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giovedì 5 novembre 2015

Le serenate del Ciclone, Romana Petri

Com’è possibile che abbia scoperto Romana Petri solo ora? Traduttrice, volto della casa editrice Cavallo di Ferro, scrittrice consigliatami da diversi amici, eppure mai presa in considerazione. Ci voleva il Neri Pozza bookclub per farmi aprire gli occhi.

Le serenate del Ciclone, malloppo del mese della Neri Pozza, mi ha catturato in un umido sabato d’autunno sdraiata sul divano. La Petri ha una scrittura musicale: l’inchiostro diventa suono ed è come se quella storia la stesse raccontando seduta accanto a te, con una tisana calda tra le mani. La musicalità sarà un dono ereditato dal babbo, Mario Petri, all’anagrafe Mario Pezzetta, nato a Perugia nel 1922, noto basso-baritono italiano e attore dalla fisicità ciclopica. E proprio del Ciclone Petri narra il romanzo. 
Ignoravo l’esistenza di questa possente figura (a mia discolpa il fatto che Petri si sia ritirato dalle scene poco prima che io nascessi), però i potenti mezzi di Google e You tube hanno suscitato un “Ah, ma eri tu!?!”.

Totò contro il pirata nero
Sì, era lui; un gigante trasformato in mito nella prima parte del romanzo, quella in cui la figlia si lascia prendere dalla penna e racconta in terza persona la storia epica di chi sembra destinato a sopravvivere a tutte le sciagure, a partire dal bel volo, a soli tre anni, dal davanzale della cucina nel casolare dei nonni. Caduta miracolosa che si risolve in un braccio rotto, aggiustato prodigiosamente dal nonno Damino. Mario sopravvive alle cinghiate di un padre violento e anaffettivo, al pestaggio in prigione da parte dei militari fascisti (ma non confondetelo con gli eroi della Resistenza!), ad una dose di un potente farmaco che avrebbe stroncato qualsiasi altro essere umano (ma che a lui vale l’addio alle armi della seconda guerra mondiale), ai pugni sul ring mollati da avversari più esperti del Ciclone ma meno tenaci.


Mario è il Supereroe, quello che se non ti stordisce con i pugni lo fa con le parole. Se sei una donna insensibile al fascino dei muscoli, capitolerai ascoltandolo cantare. 
Per tutta la prima parte del romanzo, ho sentito la voce dell’Elsa Morante di La Storia, forse per la descrizione epica dei personaggi, per i ritratti spavaldi e sfrontati della banda capeggiata dal Ciclone, per l’uso del dialetto umbro che sa d’altri tempi. 
Poi nasce Romana Petri, la narratrice diventa “io”, e il mito del Ciclone lascia il posto all’uomo Mario Petri. Non che prima lo ignorassi, ma le sfuriate tra padre e figlia, l’impazienza di fronte ad una moglie malata, l’incapacità di gestire il denaro, il rapporto gelido con un figlio troppo diverso da lui, il costante incubo della cartella delle tasse, rendono umana la divinità. Sembra che alla domanda di un giovane Petri: «Qual è stato il danno più grosso?», Tatiana Tolstoj abbia risposto sorridendo: «La rovina della mia vita sentimentale. Nessun uomo ha mai retto al suo confronto».  Ed io ho pensato che, nonostante l’amore racchiuso in questo libro, sia stato arduo essere la figlia (e ancor più, la moglie) di Mario Petri. Contemporaneamente, al pari di Tatiana Tolstoj, non dev’essere stato facile trovare un uomo che reggesse il confronto del Ciclone.

mercoledì 14 ottobre 2015

Amitav Ghosh e la saga dell’oppio

“No, dai, un altro librozzo pesoso nun lo reggo. Io con il bookclub della Neri Pozza ho chiuso!”

Giuro, l’ho pensato veramente quando a settembre il corriere mi ha mollato i compiti per casa inviati dalla casa editrice. Mai letto Amitav Ghosh in precedenza. Con gli asiatici, anche quelli che scrivono in lingua inglese, anche quelli famosi, non ho gran feeling. Non appena ho realizzato che oltre ad essere un librozzo, aveva a che fare con velieri e con la navigazione ed era pure il terzo volume di una saga di cui, ovviamente, non avevo letto i primi due tomi, ho accantonato la bozza. Poi, il senso del dovere e la curiosità hanno avuto la meglio. Son partita da Mare di papaveri, of course, ed è scoccata la scintilla.

Non che fosse particolarmente elegante o slanciata, anzi, la Ibis era una goletta d’aspetto antiquato, non leggera e a ponte libero come i clipper per i quali Baltimora andava famosa. Aveva un cassero corto, un alto castello di prora, con un ponte del castello tra i masconi e un casotto a mezzanave che fungeva da cambusa e da cabina per camerieri di bordo e nostromi […] 

venerdì 17 luglio 2015

Triomf, Marlene van Niekerk

Sudafrica, 1994. Alla vigilia delle prime elezioni democratiche che Mandela vincerà, la tensione monta tra le strade di Triomf, quartiere di bianchi poveri della periferia di Johannesburg dove si aggirano razzisti del National Party, testimoni di Geova e sfaccendati di ogni genere.
A Triomf conducono la loro misera e, insieme, esilarante esistenza i Benade: padre perennemente attaccato al televisore, madre in perenne vestaglia, e figlio in perenne ricerca di una donna.
Attraverso le loro comiche vicende, Marlene van Niekerk dipinge un memorabile affresco del Sudafrica e degli effetti dell’apartheid sugli afrikaner, la popolazione di boeri bianchi che colonizzò il paese al seguito della Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Romanzo annoverato tra i capolavori della letteratura sudafricana contemporanea, Triomf ha fatto di Marlene van Niekerk una delle grandi scrittrici contemporanee, degna di essere accostata a scrittori del calibro di Nadine Gordimer e J.M. Coetzee.

Triomf, Marlene van Niekerk, Traduzione di Laura Prandino
Neri Pozza, Le tavole d’oro.

Leggi una scheda del genere, soppesi le poco più di 600 pagine e pensi che la Neri Pozza ti abbia lanciato una sfida. “Avete voluto partecipare al bookclub? Bene, sedicenti lettori, vediamo in quanti arriveranno fino alla fine…” 
Troppo caldo questo luglio romano per andare in Sudafrica, troppo caldo per assistere senza batter ciglio alle violenze perpetrate tra le mura della famiglia Benade, troppa afa per sopportare la sporcizia, i cani ululanti, gli insulti, l’alcool bevuto come fosse acqua, tutti i tipi di discriminazione: gli uomini verso le donne, i bianchi verso i neri, la classe media verso i poveri, gli eterosessuali verso gli omosessuali. Troppa rabbia, troppa rassegnazione, troppo terrore. 
Ho letto le prime 100 pagine senza capire che rapporto ci fosse tra i Benade: sono una moglie, un marito, uno zio e un figlio? Sono una sorella, due fratelli e un figlio? Figlio di chi? Una cosa è certa: tutti abusano di Mol, unica donna del nucleo familiare. La sua logora vestaglietta, i suoi 70 anni, le sue gambe flosce e la capsula dentale che si muove in continuazione non scoraggia nessuno. Tutti i maschi Benade pretendono di soddisfare le proprie esigenze e hanno bisogno di sentirla urlare fino allo sfinimento, fin quando non le si rompe qualcosa dentro. Non è violenza, non è stupro, è la quotidianità. È questa consapevolezza a paralizzarti e a rendere ancora più terribile ciò che stai leggendo. Tutti provengono da un’infanzia difficile: molestie, abitudine all'alcol, bruciature, occhi gonfi dalle botte ricevute. Contrariamente a quanto afferma il risvolto di copertina, non ho trovato traccia di comicità nelle vicende dei Benade; solo miseria, solo il senso di ingiustizia per essere una famiglia bianca povera in Sudafrica; una famiglia che dalla piccola proprietà terriera è passata al lavoro operaio nelle nascenti ferrovie e nell’industria tessile, per poi diventare il niente che vive in quella che fu la nera Sophiatown ma che aspira al Trionfo bianco. Così come Triomf non trionferà mai, non si prospetta nessun lieto fine per i Benade.
Difficile entrare nel ritmo della scrittura, difficile accettare la psicologia dei personaggi. Eppure dopo un po’ ci si quasi abitua a tanta violenza e si comincia a capire la bravura dell’autrice, la sua ironia nel raccontare cose atroci; i rari momenti di dolcezza spiccano come stelle alpine su pascoli sassosi.
Triomf è un libro cinematografico divenuto film nel 2009. Film che non penso sia stato distribuito in Italia, ma che comunque non guarderò mai, perché mi sono state sufficienti le scene viste sulla carta stampata. 

Un libro complicato che forse venderà poco, ma devo riconoscere l’audacia della Neri Pozza nel decidere di pubblicarlo in Italia. Resta una di quelle opere che non so giudicare. Per la prima volta in vita mia, io che non sono mai stata in grado di leggere più libri contemporaneamente, ho avuto la necessità di spezzare la lettura con qualcosa di più leggero. Non potevo abbandonare Triomf ma avevo bisogno di prendere aria. Mi fa male anche scriverne. Onestamente avrei difficoltà nel consigliarne la lettura.  



L'autrice di Triomf, Marlene van Niekerk, nel 2015 è stata tra i finalisti del Man Booker International prize (poi vinto dall’autore ungherese László Krasznahorkai). 







martedì 16 giugno 2015

Storia della pioggia, Niall Williams

Forse perché venivo da Jane Austen, forse perché ero già stanca di mio, fatto sta che al secondo Swain e al terzo Macqualcosa seguito dall’incontro con Il salmone in Irlanda mi scappa un Oh Cielo Mr. Williams! Ma dove vuoi Andar a Parare?
Torno indietro e ricomincio. Annaspo di nuovo ma non demordo. Intorno a pagina 88 inizia l’innamoramento. Mr. Williams sei un Genio!

Lettrice pendolante
Sto cercando un paio di motivazioni per convincervi a leggerlo. Potrei dire che Storia della pioggia è un’ode ai libri, alla grande Letteratura e al potere salvifico delle storie. Che è un romanzo magico, pericoloso per le vostre tasche e per la vostra già strabordante libreria. 
È un libro pieno di vita anche se parla di morte. 
È un libro potente perché non è facile far sorridere quando si racconta una storia triste. Tu sei lì che sghignazzi e quasiquasi ti senti in colpa perché intuisci come andrà a finire, lo sai che rischi la lacrimuccia finale perché ti sei troppo affezionata alla Voce narrante, Ruth Swain, quella bruttina; leggendo non dovresti sentirti leggera perché questa famiglia è troppo geniale per meritare cotanta sfiga, eppure non riesci a smettere di sorridere.
Volendo potrei anche dire che è la fantasiosa saga di una stirpe assillata dal raggiungimento del Livello Impossibile. Ma la Perfezione non è di questo mondo: la si cerca nei Salmi, nel salto con l’asta, nella Pesca, nella terra inadatta alla coltivazione delle patate, nella Poesia. Ma il Livello Impossibile resta tale. Anche quando s’incontra una donna straordinaria e si dà vita ad una figlia affetta dalla Sindrome della Saputella, quella con i voti buoni e con gli occhiali, e al Gemello dai capelli d’oro e il sorriso accattivante, un sorriso che ti conquista e ti spinge a volergli bene anche se non sai il perché. Perfino allora, mentre stai sfiorando la Felicità, percepisci che qualcosa ti farà retrocedere.
Potrei dire tante cose di questo romanzo ma non gli renderei giustizia. Sembrerebbe una fantasiosa storia melanconica che fa da cornice ad un libro che parla di libri. Invece è un romanzo geniale, scritto con una lingua poetica che ti trascina in un mondo immaginario, estraniandoti dalla quotidianità. E lo so, ho usato troppe volte la parola genio in questo post, ma mi sembrava di non poterne fare a meno.

Storia della pioggia è uno di quei romanzi che ti fanno esser orgogliosa di far parte del Neri Pozza book club. E quest’anno non mi è capitato spesso…  

Niall Williams, Storia della pioggia (traduzione di Massimo Ortelio)

Neri Pozza, collana Bloom.

giovedì 14 maggio 2015

Non siamo più noi stessi, Matthew Thomas.

È venuta a mancare mia nonna. Aveva compiuto 88 anni a febbraio; da qualche tempo diceva di essere stanca, non era più la leonessa di un tempo. Mi sarei dovuta preparare alla perdita. Ma non si è mai pronti a lasciar andare le persone a cui si è voluto bene, anche quando sembra siano loro a chiederlo.
Ho trascorso un paio di giorni in ospedale al suo fianco. Ogni tanto sembrava appisolarsi ed io tiravo fuori il tomone della Neri Pozza. Ad un tratto ha aperto gli occhi e l’ha guardato sospettosa. «Fammi vedere se è scritto grosso». Gliel’ho avvicinato e lei ha fatto cenno di no. Un carattere troppo piccolo per i suoi occhi, che fino a pochi anni fa vedevano perfettamente.
«Di cosa parla?»
«Di una coppia irlandese che negli anni Trenta emigra negli Stati Uniti, stabilendosi in un quartiere operaio di New York. La figlia, Eileen, una tipa determinata, non troppo simpatica, studia, lavora, si impegna per poter avere una vita di successo. Diventa infermiera, sposa Ed, un brillante insegnante, attento studioso del cervello. Ma Ed a soli 51 anni si ammala di Alzheimer e la loro vita cambia completamente…»
Forse non è la storia migliore da raccontare ad una persona in fin di vita.
«Qual è l’Alzheimer?»
«La malattia di zia Anna.» Sua cognata.
S’incupisce. «Che brutta malattia! Ti ricordi quant’era bella e gentile? Ora è ridiventata una bambina. Mio fratello non può lasciarla un attimo da sola perché ha paura dei disastri che potrebbe combinare. Non si ricorda più come si cucina; ti chiede una cosa e dopo due minuti se ne è già dimenticata. Chiacchiera con tutti. Non la si può mandare neppure al supermercato da sola. E mio fratello si vergogna tanto… Povero Romeo, di tante malattie proprio questa gli doveva capitare…»
Una malattia incomprensibile per mia nonna che, fino a due giorni prima di lasciare questo mondo, ricordava episodi da me rimossi. La vergogna, la difficoltà nel parlarne. La necessità di condividere il peso con altri, l’esigenza di essere aiutati che si scontra con il timore che l’altro possa sentirsi abbandonato. 
Eviti di dire che ti sei rivolto ad una badante, chissà cosa penseranno gli altri. E poi c’è il disagio degli altri: noi che non sappiamo mai come rivolgerci ad una settantenne che tira fuori dalla borsa qualche cioccolatino, offrendoli a tutti i degenti della camerata. E si offende di fronte al rifiuto altrui.
A mia nonna non ho potuto raccontare il finale di Non siamo più noi stessi. Una storia concreta, senza toni melodrammatici. Sicuramente troppo lunga. Qualche taglio avrebbe giovato alla fluidità del romanzo.  

Il Guardian saluta Mattew Thomas come il nuovo Franzen. Io non ho trovato alcuna analogia con Le correzioni (che mi piacque tantissimo). Onestamente, se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non penso avrei acquistato il libro. E sicuramente non l’avrei letto in questo periodo. 
Un tomone che mi ha lasciato addosso sensazioni contrastanti: non mi è dispiaciuto ma non mi ha neppure appassionato. L’ho letto velocemente ma senza mai avvertire l’urgenza di tornare alla lettura. Voci autorevoli hanno opinioni diverse dalla mia ma, personalmente, per questo Thomas non prevedo il successo di Franzen.

Matthew Thomas, Non siamo più noi stessi, Traduzione Chiara Brovelli
Neri Pozza editore, I narratori delle tavole


martedì 17 marzo 2015

Ritratto di un matrimonio, Robin Black

Gli ultimi giorni prima della sua morte, mio marito Owen fece visita ad Alison ogni pomeriggio. Io lo guardavo superare faticosamente la piccola collina innevata tra le due proprietà, mentre si allontanava e mentre tornava da me, e mi domandavo quali pensieri gli attraversassero la mente. Mi domandavo anche se Alison lo osservasse da una finestra, e se l’espressione che vedeva sul suo viso, mentre si avvicinava, fosse molto diversa da quella che vedevo io quando tornava a casa.

Con un incipit del genere pensi subito che non ti schioderai dal divano finché il libro non sarà terminato. Ma poi non è così. Non perché la scrittura di Robin Black si perda nel corso della storia (anzi), ma per la malinconia che ti si appiccica addosso e ti impone qualche pausa. La narrativa contemporanea è satura di matrimoni, tradimenti, relazioni che si trascinano a stento, storie che naufragano. Ma non ci stancheremo mai di leggerne perché ogni storia è diversa dall’altra e ogni volta ci sembra di riconoscere nei personaggi qualcosa di noi, dei compromessi a cui si scende per amore, delle occasioni perse, delle verità non dette.
Owen e Gus stanno insieme da venti anni, non hanno figli. Quando decidono di provarci, scoprono che lui non può. Cosa succede all’interno di una coppia quando qualcosa si rompe e non ci si può trincerare dietro il classico “restiamo insieme per i ragazzi, lo facciamo solo per loro”? Qualcuno si lascia, altri cercano un valido motivo per rincollare i pezzi e pazienza se i segni della crepa non si possono cancellare.
Owen e Gus, scrittore lui, pittrice lei, approfittano di una piccola eredità caduta dal cielo per acquistare una fattoria e lasciare la frenesia e le tentazioni di Philadelphia. Isolandosi sperano di ritrovarsi e di ritrovare ispirazione per scrivere e dipingere. Ma il matrimonio è un affare complicato e gli equilibri non si possono pianificare a tavolino.
Robin Black sceglie il punto di vista della moglie, Gus; non conosceremo mai i pensieri del marito, non sapremo cosa l’addolora né cosa lo entusiasma, ci limiteremo a vederlo entrare e uscire dal granaio, luogo in cui trascorre le giornate a tentare di scrivere, aspetteremo che beva il suo bicchiere d’acqua pomeridiano. Se non lo fa, vuol dire che qualcosa non sta andando per il verso giusto, ma potremo solo ipotizzare cosa, nessuna certezza.

È un libro che non fa sconti, frasi scarne, descrizioni minuziose. Sappiamo sin dall'inizio che non ci sarà un lieto fine e sentiamo la storia ancora più vera. Perché nella vita il lieto fine non è mai assicurato. 

Robin Black, Ritratto di un matrimonio, trad. Chiara Brovelli
Neri Pozza, I narratori delle tavole.

lunedì 16 febbraio 2015

Il libro dell’amore perduto, Lucy Foley

Mi sa che se continuo ad essere così critica, i tipi della Neri Pozza mi inviteranno educatamente a lasciare il loro book club.  Il fatto è che quando mi precipitai ad inviare la mia candidatura, avevo in mente letture straordinarie. Storie che mi avevano fatto sorridere; esagerate file alla Posta perché, presa dalla lettura, avevo dimenticato di guardare il display perdendo il turno; giorni in cui mi sarei data malata in ufficio pur di restare a casa a leggere (vabbè, questa qui forse non vale perché, se non fosse per lo spiccato senso del dovere e la necessità di soldi, mi darei malata quotidianamente). Insomma, felice di essere stata scelta dalla redazione della Neri Pozza, prefiguravo letture brillanti e situazioni tipo “Ho appena finito un libro fighissimo. Eh no, mi spiace, non lo trovi ancora in commercio perché noi del book club lo leggiamo in anteprima. Però appena esce ti consiglio di passare in libreria”.  Così, ci son rimasta parecchio male nel sentire la mia voce sbuffare un: “Ho appena finito un libro della Neri Pozza, uno di quei libri che noi del book club leggiamo in anteprima. Una noia…” 
Il libro dell’amore perduto si aggiudica il premio del romanzetto più noioso tra quelli letti nell’ultimo anno. Già il titolo non lasciava ben sperare, però mi si sono aggrappata all’originale (The Book of Lost & Found, meglio no?). Neanche la copertina mi entusiasmava, ma la scheda messa cortesemente a disposizione dalla casa editrice proclamava che per l’acquisizione dei diritti “Neri Pozza vince l’asta in Italia anche grazie a un’appassionata lettera inviata all’autrice”.  
La lettera inviata dalla direzione della casa editrice italiana all’agente incaricato recitava: IL LIBRO DELL’AMORE PERDUTO è una bellissima storia d’amore di una coppia che si ama profondamente, ma che viene separata dagli eventi e dalle aspettative rigide delle proprie famiglie.
Ci è piaciuto moltissimo che gli eventi muovono tra Londra, New York, Parigi, Venezia e la Corsica, rendendola una storia d’amore che attraversa i confini di luogo e tempo, parlando di ciò che avrebbe potuto essere.
Come dice Alice alla fine del romanzo, non è la storia d’amore felice che tutti vogliono sperimentare, ma è senza dubbio il racconto appassionante di due persone innamoratissime, sfidate dalle circostanze storiche e un codice morale molto rigido. Questo è un aspetto che noi europei comprendiamo molto bene. Lo vorremmo sottolineare, perché a volte manca nei romanzi americani, dove gli autori aspirano fin troppo spesso al lieto fine.
Ovviamente, di fronte a cotanto entusiasmo, le mie aspettative aumentano. Dopo un inizio tutto sommato brillante, intorno a pagina 60 capisco che un pezzo di lieto fine ci sarà. Comprendo, inoltre, che:
- Al momento, la fotografia tira parecchio: da ottobre a febbraio è venuta fuori in 2 romanzi su 5;
- Anche nella sfiga (essere mollati davanti ad un istituto religioso appena nati, una guerra mondiale, il campo di concentramento, un aereo che precipita e tu sei proprio là sopra) si può essere molto fortunati. Molto americano;
Si è quasi sempre bellissimi, si ha sempre uno sguardo intenso, cadono dal cielo eredità milionarie, si nasce sempre con qualche dono speciale, che sia la danza, la pittura o, magari, la fotografia. E si diventa inevitabilmente celebri. Se non è pura felicità è una condizione da non disprezzare. Il miracolo americano, pure se vivi in Europa.
Un intreccio amoroso piatto, nessuna sorpresa, frasi banali, tanti luoghi comuni. Il libro lo leggi ma ti senti come quando, per mantenere i rapporti di buon vicinato, inviti la coppia della porta accanto. Dopodiché non fai altro che sbirciare l’ora chiedendoti perché diamine tu voglia essere sempre amichevole e cordiale con tutti.

Va detto che in questi giorni sono sull’acido andante. A qualcuno il libro è piaciuto, l’avrebbe scelto anche come regalo per San Valentino. Boh, sarà che io non lo festeggio da anni…    

trad. Massimo Ortelio, Neri Pozza, I narratori delle Tavole

domenica 11 gennaio 2015

Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller

Ormai siamo abituati allo stravolgimento dei titoli dei romanzi tanto da non stupirci se un fascinoso Norwegian by Night si trasforma in Uno strano luogo per morire
Siamo in Norvegia ma l’autore, Derek B. Miller, è nato a Boston e prima di trasferirsi ad Oslo ha vissuto buona parte della sua vita in Massachusetts. E si sente. Ha studiato Relazioni internazionali. E si sente. È ebreo e i suoi antenati emigrarono dall’Europa dell’Est agli inizi del ‘900. 
Tutto questo per dire che se vi aspettate il classico giallo scandinavo (sempre che ne esista un modello), non lo troverete qui dentro. Qui troverete un romanzo (come detto esplicitamente sulla copertina) che ruota intorno ad un curioso personaggio, Sheldon Horowitz, ebreo americano di 82 anni, trasferitosi per amore della nipote ad Oslo. Uno strano luogo per morire, appunto.


«Vieni a vivere in Norvegia con noi».
«Soffoco» disse Sheldon.
«Dico sul serio».
«Anch’io».
«La zona si chiama Frogner. È bellissima. L’edificio ha un ingresso indipendente per l’appartamento nel seminterrato. Sarai del tutto autonomo».
«Cosa ci verrei a fare? Sono americano. Ebreo. Ho ottantadue anni. Sono un vedovo in pensione. Un marine. Riparo orologi. Ci metto un’ora per fare pipì. Laggiù esiste un club di cui non sono a conoscenza che mi vuole tra i soci?».
«Non voglio che tu muoia solo».

Troverete guerre mitiche (la Corea e il Vietnam), guerre dimenticate (i Balcani), le tensioni sociali generate dai flussi migratori nella pacifiche cittadine nordeuropee. E troverete anche Sigrid, un’ispettrice capo, di bellezza normale, tosta, irrimediabilmente single. Tranquilli: la storia d’amore ci viene risparmiata.
Un po’ troppe cose, forse. Così troppe da dimenticarvi di essere in un giallo. Ritmo lento per tre quarti del libro; poi, il romanzo si trasforma in crime fiction e ci si dimentica di preparare il pranzo.
Finale geniale.   

Al Telegraph, all’Economist e al Guardian Norwegian by Night è piaciuto parecchio (Funny and moving as well as thoroughly gripping, this is crime fiction of the highest order); a me non è dispiaciuto. Però è mancato il brivido giallo. 

Derek B. MillerUno strano luogo per morire
Traduzione di Massimo Gardella, I Neri, Neri Pozza. 


mercoledì 26 novembre 2014

Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob

Sorprendente.
Il tomo è arrivato in ufficio; gli ho dato uno sguardo e mi son chiesta cosa avessi fatto di male alla Neri Pozza per meritare questo. Già l’idea della famiglia indiana alla ricerca del riscatto sociale negli States non mi faceva impazzire, leggerne per più di 500 pagine era l’espiazione per un peccato che non credevo di aver commesso. In fondo, non me l’aveva prescritto il medico, giusto? Potevo ignorare il libro e saltare l’appuntamento mensile con il Neri Pozza book club.
Invece no. Ho aperto di malavoglia il Manuale di danza del sonnambulo appena pochi giorni fa. E sono stata sequestrata dalla storia.
Ho trovato un po’ di tutto: l’amore, la famiglia, l’amicizia, il disagio di essere stranieri nella terra che per antonomasia accoglie tutti e dà a ciascuno (dicono) la possibilità di diventare ciò che si vuole. Ma poi ogni emigrato porta con sé un misto di nostalgia e disorientamento. E le culture si mescolano. Il sari e le Reebok con la chiusura di velcro, gli anelli di cipolla annegati nel ketchup e quintalate di chapati (pane indiano), raita (salsa a base di yogurt) e una lunga serie di chutney (condimenti di vaio tipo). Non so se la lettura del libro abbia influito, fatto sta che ho mangiato riso basmati con la curcuma per un’intera settimana.
Dialoghi brillanti e leggeri; la sensazione che Amina, la protagonista, potresti essere tu. Sì, lei è una trentenne di origine indiana nata nel New Mexico ma, come te, finge di non sentire sua madre quando la pungola sul matrimonio, sui figli che non ci sono, sull'abbigliamento poco femminile, sulle scelte professionali. Ha le tue stesse paure: può trovarsi come te, come tutti, a dover affrontare la malattia e la morte delle persone a cui vogliamo bene. Poi, però, la vita continua: bisogna alzare la testa e andare avanti. 
Anche Amina abbassa lo sguardo quando si sente a disagio, non riesce a fare la doccia con la porta aperta nella casa dell’uomo con cui esce perché in quel gesto c’è più intimità dell’andare a letto insieme. Fare la pipì mentre si parla con lui è un impegno per il futuro. Bisogna essere pronti.
Se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non credo avrei mai letto il Manuale di danza del sonnambulo. La famiglia indiana che si trasferisce in America? No, non mi avrebbe incuriosito. Non sarei stata attratta dalla copertina (scusate, almeno un difetto dovevo trovarlo. Le scelte grafiche della Neri Pozza sono sempre superlative, ma questa volta…). Per non parlare del solito dilemma del lettore: perché dovrei dedicare il mio irrisorio tempo all'anonima Mira Jacob quando ho decine di classici intonsi in libreria?
Certo però che avrei perso una bella storia.


Il Manuale di danza del sonnambulo mi ha aiutato ad affrontare una pessima settimana; una di quelle in cui si è così nervosi da non riuscire a prendere sonno la sera per la morsa alla bocca dello stomaco che non molla la presa. La lettura ha avuto un effetto calmante, avvolgente; capace di cancellare tutto il resto. Mica una roba da poco. 


Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob
Traduzione di Ada Arduini,
Neri Pozza (Le tavole d’oro).

giovedì 16 ottobre 2014

Noi, David Nicholls

Non ho letto Un giorno, il best-seller di David Nicholls. Quindi non mi aspettavo niente: non cercavo “la storia molto David Nicholls”, né la conferma di quanto sia bravo questo novello Hornby.
Noi” rientra tra i compiti per casa assegnati dalla Neri Pozza BookClub e, avendo appena terminato una cosuccia abbastanza classicheggiante, tipo Mai devi domandarmi, non mi è dispiaciuto immergermi in un libro pop. 
“Sembra Hornby”, ho pensato dopo le prime pagine. Linguaggio informale, lo scrittore che parla in prima persona e cerca la complicità del lettore (“vorrei potervi dire”… “mi piacerebbe potervi dire…”); dall'innamoramento iniziale al divorzio: la trasformazione di un amore narrata con umorismo. Abbastanza Hornby, ma non brillante quanto il miglior Hornby.
La storia è raccontata dal punto di vista di lui, Douglas: biochimico, precisino, spazzolino elettrico tutta la vita; uno di quelli che dopo la laurea hanno già predisposto il cronoprogramma dei giorni a venire, fino alla pensione. Lei, Connie, è l’artista: estro, sregolatezza e creatività. Meravigliosamente bella, un archivio di fidanzati irresistibilmente violenti, fino allo stupefacente colpo di testa per un mostro, Douglas appunto (“Mi ero sempre domandata che aspetto avessero i fenomeni che non leggono. E mi sono messa con una di loro. Mostro!”).
L’altro è Albie, il figlio diciassettenne, quello che sembra uno sgherro di Caravaggio: 
“È fico, dicono, la gente è attratta da lui, e anche da questo punto di vista è figlio di sua madre. Secondo il suo tutor al college non è nato per studiare, ma possiede una notevole intelligenza emotiva”.

La narrazione scorre piacevolmente: fa sorridere, fa pensare ai piccoli compromessi a cui bisogna sottostare “per amore”; fa riflettere sull’evolvere (involvere??) delle relazioni, buttando lì considerazioni scontate sulla vita di coppia, considerazioni che poi tanto banali non sono:
“Naturalmente, in quasi un quarto di secolo, abbiamo esaurito ogni possibile domanda sul nostro passato remoto e ci rimangono solo cose tipo «Com’è andata in ufficio?» o «Quando torni?» o «Hai buttato la spazzatura?». Le nostre biografie sono così intrecciate che in pratica siamo presenti entrambi in ogni pagina. Conosciamo le risposte, perché eravamo lì, e la curiosità va scemando, sostituita, semmai, dalla nostalgia”.     
Al povero Douglas succede di tutto. Forse troppo. All’arrivo delle meduse avrei voluto dire a Nicholls di smetterla con il tragicomico (Cos’è? Il festival della sfiga?).  
Noi, come tanta narrativa contemporanea, non è una lettura imprescindibile; non è la storia che vi resterà nella testa una volta chiuso il libro; però vi intratterrà piacevolmente per qualche ora (400 pagine, diciamo più di qualche ora). È anche la fine di un amore, ma non lascia l’amaro in bocca.  

Noi - David Nicholls, traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza, collana Bloom.




mercoledì 17 settembre 2014

Sugli esperimenti della Neri Pozza Editore e sull’uscita di “Un animo d’inverno”

I tipi della Nera Pozza si son inventati una roba fighissima: un book club. “Hai visto la novità…”, mi direte voi. Invece no, questa volta non è il solito pretesto per qualche reading letterario, nè il gruppetto di persone che si riunisce per discettare su romanzi già pubblicati. No, no. Funziona così: la Neri Pozza ha messo insieme venti persone, a prima vista abbastanza diverse l’una dall’altra (dal signore distinto alla silenziosa ventenne che si guarda intorno con aria perplessa), fornisce a ciascuno di loro una bozza definitiva di un libro che la casa editrice pubblicherà nei prossimi mesi e chiede ai lettori il loro parere. 
Il gruppo romano si incontra una volta al mese in un luogo meraviglioso (la Casa delle Letterature), si mette intorno ad un tavolo e si confronta sul libro di prossima pubblicazione. Essendo stato creato un blog ad hoc, il lettore è invitato a postare il suo commento e ad esprimere educatamente il proprio pensiero. Sottolineo entrambi i termini perché, mentre il direttore editoriale della Neri Pozza, Giuseppe Russo, esponeva le motivazioni del book club  e disegnava il futuro del libro, io mi dicevo: “sì, vabbè, ma se a me questo libro che stanno per darmi non piace neanche un po’, come faccio a dirlo liberamente?”. Russo deve avermi letto nel pensiero perché ha pronunciato una frase che suonava piùomeno così: “Cercate di essere obiettivi nei vostri commenti: non esagerate con l’entusiasmo né con le stroncature. I commenti devono essere liberi. Però siate educati nel motivare i vostri non mi piace”.
Perché il Neri Pozza Book Club? L’ottimista Russo ritiene che il criterio già adottato da alcune case editrici americane sia quello vincente: il piano di distribuzione del libro dovrebbe partire dal fruitore. Mi spiego meglio: le case editrici dovrebbero avere un gruppo di lettori affidabili e una cerchia di librai competenti a cui sottoporre la lettura di un titolo di prossima pubblicazione. I riscontri ricevuti da questo campione di lettori “specialisti” aiuterebbe la casa editrice a pianificare la distribuzione del testo; inoltre, il sistema dovrebbe incentivare il meccanismo del passaparola e influire sulle vendite e sul successo dei libri migliori.
Un discorso razionale anche se non so quanto sia attuabile. Ma se a dirlo è un direttore editoriale, un minimo di credito bisognerà pure darglielo, no?

Passiamo ai primi compiti per casa. Trattasi di questo libro qui.
Premessa: dell’autrice, Laura Kasischke, non sapevo nulla. Sentendone pronunciare il nome, ho pensato che avesse origini russe. Dal suo sito non emerge granché, se non che è nata nel Michigan, dove risiede con un figlio, un marito e la figlia del marito. Nessuna traccia di figli adottivi. Osservazione non casuale, visto che Un animo d’inverno è tutto incentrato sulla relazione tra una madre (Holly, un passato da aspirante poetessa tramutatosi in un presente di frustante lavoro impiegatizio) e la quindicenne figlia adottiva, Tatiana, prelevata da uno sperduto orfanotrofio siberiano, Pokrovka Orphanage n. 2, all’età di due anni.
I fatti si svolgono il giorno di Natale in un imprecisato anno 20… Gli eventi vengono intramezzati da quello che gli inglesi chiamano stream of consciousness, una sorta di monologo interiore di Holly in cui emergono tutti i suoi conflitti irrisolti, emozioni, sentimenti, frustrazioni.

Mi è piaciuto il libro? Nì.
La Kasischke è una poetessa ed emerge anche nella bella traduzione di Maddalena Togliani. Alcune descrizioni sono surreali, ma si resta incantanti dal suono delle parole e dalle immagini che evocano (non riesco a togliermi davanti agli occhi l’ombra delle rose incappucciate sotto la neve).
Ombre, appunto. Sono disseminate in tutto il romanzo. L’autrice sa che niente spaventa più delle ombre che ci portiamo dentro, dei desideri nascosti, dei fallimenti, delle paure inconfessabili. Lo sa e utilizza i suoi pensieri – il monologo interiore di Holly – per tenerci sulle spine fino all’ultima pagina (proprio l’ultima), in cui si ricomporranno tutti i pezzi del romanzo. Ma, a mio parere, la tira un po’ troppo per le lunghe, facendo venir meno la rivelazione finale. Da un certo punto in poi, pur non capendo esattamente cosa stia avvenendo nella realtà, si intuisce l’epilogo della storia. Indubbiamente resta un alone di mistero sull’intera vicenda. Ma manca il brivido del colpo di scena.
E poi i continui flashback, i numerosi richiami all’orfanotrofio, al periodo intercorso tra la prima visita e la seconda, quella in cui i coniugi Clare porteranno finalmente con sé la piccola Tatty negli Stati Uniti, le innumerevoli paranoie sulla grandezza degli occhi e sulla lunghezza dei capelli della “regina delle fate” finiscono con l’appesantire il romanzo.

Note a margine:
Se vi piace la narrativa contemporanea e il romanzo psicologico, apprezzerete Un animo d’inverno. Al contrario, se le elucubrazioni mentali non fanno per voi, rischiate di fermarvi a metà romanzo e andare alle ultime pagine solo per sapere come va a finire.
Il titolo del romanzo è tratto da una bella poesia di Wallace Stevens, The Snow Man.
One must have a mind of winterTo regard the frost and the boughsOf the pine-trees crusted with snow; And have been cold a long timeTo behold the junipers shagged with ice,The spruces rough in the distant glitter […]