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lunedì 15 agosto 2022

Viaggio tra le righe di Fenoglio, i calici di vino e il cioccolato dell'Alfieri

«Se porti la macchina fotografica, scrivo un post». L’ha portata. *  


Non so se gli ultimi giorni di un luglio torrido, di un’estate che sembra iniziata mesi fa, sia il periodo migliore per visitare le Langhe; ma erano anni che mi riproponevo di vedere la cittadina di Fenoglio, anni in cui ascoltavo Fabietto, sbrilluccichio negli occhi, mentre ripeteva «un numero spropositato di librerie per un borgo così piccolo! Mette di buonumore».  

Alba ci accoglie con una leggera brezza (siete fortunati: dovete ringraziare la pioggia della notte scorsa), con un ottimo vino e l’atmosfera rilassata di un piccolo centro, popolato di turisti stranieri e svuotato dei residenti. 


È il centenario della nascita fenogliana e il centro storico è disseminato di sprazzi della sua vita, stralci tratti dalle sue opere e riprodotti su istallazioni poste qua e là. Si incrociano le righe di Fenoglio vicino al liceo classico Govone, vicino al palazzo comunale, in Piazza Rossetti, accanto alla casa natale di Fenoglio, oggi centro studi (pensavo fosse visitabile ma mi hanno detto che apre solo su prenotazione e su richiesta di scuole e ricercatori).  
Alba festeggia il suo scrittore con una serie di eventi, iniziati il 1° marzo scorso e che termineranno nel 2023. Nessun evento previsto nei giorni della nostra visita. Sicché, per attenuare la delusione, ho iniziato il tour alla scoperta delle tanto decantate librerie albesi. 


libreria Milton, Alba 

Mi sono invaghita della libreria Milton, un’allegra confusione di pile di libri, nuovi, usati, rari, d’occasione. Le belle librerie vanno sostenute così, anche se il bagaglio è già abbastanza pesante e avrei potuto rimandare l’acquisto, ho portato a casa:  



Ci spostiamo verso La Morra, piccolo borgo silenzioso, la cui piazza offre una vista magnifica sui vigneti sottostanti. Bevete poco, aveva ammonito il babbo telefonicamente. Impossibile.  

Perdersi tra i vigneti - La Morra

Sono trascorsi un paio di giorni da quella pioggia che avremmo dovuto ringraziare. E di Neive, un borgo silenzioso e apparentemente disabitato, ci resta incollata addosso solo un’afa micidiale.  

la solitudine di Neive


Perché vuoi fermarti ad Asti?, aveva chiesto il coniuge mentre programmavamo il nostro viaggio estivo. Perché il Piemonte è una regione che conosco poco. Potrei dire che conosco il salone del libro più che Torino. E Alessandria, cittadina in cui anni fa ci venne proposto di trasferirci per lavoro. Declinammo l’offerta, eppure quel weekend ad Alessandria ci sembrò meno brutto di quanto avessimo immaginato. La provincia italiana può riservare piacevoli sorprese e, se non la esplori, non le scoprirai mai. Così, ci siamo fermati una notte ad Asti. 


Cripta di Sant'Anastasio - Asti


A settembre ci sarà il Palio e il centro è già tutto uno sventolio di bandiere. Ma per una come me che, una vita fa, ha studiato e vissuto a Siena, non c’è paragone. Ad ogni modo, la cittadina è ospitale, ha una magnifica cattedrale del XIII secolo in stile gotico e vale la pena visitare la cripta di Sant’Anastasio e il Palazzo Alfieri. Già, avevamo rimosso che Asti fosse la città natale dell’Alfieri (non dovrei dirlo ma avevo rimosso lo stesso Alfieri). L’edificio non è granché ma il museo permette di esplorare la personalità irrequieta di uno scrittore che viaggiò molto, si innamorò perdutamente di donne affascinanti, divorò cioccolato, scrisse, tradusse, argomentò e polemizzò moltissimo.   
Per ammirare Asti dall’alto, si possono salire i 199 scalini della Torre Troyana. Arrivati in cima, però, non potrete fare fotografie memorabili, né tentare gesti estremi perché il reticolato protettivo non lo permetterà.  


Facciamo incetta di grissini e siamo pronti per la montagna. 




 
Info pratiche

Abbiamo raggiunto Torino in treno e poi noleggiato un’auto per ottimizzare i tempi di spostamento.  
Dopo le ultime dimenticabili esperienze, ho deciso che il pernottamento va studiato meglio, perché non ha senso rovinare un viaggio per le notti insonni, l’odore pestilenziale della stanza da letto e i bagni che invitano a non fare la doccia.  
Ad Alba abbiamo optato per un appartamento: la Tonda Gentile. Molto consigliato anche per soggiorni più lunghi. Proprietaria estremamente gentile.  
Ad Asti, invece, abbiamo dormito in una dimora elegante, dal sapore di altri tempi: La tintoria suites.

 
* Grazie coniuge per aver gentilmente concesso anche quest’anno l’utilizzo delle tue foto.  
   


martedì 16 novembre 2021

Bologna, Giovanni Boldini e Foto/Industria 2021

 

La scorsa settimana, il coniuge ed io per una serie di improbabili circostanze lavorative, ci siamo incrociati più volte nella stazione di Bologna. Poiché bisogna saper approfittare di ogni occasione utile per rendere le nostre giornate più interessanti, tra un treno e un impegno di lavoro abbiamo incastrato un paio di cose belle.

Venerdì mattina sono riuscita ad andare a trovare di persona le mie libraie preferite. Da un anno, infatti, la mia libreria di riferimento è la Biblion di Granarolo (ehm…, sì, io abito in provincia di Roma. Dettagli). Paola e Margherita sono le libraie che avrei sempre desiderato avere accanto a casa. Le ho trovate a Granarolo ma, per fortuna, esistono i video sui più disparati canali social, i gruppi di lettura on line e i corrieri. Sebbene la distanza fisica sia ormai un ostacolo superabile, poter fare quattro chiacchiere con la Paola all’interno della sua libreria è stato bellissimo.

Giovanni Boldini

Non ricordo più in quale occasione scoprii l’eleganza delle figure femminili ritratte da Federico Zandomeneghi, artista a me del tutto sconosciuto fino a qualche anno fa. Ricordo lo stupore davanti a quelle toelette che emergevano dalla tela, quei volti sensuali e quelle pose eleganti. Da Zandomeneghi approdai a De Nittis e Boldini. Mi riproposi, quindi, di visitare qualsiasi mostra a tema. Trovandomi a Bologna, potevo mica saltare l’antologica Lo sguardo dell’anima dedicata, per l’appunto, a Giovanni Boldini?



Le donne di Boldini hanno la vita sottile e il corpo slanciato, abiti scollati e seni proporzionati; hanno occhi dalle ciglia folte, sguardi ironici, a volte altezzosi, altre ammiccanti. Sono al pianoforte, sono sdraiate in pose languide, spesso sorridono. Giovanni Boldini amava il colore ma pensava con la matita in mano. Studi preparatori, schizzi, immagini in bianco e nero ci conducono nella vivace Parigi di metà Ottocento; lo sparuto gruppo di no green pass incontrato poco prima tra le strade bolognesi è un ricordo lontano.



La mostra comprende, tra le altre, opere di Corcos, Ettore Tito, del mio Zandomeneghi, diverse opere di artisti contemporanei a Boldini, inclusa una trascurabile Ninfea di Monet. Potrete visitarla a Palazzo Albergati fino al 13 marzo 2022. Se non rientrate in categorie particolari, il costo del biglietto intero è di € 16,00, ben spesi (l’importo include l’audioguida).

Qui potete farvi un’idea delle principali opere esposte a Palazzo Albergati.


Foto di Bernard Plossu

Se siete appassionati di fotografia e del mix foto – industria e mondo del lavoro, avrete già sentito parlare della biennale Foto/Industria 2021, organizzata dalla Fondazione MAST. 11 mostre fotografiche di 11 fotografi internazionali, allestite in altrettanti spazi espositivi dislocati nel centro di Bologna: dal Mambo a palazzi storici bellissimi quali Palazzo Fava o Palazzo Boncompagni. Tema della biennale: food. Cibo come rappresentazione di uno stile di vita e di culture diverse, abitudini alimentari che racchiudono la storia e l’evoluzione di un paese, l’impatto dell’industria alimentare sul territorio e il rapporto tra alimentazione, allevamento, agricoltura e pesca. Con le conseguenti riflessioni sulla complessità della questione alimentare e la sempre maggiore difficoltà, da consumatori, nell’adottare comportamenti etici. 


Foto di Herbert List

Ci sembrava un’iniziativa interessante, però non avevamo grandi aspettative. Sicché, la sorpresa è stata ancora maggiore. Abbiamo visitato solo sei mostre, ciascuna a suo modo originale. Ho molto apprezzato il reportage in bianco e nero del fotografo tedesco Herbert List, che ha documentato la tonnara del 1951 a Favignana, e le malinconiche foto di viaggio di Bernard Plossu che, con i suoi scatti, ci ha portato dai fast food statunitensi alle boulangerie parigine, passando per il New Mexico e piccoli borghi italiani.

Molto stimolante, non per le immagini ma per le riflessioni che dalle immagini scaturiscono, l’esposizione del fotografo e attivista olandese Henk Wildschut. All’ennesimo scatto rappresentante il volto meno romantico dell’industria alimentare, guardo il povero pollo e inizio a valutare seriamente un futuro da vegetariana. 

Al Mambo, invece, si può visitare la mostra di Jan Groover e, avendo un po’ di tempo a disposizione, potrete comparare la natura morta della Groover al lavoro di Giorgio Morandi (e usufruire di una riduzione sul biglietto d’ingresso per ammirare le opere del maestro Morandi).

L’ingresso alle mostre di Foto/Industria è gratuito, basta ritirare il badge presso qualsiasi sede espositiva. Termine ultimo per poterle visitare: 28 novembre.

 

Foto di Jan Groover

Il lato negativo delle gite non programmate è che terminano sempre troppo presto. Dopo aver girovagato con il coniuge nel centro di Bologna, mano nella mano, in una giornata di novembre per nulla fredda, ti ritrovi di nuovo in stazione, con la sportina dei libri più pesante rispetto a quando sei partita e nella testa una lunga lista di cose belle da fare nell’immediato futuro.

 


martedì 4 agosto 2020

La stagione dell'ombra, Léonora Miano

Come scegliere le letture mensili di un gruppo? Coordino un gruppo di lettura da quattro anni e ancora mi pongo lo stesso quesito. Abbiamo sperimentato metodi diversi, tutti abbastanza soddisfacenti ma è come se mancasse sempre qualcosa. All’inizio del 2020, avevo meditato sulla possibilità di uscire dalla comfort zone del gruppo (perché dopo qualche tempo ci si rende conto che anche il gruppo di lettura, inteso come soggetto unitario, ha una sua comfort zone) e sperimentare voci nuove. Mese dopo mese abbiamo letto molti italiani, qualche Nobel, vari americani… ma l’Asia e l’Africa? Colpa mia che, qualche volta, con il gdl ho paura di osare; colpa mia che, anche nelle letture solitarie, mi sto muovendo su terreni sicuri, già battuti; per alleggerire la coscienza, posso dire che un po’ dipende dalla disponibilità dei volumi presenti in biblioteca (resta un gruppo di lettura nato in biblioteca: dovrò pur scegliere testi di cui vi siano diverse copie! E, d’altro canto, non posso mica pretendere che il budget bibliotecario si adegui ai miei capricci?).

Pensavo a tutto ciò entrando in libreria in uno dei miei ultimi tour pre-lockdown nazionale. Ero in cerca di ispirazione. Quanta narrativa africana avevamo letto negli ultimi quattro anni? A parte L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, zero. Quanta narrativa africana avevo letto io negli ultimi 5/6 anni? Tra niente e pochissimo.

Ruminando su questi pensieri, l’occhio era caduto su La stagione dell’ombra di Léonora Miano, tradotto da Elena Cappellini e pubblicato da Feltrinelli.


Ero rimasta a vagare in libreria ancora per un po’ prima di tornare verso la stazione con il libro nello zainetto.

Poi venne la chiusura delle biblioteche, la sospensione di tutto, quel tempo strano in cui qualsiasi progetto rimase in attesa. Incertezza.


Fino a qui, la scrittura di questo post è stata quasi di getto. Dopo, ho iniziato a scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo. L’ho archiviato per un paio di giorni e ho letto un altro libro. Ora l’ho ripreso, ma non trovo le parole che rendano giustizia a un romanzo da cui non mi aspettavo molto, ma che ha saputo sorprendermi.

Insomma, se dicessi che La stagione dell’ombra nasce dall’ossessione di Léonora Miano per la cattura e il traffico transatlantico degli schiavi nell’Africa sub-sahariana, che è ambientato in un’area non meglio definita dell’Africa sub-sahariana (forse il Camerun?), in un tempo altrettanto indefinito, che è quello che precede la colonizzazione, quello della tratta atlantica, per l’appunto. Che il romanzo inizia con la scomparsa di dodici uomini - di cui dieci giovanissimi - del clan dei mulongo e un grande incendio; che di questi dodici uomini non si sa nulla, non sono né vivi né morti, e sul silenzio doloroso delle mamme e delle mogli cala una nube, come una nebbia fitta… Ecco, se dicessi tutte queste cose, così d’impeto come mi vengono in mente, mi rispondereste che basta!, non se ne può più di storie tristi e dolorose, ci mancano solo gli schiavi, lo sradicamento dei popoli avvenuto secoli fa in un altro continente. Non abbiamo avuto già abbastanza guai in questo 2020? Non meritiamo tutti un sano libro d’intrattenimento, da leggere oggi avidamente e dimenticarcene dopodomani? Sì, potremmo. Però…

Io non ho studi antropologici alle spalle, non ho cognizione di magia, di riti di purificazione e culto dei morti; ho fatto una certa fatica a distinguere Ebeise da Eleke da Eyabe e dagli altri personaggi con nomi molto simili tra loro, eppure mi sono appassionata alla vicenda e ho cercato di capire quanta verità si nascondesse dietro l’immaginazione di Léonora Miano.

Molta.

Quanto sappiamo degli africani, catturati dai loro vicini africani, e poi venduti ai trafficanti europei, agli “uomini con i piedi di pollo”? Quanto sappiamo delle conseguenze del loro sradicamento, del dolore di chi è rimasto senza sapere che fine abbiano fatto mariti, figli, fratelli? Cosa sappiamo dei loro pensieri, della loro visione del mondo, dei tentavi di chi è stato privato di indumenti, amuleti, capelli, di un nome… dei loro vani tentativi di tornare verso il proprio villaggio, verso i soli confini conosciuti?

Mamma c’è solo acqua. La strada del ritorno è sparita.

La stagione dell’ombra è un romanzo emotivamente forte, ma ha una sua musicalità, una sua poesia ed è avvincente.


Léonora Miano, camerunense, vive in Francia dal 1991. È una scrittrice prolifica, sebbene non molto tradotta in italiano. Una piccola casa editrice dalle alterne vicende, la Epoché edizioni, specializzata in narrativa africana, pubblicò Notte dentro e I contorni dell’alba, entrambi fuori catalogo.

La mia incursione nella narrativa africana non termina qui:

- Ho assegnato i compiti per le vacanze al gruppo di lettura: ci incontreremo a settembre parlando d’Africa. Tema vasto; un’occasione per prendere nota dei suggerimenti di lettura altrui e depennarne altri;

- A Roma c’è la libreria Griot, specializzata in letteratura africana. Non è a portata di mano e non ci sono mai andata. Però, proprio per il fatto che, come ho ribadito spesso, non godo di una libreria dietro l’angolo, sto fantasticando su un progettino da sviluppare nei prossimi mesi…


mercoledì 13 maggio 2020

Disordine organizzato

Frammento di libreria

Ora che la sessantena è agli sgoccioli (o forse è già finita, non mi è chiaro ancora), posso serenamente dire che in questo periodo non ho imparato nulla. Da quello che leggo sembrerebbe che in molti abbiano fatto tesoro delle lunghe giornate d’isolamento. Hanno ricominciato a cucinare, hanno imparato a dipingere, a fare pilates seguendo corsi on line, hanno cominciato a studiare una lingua, seguito webinar di scrittura creativa, si son dati al giardinaggio, hanno sanificato più volte casa, dépendance e scantinato.
Io mi sono innervosita molto più del solito; sono diventata più irascibile, ho discusso con il mio capo ad oltranza, nel mese di marzo ho lavorato il triplo e mi sono chiesta, nuovamente, che senso avesse tanta irritazione in giornate in cui si parlava solo di morte.  
Così, tra un attacco di gastrite acuta e l’altro, siamo arrivati a metà maggio e il pensiero principale, a quanto pare, è diventato se, come e dove andremo in vacanza. Senza aver risistemato la libreria: l’unico proposito che avevo in testa da due mesi.
Il punto è che da quando ci siamo trasferiti in quest’appartamento, non ho fatto altro che accatastare libri un po’ dove capitava. Il vantaggio del disordine è che non hai l’effettiva consapevolezza del numero di volumi ancora intonsi e ti arrendi all’ennesimo raptus di shopping compulsivo. Perché l’editoria italiana è in crisi, le librerie pure, ed io, che voglio bene ad entrambi i settori, ho acquistato tantissimo. Era un obbligo morale. Ma, sia l’editoria che le librerie sono in crisi da sempre, e lo scorso weekend ho avvertito l’urgenza di fissare dei paletti e fare ordine.
Ordine. Vabbè, diciamo disordine organizzato rispetto all’umore del momento. Quindi, niente ordine alfabetico perché, per dire, che senso avrebbe frapporre Levi tra la Ginzburg e la Morante? È ovvio che le due scrittrici debbano continuare a bisticciare anche sulla mia libreria, no?
Ordine per casa editrice. Sì, però, come si fa con Saramago? È Feltrinelli, nonostante le mie copie de Le intermittenze della morte e Cecità siano della Einaudi.
Per area geografica. Sì, si fa presto con case editrici tipo Iperborea, ma in altre circostanze? L’italianissimo Claudio Fava, ad esempio, con il suo Mar del Plata (add editore) va accanto agli scrittori argentini pubblicati da Sur, c’è poco da fare. Insomma, ora che l’ho risistemata, nella mia libreria un ordine preciso non c’è. Però ho tolto moltissima polvere, e in questa finta organizzazione mi sento a casa. La osservo estasiata.
I libri in attesa d’esser letti sono tantissimi e occupano uno spazio ben definito. Un solo sguardo dovrebbe far evaporare qualsiasi tentazione di nuovi acquisti nei prossimi mesi. Chissà.
Così, a ben pensarci, posso dire anch’io d’aver fatto qualcosa di utile durante l'isolamento. Tecnicamente siamo nella fase 2, ma vale lo stesso, giusto?

venerdì 4 maggio 2018

L'altra Praga


Andai a Praga nell’autunno del lontano 2005. Arrivai in autobus dalla Danimarca; una sorta di viaggio di lavoro, anche se il lavoro era una forma di volontariato internazionale. Faceva un freddo della miseria, alloggiammo tre/quattro giorni nelle campagne praghesi in mezzo al nulla e una mattina lasciammo la campagna per la città di K. Ricordo l’emozione nel camminare sul Karlův Most immerso nella nebbia, un violinista che suonava per abitudine o per piacere, certamente non per denaro, visto che il ponte era semideserto; ricordo i minuti trascorsi con il naso all’insù nella piazza della Città Vecchia (Staroměstské nàměsti) aspettando che scoccassero le 00 di non so più che ora per veder sbucare gli apostoli dalle finestrelle dell’orologio astronomico. Poi ricordo il terrore di smarrire i ragazzini che mi erano stati affidati. Quindi, di Praga non mi rimase più nulla, se non il desiderio di tornarci.

Ho atteso parecchi anni prima di organizzare questo viaggetto scegliendo una data infelice: un bel ponte del Primo Maggio, in cui i datori di lavoro non hanno nulla da eccepire di fronte a un paio di giorni di ferie. Peccato che mezza Europa approfitti degli stessi due giorni per lasciare il caos della quotidianità e per immergersi nel bagno di turisti che invade le più belle città a portata di voli low cost.
Lo shock di ritrovarmi in un luogo così turistico è stato forte. Me l’aspettavo cambiata; sapevo che era diventata una meta molto ambita, ma non credevo di trovare una marea di gente in uno spazio relativamente piccolo. Quindi, non starò qui a parlarvi della Praga magica di cui si legge in giro, sebbene anche questa volta abbia trascorso più tempo con il naso all’insù che con la mente rivolta all’ipotetico borseggiatore di turno.
Di questo viaggio non dimenticherò:
- il quartiere ebraico di Josefov. Niente che somigli alle foto in bianco e nero presenti nella sinagoga Maisel o in altri musei della città, ma resta una zona particolare, con interessanti edifici Art Nouveau. Le sinagoghe sono tutte visitabili ad eccezione della Vysoka, recentemente riconsacrata al culto. La più nota resta la Staronová synagoga (Vecchia-Nuova, chiamata “Nuova” perché all’epoca della sua costruzione, nel 1270, ce n’era un’altra; cambiò il nome in Vecchia-Nuova quando venne sostituita da una nuova sinagoga nel XVI secolo). È la sinagoga più antica d’Europa, ma mi ha emozionato meno della sinagoga Pinkas, trasformata dopo la Seconda guerra mondiale in monumento ebraico alle vittime del nazismo. 

Le pareti sono ricoperte da nomi, date di nascita e di morte delle quasi 80.000 vittime delle persecuzioni naziste. Durante la guerra dei Sei giorni, il Governo comunista fece rimbiancare le pareti, riportate allo stato originario solo alla fine del Novecento.
Ancora con il magone di fronte a tutti quei nomi, salgo al piano superiore dove è stato allestito un piccolo Museo dedicato ai disegni fatti dai bambini nel campo di Terezín. Disegni a colori, in bianco e nero, alcuni sofisticati, altri molto elementari; buona parte delle immagini rappresenta la vita all’interno del campo; qua è là, la raffigurazione dei carcerieri con volti semisorridenti. Strazianti. Dopo il 1944 di quei giovani artisti è rimasto ben poco. 

Altrettanto commovente l’esposizione situata al primo piano della Sinagoga Spagnola (stile moresco, stucchi dorati, decine di stelle di David orientaleggianti); qui viene illustrata la storia della comunità ebraica boema e morava dal XVIII secolo al dopoguerra. Le testimonianze delle restrizioni operate dai nazisti, le liste degli oggetti requisiti, le foto dell’epoca ricostruiscono con chiarezza pagine terribili della storia del Novecento.

Se si decide di dedicare una mezza giornata alla visita di tutte le sinagoghe si avrà un buon quadro della cultura, delle tradizioni e delle vicissitudini storiche che hanno caratterizzato la vita del ghetto di Praga dalla sua origine agli anni più recenti. Imperdibile la visita all’antico cimitero ebraico

Lapidi disposte in modo disordinato, iscrizioni sulle tombe ormai cancellate dal trascorrere degli anni; pietre inclinate le une sulle altre eppure miracolosamente in equilibrio; qualche sassolino lasciato sulle tombe a mo’ di preghiera dai tanti visitatori. Molti turisti, ma l’atmosfera del luogo è tale da far tacere anche chi aveva sghignazzato fino a due secondi prima di entrare.
- Il museo di Franz Kafka. Foto, lettere, corrispondenza commerciale, passaporti, visti, certificati medici, schizzi, un filmato che proietta immagini in bianco e nero di una Praga distorta, sfocata, in continuo movimento. 
Il sottofondo sonoro è martellante, cupo, malinconico. Non se ne esce rappacificati con il mondo e non so neppure fino a che punto Kafka avrebbe approvato; comunque, io ho apprezzato molto questa full immersion nell’universo kafkiano.
Un ulteriore stimolo per leggere opere mai sfogliate e per rileggere quei romanzi di Kafka che anni fa mi avevano lasciato perplessa.
In generale i turisti dedicano poca attenzione a questo museo. Preferiscono fermarsi sulla piazzetta antistante l’ingresso per fotografare la curiosa creazione di David Černý: le statue di due uomini che urinano dentro una vaschetta avente la forma della Repubblica Ceca. Mi sfugge totalmente il senso dell’opera; capisco ancor meno il perché di tante foto. Ma è colpa mia: ho un problema con l’arte contemporanea. Negli spazi del Rudolfinum (sede della Filarmonica ceca), per dire, c’era l’installazione di tal Mat Collishaw. L’ho visitata per caso (ero entrata nel Rudolfinum per acquistare il biglietto per un concerto) e ancora mi chiedo cosa avessero da commentare quei ragazzi che osservavano la rappresentazione di due toast smangiucchiati ai lati, sovrapposti, contenenti entrambi prosciutto cotto. Un’altra forma di natura morta.  


- La rapida visita al Klementinum e alla sua biblioteca in stile barocco. È possibile visitare il complesso museale solo attraverso una visita guidata che dovrebbe durare 45 minuti. In realtà, la visita è durata pochissimo; la biblioteca s’intravede affacciandosi dalla porta aperta e alternandosi con le altre 15/20 persone del gruppo. Poi ci si inerpica su una scaletta (e credo sia venuto a tutti qualche dubbio sulla messa in sicurezza del luogo) per visitare la torre astronomica e, arrivati in cima, restare senza fiato davanti all’incantevole panorama sulla città.
- Il mio primo assenzio, sorseggiato in una rilassante Absintherie, con tanto di taccuino alla mano. La triste consapevolezza che non basta un distillato ad alta gradazione alcolica per trasformarsi in un Hemingway.
- I ragazzi davanti al muro di John Lennon, diventato semplicemente un muro coloratissimo, mentre intonano Imagine

Intanto i commercianti approfittano della popolarità del luogo per aprire un ristorante a tema.

- Uscire da Yellow submarine e imbattersi in un coro che canta a cappella Oh Happy day! il Primo Maggio sulle rive della Moldava. Applauditissimi. Mah…
- La sproporzione tra il costo dei biglietti per visitare le attrazioni della città e il costo medio per una buona cena. Circa 13 euro per l’audioguida che illustra la storia del Castello (€ 13 che si aggiungono ai 10 euro del biglietto) contro gli scarsi 8 euro, mancia inclusa, per un pasto abbondante.
Capitolo mance: stando a quanto sostiene la guida Routard, la mancia viene lasciata solo per compensare i bassi salari dei camerieri (come da noi, per intenderci). Di fatto, in alcuni locali, ci siam visti presentare un conto con un timbro apposto in rosso in cui si specificava che normalmente si aggiunge il 10% al totale del conto, e il cameriere di turno diventava improvvisamente loquace e gentile nello spiegarci che bisognava pagare il servizio (il cui costo non viene riportato nel menù).
Dei praghesi non ricorderò la cordialità: ruvidi, di poche parole e ancor meno sorrisi.

Poi ci son state le passeggiate senza meta tra le vie del quartiere Malá Strana, la riposante birretta sull’isola di Kampa dopo aver camminato uno sproposito, le ultime pagine di Una solitudine troppo rumorosa immersa nel verde della collina di Petřín.

Nonostante la moltitudine molto rumorosa dei giorni praghesi e nonostante il cielo azzurissimo, questo viaggio mi ha lasciato una malinconia che non riesco a spiccicarmi di dosso. Colpa di Kafka e Hrabal? Di quelle piazzette in cui capiti per caso e che ancora conservano la magia della Praga d’oro?
Chissà…


Altre due care amiche hanno raccontato la loro Praga letteraria e fisica qui e qui.
Qui, invece, si può ripercorrere la Praga di Franz Kafka.
I nostalgici delle librerie di seconda mano in stile Shakespeare and Company parigina ne troveranno una molto accogliente nel quartiere di Malá Strana, a due passi dal Franz Kafka Museum. 

  

sabato 10 dicembre 2016

Gironzolando tra le storie di Più libri più liberi 2016


Mi avvicino al Palazzo dei Congressi con la presunzione di sapere già cosa troverò; Più libri più liberi è la fiera che conosco meglio, gli editori che seguo con più interesse, i soliti corridoi stretti, confusionari ma non soffocanti. Poi entro e puntualmente impiego mezza giornata per orientarmi. Se è un giorno di festa, alcuni stand sono inavvicinabili: c’è sempre crisi, in Italia continua a non leggere nessuno, eppure a giudicare dal numero di sacchetti e borsine colorate, la fiera della piccola editoria resta un’isola felice.
Di alcune case editrici s’è persa traccia, ne scopro un paio mai sentite prima, altre ancora stanno per lanciare le prime pubblicazioni (Black coffee). Penso alla marea di titoli che inondano le librerie. Ma servirà davvero una nuova casa editrice? Un’altra? 

Vins Gallico, nella duplice veste di autore (Final cut. L’amore non resiste, Fandango libri) e ufficio stampa della casa editrice romana L’orma, non ha esitazioni: “Pensa a quanti titoli sono stati scoperti grazie a piccole case editrici indipendenti. A noi che abbiamo rilanciato Annie Ernaux; a piccole scoperte come l’epistolario della Kuliscioff.” Già, la Kuliscioff, pensa a quanto sono ignorante io che fino al giorno della presentazione non sapevo chi fosse uno dei cervelli politici del socialismo italiano.
Pluralità è ricchezza e non frammentazione. Non è il numero di case editrici a spaventarci. Semmai il fatto che ci sia ancora una certa difficoltà nel fare rete”. Ne è convinta Cristina Pascotto, Safarà editore, giovane casa editrice obliqua, come il formato del libri pubblicati. “Le fiere sono fondamentali per noi editori. Ci confrontiamo con i nostri colleghi, scopriamo di avere problemi comuni, ci sentiamo meno soli. Per una piccola casa editrice partecipare ad una fiera è dispendioso ma ne vale la pena. Non a caso, abbiamo già deciso di andare a una marina di libri. È un progetto in cui crediamo molto”.


Superato l’effetto frullatore che mi prende nel saltare da uno stand all’altro, comincio a divertirmi, e rimetto in discussione i luoghi comuni che circondano i mestieri del libro.
L’editoria è passione. Lo puoi leggere negli occhi febbricitanti (in senso letterale) di Cristina Pascotto che, in barba all’influenza, continua a parlare del connubio tra narrativa e saggistica, delle tante voci da portare in Italia. “Com’è possibile che prima di noi nessuno abbia pensato di tradurre Lanark in italiano?”.

L’editoria è passione, te ne accorgi dagli occhi di Pietro Biancardi (Iperborea), che dopo 10 ore di fiera si illumina parlando del Viaggiatore di Stig Dagerman. “Non è il nostro libro più rappresentativo; non ha venduto come L’anno della lepre, ma lì dentro è racchiuso tutto l’esistenzialismo di Camus, i dubbi di ciascuno di noi, le ingiustizie della quotidianità. Un grande libro a cui sono molto affezionato". Ed io che ho conosciuto Iperborea proprio con Stig Dagerman, non posso che dargli ragione.
Se per scommettere sull’editoria bisogna esser folli, il connubio editore-libraio è pazzia pura. O forse una carta vincente. Ci crede Biancardi, socio della neonata libreria milanese Verso. Ne sono ancora più convinti Andrea Palombi e Ada Carpi, fondatori della casa editrice romana Nutrimenti, che due anni fa hanno aperto una libreria a Procida, con la convinzione di poter creare un modello complementare a quello delle librerie di catena.
Procida non è Milano: come può sopravvivere una libreria? Può. E può diventare un’occasione d’incontro tra gli abitanti; un luogo in cui i bambini, dopo una partita a pallone, possono entrare e sfogliare i libri. Siccome la creatività è la carta vincente, ci si può inventare un festival, tipo Procida racconta. Invitare sei autori, scegliere un cittadino procidano e scrivere sei racconti sulla sua storia. La quotidianità che diventa letteratura e la letteratura che torna ad essere narrazione della quotidianità.


Ho sempre immaginato l’editore come un essere agguerrito, pronto a sfoderare la spada per eliminare il concorrente dello stand accanto. Invece li ascolto mentre pubblicizzano libri altrui. “Quanto sono stati bravi i tipi de La nave di Teseo a scovare Le case crollano! Se ti capita, leggilo. È un libro meraviglioso”. Il suggerimento di lettura viene di nuovo da Cristina Pascotto, Safarà editore, lettrice prima che direttore editoriale. Sento di potermi fidare.
Altre volte s’è lottato per accaparrarsi un titolo, ma l’editoria oltre ad essere passione è contabilità, e Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è scomparso dal raggio d’azione di Iperborea. “Sarebbe stato un titolo perfetto per il nostro catalogo, ma era una cifra improponibile”.

Mentre tedio gli editori con le mie domande, al piano di sopra Chiara Valerio e Nicola Lagioia, neo direttori dei due saloni, dibattono sul futuro delle fiere. A che servono i saloni?
Ascoltando le considerazioni delle persone con cui ho parlato, a qualcosa servono. C’è chi non fa mistero della decisione presa, mostrando orgogliosamente la spilletta per il festeggiamento del trentennale del Salone (Iperborea, come il salone del Libro, compirà 30 anni nel 2017). 
C’è chi si indigna: “Il Salone del libro è Torino. Come si può pensare di sradicarlo e portarlo a Milano?”. E la distanza c’entra poco: sono editori del nord a parlare. Ma la polemica di qualche mese fa è sfumata. I toni sono cambiati; è ormai chiaro che di fronte a due progetti validi, trovando il giusto compromesso con le date, verranno meno anche gli schieramenti.


Con una vagonata di libri, cinguettando a destra e manca, raggiungo la metro. I tweet di oggi tra qualche minuto faranno parte del passato; tra le storie che ho in borsa, invece, potrebbe nascondersi un gioiello destinato a durare nel tempo. Sono tutte storie. E ogni giorno speriamo che quella di domani sia la più bella di sempre.