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venerdì 12 agosto 2016

Turbamenti

Allora che faccio? Cambio lavoro, casa, città, vita, oppure mi limito a ritoccare la quotidianità, cambiando solo casa e città e smussando gli aspetti negativi del lavoro attuale?
Tra un augurio di buone vacanze e una pratica in ufficio, macino pro e contro, combattuta tra il desiderio di dare un taglio a tutto e abbracciare l’ignoto, e l’ansia di scegliere l’ignoto per non voler tentare di cambiare una realtà che non siamo stati in grado di gestire.
Apro il libro di Terzani e l’indovino non mi dice nulla.
Inizio a leggere Mrs. Bridge, che tanto mi aveva incuriosito, e lo mollo a metà. Solo il fido Simenon riesce a distrarmi.

Immagine del grafico Claudio Troisi

Dopodomani si parte per la montagna. Il silenzio, la distanza, i sentieri sapranno indirizzare le nostre scelte. Uscita dal tunnel dell’indecisione, forse riuscirò a terminare il mio Dubus. E farò il pieno di energia e buoni propositi per settembre.

Buon Ferragosto a tutti.

venerdì 12 settembre 2014

L’angioletto

L’angiolettoGeorges Simenon, traduzione di Marina Di Leo, Adelphi Edizioni.

Verso i trent’anni Luois ingrassò, e le guance tonde gli guastarono un po’ i lineamenti. Quasi tutti i giorni andava in un ristorante per camionisti, con il bancone di zinco, le sedie impagliate e la scritta “Caves d’Anjou” sull’insegna. Si sedeva sempre nello stesso angolo – aveva un debole per gli angoli, e quando era al centro di una stanza si sentiva a disagio, troppo in vista o vulnerabile. […]
Aveva lavorato molto. Lavorava ancora. Ci sarebbero voluti ancora anni perché riuscisse a esprimere ciò che sentiva dentro di sé da sempre.
«Qual è esattamente il suo obiettivo?»
«Non lo so». 
Era la frase che aveva pronunciato più spesso in vita sua e che seguitava a ripetere.
  
Ho imparato a viaggiare con un solo libro e con l’e-reader. Vantaggi:
-  lo zaino è più leggero;
- se nella tua libreria elettronica non trovi nulla che ti ispira, puoi sempre acquistare un nuovo titolo in qualsiasi momento, nel primo punto in cui riesci a trovare una rete wifi gratuita.
Eccezioni: hai voglia di continuare a leggere su carta. Hai l’insana abitudine di entrare in tutte le librerie, caffè letterari, locali non meglio definiti che vendono libri. Risultato: nonostante le buone intenzioni iniziali, strada facendo il peso dello zaino aumenterà.
A Trento, il caso ha voluto che il nostro appartamentino si trovasse accanto ad un bistrot letterario, Controvento. Un posticino accogliente in cui fermarsi a fare colazione, sfogliare il giornale, ascoltare buona musica e dare una sbirciata ai libri. Piccoli editori a chilometro zero (Keller e Zandonai), accanto a titoli di sicuro successo. Così, tanto per continuare l’indigestione di Simenon, ho portato via il discusso L’angioletto.
Ne avevo letto commenti cosìcosì (“penso che troppo, davvero troppo in Italia, con la casa editrice Adelphi, si sia raschiato il tegame del Simenon. Sacralizzandone ogni scheggia”), e quindi volevo provare anch’io il brivido di dire: “No, non mi è piaciuto”.
Ma niente, mi tocca parlarne bene anche questa volta.
Facciamola breve. È la storia di un bambinetto un po’ tonto, Louis Cuchas, cresciuto in una zona sfigata di Parigi, rue Mouffetard, senza padre, con una madre allegra e disinvolta che ogni sera porta a casa un uomo diverso, un fratello più grande che intima alla sorella di nove anni «Fam­melo!... E sta’ attenta con i denti», e due gemelli rosso malpelo, crudeli sin da piccoli. Louis Cuchas, piccolo santo (titolo originale del romanzo) o l’angioletto, guarda il mondo intorno a sé con un sorriso beato e nulla, proprio nulla riesce a turbarlo. Potete deriderlo, picchiarlo, insultarlo e lui continuerà a guardarvi con quel sorrisetto malizioso. Si alza spontaneamente nel cuore della notte per accompagnare sua madre al mercato delle Halles e in mezzo a tutti quei facchini, ortaggi, frutta, pollame, cassette di uova sente di vivere la più bella avventura della sua vita. E sarà sempre così: tutto ciò che potrebbe trasformare una persona normale in un delinquente, è per Louis un’esperienza da studiare, mettere su tela… Tutto ciò che spaventerebbe una persona normale, tipo due guerre mondiali, lo lasciano del tutto indifferente.
Termini il romanzo con la sensazione che non sia accaduto nulla eppure non sei riuscito a staccarti dal libro. Di tanto in tanto avresti voluto dargli una sberla all’angioletto ma poi ti sei rassegnato, apprezzandone l’originalità.

La capacità di Simenon di descrivere gli aspetti più controversi dell’animo umano resta indiscutibile.

mercoledì 20 giugno 2012

I fantasmi del cappellaio


Georges Simenon, I fantasmi del cappellaio
Ed. Adelphi, trad. Laura Frausin Guarino


A quell'ora, la rue du Minage era quasi sempre deserta, specie quando pioveva a dirotto. Ed era più deserta che mai da quando molta gente evitava di uscire col buio. I commercianti, che erano stati i primi a risentire del panico, erano stati anche i primi a organizzare delle ronde. Ma neppure quelle erano servite a impedire la morte della signora Geoffroy-Lambert e della signora Léonide Proux, la levatrice di Fétilly. […]

In rue du Minage le porte si aprivano e si chiudevano, e le famiglie si dirigevano verso la chiesa di Saint-Sauveur, fra il canale e il porto. Si sentivano le sirene dei battelli. Anche se era domenica, le barche dei pescatori, approfittando del diradarsi della nebbia, uscivano in mare, e probabilmente erano già tutte in fila indiana nel canale.
La città splendeva radiosa, immersa nella luce giallo oro del sole; il porto era di un azzurro compatto: di lì a poco anche i Kachoudas sarebbero usciti, i bambini davanti, con i vestitini della festa, poi Kachoudas e la moglie, sempre un po’ goffi la domenica, molto meno disinvolti che negli altri giorni.
Dopo la messa, sarebbero passati dalla pasticceria di rue des Merciers, e il vassoietto dei dolci lo avrebbe poi portato il sarto, tenendolo per il sottile spago rosso.

Anche il signor Labbé aveva fatto la sua scelta: aveva scelto la cappelleria di rue du Minage
Detto fra parentesi, alcuni pensavano che lui ci fosse nato, in quella casa. Ma le cose non stavano così. Era nato, sì, in rue du Minage, in un edificio del tutto simile a quello in cui viveva ora, ma che si trovava a cinquanta metri di distanza. Quando i suoi genitori avevano traslocato, lui aveva otto anni.
Poi la signora Binet lo aveva disgustato, come, quarant'anni dopo, lo disgustava Louise. Tuttavia avrebbe potuto restarsene a Poitiers nonostante lei, oppure andare a Parigi.
Aveva scelto La Rochelle.

I pensieri del cappellaio, il signor Labbè, seguono un percorso tortuoso. Ci si muove tra presente e passato; bisogna tornare ad un’adolescenza tormentata per capire l’oggi, per comprendere la follia che si nasconde tra le pieghe di una condotta apparentemente impeccabile. Il cappellaio è persona stimata, distinta, elegante come gli abiti di buona fattura che indossa. La follia appartiene ai barboni, ai mendicanti, ai forestieri; la follia non può albergare in un uomo agiato, conosciuto da tutti, a cui tutti stringono abitualmente la mano.
I fantasmi del cappellaio racconta quello che potrebbe essere un mistero dei nostri giorni: un quartiere tranquillo abitato da gente perbene, sette vittime, tutte donne, uccise in pochi giorni da una mente lucida che le strangola “perché è necessario”.
È particolarmente interessante studiare le trasformazioni di questo romanzo. Nato come racconto, nel marzo 1947, con il titolo Il piccolo sarto e il cappellaio, si trasforma in Benedetti gli umili. In entrambe le versioni, Simenon racconta la storia dal punto di vista di Kachoudas, il piccolo sarto armeno, dirimpettaio del cappellaio. In Benedetti gli umili il finale è rocambolesco, un po’ troppo alla Jessica Fletcher, per intenderci. Poi, il nostro Simenon decide di prendere il materiale del racconto e rielaborarlo, trasformandolo nel dicembre del 1948 in un romanzo che è un capolavoro. La storia viene sviluppata seguendo il punto di vista del cappellaio, l’introspezione psicologica ha il sopravvento sui fatti e il romanzo si confonde con la realtà.
Questo volumetto dell’Adelphi ha il pregio di contenere le tre versioni; si può studiare quindi il processo di riscrittura da parte di Simenon, osservare la sua capacità d’analisi e stupirsi di fronte alla plasmabilità delle storie.