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venerdì 20 ottobre 2017

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson

Miriam ha 85 anni, è un’ebrea reduce da Auschwitz e Ravensbrück che si è ricostruita una vita nella tranquilla Svezia. Grazie ai pacifici e tolleranti svedesi, Miriam ha fatto pace con il suo passato, ha avuto un matrimonio soddisfacente, ha una bella famiglia, una nipote che la ama e un nipotino vivacissimo. La comunità di Nässjö non potrà che essere d’accordo.
O forse no.
Forse questa elegante signora ottantacinquenne non si chiama Miriam; è stata sì ad Auschwitz e Ravensbrück ma non parla una parola di yiddish; ha dei numeri tatuati sul braccio ma non vi è alcuna traccia del triangolo giallo identificativo degli ebrei. È arrivata in Danimarca in stato d’incoscienza a bordo del “treno fantasma”; è sopravvissuta al tifo esantematico e si è ricostruita una vita nella tollerante comunità di Jönköping prima, e Nässjö poi, ma negli ultimi 70 anni non ha mai dormito sonni sereni.
Quest’elegante signora ottantacinquenne, rimasta sola al mondo all’età di quindici anni, nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbrück ha rubato l’identità alla già defunta Miriam Goldberg, indossando i suoi abiti e la sua stella gialla; pensando ingenuamente che a Ravensbrück gli ebrei se la passassero meglio dei rom, si è procurata una ferita sul braccio per rendere meno identificabile il tatuaggio originario. Il furto d’identità non l’ha aiutata molto nel campo di concentramento, dove i nazisti odiano gli ebrei più dei rom; ma, nei civili paesi scandinavi dell’immediato dopoguerra, se anziché chiamarsi Miriam si fosse chiamata Malika, se avesse parlato romanés, se fosse stata una rom e non un’ebrea, pur mostrando la stessa gentilezza, la stessa intelligenza, la stessa rettitudine, non avrebbe mai potuto sposare un agiato dentista svedese, essere la madre di suo figlio, camminare a testa alta nella piccola cittadina di Nässjö.
Zingari. Si sa come sono fatti quelli…
Lo pensano gli ebrei di Auschwitz, lo pensano le “politiche” norvegesi, finite a Ravensbruch per l’opposizione al regime nazista, lo pensano gli svedesi di Jönköping che nel 1948 al grido di Fuori i tattare! Fuori i tattare!, scatenano una feroce caccia allo zingaro.
Io non mi chiamo Miriam ha il pregio di coniugare l’invenzione letteraria con la realtà, mettendo in luce episodi trascurati dai manuali perché ritenuti, forse, marginali rispetto alla grande Storia.
Non avevo mai letto della resistenza opposta dagli zingari ai sorveglianti ad Auschwitz nella notte del 16 maggio 1944, così come ignoravo la successiva repressione da parte delle SS, nonché i terribili esperimenti effettuati dal dottor Mengele sui bambini rom. Non mi ero mai interrogata su quale fosse stato il trattamento riservato ai rom, non solo nei campi di concentramento, ma anche dopo Auschwitz. Non mi era mai passato per la mente che l’accoglienza riservata ad un sopravvissuto ebreo fosse diversa da  quella destinata ad un sopravvissuto rom.
Majgull Axelsson, svedese, nata nel 1947, ha avuto il coraggio di affrontare un tema spinoso quale l’Olocausto, unendo la tragedia vissuta dai rom a quella vissuta dagli ebrei, e sfidando la nota polemica in base alla quale chi non ha conosciuto l’esperienza del lager non ha il diritto di raccontarla.
Non avrei scritto questo romanzo quindici anni fa. Come la maggior parte delle persone, a quell’epoca ritenevo che spettasse ai sopravvissuti raccontare. Oggi, però, quelli rimasti in vita sono pochi e ciò non può comportare che si smetta di scrivere di questo crimine conto l’umanità.
Quindi non concordo con Elie Wiesel.
Un romanzo potente che scatena una serie di domande a cui è difficile dare una risposta. Si può ricominciare a vivere tacendo sul passato? Si può vivere una vita nella menzogna?


Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam (Jag heter inte Miriam), traduzione dallo svedese di Laura Cangemi, Iperborea.

venerdì 28 luglio 2017

Luce d’estate ed è subito notte, Jón Kalman Stefánsson

Un libro così bello che avrei voluto non terminasse più.
Una frase che ho sentito ripetere spesso; forse qualche volta l’avrò pronunciata distrattamente anch’io. Un’espressione come tante per dire che caspita!, proprio una bella storia, ma da non prendere troppo alla lettera. Finisco un libro e ne ho già una lunga lista dalla quale pescare; esco dalla Barcellona di Franco e dopo poche righe sono in una famiglia americana alle soglie del 2000. Inspiegabile ciò che mi è accaduto con Stefánsson.
Il coniuge rientra quando fuori è quasi buio e mi trova rintanata nell’angolo lettura con un libro chiuso tra le mani.
«Tutto bene? Che hai?».
«Ho finito Luce d’estate».
«Embè?», gira gli occhi al lato della libreria dedicata ai volumi intonsi. «Non mi sembra sia un problema irrisolvibile».
«Ma questo libro era bellissimo. E poi non mi piace com’è andato a finire…»
«Dai, hai letto decine di libri dicendo che erano bellissimi. E se fosse andato a finire diversamente ti saresti lamentata per il finale scontato. Di che parla questo libro?»
Ecco, e ora come faccio a spiegare al coniuge, la persona più concreta che abbia mai incontrato, di cosa parli Luce d’estate? «Di un paesetto senza una chiesa né un cimitero, immerso nella campagna islandese. Campagna dappertutto, tranne che a ovest, dove c’è il mare. Un posto con una luce pazzesca e dalla notte profonda, il cielo stellato e immenso. Appena quattrocento anime, per lo più anziane, che fanno piccole cose: lavorano in una cooperativa, aprono un ristorante, portano la posta, guardano il cielo, si innamorano, si rabbuiano, vivono e sognano».
«Scusa ma non mi sembra un gran romanzo».
«Non è un romanzo, è poesia».
«E da quand’è che leggi poesia?».
«Dalla settimana scorsa, quando ho incontrato Stefánsson. Comunque, non è un libro di poesie, è un romanzo scritto come fosse una lunga poesia».
«Triste».
«Macché, ci sono stati dei momenti in un cui ho riso come una scema. E poi voglio andare in Islanda».
«Adesso? Io avrei fame; che dici, pensi di poter cenare?».
Inizio a capire cosa significhi sentirsi incompresi.
Ceniamo vedendo un bel film. Prima di andare a dormire, il coniuge pianifica le attività lavorative dell’indomani. Guarda perplesso il mio comodino vuoto. «Non hai ancora scelto la prossima lettura?».
«Non questa sera. Forse domani».
«Allora la situazione è grave».

Per quale motivo viviamo; si può rispondere a domande del genere?
Forse no, abbiamo un compito a parte baciare labbra e così via? Ma a volte, e solo un attimo prima che il sonno ci prenda la sera, quando la giornata è trascorsa con tutta la sua inquietudine, quando siamo distesi a letto ad ascoltare il sangue che scorre e il buio entra dalle finestre, a volte ci sorge il profondo e fastidioso dubbio che il giorno appena passato non sia stato sfruttato a dovere, che ci sia qualcosa che avremmo dovuto fare, solo non sappiamo che cosa. […]
Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno. Nelle storie antiche si dice che l’uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo – la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe. E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate.   
 

Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate ed è subito notte (non so quanto possa aiutare il titolo originale, però ha un bel suono: Sumarljós, og svo kemur nóttin), traduzione di Silvia Cosimini, Iperborea, 2013.    


domenica 11 dicembre 2016

In viaggio con Jan Brokken a Più libri più liberi - Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken, scrittore e giornalista olandese, lo immaginavo un signore affabile, elegante, dal tono di voce caldo e pacato. Un viaggiatore in grado di tenerti sveglia fino a tarda ora, raccontando di un viaggio in Gabon e uno in Estonia, descrivendo paesaggi che forse non vedrai mai e personaggi su cui qualche volta ti è capitato di fantasticare.
Jan Brokken di persona si è rivelato più affascinante di quanto immaginassi. Ha aperto l’incontro romano di Più libri più liberi ringraziando le sue traduttrici; ha lodato Claudia Di Palermo per la capacità di calarsi nei suoi romanzi (“la prima volta che ci siamo incontrati era molto incinta. Tradurmi deve essere stato un secondo parto”), e questo sincero elogio del traduttore l’ha reso ancora più simpatico a chi lo aveva già accolto col sorriso.
Da mesi non faccio che parlare di Anime baltiche e dell'abilità di Brokken di raccontare i grandi personaggi partendo da inezie quotidiane: un modo originale e intenso di scrivere una biografia. Non si sofferma troppo sulla grande Storia, si limita ad accennare agli eventi riportati nei libri di testo scolastici. Preferisce concentrarsi su un singolo episodio della vita di un personaggio (talvolta molto noto, basti pensare a Roman Gary, Hannah Arendt, Arvo Pärt) senza farsi distrarre da tutto il resto. Ed è ciò che accade con Dostoevskij nel Giardino dei cosacchi.
Jan Brokken si imbatte nei diari di Alexander Igorovič von Wrangel e nello scambio epistolare tra questi e F.M., Fëdor Michajlovič. Legge le lettere scritte da Alexander e ha la sensazione di vedere comparire dinanzi a sé Dostoevskij in persona; ne sente la voce, ne percepisce lo sguardo indagatore. Decide quindi di entrare nella vita di Dostoevskij indossando i panni del barone Alexander Igorovič von Wrangel, l’amico di una vita, la persona con cui F.M. ha trascorso interi pomeriggi nel giardino di una dacia in Siberia.

Il 22 dicembre 1849, il sedicenne Alexander Igorovič vide per la prima volta il grande scrittore russo. Era l’anno del colera, la gente moriva in massa e le scuole erano chiuse. Alexander Igorovič era da suo zio mentre i condannati a morte del gruppo di Petraševiskij venivano condotti al patibolo.
F.M., quasi trentenne, con la camicia dei condannati davanti al plotone d’esecuzione, baciava la croce d’argento che gli poneva il prete. La grazia dello zar giunse quando nessuno ci credeva più: Alexander non avrebbe mai dimenticato tanta crudeltà (e neppure Dostoevskij, che ne soffrì tutta la vita). Lo scrittore fu deportato a Semipalatinsk in Siberia, lo stesso distretto in cui Alexander, ormai ventenne, assunse l’incarico di procuratore agli affari statali. Nacque così una lunga amicizia.
Un’amicizia che non durò tutta la vita perché ad un certo punto furono i debiti in cui si era cacciato Dostoevskij e la furia del gioco ad avere la meglio.
Brokken descrive minuziosamente le giornate dei due amici, le avventure sentimentali, il tabacco fumato, la sporcizia dei luoghi, gli attacchi epilettici dello scrittore. Li descrive come se li stesse vivendo in prima persona e non come la mera ricostruzione di un diario.
Fëdor poteva anche essere un uomo nervoso e facilmente irritabile, ma non era sicuramente respingente. Le donne frivole lo adoravano perché era capace di divertirsi, le donne fatali amavano il suo carattere intrattabile, le ragazze di diciassette o diciott’anni venivano conquistate dal suo entusiasmo e dal suo modo coinvolgente di parlare.
Fëdor era un uomo passionale: si era innamorato di Marija Dmitrievna Isaeva, sposata e con un figlio, aveva pazientato anni facendole la corte e infischiandosene del rispetto delle convenzioni. Il 6 febbraio 1857 Marija sarebbe diventata sua moglie.
Dostoevskij era facilmente irritabile, molto ironico, infallibile osservatore dell’animo umano. Nella vita mirava solo a tre cose: scrivere, pubblicare (scriveva per essere letto e non per il proprio piacere) e sposare l’amore della sua vita. 
È il Dostoevskij che avevo immaginato leggendo Delitto e castigo: lo scrittore che indaga l’animo umano senza lasciarsi spaventare dalle storie più cruente.
L’amicizia tra Alexander e F.M. termina quando il demone del gioco si è ormai impossessato dello scrittore. Dei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della dacia alla periferia di Semipalatinsk resta solo un fievole ricordo: F.M. assorto che innaffia le piante, mentre nella testa sta scrivendo un nuovo intreccio narrativo.
Il giocatore spazzerà via i momenti più intensi.


Jan Brokken ricostruisce questo rapporto di amicizia in modo estremamente dettagliato. Anche troppo. In alcuni tratti il romanzo mi è sembrato ripetitivo e poco coinvolgente. Ma le aspettative create da Anime Baltiche erano elevate e avevo messo in conto una possibile delusione.
Ciononostante, Jan Brokken riesce a trasmettere la sua passione: una volta chiuso Il giardino dei cosacchi, ti viene una gran voglia di leggere i romanzi di Dostoevskij che non hai mai aperto in passato e rileggere le opere che conosci già. E ti vien voglia di sprofondare sul divano con Oblomov di Gončarov.
Cos’aveva detto Dostoevskij di lui? «Un gentlemen con l’anima del burocrate, privo di idee e con gli occhi da pesce lesso – dotato da Dio, come per scherzo, di un talento straordinario».
Ha ragione Brokken: Dostoevskij era un genio che sapeva giocare con le parole.



sabato 10 dicembre 2016

Gironzolando tra le storie di Più libri più liberi 2016


Mi avvicino al Palazzo dei Congressi con la presunzione di sapere già cosa troverò; Più libri più liberi è la fiera che conosco meglio, gli editori che seguo con più interesse, i soliti corridoi stretti, confusionari ma non soffocanti. Poi entro e puntualmente impiego mezza giornata per orientarmi. Se è un giorno di festa, alcuni stand sono inavvicinabili: c’è sempre crisi, in Italia continua a non leggere nessuno, eppure a giudicare dal numero di sacchetti e borsine colorate, la fiera della piccola editoria resta un’isola felice.
Di alcune case editrici s’è persa traccia, ne scopro un paio mai sentite prima, altre ancora stanno per lanciare le prime pubblicazioni (Black coffee). Penso alla marea di titoli che inondano le librerie. Ma servirà davvero una nuova casa editrice? Un’altra? 

Vins Gallico, nella duplice veste di autore (Final cut. L’amore non resiste, Fandango libri) e ufficio stampa della casa editrice romana L’orma, non ha esitazioni: “Pensa a quanti titoli sono stati scoperti grazie a piccole case editrici indipendenti. A noi che abbiamo rilanciato Annie Ernaux; a piccole scoperte come l’epistolario della Kuliscioff.” Già, la Kuliscioff, pensa a quanto sono ignorante io che fino al giorno della presentazione non sapevo chi fosse uno dei cervelli politici del socialismo italiano.
Pluralità è ricchezza e non frammentazione. Non è il numero di case editrici a spaventarci. Semmai il fatto che ci sia ancora una certa difficoltà nel fare rete”. Ne è convinta Cristina Pascotto, Safarà editore, giovane casa editrice obliqua, come il formato del libri pubblicati. “Le fiere sono fondamentali per noi editori. Ci confrontiamo con i nostri colleghi, scopriamo di avere problemi comuni, ci sentiamo meno soli. Per una piccola casa editrice partecipare ad una fiera è dispendioso ma ne vale la pena. Non a caso, abbiamo già deciso di andare a una marina di libri. È un progetto in cui crediamo molto”.


Superato l’effetto frullatore che mi prende nel saltare da uno stand all’altro, comincio a divertirmi, e rimetto in discussione i luoghi comuni che circondano i mestieri del libro.
L’editoria è passione. Lo puoi leggere negli occhi febbricitanti (in senso letterale) di Cristina Pascotto che, in barba all’influenza, continua a parlare del connubio tra narrativa e saggistica, delle tante voci da portare in Italia. “Com’è possibile che prima di noi nessuno abbia pensato di tradurre Lanark in italiano?”.

L’editoria è passione, te ne accorgi dagli occhi di Pietro Biancardi (Iperborea), che dopo 10 ore di fiera si illumina parlando del Viaggiatore di Stig Dagerman. “Non è il nostro libro più rappresentativo; non ha venduto come L’anno della lepre, ma lì dentro è racchiuso tutto l’esistenzialismo di Camus, i dubbi di ciascuno di noi, le ingiustizie della quotidianità. Un grande libro a cui sono molto affezionato". Ed io che ho conosciuto Iperborea proprio con Stig Dagerman, non posso che dargli ragione.
Se per scommettere sull’editoria bisogna esser folli, il connubio editore-libraio è pazzia pura. O forse una carta vincente. Ci crede Biancardi, socio della neonata libreria milanese Verso. Ne sono ancora più convinti Andrea Palombi e Ada Carpi, fondatori della casa editrice romana Nutrimenti, che due anni fa hanno aperto una libreria a Procida, con la convinzione di poter creare un modello complementare a quello delle librerie di catena.
Procida non è Milano: come può sopravvivere una libreria? Può. E può diventare un’occasione d’incontro tra gli abitanti; un luogo in cui i bambini, dopo una partita a pallone, possono entrare e sfogliare i libri. Siccome la creatività è la carta vincente, ci si può inventare un festival, tipo Procida racconta. Invitare sei autori, scegliere un cittadino procidano e scrivere sei racconti sulla sua storia. La quotidianità che diventa letteratura e la letteratura che torna ad essere narrazione della quotidianità.


Ho sempre immaginato l’editore come un essere agguerrito, pronto a sfoderare la spada per eliminare il concorrente dello stand accanto. Invece li ascolto mentre pubblicizzano libri altrui. “Quanto sono stati bravi i tipi de La nave di Teseo a scovare Le case crollano! Se ti capita, leggilo. È un libro meraviglioso”. Il suggerimento di lettura viene di nuovo da Cristina Pascotto, Safarà editore, lettrice prima che direttore editoriale. Sento di potermi fidare.
Altre volte s’è lottato per accaparrarsi un titolo, ma l’editoria oltre ad essere passione è contabilità, e Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è scomparso dal raggio d’azione di Iperborea. “Sarebbe stato un titolo perfetto per il nostro catalogo, ma era una cifra improponibile”.

Mentre tedio gli editori con le mie domande, al piano di sopra Chiara Valerio e Nicola Lagioia, neo direttori dei due saloni, dibattono sul futuro delle fiere. A che servono i saloni?
Ascoltando le considerazioni delle persone con cui ho parlato, a qualcosa servono. C’è chi non fa mistero della decisione presa, mostrando orgogliosamente la spilletta per il festeggiamento del trentennale del Salone (Iperborea, come il salone del Libro, compirà 30 anni nel 2017). 
C’è chi si indigna: “Il Salone del libro è Torino. Come si può pensare di sradicarlo e portarlo a Milano?”. E la distanza c’entra poco: sono editori del nord a parlare. Ma la polemica di qualche mese fa è sfumata. I toni sono cambiati; è ormai chiaro che di fronte a due progetti validi, trovando il giusto compromesso con le date, verranno meno anche gli schieramenti.


Con una vagonata di libri, cinguettando a destra e manca, raggiungo la metro. I tweet di oggi tra qualche minuto faranno parte del passato; tra le storie che ho in borsa, invece, potrebbe nascondersi un gioiello destinato a durare nel tempo. Sono tutte storie. E ogni giorno speriamo che quella di domani sia la più bella di sempre.   

sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese

martedì 10 maggio 2016

Anime baltiche, Jan Brokken

Entrò all’imbrunire nella capanna in cui stavamo preparando la cena. Magrissimo, pantaloncini beige, camicia di lino bianca, cappello di paglia a tesa larga. Si guardò intorno stupito; poggiò lo zainetto, si sistemò sul naso gli occhiali scheggiati, con le lenti perennemente sporche. Hallo everybody. I’m Teet. Come nulla fosse, tirò fuori dallo zainetto un avocado e una noce di cocco e si avvicinò al tavolo.
Noi eravamo arrivati a Chimoio, entroterra mozambicano a pochi chilometri dallo Zimbabwe, da una decina di giorni e non eravamo ancora abituati a quel viavai di volontari nel nostro progetto. Fui la prima a parlare: "Come diamine hai fatto a trovare un avocado oggi?”. La nostra amicizia nacque condividendo ogni sera un avocado, di cui io sono ghiottissima, e un sacchetto di anacardi. Mi facevano sorridere il suo inglese cantilenato e il portoghese ben scandito, quel modo di camminare ondeggiante, la serietà del suo umorismo (impiegavo sempre qualche minuto per capire se stesse scherzando o meno), la pacatezza di ogni gesto.  

Teet veniva dall’Estonia. Era il 2005, io avevo da poco scoperto che Svezia e Finlandia erano due realtà completamente diverse l’una dall’altra. L’esistenza dei paesi baltici non l’avevo ancora presa in considerazione. Teet avrebbe potuto esser originario della Curlandia, Lettonia, Lituania, Paperopoli: per me non avrebbe fatto alcuna differenza. Ma la mia prima osservazione fu tra le più sbagliate. “Praticamente Russia, giusto?”. Teet si rabbuiò appena; poi, con un sorriso compassionevole liquidò la faccenda con un Not really.
Se avessi letto Anime baltiche, non avrei commesso un errore così grossolano e avrei interpretato in modo diverso le sue osservazioni sibilline. Ma nel 2005 Jan Brokken stava ancora raccogliendo quegli stralci di vita che mi avrebbero fatto aprire gli occhi sui paesi baltici e svegliato il mio interesse.
Teet viaggiava da qualche anno; come me si era invaghito di un’organizzazione non governativa danese (che avremmo scoperto essere una mezza setta); aveva trascorso un anno in Norvegia, poi aveva iniziato a lavorare in un progetto di sviluppo rurale in Mozambico, un po’ a Lamego e un po’ a Chimoio, dove c’eravamo incontrati. “Com’è l’Estonia?”.
“Come posso raccontarti l’Estonia, little italian girl?”. Pensai che fosse difficile descrivere un paese così distante, che io immaginavo disabitato e freddo, sgranocchiando arachidi nel buio del cielo africano. Oggi ho capito cosa intendevi dire, Teet from Estonia. Come potevi spiegare, a chi credeva che l’Estonia fosse una provincia sovietica, la complessità di una terra che ha lottato per anni contro la russificazione forzata? Come potevi raccontarmi di quei boschi, dei campanili luterani a punta e dei tetti a cipolla delle chiese russo–ortodosse, della storia racchiusa nelle case di legno, delle rivolte contro il regime zarista, dei pogrom, delle deportazioni in Siberia?
Ignoro cosa facesse Teet in Estonia, da che città provenisse, quale fosse il suo trascorso. Noi cooperanti alle prime armi non parlavamo granché del nostro passato. Avevamo tutti una sorta di inquietudine, un’irrequietezza, eravamo alla ricerca di qualcosa. Teet era stato in diversi progetti, li confrontava, ci facevamo mille seghe mentali su quanto la nostra idea di cooperazione fosse corretta. Ci chiedevamo se non fosse una nuova forma d’ingerenza. Parlavamo del futuro.
Non trascorremmo tanti giorni insieme; il progetto di Teet era agli sgoccioli. Tornò nella sede norvegese della nostra organizzazione non governativa, indeciso sul prossimo futuro. “Cosa pensi di fare?”.
“Continuare a cercare la pace”.
Mi sembrò una risposta incomprensibile. Una persona che incarnava il concetto di tranquillità come Teet non poteva che esser già in pace con il mondo.
Tra il 2005 e il 2007 ci scrivemmo moltissimo. Aveva lasciato l’organizzazione che ci aveva fatti incontrare e si era trasferito a Londra. Aveva iniziato un corso di biodanza che lo entusiasmava. Che tipo originale! Ma trovava sfibrante tutta quella gente. Floods of people, specially in the evenings, so that you cannot even walk on the streets. What are they all doing?
Ogni email terminava con un Have you read any good books recently?
Mi invitò a prendere in considerazione un progetto di sviluppo in Botswana. Poi la corrispondenza divenne più sporadica. 
Nell’estate del 2010 ricevetti una email dal suo indirizzo. Scrivevano dall’eco villaggio di Tamera, Centro di ricerca per la Pace, per comunicare la scomparsa di Teet ai numerosi amici sparsi per il mondo.  Era annegato in circostanze poco chiare mentre faceva il bagno nel lago di Tamera, dove era arrivato da qualche settimana.
Il ricordo di Teet, rimasto nel cassetto per tanti anni, è emerso sin dalle prime pagine di Anime Baltiche. Ho cercato tra la mia posta: non ricordavo ci fossimo scambiati così tante email. Ho sorriso di nuovo per il suo umorismo sottile, ho rivisto i suoi occhi verdi, mi sono stupita della nostra capacità di analizzare, in una lingua non nostra, il senso di inadeguatezza verso il mondo. Come potevo aver dimenticato tutto questo? Incontrare un ragazzo così originale avrebbe dovuto svegliare la mia curiosità su quelle terre sconosciute. Come ho potuto continuare ad ignorarle?


Nel 1999 Jan Brokken, scrittore, giornalista e viaggiatore olandese, si imbarca su una nave mercantile per vedere la calda luce del Mar Baltico.
Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo, mi hanno dato voglia di saperne di più. […] Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità.
Sono tornato quattro, cinque sei volte in Estonia, Lettonia, Lituania. Sono stato in Curlandia e nella regione un tempo chiamata Prussia orientale, oggi provincia di Kaliningrad. […] Speravo di ritrovare qualcosa di quello che in passato era stata la forza e la vitalità del nostro piccolo pezzo di Europa. Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a sé stessi.
Ho impiegato molti giorni per leggere Anime baltiche, un reportage che ti penetra nel cuore, fissando tutte le informazioni che un manuale di storia non saprà mai trasmetterti. La storia di un paese non è costituita dai grandi eventi ma dalla vita delle singole persone che abitano o hanno abitato quel paese, persone comuni e personaggi diventati famosi con il trascorrere degli anni. E Jan Brokken racconta quelle vite emozionandoti; a volte il nodo alla gola mi ha costretto a chiudere il libro, alzarmi, fare altro, prima di rimettere a fuoco le parole. Ho scoperto terre sconosciute, ho ripreso contatto con una parte di me che avevo messo a tacere. Sono riemerse storie, persone, episodi apparentemente scollegati tra loro. Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a sé stessi. Mi sono chiesta che persona sarei oggi se non avessi deciso di rincorrere il contratto a tempo indeterminato e una vita normale. Ma non posso raccontarvi una storia di cui non conosco la trama.

Jacques Lipchitz - La gioia di vivere

traduzione di Claudia Di Palermo e Claudia Cozzi, Iperborea, 2014. 

Qui potete leggere il bel post di gabrilu.

giovedì 3 dicembre 2015

Aspettando Più libri Più liberi 2015 #BlogNotes15


Inizia domani e per noi lettori è una festa. Vorremmo trasferirci tra gli stand del Palazzo dei Congressi per cinque giorni, respirare storie, partecipare a tutti gli eventi, sfogliare libri, guardare le copertine nuove, criticarle, elogiarle, soddisfare qualsiasi curiosità. E sì che avevamo detto Basta!, questa volta faccio seriamente. Non comprerò più un libro fintanto che non avrò letto tutti quelli accumulati a casa!
Sappiamo già che acquisteremo, perché la tentazione è forte e perché è un obbligo morale del lettore nei confronti del piccolo–medio editore. Quello che resiste, quello che nonostante la crisi, nonostante l’egemonia dell’editoria dei best sellers, al suo mestiere ci crede ancora. Pubblica testi che probabilmente venderanno poco, ma li cura nei dettagli; lotta con la distribuzione e qualche volta se la fa da sé; si è alleato con il libraio, non quello delle solite catene ma col libraio vero, quello che ti saluta quando valichi la porta, che ti rivolge un sorriso anche se non ti può fare lo sconto.
E tu quest’editore in qualche modo dovrai pure ringraziarlo. Non puoi lasciare lo stand senza portarti dietro un libro.
È solo l’ennesima fiera dell’editoria, ormai ce ne sono tante in Italia, eppure Più libri Più liberi mi emoziona ogni anno e l’aspetto come se fosse la vigilia di un nuovo viaggio.
Nel weekend girellerò tra gli stand. Cercherò di approfondire la conoscenza degli amati tipi di laNuovafrontiera, andrò alla scoperta degli Scritti traversi dei tipi romani di Exòrma (posso, io, tenutaria di un blog che ha a che fare con le valigie, non aver ancora incontrato una casa editrice che fa dell’altrove il suo punto di riferimento? Profonda vergogna). Importunerò i tipi di e/o, che non sono solo quelli di Elena Ferrante, e i tipi della Voland, che non sono solo quelli di Amélie Nothomb.
Passerò a salutare il mio recente colpo di fulmine (come non amare chi ha portato in Italia Il posto di Annie Ernaux?), gli amici della SUR, i minimum fax, gli amici del Nord, e cercherò nuovi tipi di cui innamorarmi. Incontrerò amici blogger, compagni di gruppi di lettura e gli amici di sempre. Troppe cose? Sto esagerando? Mi sa…
Insieme ad altri instancabili blogger, coordinati dalla mente del tè tostato, cercheremo di raccontare la Fiera in tempo reale via twitter, #BlogNotes15. Per sbirciare nel cestino delle letture portate a casa e per un resoconto meditato, invece, dovrete aspettare il post fiera, ché io ho bisogno di metabolizzare le sensazioni prima di raccontarle.

E voi? Avete programmato una visita all’Eur nei prossimi giorni?

lunedì 8 dicembre 2014

È tempo di leggere


Lui, quello che ha letto tutto, conosce tutti e vive da due giorni tra questi stand: «Fermiamoci al guardaroba così puoi lasciare lo zainetto».
Lei, che poi sarei io, quella che il tempo per leggere alla fine riesce a trovarlo, ma rispetto a lui è una dilettante: «Perché dovrei lasciarlo?»
Lui: «Perché con quel coso sei pericolosa».
Lei: «Ma se me lo son portata di proposito! Non voglio affannarmi con dieci buste tra le mani. Metto nello zaino e via».
Lui: «Uffa! Si compra a fine giornata, senza esagerare. Ché poi ricominci con la storia che hai duecento libri di leggere e vorresti prenderti un anno sabbatico per fare solo quello ma non riesci a strappare neanche due giorni consecutivi di ferie».
Lei: «Uh, quanto sei pesante! Ma perché mi ostino a venire in fiera con te ogni anno? Non voglio fissare nessun budget, non voglio aspettare che la giornata sia finita; questa è una delle poche occasioni che abbiamo per finanziare direttamente le nostre case editrici preferite e non voglio sentire ragioni! Eppoi parli proprio tu che vai in libreria due volte a settimana. Neanche te li regalassero i libri». Lui alza gli occhi al cielo, contento del siparietto che pure quest’anno ha inaugurato la loro giornata insieme a Più libri più liberi e, con l’entusiasmo di un bambino che va alle giostre, la porta in sala Corallo. «Dai, dai, che c’è la Nadia!». La Nadia è una siciliana che pur di non lavorare scrive. E presenta Dai un bacio a chi vuoi tu, di tal Giusi Marchetta
Una tipa simpatica la Giusi: classe 1982, campana, insegnante precaria che, non contenta, scrive pure. Una masochista ironica: si può insegnare italiano in una scuola media campana e scrivere racconti che parlano di disagio sociale con il sorriso? Pare di sì.
Lei, quella che gira in fiera con lo zainetto, è rimasta molto colpita da questa trentaduenne coraggiosa che racconta di personaggi deboli che non si arrendono; ma poi il libro non l’ha comprato. E se ne è pentita. Lui, l’amico che tutto ha letto (purché lo scrittore sia de cuius), la trascina a conoscere la Giulia. «E questa mò chi è?».
Giulia Zavagna, redattrice editoriale delle edizioni SUR. Giovanissima ma parla di Julio Cortázar e di Borges come se fossero andati a scuola insieme. Per schiodare l’amico dallo stand, tocca regalargli Carta carbone, tanto lo sa che, a sua volta, anche lei andrà via dalla fiera con un bel regalo.
Lei vuole fermarsi dai tipi di La nuova frontiera. È incuriosita da I genietti della domenica, di Ribeyro ma poi inizia a chiacchierare con Rodolfo Ribaldi in persona e resta incantata ad ascoltare l’uomo che è stato amministratore delegato alla Mursia per anni. Ribaldi racconta aneddoti su Ugo Mursia, su cosa era l’editoria allora e sulla follia di investire la sua liquidazione per fondare La nuova frontiera. Parla dei costi dell’editoria, dei costi sostenuti per partecipare alle fiere; non si fa scrupoli: è uno diretto. Nessuna lamentela, solo dati di fatto. Intanto, quella con lo zainetto ha già acquistato Caramelo. L’editore dice che quando iniziò a leggerlo pensò fosse una lettura da donna, “ma poi non riuscivo a smettere. Vendemmo tantissimo. Questo e Piazza del diamante fecero decollare la casa editrice”.



«Prima di andare a sentire Björn Larsson, passiamo allo stand di Iperborea?». Lui annuisce ma non la sta a sentire granché. Vaneggia su Bolano, Wallace a Amoz Oz, che no, checchè ne dicano, l’ultimo Oz non è niente di speciale. Lei, a fatica, cerca di leggere pagine qua e là di libri scandinavi. Poi pensa di chiedere il consiglio della redazione. E aggiunge al Larsson che desiderava anche un Luce d’estate, ed è subito notte, che merita l’acquisto per il solo titolo e la copertina.
Poi provano ad ascoltare Massimo Carlotto che legge stralci del suo ultimo libro, accompagnato da due musicisti straordinari. Il libro sembra una neanche troppo intelligente mossa di marketing prenatalizia, ma magari è solo una cattiveria detta a voce alta dalla ragazza con lo zainetto. La musica però li avvolge e allora restano lì: lei sfoglia i suoi nuovi libri, lui pensa a chissà cosa. Poi arrivano Bjorn Larsson e Fabio Stassi. Lo svedese sfoggia un italiano senza errori grammaticali; parla di scrittura, del rapporto con l’Italia e del suo essere scrittore di lingua svedese ma non scrittore svedese.
La ragazza con lo zainetto, visibilmente invaghita dell’uomo che viene dal Nord e un po’ frastornata dalla lunga giornata, si avvia verso l’uscita ma si ferma davanti allo stand della Giuntina. Vorrebbe acquistare i Middlestein, mentre la fanciulla della casa editrice promuove Il grande circo delle idee. Colui che tutto ha letto si intromette, farfugliando un «sono altre 400 pagine. Ma quando leggerei tutta sta roba??». E lei mestamente si allontana. Sì, lui ha ragione, però lei si è fatta convincere troppo facilmente. «Con te in fiera non ci vengo più, ecco!».

Poi lui dice: «Il prossimo anno andiamo al Salone del libro di Torino?»