte. Sono entrata ed ho passeggiato tra i corridoi annusando quell’eccitazione che credo caratterizzi i conservatori di tutto il mondo. Quella porta lì, ormai, è chiusa da tanto tempo però, forse, questa è la volta buona per prelevare il pianoforte da casa dei miei genitori e farlo tornare a stare da me.