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mercoledì 10 maggio 2023

Aprile: un classicone, l’Orient Express e l’Appia Antica

 

Roma, Appia Antica

Aprile è stato un mese di corsa. In senso letterale. Ho ripreso ad allenarmi con maggior costanza, a controllare le previsioni meteo, a incastrare le varie attività in modo da sconfiggere argomenti pretestuosi del tipo “sono troppo stanca, si è fatto tardi, è prevista pioggia…” Insomma, tutte quelle storie che ci raccontiamo quando ci lasciamo sopraffare dalla pigrizia.

Aprile è stato anche libri, passeggiate cittadine, mostre, progetti per viaggi futuri.



Sono tornata al classicone e l’ho fatto in compagnia del gruppo di lettura della biblioteca. Non proponevo un classico da un’infinità di tempo e ho pensato fosse giunto il momento di affrontare Villette, di Charlotte Brontë. Ultimo romanzo dell’autrice, tra i più autobiografici, non brilla per vivacità né per coinvolgimento, e la possibilità che il gruppo potesse disertare l’incontro del mese non era poi così remota.

Prendendo in prestito le parole di Antonella Anedda nell’introduzione della versione di Villette pubblicata da Fazi, Lucy Snowe, la protagonista del romanzo, “è un’anima vecchia […], ha accumulato una distanza che le consente di analizzare il proprio destino fin da quando, adolescente, dovendo definire gli anni dell’infanzia, usa le parole: freddo, pericolo, lotta.”

Lucy è tutta ragione e il suo atteggiamento razionale, lontano dalle fantasticherie e dalle frivolezze delle altre figure femminili che popolano il romanzo, può spiazzare il lettore. Infatti, le reazioni del gruppo di lettura sono state molto eterogenee: dal sintetico “una palla, non succede niente” a un “è la quarta volta che lo leggo e mi sono sorpresa a riflettere su temi che nelle letture precedenti mi erano sfuggiti”.

Villette, classica opera vittoriana, è un romanzo stratificato, a tratti filosofico, che affronta argomenti disparati, perfetto per accendere un dibattito all’interno di un gruppo di lettura. A colpire sono le lunghe elucubrazioni mentali della protagonista, il ruolo della religione nella società dell’epoca, le riflessioni sulle differenze tra protestantesimo e cattolicesimo, l’accento che l’autrice pone sulla presunta superiorità del popolo inglese rispetto a quello francese (e, ancora di più, la differenza tra le donne inglesi rispetto alle francesi), il ruolo della natura, la presenza di elementi gotici, l’importanza del matrimonio nella società del tempo in contrasto con una protagonista molto moderna che, orgogliosamente, rivendica invece l’importanza del lavoro come strumento d’indipendenza. Un romanzo che ho apprezzato molto e che merita anche una rilettura di approfondimento ma, come ho avuto modo di sperimentare, non consigliabile a lettori e lettrici che vogliano farsi trascinare dalla trama.

 


Aprile è stato anche il mese degli scioperi di qualsiasi mezzo pubblico possa circolare, degli infiniti problemi tecnici sulle linee ferroviarie, dei costanti ritardi; tanti e tali da far perdere la pazienza al più rassegnato dei pendolari. Stazioni ben lontane dall’atmosfera magica e letteraria racchiusa nelle foto della mostra ORIENT-EXPRESS & Cie. Itinerario di un mito moderno.


Roma, Villa Medici  

La mostra, aperta fino al 21 maggio, è ospitata dall’Accademia di Francia a Roma, con sede a Villa Medici. Un luogo magnifico che merita una visita anche solo per percorrere i viali dell’immenso giardino, lontano dai rumori pur trovandosi nel cuore della Capitale, e ammirare il panorama mozzafiato sulla città. Cielo grigio incluso.



Le foto, le locandine, i progetti e i manifesti pubblicitari esposti nelle sale dell'Accademia di Francia provengono dagli archivi dell’antica Compagnie internationale des wagons-lits. Una mostra interessante perché raffigura tutte le sfaccettature di un mito, l’Orient-Express, e del meno noto Rome-Express. Alle foto pubblicitarie, che rappresentano lo sfarzo e il lusso dei vagoni, si affiancano quelle dei locali in cui venivano costruiti i vagoni, le immagini di lavoratori e lavoratrici indaffarati, nonché una foto piccina piccina che ritrae un esiguo numero di braccia incrociate e volti seri, in sciopero, che posano davanti all’obiettivo.

Non mancano, tuttavia, le foto di volti noti che ci osservano dal finestrino. 

Georges Simenon

Infine, per chiudere degnamente il mese di aprile, ci siamo concessi il consueto pellegrinaggio annuale lungo l’Appia Antica. Anche questo è un classicone: almeno una volta l’anno va fatto!




venerdì 31 dicembre 2021

E nel 2022…

 

Ogni anno, la redazione del settimanale Internazionale mette su carta i buoni propositi per l’anno che verrà. Io mi diverto sempre a trovare i punti in comune tra i miei buoni propositi e quelli della redazione. Questa volta ce ne sono pochini:

Non essere frettolosa. Fare ordine nelle password. Fare più attenzione. Risparmiare i nervi e arrabbiarmi solo quando ne vale la pena. Approfondire.

Poi ci sono delle cose auspicabili ma che non classifico tra i buoni propositi, tipo:

Tornare a viaggiare lontano, lontano. 42,195 chilometri.

Di mio aggiungerei:

leggere o rileggere almeno un classico al mese, bere meno caffè, fare più stretching, usare il cellulare per telefonare e non per cazzeggiare, ricominciare a studiare il portoghese, riscoprire Roma. 

E poi c’è un classico: realizzare quelli dell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

Buon 2022!

 


“Ciò che mi interessa è l’istante presente, bisogna trovare ogni giorno il modo di essere felici.” Jacques Henri Lartigue.

La mostra L’invenzione della felicità, dedicata al fotografo Jacques Henri Lartigue, resterà aperta fino al 9 gennaio 2022 presso l’hub culturale We Gil a Trastevere. 


martedì 16 novembre 2021

Bologna, Giovanni Boldini e Foto/Industria 2021

 

La scorsa settimana, il coniuge ed io per una serie di improbabili circostanze lavorative, ci siamo incrociati più volte nella stazione di Bologna. Poiché bisogna saper approfittare di ogni occasione utile per rendere le nostre giornate più interessanti, tra un treno e un impegno di lavoro abbiamo incastrato un paio di cose belle.

Venerdì mattina sono riuscita ad andare a trovare di persona le mie libraie preferite. Da un anno, infatti, la mia libreria di riferimento è la Biblion di Granarolo (ehm…, sì, io abito in provincia di Roma. Dettagli). Paola e Margherita sono le libraie che avrei sempre desiderato avere accanto a casa. Le ho trovate a Granarolo ma, per fortuna, esistono i video sui più disparati canali social, i gruppi di lettura on line e i corrieri. Sebbene la distanza fisica sia ormai un ostacolo superabile, poter fare quattro chiacchiere con la Paola all’interno della sua libreria è stato bellissimo.

Giovanni Boldini

Non ricordo più in quale occasione scoprii l’eleganza delle figure femminili ritratte da Federico Zandomeneghi, artista a me del tutto sconosciuto fino a qualche anno fa. Ricordo lo stupore davanti a quelle toelette che emergevano dalla tela, quei volti sensuali e quelle pose eleganti. Da Zandomeneghi approdai a De Nittis e Boldini. Mi riproposi, quindi, di visitare qualsiasi mostra a tema. Trovandomi a Bologna, potevo mica saltare l’antologica Lo sguardo dell’anima dedicata, per l’appunto, a Giovanni Boldini?



Le donne di Boldini hanno la vita sottile e il corpo slanciato, abiti scollati e seni proporzionati; hanno occhi dalle ciglia folte, sguardi ironici, a volte altezzosi, altre ammiccanti. Sono al pianoforte, sono sdraiate in pose languide, spesso sorridono. Giovanni Boldini amava il colore ma pensava con la matita in mano. Studi preparatori, schizzi, immagini in bianco e nero ci conducono nella vivace Parigi di metà Ottocento; lo sparuto gruppo di no green pass incontrato poco prima tra le strade bolognesi è un ricordo lontano.



La mostra comprende, tra le altre, opere di Corcos, Ettore Tito, del mio Zandomeneghi, diverse opere di artisti contemporanei a Boldini, inclusa una trascurabile Ninfea di Monet. Potrete visitarla a Palazzo Albergati fino al 13 marzo 2022. Se non rientrate in categorie particolari, il costo del biglietto intero è di € 16,00, ben spesi (l’importo include l’audioguida).

Qui potete farvi un’idea delle principali opere esposte a Palazzo Albergati.


Foto di Bernard Plossu

Se siete appassionati di fotografia e del mix foto – industria e mondo del lavoro, avrete già sentito parlare della biennale Foto/Industria 2021, organizzata dalla Fondazione MAST. 11 mostre fotografiche di 11 fotografi internazionali, allestite in altrettanti spazi espositivi dislocati nel centro di Bologna: dal Mambo a palazzi storici bellissimi quali Palazzo Fava o Palazzo Boncompagni. Tema della biennale: food. Cibo come rappresentazione di uno stile di vita e di culture diverse, abitudini alimentari che racchiudono la storia e l’evoluzione di un paese, l’impatto dell’industria alimentare sul territorio e il rapporto tra alimentazione, allevamento, agricoltura e pesca. Con le conseguenti riflessioni sulla complessità della questione alimentare e la sempre maggiore difficoltà, da consumatori, nell’adottare comportamenti etici. 


Foto di Herbert List

Ci sembrava un’iniziativa interessante, però non avevamo grandi aspettative. Sicché, la sorpresa è stata ancora maggiore. Abbiamo visitato solo sei mostre, ciascuna a suo modo originale. Ho molto apprezzato il reportage in bianco e nero del fotografo tedesco Herbert List, che ha documentato la tonnara del 1951 a Favignana, e le malinconiche foto di viaggio di Bernard Plossu che, con i suoi scatti, ci ha portato dai fast food statunitensi alle boulangerie parigine, passando per il New Mexico e piccoli borghi italiani.

Molto stimolante, non per le immagini ma per le riflessioni che dalle immagini scaturiscono, l’esposizione del fotografo e attivista olandese Henk Wildschut. All’ennesimo scatto rappresentante il volto meno romantico dell’industria alimentare, guardo il povero pollo e inizio a valutare seriamente un futuro da vegetariana. 

Al Mambo, invece, si può visitare la mostra di Jan Groover e, avendo un po’ di tempo a disposizione, potrete comparare la natura morta della Groover al lavoro di Giorgio Morandi (e usufruire di una riduzione sul biglietto d’ingresso per ammirare le opere del maestro Morandi).

L’ingresso alle mostre di Foto/Industria è gratuito, basta ritirare il badge presso qualsiasi sede espositiva. Termine ultimo per poterle visitare: 28 novembre.

 

Foto di Jan Groover

Il lato negativo delle gite non programmate è che terminano sempre troppo presto. Dopo aver girovagato con il coniuge nel centro di Bologna, mano nella mano, in una giornata di novembre per nulla fredda, ti ritrovi di nuovo in stazione, con la sportina dei libri più pesante rispetto a quando sei partita e nella testa una lunga lista di cose belle da fare nell’immediato futuro.

 


lunedì 27 luglio 2020

Il tempo di Caravaggio. I capolavori della collezione di Roberto Longhi ai Musei Capitolini


L’ennesima estate afosa. La tentazione di barricarsi in casa nelle giornate libere è fortissima. Però di cose belle da fare ce n’è sempre e alla fine si decide di sfidare il caldo e visitare una delle tante mostre in programma a Roma in questo periodo. L’ho letto dappertutto ma non posso che ribadirlo: camminare nelle vie del centro, di domenica mattina, senza turisti, è surreale. Le vetrine dei negozi di Via Nazionale urlano “Saldi!”, ma le porte sono chiuse, gli autobus vuoti, la strada deserta.
Arriviamo ai Musei Capitolini poco prima dell’apertura. In Piazza del Campidoglio stanno dando l’acqua ai fiori e finendo di spazzare l’area. È una Roma insolita e bellissima: senza fretta, senza code, senza frastuono. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: le ben note ripercussioni sull’economia, intere categorie che non lavorano da mesi, taxi fermi, attività commerciali chiuse.     
Un paio di coppie attendono l’apertura della biglietteria al fresco. Poi si eseguono le procedure di rito: misurazione della temperatura, igienizzazione, rinnovo tessere o ritiro biglietti, igienizzazione bis, controlli delle borse e si accede al Museo. Niente audioguida, ma pazienza.
Ragazzo morso da un ramarro, Caravaggio
Palazzo Caffarelli ospita la mostra Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi. Come già ho detto altre volte, io non sono un’esperta, né una studiosa d’arte; totalmente incapace di maneggiare una matita, sto scoprendo da adulta il piacere dell’arte. Amo la bellezza; m’incantano certi paesaggi; resterei a guardare bocche spalancate e occhi accigliati per ore. E la contrazione facciale, l’espressione di dolore e sorpresa del Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio meritano una sosta di diversi minuti. È il pezzo forte della mostra, ma oggi ci tornerei per guardare di nuovo, con maggiore attenzione, anche altre opere che gravitano intorno allo stile caravaggesco; tele di artisti meno noti (a me, totalmente sconosciuti fino a ieri), ma che mi hanno affascinato.

La mostra ricorda i 50 anni della scomparsa di Roberto Longhi, storico dell’arte che dedicò la sua tesi di laurea a Michelangelo Merisi.
Longhi ebbe con Roma un intenso rapporto: fu una delle figure di punta della cerchia di intellettuali che si riuniva nella terza saletta del Caffè Aragno negli anni Venti (caffè storico di Via del Corso: superò indenne bombardamenti, fascismo e dopoguerra, ma non l’incuria dei nostri tempi). Fu storico e critico d’arte, attento al contemporaneo ma che seppe vedere la modernità di Caravaggio e riportarlo in auge nei primi anni del Novecento. Infatti, per quanto oggigiorno sia assurda l’idea di un Caravaggio “da riscoprire”, l’artista fu ignorato per decenni e la sua riscoperta si deve proprio agli studi di Longhi.
All’inizio della carriera, Longhi insegnò Storia dell’arte nei licei romani, dove conobbe Lucia Lopresti (sua ex allieva al Liceo Visconti), nota con lo pseudonimo di Anna Banti, che sposò nel 1924. Della Banti, scrittrice raffinata, prima o poi dovrò leggere Artemisia, in cui viene ripercorsa la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi.

La negazione di Pietro, Valentin de Boulogne

Tra le opere della collezione Longhi, mi è piaciuta moltissimo La negazione di Pietro, di Valentin de Boulogne (il più noto dei caravaggeschi francesi, stando alle parole della curatrice della mostra) e il commovente Santo certosino in lacrime di Giacinto Brandi. Lacrime che bucano la tela, ti sembra di poterle toccare; vorresti sentirne la consistenza tra le dita e asciugarle. 
E poi, una piccola tela di Filippo Napoletano raffigurante un paesaggio notturno al chiar di luna. Un’opera quasi insignificante vista da vicino: così buia, così piccina. Meravigliosa non appena ci si allontana. Il chiarore della luna illumina l’angolo della sala in cui è esposta.  
 
Bivacco notturno al chiar di luna, Filippo di Liagno (Filippo Napoletano)
Sarà possibile visitare la mostra fino al 13 settembre. Accesso gratuito per i possessori della MIC card (la carta dei Musei civici romani, rivolta ai residenti della città metropolitana di Roma, rinnovabile annualmente). Tutte le informazioni sulla mostra e un bel video riepilogativo sono disponibili qui.
Naturalmente è vietato lasciare i Musei Capitolini senza una sosta sulla Terrazza Caffarelli, non per il caffè ma per lo splendido panorama sui tetti di Roma.




giovedì 9 aprile 2020

Il letto di Frida, Slavenka Drakulić


Prima che la pandemia esplodesse, avevo in testa una serie di progetti. Cose piccole, tipo andar a trovare un’amica che non vedo da tempo, fare un’incursione tra le poche librerie dell’usato che conosco (e magari scoprirne un’altra), tornare a cena al ristornate greco, andare a vedere la mostra di Frida Kahlo, Il caos dentro, al SET – Spazio Eventi Tirso di Roma (originariamente prevista fino al 29 marzo).
Non che sia un’appassionata della Kahlo anche perché, in generale, le mie conoscenze artistiche sono piuttosto limitate. Però, mi capita sempre più di frequente di perdermi nelle immagini, nelle foto, negli schizzi, tra oli e tempera. Di tecnica pittorica non capisco nulla, ma mi soffermo davanti ad una tela, do la mia interpretazione e poi ascolto l’audioguida che talvolta tralascia proprio l’opera che più mi ha affascinato. Poi ci sono personaggi mitici, come Frida, un’icona che ha ammaliato scrittori, giornalisti, politici, uomini, donne; e io ne so pochissimo. Così, m’è venuta voglia di dare una sbirciata a quell’universo e farmene un’idea. Però è arrivata la quarantena, il distanziamento sociale, le chiusure e, a ripensarci adesso, sembrano lontanissimi i giorni in cui programmavo una visita allo Spazio Eventi Tirso di Roma (luogo, tra l’altro, a me sconosciuto. Quindi la curiosità era doppia). 
Comunque, nell’epoca prepandemica, avevo iniziato a leggere Il letto di Frida della croata Slavenka Drakulić, (tradotto da Elvira Mujcic, edito da Elliot nel 2014). Non so se sia il romanzo più interessante tra i tanti che pongono al centro della narrazione vita e psiche di Frida. Io l’ho scelto perché ero rimasta molto colpita dalla scrittura gelida e impietosa della Drakulić, di cui avevo già letto L’accusata (edito da Keller), ed avevo avuto modo di testare la sua capacità nel descrivere le ossessioni e il dolore. 

Il letto di Frida inizia così e già in questa prima pagina c’è l’essenza della storia. Le cicatrici, gli aborti, l’irrequietezza, il vuoto sotto il lenzuolo che non è solo il vuoto lasciato dalla gamba amputata ma quel vuoto interiore provocato dai continui tradimenti del Maestro (il noto pittore messicano Diego Rivera, marito di Frida), dalla pugnalata inferta da sua sorella, Cristina Kahlo (amante del Maestro), dalle nottate insonni, dagli antidolorifici che non fanno effetto.
Da quel letto Frida si lascia andare ad un flusso di ricordi, ripercorre le sue paure, la tenacia con cui si aggrappa alla pittura, la passione per il comunismo, che non fu mai vera passione, le amanti, gli amanti, la relazione con Lev Trockij. Anche questa volta, la penna di Slavenka Drakulić s’intrufola tra i pensieri intimi della protagonista e, pur scrivendo in prima persona, conserva una sorta di distacco pure quando racconta i momenti più infelici. Strano a dirsi ma è quel distacco a rendere più dolorosa la storia. La sua pittura fa pensare ad un carattere impetuoso, impulsivo, una donna che, come sostiene la Drakulić, fa cose che altri non facevano.
“L’incidente al quale era sopravvissuta le aveva donato il coraggio di coloro che non hanno nulla da perdere”.
Eppure, la Frida che troviamo descritta in questo romanzo sembra sempre molto lucida nei suoi ragionamenti, fredda, razionale. Le tante contraddizioni di un’artista dalle mille sfaccettature.
 
Las dos Frida, Museo de Arte Moderno, Città del Messico
Intanto, la mostra è stata prorogata fino al 13 aprile, ma…         
  

giovedì 20 gennaio 2011

Campagna senza tempo - Città moderna

 Mio papà avrebbe tanto desiderato una figlia (femmina), architetto. La femmina arrivò subito, peccato avesse seri problemi nel destreggiarsi con una matita in mano.
Alle scuole medie me la cavavo, senza brillare, nel disegno tecnico ma le ore di disegno artistico mi gettavano nel panico. Ancora oggi, ho difficoltà nel disegnare la casetta con l’alberello.  Non ho dubbi: i miei disegni potrebbero costituire materiale interessante per uno psicologo. Nello sconforto senza prospettive/a delle lezioni di quella che sarebbe dovuta essere “Educazione artistica”, giunsero gli impressionisti. E io pensai che non tutto, in fondo, fosse perduto.
La folgorazione arrivò con Impressione, sole nascente di  Claude Monet; poi fu la volta de I papaveri, tutta la serie delle Ninfee e via dicendo. La scala cromatica, i giochi di luce, le sfumature della natura, i borghi che mutavano al mutare dei raggi del sole. Quella era Arte! Basta con Madonne, Angeli e rappresentazioni dell’Antico Testamento. E fu tutto un acquistare di tele e colori ad olio, tempere e pennelli. Mani impiastricciate e riproduzioni di cipressi, covoni e stagni. Chiaramente, il genio artistico fu una scintilla che si spense rapidamente così come s’era accesa. In compenso, però, le ore di Educazione Artistica seguite al liceo dalle (ahimè, poche) lezioni di Storia dell’Arte divennero così piacevoli da chiedermi come avessi fatto a non appassionarmi a tutto ciò prima.
 
Oggi, c’è la consapevolezza di un’abissale ignoranza in ambito artistico ma anche una certa smania nel visitare mostre più o meno pubblicizzate. Dagli inizi di ottobre a Roma e dintorni  c’è tutto un fermento per l’esposizione “Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna” presso il Complesso del Vittoriano. Così, domenica  scorsa, il signor valigiesogni ed io ci siam fatti la nostra oretta di coda per ammirare quelli che vengono pubblicizzati come gli "oltre settanta capolavori tra dipinti, acquerelli e opere su carta del maestro olandese, e circa quaranta opere dei grandi artisti che gli furono di ispirazione tra i quali Millet, Pisarro, Cézanne, Gauguin e Seurat".
Qualche informazione qui

Non ho le competenze per poter discettare sul genio di van Gogh e su quanto alcuni acquerelli siano in grado di teletrasportarti nel sud della Francia, tra contadini e paesaggi rurali ottocenteschi. Della vita tormentata di van Gogh avevo una vago ricordo: diciamo che rammentavo solo la vicenda del taglio dell’orecchio. La mostra ha il pregio di far emerge i lati contraddittori della personalità dell’artista: il suo amore per la campagna, come ambiente fisso e immutabile, e il suo legame con la città, centro della vita moderna e del suo rapido movimento; il desiderio di una vita ancorata ai valori veri, sebbene ruvidi, della civiltà rurale che si scontra con l’attrazione per la vivacità culturale di Parigi.    
Forse, se fosse stato realizzato e proiettato un video per raccontare la biografia dell’artista, anziché utilizzare tanti pannelli pieni di parole e disposti in modo un po’ confusionario, si sarebbe creata meno ressa nei ridotti spazi espositivi. 
La mostra è stata prorogata fino al 20 febbraio: ne deduco che ci sia stata una buona affluenza di pubblico. Ottimo. Resta il fatto che reputo eccessivo pagare un biglietto d’ingresso di 12 euro. Qualche riduzione c’è (e noi ne abbiamo usufruito) ma ho pensato alla classica famiglia di quattro persone con adolescenti al seguito. Insomma, spendere una cinquantina d’euro per il solo ingresso, senza considerare neppure l’eventuale supporto dell’audio guida, non mi sembra una politica volta ad incoraggiare la diffusione e la conoscenza dell’arte tra i più.    
Sì, l’anno è iniziato in modo polemico ma, che volete?, con tutto ciò che tocca digerire quotidianamente, è bene non perdere l’abitudine di esprimere il proprio punto di vista.