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venerdì 31 dicembre 2021

E nel 2022…

 

Ogni anno, la redazione del settimanale Internazionale mette su carta i buoni propositi per l’anno che verrà. Io mi diverto sempre a trovare i punti in comune tra i miei buoni propositi e quelli della redazione. Questa volta ce ne sono pochini:

Non essere frettolosa. Fare ordine nelle password. Fare più attenzione. Risparmiare i nervi e arrabbiarmi solo quando ne vale la pena. Approfondire.

Poi ci sono delle cose auspicabili ma che non classifico tra i buoni propositi, tipo:

Tornare a viaggiare lontano, lontano. 42,195 chilometri.

Di mio aggiungerei:

leggere o rileggere almeno un classico al mese, bere meno caffè, fare più stretching, usare il cellulare per telefonare e non per cazzeggiare, ricominciare a studiare il portoghese, riscoprire Roma. 

E poi c’è un classico: realizzare quelli dell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

Buon 2022!

 


“Ciò che mi interessa è l’istante presente, bisogna trovare ogni giorno il modo di essere felici.” Jacques Henri Lartigue.

La mostra L’invenzione della felicità, dedicata al fotografo Jacques Henri Lartigue, resterà aperta fino al 9 gennaio 2022 presso l’hub culturale We Gil a Trastevere. 


martedì 21 settembre 2021

Librinvaligia



Questo blog ha ancora un senso?

Me lo sono chiesta mentre tornavo a casa con l’idea di scrivere un post che non ho mai buttato giù; me lo sono chiesta di domenica sera, dinanzi all’ennesimo weekend terminato in un soffio. Non sono più in grado di ritagliarmi uno spazio per chiacchierare di libri, camminate, festival, librerie? Ho fatto delle scelte con l’idea di dare ordine alle mie giornate, di mettere al centro le mie passioni ed è andata a finire che il caos ha preso il sopravvento, gli impegni si sono moltiplicati e le energie prosciugate.

Poi, c’è anche una sorta di blocco: diamine!, nell’ultimo anno e mezzo ho scritto pochissimo, sono ricomparsa di tanto in tanto dicendo che sarei stata più costante, salvo poi continuare a latitare; ora cosa faccio, riprendo a scrivere come nulla fosse? Sono ancora credibile? E se poi mi perdo di nuovo?

C’è solo un modo per ricominciare a fare le cose: farle. E se poi mi perdo di nuovo, pazienza.



Sono giunta a questa conclusione ieri sera, mentre leggiucchiavo gli ultimi post di blog amici. Ho percepito la mancanza di quello scambio quotidiano, di quello sguardo diverso sul mondo, di quella realtà parallela che rendeva le mie giornate più ricche.

Insomma, eccomi di nuovo qui.

 


È stata un’estate impegnativa. Però ci sono stati anche boschi, campanelle che annunciavano l’ora della cena, il salato che ha avuto la meglio sul dolce, merende e macedonie, momenti radicali, squarci di azzurro tra le fronde verdi, cremine e cerotti. E poi, polvere, tanta polvere. Mai immaginato che camminando nei boschi ci si potesse impolverare così…

 


Più di tutto, resta lo stupore entrando nella strepitosa cripta della Basilica del Santo Sepolcro ad Acquapendente, il salotto a cielo aperto di San Quirico d’Orcia e l’interno della chiesa di Santa Maria Assunta, la spettacolare Piazza Grande di Montepulciano, la peschiera di Santa Fiora, il lungo, polveroso anello (sentiero 001) del Monte Amiata, il sentiero dell’acqua e quello delle sorgenti che fanno apprezzare, passo dopo passo, la bellezza della Val d’Orcia.  

 


Ma la vera boccata d’ossigeno è arrivata con il Festivaletteratura di MantovaPerché Mantova, perché letteratura, perché il mio primo festival dopo la pandemia, perché giunto tempestivamente dopo un’importante scadenza lavorativa. Me lo son goduto. Non avevo più il fiato sul collo, non c’erano più i patemi del “quando rientro devo ancora fare…”



Camminando nel Parco del Mincio, ho ricominciato a progettare viaggi, letture, incontri con amici, attività ricreative di ogni genere, come se disponessi di un tempo infinito. Sono state giornate senza sveglia, piacevoli colazioni in compagnia ciarlando di libri, eventi senza fila, pause gelato tra un incontro e l’altro. Green pass, gel igienizzante e mascherina hanno reso la città più tranquilla rispetto al passato. Ugualmente vivace, ma meno caotica.     

La tentazione dei banchetti dei libri usati sotto i portici di Palazzo Ducale, setacciati e risetacciati dopo aver ascoltato Andrea Tarabbia e il libraio Giovanni Spadaccini (colui che Compra libri, anche in grande quantità); le diverse forme di commiato narrate da Bernhard Schlink; la Torino di Primo Levi che ne percorreva le strade con lo sguardo rivolto sempre a terra, abitudine rimastagli dai giorni del lager; Beethoven che riecheggia nel Palazzo della Ragione ad accompagnare i versi della poetessa Ruth Padel

La noia e l’irritazione ascoltando Angelo Pellegrino, che dovrebbe parlare degli epistolari di Goliarda Sapienza ma è troppo il compiacimento nell’ascoltare sé stesso per dar voce alla figura della Sapienza; in compenso, il ricordo commosso di Simona Weller e la rappresentazione di una Roma pullulante di collettivi femminili, talvolta violenti, dà senso all’incontro.

Poi, c’è la Siria di Hola Kodmani e la Siria vista dalla Germania attraverso gli occhi di Olga Grjasnowa, in un dialogo serrato che riaccende il mio interesse per quella parte di mondo. Uno degli incontri più interessanti ai quali ho partecipato.


E la piacevole leggerezza del sabato, la leggerezza che ti fa riflettere senza farti avvertire il peso dei pensieri; una cosa che riesce benissimo a Marcello Fois e Gabriele Romagnoli, ma anche a Bruno Gambarotta che chiacchiera con Fouad Laroui del Marocco come oggetto letterario. Laroui si muove agevolmente tra i ricordi giovanili, il Marocco dei caffè (“tra due caffè c’è sempre un caffè”), libri e lingue che hanno caratterizzato la sua vita e che riecheggiano nella sua scrittura. Il mondo senza libri sarebbe un inferno

 


Tutte le foto scattate in Toscana, sono state gentilmente concesse dal coniuge.


venerdì 29 gennaio 2021

I libri, le malattie e la peste.

 


Qualche giorno fa, leggendo uno stralcio del libro di Cataluccio, In occasione dell’epidemia, riportato da Giacinta del bel blog Il cavallo di Brunilde, ho iniziato a pensare a come sia cambiato il rapporto tra libri e malattia, o meglio, a quanto sia più complesso immergersi nella lettura nei periodi in cui il corpo ci obbliga a fermarci.

Sin da bambina, sono stata soggetta a febbroni che mi stroncavano un paio di giorni, richiedevano un altro paio di giorni di convalescenza, per poi dissolversi senza strascichi. Veniva meno l’alternanza del giorno con la notte, c’erano solo narrazioni che emergevano dal sonno e dalla febbre alta e si rispegnevano nel sonno. Anche da adulta, bronchiti persistenti ed incidenti li associo a romanzi di vario tipo (da Stoner di J. E. Williams, a Furore di Steinbeck, passando per titoli meno significativi in base all’entità della malattia).

Tutto ciò accadeva prima dell’avvento del cosiddetto smartworking, ai tempi in cui la maggior parte dei malanni non si protraeva per settimane.

Poi arrivò la pandemia da Coronavirus; si disse che saremmo diventati tutti più buoni, che avremmo ricominciato a dare il giusto valore alle cose e nulla sarebbe stato più come prima. Infatti, ci basta dare uno sguardo ai titoli dei giornali per renderci conto di quanto siano cambiati i nostri valori e di come abbiamo prontamente interiorizzato il concetto di bilanciamento delle priorità. Ma rischio di divagare.

Per farla breve, succede che il coniuge e la sottoscritta, a distanza di un paio di giorni, perdono smacco, provano un malessere diffuso (sebbene con sintomi diversi l’uno dall’altra) e il test conferma che, talvolta, positivo o rilevato non sono belle parole. Non mi dilungo, perché se sono tornata a scrivere in modo scanzonato è evidente che abbia recuperato gran parte delle mie energie. Ma come l’ho vissuta questa malattia? Tolti i giorni in cui il mal di testa e i dolori articolari hanno reso spossante anche la stesura della lista della spesa, tornata in me e rassicurata dal fatto che il peggio era alle spalle per entrambi e che nessuno dei nostri “contatti” avesse manifestato sintomi, avrei dovuto vivere la restante parte della malattia prendendomi cura di me, ossia leggendo e bevendo liquidi caldi. Ma… Non che qualcuno mi abbia esplicitamente obbligato durante la malattia a tener il cellulare aziendale acceso, a rispondere alle email di lavoro, a svolgere le attività inderogabili ed urgenti (tutte). Non che stia qui a lamentarmi perché “è una benedizione che tu abbia ancora un lavoro di questi tempi etc, etc, etc.”. Mi limito ad una constatazione. È stato immediatamente evidente come sia cambiata la percezione della malattia Covid. Non sei finita in ospedale, hai avuto sintomi tutto sommato lievi, non hai forti crisi respiratorie: se aspetti un tampone negativo non se ne viene più fuori. Non è che possiamo perdere settimane. Tanto ormai lavoriamo tutti da casa; che lo si faccia da malaticci o in salute, cosa cambia? Ah, guarda, appena m’è passata la febbre, ho puntato la sveglia tutte le mattine alle 5.30 per recuperare gli arretrati.          

Anche a posteriori, confrontandomi per motivi di lavoro con persone che erano state contagiate nello stesso periodo e che avevano potuto gestire la malattia a casa, ho avvertito una sorta di gara a chi avesse perso meno tempo possibile dietro a cortisone, antibiotici, saturimetri per tornare alle cose importanti. Ribadisco: non sto dicendo che il lavoro e l’economia non siano essenziali (nessuna persona con un minimo di raziocinio penserebbe una roba simile), ma mi ha colpito come sia cambiato il nostro atteggiamento nei confronti del Covid in pochi mesi.

Tarrou pensava che le peste avrebbe cambiato la città e nello stesso tempo non l’avrebbe cambiata; che, beninteso, il più forte desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato di fare come se niente fosse mutato e che, pertanto, nulla, in un certo senso sarebbe mutato, ma che in un altro senso, non si può tutto dimenticare, anche con la volontà necessaria, e la peste avrebbe lasciato tracce, almeno nei cuori.

Il piccolo possidente dichiarò nettissimo che non s’interessava al cuore e che il cuore era addirittura l’ultima delle sue preoccupazioni. […]

Albert Camus, La peste, trad. di Beniamino Dal Fabbro, Bompiani.

 


Lavoro o meno, per me questa malattia resterà associata ai due libri più letti, acquistati, presi in prestito, riscoperti nel corso del 2020: La peste di Albert Camus e Spillover di David Quammen (lettura del coniuge, che io devo ancora affrontare). Erano nella lista delle mie letture da mesi, però continuavo a tergiversare. Ho lasciato la divulgazione scientifica al coniuge e sono partita dal romanzo.

Di Camus avevo letto solo Lo straniero, romanzo che il mio gruppo di lettura (ancora in standby) non aveva apprezzato molto. Invece a me era piaciuto tantissimo. Perché Camus è un filosofo, non solo un romanziere. Leggere La peste in questi mesi implica fare paragoni continui con i nostri giorni. Riporto qualche stralcio random:

“I focolai infettivi sono in crescente diffusione. Al passo con cui la malattia si espande, se non è bloccata, rischia di uccidere mezza città prima di due mesi”.

Non bisognava veder troppo nero… il contagio non era provato se i parenti dei malati erano ancora immuni.

“Ma altri sono morti”, fece notare Rieux. “Non si tratta di vedere troppo nero. Si tratta di prendere precauzioni”.

Le misure non erano draconiane e sembrava che si fosse molto sacrificato al desiderio di non preoccupare l’opinione pubblica.

In quattro giorni, tuttavia, la febbre fece un balzo straordinario… Il quarto giorno si annunciò l’apertura dell’ospedale ausiliario in una scuola materna.

Potrei andare avanti con l’elenco, a partire dalla chiusura delle porte della città, le sepolture, i tavoli dei locali solo all’aperto, presto seguiti dal divieto d’uscire dalle proprie abitazioni se non per questioni urgenti.

Immagino che se avessi letto La peste durante il lockdown della primavera scorsa, le analogie sarebbero state ancora più d’impatto e avrei impiegato parecchio per astrarmi dai nostri giorni e guardare a La peste come ad un romanzo sulla separazione. Una separazione dagli affetti, dagli amici e dai nemici, da chi non si pensava neppure d’amare, dalle abitudini, dalle cose. Una separazione che potrebbe durare giorni o anni; che può essere determinata da un’epidemia ma anche da una guerra. Camus, da conoscitore dell’animo umano, lo indaga, ne prevede i pensieri, anticipa le sensazioni, le paure, le speranze. Che sia l’Orano degli anni Quaranta o la Roma del 2020, poco conta. Il terrore per la separazione, l’esilio, anche se “esilio in casa propria”, restano immutati.

Dal punto di vista letterario, il mio 2021 è iniziato nel migliore dei modi.

In apertura, illustrazione di Isabelle Arsenault


domenica 27 dicembre 2020

Il mio 2020 in libri


Il 2020 è stato l’anno in cui

- ho acquistato pochissimi libri e ho finalmente iniziato a smaltire volumi portati a casa compulsivamente negli ultimi… dodici anni?

- ho ricominciato a leggere anche in digitale (con molta moderazione);

- ho acquistato la mia prima mic card, senza peraltro poterla utilizzare (se non una volta).

Doveva essere l’anno del cambiamento, quello in cui avrei fatto scelte dirompenti e coraggiose, ma sono ancora qui, nel limbo. E non credo d’esser l’unica. Pare sia stato un anno immobile, eppure non ne sono certa: marzo mi sembra lontanissimo, ma ci sono momenti in cui ho la percezione che anche questo 2020, nonostante tutto, mi sia sfuggito tra le mani.

La scelta delle mie letture non è stata condizionata dalle proposte dei gruppi di lettura, programmazioni, condivisioni varie. Ho seguito l’istinto del momento, riscoprendo anche il piacere della lettura in solitaria, senza scadenze “perché con il gruppo c’incontriamo tra due giorni e io sono ancora in alto mare”. Non dico che sia un bene né un male. Dico solo che staccare dalla pianificazione degli incontri di lettura mi ha fatto assaporare romanzi e testi di non fiction che giacevano negli scaffali da tempo. 

Un anno soddisfacente e se dovessi scegliere un solo titolo per ciascun mese direi:

Un romanzo poetico, politico, un po’ favola un po’ realtà. Ho visto Istanbul, pur non essendoci mai stata, ne ho percepito bellezza e contraddizioni, ho respirato l’aria del Bosforo e ho sognato un nuovo viaggio (era gennaio e viaggiare, in fondo, non sembrava così impossibile).

L’ho letto nell’edizione Einaudi e poi l’ho anche ascoltato dalla voce di Paolo Pierobon (Emons Audiolibri): mi sono divertita tantissimo. Era uno di quei titoli che mi ripromettevo di leggere da anni, ma ero troppo terrorizzata. I russi, talvolta, fanno paura. Geniale, irriverente, dissacrante. Uno di quei romanzi che meritano più letture perché so già che ogni lettura sarà una nuova lettura, in cui emergeranno frasi, concetti, riflessioni…

Non so perché sia stata sempre respinta dalla narrativa cinese. Penso dipenda dal fatto che non subisco il fascino dell’Oriente. Non ho mai letto neppure autori molti noti, tipo il premio Nobel Mo Yan.

Yu Hua, con questo breve saggio, mi ha avvicinato alla Cina. Dieci parole per raccontare cos’è stata e cos’è diventata negli ultimi 40 anni. Per gli appassionati, segnalo che la rivista Internazionale dedica alla Cina l’ultimo numero del 2020. Otto racconti selezionati proprio dallo scrittore Yu Hua.

  • Aprile – Una stella incoronata di buio, Benedetta Tobagi (ed. Einaudi).

Ne ho straparlato qui. Resta una delle letture più memorabili del mio 2020.

  • Maggio – Mese corsaro.

Ero entrata in modalità Natalia Ginzburg. Qui.

  • L’estate fredda.

Nel periodo estivo (settembre incluso) ho letto abbastanza. Romanzi piacevoli, diversi tra loro ma niente di esaltante. Tra i più particolari e struggenti direi Perché il bambino cuoce nella polenta di Anglaya Veterani. Qui.

  • Ottobre – Notturno cileno, Roberto Bolãno (trad. Angelo Morino, ed. Sellerio).

Il mese delle camminate pomeridiane intorno ad un lago insolitamente caldo e il mio periodo cileno. Non avevo mai letto nulla di Bolãno, sebbene avessi questo libro da tantissimo tempo (tant’è che lo acquistai nell’edizione della Sellerio. Oggi lo trovate edito da Adelphi).

Chi conosce bene la produzione letteraria di Bolãno mi ha fatto notare che non sarei dovuta partire da Notturno cileno. Lettura inizialmente ostica, un monologo fiume, senza un a capo, periodi lunghissimi in cui si ritrovano i fantasmi di Neruda, di Allende, di Pinochet. Ti distrai un attimo e non riesci più a discernere le ombre dei personaggi veri da quelli inventati. Non so se sia stato il miglior romanzo per approcciare Bolãno. Indubbiamente, ha lasciato il segno.

  • Novembre – Case vuote, Brenda Navarro (trad. Carlotta Aulisio, Giulio Perrone editore).

La madre di Daniel:

Sai che ho fatto un figlio per aver un pretesto per allontanarmi da te? […] Che idea idiota, così idiota che alla fine te ne sei andato davvero.

Non ho mai voluto essere madre, essere madre è il peggior capriccio che possa venir in mente a una donna.

La madre di Leonel:

Quello che non riuscivo a fare era viver senza esser madre. Perché questa fissazione? Be’, perché sì, che c’è di male a voler essere madre, che c’è di male nel voler dare amore?

Un romanzo duro, una pugnalata. 173 pagine sulla maternità, sulla violenza domestica, sulla solitudine, sulle aspettative della famiglia e della società, sulle disuguaglianze e sulle frequenti sparizioni dei bambini in Messico.

Molto consigliato.

E venne il momento del classicone, quello dalla mole spaventosa; quello che puoi non leggere, tanto la storia - bene o male - la conosciamo tutti; quello che faceva dire al coniuge “Non puoi non averlo ancora letto. Di questo passo, finirò per chiedere il divorzio!”

Il coniuge è profondo conoscitore di Dumas e in casa avevamo l’edizione della Mondadori, con la storica traduzione di Emilio Franceschini. Se neppure voi avete ancora letto Il conte, in rete troverete diversi articoli sulla complessa sorte delle traduzioni italiane. Insomma, alla fine ho scelto una traduzione sul testo critico francese stabilito nel 1993 da Claude Schopp.

Dumas mi ha riportato alle letture invernali dell’adolescenza, quelle in cui infilavo la testa sotto il piumone (sono molto freddolosa e la stanzetta della giovane Baba non godeva di temperature caraibiche) e faticavo a spegnere la luce.

Avvinghiata alle pagine per sapere fino a che punto si sarebbe spinta la tremenda vendetta del conte, sono giunta a Natale.

Il coniuge ha vissuto risvegli altalenanti: Lo odio, lo odio!

Chi?

Ma Danglars, ovvio!, chi altri?!

Lo adoro! Così geniale, così saggio…

Ma chi?

Ma come chi? Don Faria, chi altri! Te l’avevo detto che ero ancora nelle segrete del Castello di If…

Sì, va bene, non è il romanzo perfetto: qualche incongruenza qui e là si trova; e sì, nelle pagine finali il delirio di onnipotenza di Montecristo un po’ infastidisce; troppo dramma, troppe smancerie… Epperò Dumas mi ha preso per i capelli e mi ha infilato nella sua storia; per diversi giorni ho lavorato, studiato, fatto cose in attesa di tornare a Marsiglia, Roma, Parigi o su quello scoglio deserto tra la Corsica e l’Elba.

Il coniuge aveva ragione, così come aveva ragione Claudia, che più volte sul suo canale ha dichiarato di essere tornata ai classici grazie al Conte di Montecristo.

 


A questo punto, dovrei elencare i buoni propositi per l’anno che verrà, dire che m’impegnerò ad essere più costante nella scrittura, dichiarare apertamente quali saranno le letture che non posso rimandare ulteriormente etc. etc. etc. Salvo poi seguire l’istinto del momento e mandare tutto all’aria. Quindi, vi risparmierò i buoni propositi.

Mi auguro che stiate tutti bene, che, nonostante tutto, stiate trascorrendo giorni lieti e che il 2021 inizi con il sorriso.

giovedì 15 ottobre 2020

Di pregiudizi e nuove scoperte. Il giorno in cui incontrai il graphic novel

 

Ho scoperto di avere una serie di preconcetti difficili da accantonare. Dico davvero. Non posso leggere più libri contemporaneamente, i libri per ragazzi non fanno per me, graphic novel giammai, booktuber vade retro…

Non che avessi letto chissà quanta narrativa per ragazzi e graphic novel prima di decidere di starne alla larga. Né avevo esplorato i numerosi canali YouTube in cui si parla di libri, prima di decidere di snobbarli. Li snobbavo e basta.

Nel famigerato periodo del lockdown, cercando idee in rete, ho iniziato a guardare qualche video dei bookinfluencer più seguiti in Italia (tema su cui, a periodi alterni, si torna a fare sterile polemica). Snervanti. Mi sono anche chiesta come riuscissero a pagare l’affitto con quel lavoro lì.

Poi, però, ho scoperto i canali di persone più normali. Gente che nella vita fa altro, ma che ha una gran passione per la lettura e ne parla su YouTube con spontaneità, senza troppi fronzoli, affiliazioni, marketing spinto. Quello che in fondo faccio io su questo blog. Ma loro ci mettono anche la faccia. 

Da mesi, seguo con piacere i canali di quattro ragazze molto diverse l’una dall’altra, dai gusti eterogenei e spesso diversi dai miei. Eppure, riescono sempre ad incuriosirmi. È stato l’entusiasmo di Laura - La libreria dietro l’angolo - a farmi acquistare d’impulso Là dove finisce la terra. Io che fino a dieci giorni fa possedevo solo uno straordinario graphic novel (dalle illustrazioni magnifiche), regalatomi da un caro amico, e nient’altro, ho scoperto improvvisamente un nuovo mondo meraviglioso.

Per la neofita, il primo problema è stato: ma graphic novel è maschile o femminile?

Vi lascio all’articolata riflessione dell’Accademia della Crusca. Dal punto di vista linguistico, sarebbe preferibile l’opzione maschile (perché novel significa romanzo), però l’espressione è largamente utilizzata al femminile. Insomma, fate voi. Io opto per il maschile.

I miei sciocchi pregiudizi avevano offuscato le potenzialità e la versatilità della forma graphic novel: le illustrazioni possono raccontare un periodo storico, un contesto politico, uno scenario di guerra, episodi di stretta attualità. Possono anche trattare temi divertenti e d’intrattenimento. Ma non esclusivamente quelli. Grande scoperta, direte voi, che vi siete innamorati del graphic novel sin dai tempi di Persepolis. Ma io vivevo nell’ignoranza e, da un rapido sondaggio, ho capito di non esser la sola.

Fine della premessa.


Ascolto Laura. Si spertica in lodi per questo gioiellino che è Là dove finisce la terra. “Se non conoscete la storia del Cile, dal dopoguerra all’elezione di Salvador Allende, non potete lasciarvelo sfuggire”.

Mumble mumble.

Il libro è pubblicato in Italia da add editore, casa editrice torinese dal catalogo interessante per l’attenzione ai temi di attualità, all’Asia, alle biografie. Ho già acquistato e letto altro pubblicato da loro. C’è da fidarsi.

Ordino direttamente sul sito della casa editrice (5% di sconto e spedizione gratuita con corriere espresso). Leggo il libro in un weekend di pioggia e so di dover ringraziare Laura.


Pedro Atías, figlio dello scrittore socialista Guillermo Atías, nasce in Cile, a Santiago, nel 1948. Suo nonno, Antonio Atías, aveva lasciato il Libano agli inizi del Novecento, alla ricerca di una vita migliore e aveva messo radici Là dove finisce la terra.



Pedro cresce in una famiglia che crede nel cambiamento, negli ideali democratici e nelle idee del partito socialista; una famiglia che non tollera l’egemonia statunitense sui paesi dell’America Latina e che guarda con simpatia alla Cuba di Fidel.

Pedro è un idealista (una bella parola, piena di idee e ideali), ama la letteratura, la musica, il teatro; è tra i fondatori di una compagnia teatrale che mette in scena opere d’avanguardia. Siamo ancora in piena guerra fredda, ma il Cile è stanco dei governi di destra che, quando non governano direttamente, lo fanno attraverso esponenti di una finta Democrazia cristiana. Il Cile è pronto al cambiamento. E, nel settembre del 1970, a vincere le elezioni è il socialista Salvador Allende.


“Una vittoria di mille giorni.

Mille giorni belli come una tempesta in mare”.

Tre anni dopo cambierà tutto. Poi, per Pedro, arriverà l’esilio in Francia. Altri anni dopo ancora, nel 2013, arriverà l’incontro tra Pedro Atías, Désirée Frappier (scrittrice) e Alain Frappier (disegnatore). Da quella serata di Capodanno nascerà un’amicizia e questo graphic novel, a cui farà seguito un secondo volume (Il tempo degli umili, Cile 1970 – 1973, in preparazione).

In Là dove finisce la terra c’è la storia di Pedro e della sua famiglia, c’è un pezzo di storia del Cile, inevitabilmente collegato ad un pezzo di storia contemporanea mondiale. Perché dal 900 in poi è impossibile raccontare la storia di un paese isolandolo dallo scenario internazionale.

Illustrazioni in bianco e nero di grande impatto (il nero delle ultimissime pagine è indelebile). Il libro mi è piaciuto moltissimo. L'avevo già detto?

Qui trovate le impressioni di Federica (non c’eravamo messe d’accordo. Ma Federica ha una naturale inclinazione verso L’America Latina. Non poteva sfuggirle questo titolo!).


mercoledì 13 maggio 2020

Disordine organizzato

Frammento di libreria

Ora che la sessantena è agli sgoccioli (o forse è già finita, non mi è chiaro ancora), posso serenamente dire che in questo periodo non ho imparato nulla. Da quello che leggo sembrerebbe che in molti abbiano fatto tesoro delle lunghe giornate d’isolamento. Hanno ricominciato a cucinare, hanno imparato a dipingere, a fare pilates seguendo corsi on line, hanno cominciato a studiare una lingua, seguito webinar di scrittura creativa, si son dati al giardinaggio, hanno sanificato più volte casa, dépendance e scantinato.
Io mi sono innervosita molto più del solito; sono diventata più irascibile, ho discusso con il mio capo ad oltranza, nel mese di marzo ho lavorato il triplo e mi sono chiesta, nuovamente, che senso avesse tanta irritazione in giornate in cui si parlava solo di morte.  
Così, tra un attacco di gastrite acuta e l’altro, siamo arrivati a metà maggio e il pensiero principale, a quanto pare, è diventato se, come e dove andremo in vacanza. Senza aver risistemato la libreria: l’unico proposito che avevo in testa da due mesi.
Il punto è che da quando ci siamo trasferiti in quest’appartamento, non ho fatto altro che accatastare libri un po’ dove capitava. Il vantaggio del disordine è che non hai l’effettiva consapevolezza del numero di volumi ancora intonsi e ti arrendi all’ennesimo raptus di shopping compulsivo. Perché l’editoria italiana è in crisi, le librerie pure, ed io, che voglio bene ad entrambi i settori, ho acquistato tantissimo. Era un obbligo morale. Ma, sia l’editoria che le librerie sono in crisi da sempre, e lo scorso weekend ho avvertito l’urgenza di fissare dei paletti e fare ordine.
Ordine. Vabbè, diciamo disordine organizzato rispetto all’umore del momento. Quindi, niente ordine alfabetico perché, per dire, che senso avrebbe frapporre Levi tra la Ginzburg e la Morante? È ovvio che le due scrittrici debbano continuare a bisticciare anche sulla mia libreria, no?
Ordine per casa editrice. Sì, però, come si fa con Saramago? È Feltrinelli, nonostante le mie copie de Le intermittenze della morte e Cecità siano della Einaudi.
Per area geografica. Sì, si fa presto con case editrici tipo Iperborea, ma in altre circostanze? L’italianissimo Claudio Fava, ad esempio, con il suo Mar del Plata (add editore) va accanto agli scrittori argentini pubblicati da Sur, c’è poco da fare. Insomma, ora che l’ho risistemata, nella mia libreria un ordine preciso non c’è. Però ho tolto moltissima polvere, e in questa finta organizzazione mi sento a casa. La osservo estasiata.
I libri in attesa d’esser letti sono tantissimi e occupano uno spazio ben definito. Un solo sguardo dovrebbe far evaporare qualsiasi tentazione di nuovi acquisti nei prossimi mesi. Chissà.
Così, a ben pensarci, posso dire anch’io d’aver fatto qualcosa di utile durante l'isolamento. Tecnicamente siamo nella fase 2, ma vale lo stesso, giusto?

sabato 21 marzo 2020

Tempus fugit


Il laghetto dove generalmente vado a correre nel weekend, si trova in un comune diverso dal mio (sebbene disti 5 minuti da casa); così, con l'aggravarsi dell'emergenza Covid-19, ad inizio mese, ho smesso di frequentarlo. 
Di solito, durante la settimana, per ragioni logistiche e lavorative, vado a correre nel quartiere in cui abito. Privo di spazi verdi, sprovvisto di zone pedonali e piuttosto trafficato, ma all’alba è gestibile.
Tra un’ordinanza e l’altra, una decina di giorni fa ho deciso di mettere da parte le scarpette. Avvertivo un certo disagio, anche se corro da anni, corro da sola, con tutte le condizioni meteo e alle prime luci dell’alba. Insomma, come per tutti i malati della corsa (siamo strambi, lo so), correre per me è un’attività solitaria, non una scampagnata. Ma in questi tempi anomali, onde evitare inutili discussioni e occhiatacce dei condomini che ti vedono rientrare mentre aprono le finestre, ho deciso che fino al 25 posso rinunciare all’attività motoria. 
I problemi sono altri, nessun dubbio. Però capisco anche che non debba esser facilissimo rinchiudere i bambini in casa per giorni o togliere alle persone anziane, già tanto sole, la briscola del pomeriggio, al circolo, o la passeggiata quotidiana al parchetto vicino casa.
Viene meno la tua libertà di movimento, ma sei bombardato da messaggi che t’impongono di trasformare il disagio in un’opportunità. Le iniziative sono lodevoli e senti che dovresti ringraziare tutti e approfittarne. La maggior parte delle case editrici si prodiga per spedirci a casa libri senza costi di spedizione, qualcuno regala ebook, è un dilagare di corsi on line, le biblioteche chiudono al pubblico ma ti scrivono di continuo per ricordarti che puoi prendere in prestito più ebook del solito, puoi leggere i quotidiani, puoi vedere film, ascoltare musica… Magari, però, fai un piccolo video e condividilo sui social. Non puoi andare a vedere una mostra? Allora fai una visita virtuale in un museo in cui non sei mai stato.
Sei una persona smart, dimostralo: organizzati e lavora da casa, senza spegnere mai il telefono.
Insomma, siamo chiusi nelle nostre case, apparentemente soli ma sempre più connessi.  
La sera arriva in un attimo, con il telefono che squilla e il monitor del pc che non ha il tempo per andare in stand-by. Poi, accendo la televisione, guardo le immagini che vediamo tutti, vacillo; penso ai medici, al personale sanitario, al dolore che accompagna le loro giornate.  Penso a una morte crudele che ti toglie anche la consolazione di una carezza, un bacio, il sorriso di chi hai amato e ti ha amato per una vita.  
Penso ai miei cari e so d'esser una persona fortunata. Almeno oggi. Domani chissà. 
Penso che tutti quegli input che dovrebbero distrarmi, la sera non servono a nulla. Per capire cosa sia il silenzio e la solitudine dovrei staccare la connessione per qualche giorno. 
Ma sono fragile e contraddittoria. Tant'è che sono qui, in rete, a scrivere queste righe, cercando una risposta alle mie paure.     

martedì 25 febbraio 2020

Di Ancona e del cielo di nuovo blu


In questi giorni, le prime pagine dei giornali spaziano da Dilaga il virus a Mezza Italia in quarantena (passando per un Accogliamo tutti anche il virus a Gli africani ci mettono in quarantena). E io, dopo mesi di silenzio, mi son chiesta se fosse proprio oggi la giornata giusta per spolverare il blog e ricominciare a chiacchierare di viaggi, libri e piccoli eventi non apocalittici. Forse sì, perché sono già stanca d’inviare ordinanze in materia di contenimento a destra e manca e rispondere a gente terrorizzata per aver condotto fino all’altro ieri una vita normale. 
Ancona vista dal Parco del Cardeto 

Sono stati mesi lunghi e sfibranti. La spossatezza di chi rumina ogni giorno gli stessi pensieri, l’incapacità di prendere una decisione, perché ciò che stai pensando di fare potrebbe apparire al resto del mondo una scelta irrazionale e avventata. Tutto si confonde. La fatica di alzarsi, di andare al lavoro come nulla fosse, di indossare la maschera giusta, lo sforzo nel dissimulare le incrinature che rischiano di mandarti in frantumi; l’incapacità di spiegare. D’altronde, come puoi spiegare quel malessere che hai dentro ma che non è nulla di concreto? Una febbre, una ferita, una malattia del corpo sono evidenti; giustificano assenze, riposo, medicinali. Di altri malesseri fai fatica a parlarne anche a te stessa. Ti racconti che è solo stanchezza. Passerà.
In fondo, i tuoi problemi ce li hanno tutti, non c’è nulla di cui lamentarsi.  Continui a leggere, vai a correre, cerchi di fare ciò che hai sempre fatto. Ma non vivi nulla; attraversi le giornate. Ogni cosa è fuori fuoco: i libri, la cenetta con il coniuge, le conversazioni con gli amici. Osservi tutto, ascolti tutti, ma non sei lì.  
Poi crolli.

«La prossima settimana devo andare in un’azienda vicino ad Ancona. Chiedi qualche giorno di ferie e vieni con me. Ho già prenotato per due».
È da tanto che non prendo come pretesto le trasferte di lavoro del coniuge per un viaggetto fuori programma. Non sono convinta. Ma il coniuge è perentorio. Fa tutto lui; a me non resta che preparare uno zainetto ed entrare in auto. Sarà libero solo la sera, ma ha scelto un hotel che mi permetta di muovermi in centro senza vincoli.
Il cielo è blu, l’aria pungente ma il sole è caldo. Cammino tutta la mattinata senza una cartina né una meta da raggiungere. 
Percorro il corso della cittadina un paio di volte; m’infilo nei vicoletti, resto a fissare la facciata del Teatro delle Muse e poi mi inerpico su Via Antonio Gramsci. 
Ancona è tutta un saliscendi e, camminando senza fretta in una giornata qualsiasi di inizio febbraio, mi fermo in Piazza del Plebiscito, quella con l’imponente statua di Papa Clemente XII, e mi siedo sulla scalinata che conduce alla Chiesa di San Domenico (in cui, va detto, sono entrata per caso e per caso ho scoperto l’Annunciazione del 1662 del Guercino e la Crocifissione di Tiziano). 
Il salotto della città, affollata e festosa: così viene descritta la cosiddetta Piazza del Papa nella maggior parte dei siti. A me, invece, ha fatto un effetto strano: accogliente nella sua forma rettangolare e allungata ma, al contempo, austera. Sarà la presenza del Palazzo del Governo, della Torre civica o, forse, sarà proprio lo sguardo severo di Papa Clemente XII, fatto sta che vista di giorno, con i tavoli dei pub e dei ristoranti vuoti, la piazza m’è parsa silenziosa ed enorme. Sono rimasta seduta su quei gradini per un tempo indefinito con i pensieri che si rincorrevano.

Piazza del Plebiscito, nota come Piazza del Papa
Poi, ho ripreso a camminare. In salita. E, nell’antico Rione San Pietro, tra i palazzi dalle facciate medievali, ho avuto di nuovo la percezione del cielo azzurro, e del vento, e della bellezza. È caduto il velo, ed io ho ricominciato a vedere le cose. Nessun miracolo; semplicemente i primi passi dopo un periodo buio.
Delle giornate anconetane (o, se preferite, anconitane) mi è rimasta addosso la tranquillità che non ti aspetti di trovare in una cittadina portuale. La maestosità del Duomo di San Ciriaco che guarda il porto dall’alto, imperturbabile ai rumori provenienti dallo stabilimento di Fincantieri.

Duomo di San Ciriaco
Ancona deve il suo nome alla caratteristica forma del promontorio che fa pensare ad un gomito piegato (Ankón in greco significa gomito); forma che si può ammirare dalla sommità del colle dei Cappuccini e dal Parco del Cardeto. Ci sono arrivata non per il panorama ma per capire cosa fosse quella sorta di torretta che vedevo in lontananza. Poi, scoperto il faro ottocentesco, fatto erigere da Pio IX per dirigere la rotta delle navi, in funzione fino alla costruzione del nuovo faro (operativo dal 1965), sono rimasta a gironzolare nel Parco del Cardeto e a guardare Ancona dall’alto.    
Parco del Cardeto - Faro Ottocentesco 
Ignoravo la storia della Repubblica di Ancona, le inquietudini di una città navale in contrasto con Venezia e Dubrovnik (la Ragusa di Dalmazia), l’assedio di Federico Barbarossa e le gesta di Stamira, eroina anconitana. Così, la scoperta dell’immensa tela di Francesco Podesti, Il giuramento degli Anconetani, è stata una rivelazione.

Francesco Podesti - Il giuramento degli Anconetani
E una rivelazione sono state anche le altre opere esposte nella Pinacoteca civica intitolata al Podesti, visitabile alla modica cifra di 6 euro. Il biglietto include anche la visita al Museo della città. Di per sé irrilevante, ma prezioso se si ignora la storia di Ancona. Grazie all’audioguida si esce dal Museo con una visione d’insieme della città, dalle origini all’Unità d’Italia, e si comprende la funzione dei palazzi dalle belle facciate che s’incontrano camminando nel centro storico della città.
A posteriori, cercando informazioni su Ancona e sulle sue bellezze, ho trovato diversi articoli sul Duomo. Io, però, sono rimasta incantata dalla chiesa romanica di Santa Maria della Piazza, antica cattedrale cittadina, che nel corso dei secoli ha subito danneggiamenti, ricostruzioni, riconversioni, bombardamenti, restauri e che stupisce per la bellezza della facciata e la sobrietà degli interni. Vuota. La chiesa venne costruita intorno al XII secolo sui resti di una chiesa paleocristiana di cui oggi si conservano ancora i meravigliosi frammenti dell’originaria pavimentazione a mosaico policromo (IV e VI secolo). 
In quelle due giornate d'inizio febbraio, ho camminato moltissimo, mi sono fermata a chiacchierare con i pescatori sul molo, ho stretto amicizia con Willy il gabbiano, sono entrata in libreria, mi sono seduta per leggiucchiare qualche pagina anche se non ho acquistato nulla.

Willy
La prima sera, davanti a uno stoccafisso all’anconetana e altre delizie, ho raccontato la città al coniuge. La sera successiva gli ho detto che Ancona potrebbe piacergli e che la prossima volta ci vado con lui. Ha sorriso. E prima di tornare a casa mi ha fatto un altro regalo…