Com’è
possibile che abbia scoperto Romana Petri solo ora? Traduttrice, volto della
casa editrice Cavallo di Ferro, scrittrice consigliatami da diversi amici,
eppure mai presa in considerazione. Ci voleva il Neri Pozza bookclub per farmi aprire
gli occhi.
Le serenate del Ciclone, malloppo del mese della Neri Pozza, mi ha catturato in un
umido sabato d’autunno sdraiata sul divano. La Petri ha una scrittura musicale:
l’inchiostro diventa suono ed è come se quella storia la stesse raccontando
seduta accanto a te, con una tisana calda tra le mani. La musicalità sarà un
dono ereditato dal babbo, Mario Petri, all’anagrafe Mario Pezzetta, nato a Perugia
nel 1922, noto basso-baritono italiano e attore dalla fisicità ciclopica. E proprio
del Ciclone Petri narra il romanzo.
Ignoravo l’esistenza di questa possente
figura (a mia discolpa il fatto che Petri si sia ritirato dalle scene poco
prima che io nascessi), però i potenti mezzi di Google e You tube hanno
suscitato un “Ah, ma eri tu!?!”.
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| Totò contro il pirata nero |
Sì, era
lui; un gigante trasformato in mito nella prima parte del romanzo, quella in
cui la figlia si lascia prendere dalla penna e racconta in terza persona la
storia epica di chi sembra destinato a sopravvivere a tutte le sciagure, a
partire dal bel volo, a soli tre anni, dal davanzale della cucina nel casolare
dei nonni. Caduta miracolosa che si risolve in un braccio rotto, aggiustato
prodigiosamente dal nonno Damino. Mario sopravvive alle cinghiate di un padre
violento e anaffettivo, al pestaggio in prigione da parte dei militari fascisti
(ma non confondetelo con gli eroi della Resistenza!), ad una dose di un potente
farmaco che avrebbe stroncato qualsiasi altro essere umano (ma che a lui vale
l’addio alle armi della seconda guerra mondiale), ai pugni sul ring mollati da
avversari più esperti del Ciclone ma meno tenaci.
Mario è il Supereroe, quello che se non ti stordisce con i pugni lo fa con le parole. Se sei una donna insensibile al fascino dei muscoli, capitolerai ascoltandolo cantare.
Per tutta
la prima parte del romanzo, ho sentito la voce dell’Elsa Morante di La Storia,
forse per la descrizione epica dei personaggi, per i ritratti spavaldi e
sfrontati della banda capeggiata dal Ciclone, per l’uso del dialetto umbro che
sa d’altri tempi.
Poi nasce
Romana Petri, la narratrice diventa “io”, e il mito del Ciclone lascia il posto
all’uomo Mario Petri. Non che prima lo ignorassi, ma le sfuriate tra padre e
figlia, l’impazienza di fronte ad una moglie malata, l’incapacità di gestire il
denaro, il rapporto gelido con un figlio troppo diverso da lui, il costante
incubo della cartella delle tasse, rendono umana la divinità. Sembra che alla
domanda di un giovane Petri: «Qual è stato il danno più grosso?», Tatiana
Tolstoj abbia risposto sorridendo: «La rovina della mia vita sentimentale. Nessun uomo
ha mai retto al suo confronto». Ed io ho
pensato che, nonostante l’amore racchiuso in questo libro, sia stato arduo essere
la figlia (e ancor più, la moglie) di Mario Petri. Contemporaneamente, al
pari di Tatiana Tolstoj, non dev’essere stato facile trovare un uomo che
reggesse il confronto del Ciclone.













