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lunedì 20 marzo 2017

Libri come 2017



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Il bello di Libri come per chi abita nei dintorni di Roma sta nel poter conciliare quasi sempre lavoro e fuori programma del weekend, anche quando ad intralciarti è un condominio ostico, con un paio di eventi letterari all’Auditorium, senza perderti nelle bolge infernali tipiche dei festival. La cosa che infastidisce, invece, è dover pagare una commissione che costa la metà del biglietto per potersi procurare per tempo un posto in sala per gli incontri a pagamento (per un incontro che costa € 3,00, pagare una commissione pari a € 1,50 mi sembra francamente eccessivo).
Ho amato molti libri di Ian McEwan, primo fra tutti Espiazione, e da una conversazione con Marino Sinibaldi intitolata “Come i miei libri” mi aspettavo di più. Avrei voluto sentir parlare della genesi dei suoi libri, del suo rapporto con la scrittura, dei suoi punti di riferimento (se ce ne sono), delle sue manie. Invece tutto si è concentrato sull’ultimo romanzo, Nel guscio, che non ho letto (e forse non leggerò) ma di cui ricorderò sempre la mano vibrante di Fabrizio Gifuni mentre sul palco dà voce ai pensieri del feto, protagonista del romanzo. Perché il feto agiti tanto la mano resterà per sempre un mistero, ma a Gifuni perdono quasi tutto.
A parte McEwan, ho saltato tutti gli eventi più attesi; non per snobismo ma per impossibilità ad andare o perché i biglietti erano già esauriti. Però non è stato un male: alla fine, gli spunti di lettura più interessanti sono arrivati da autori a me fino a ieri sconosciuti e a felici coincidenze.
Ho scoperto la pacatezza e il sottile senso dell’umorismo di Hisham Matar, scrittore libico che ha conversato con la bravissima Benedetta Tobagi sulla scomparsa della figura paterna, sul suo paese, sul rapporto tra potere e politica. Hisham Matar è figlio di un oppositore politico, rapito dai servizi segreti nel '90 e ucciso da Gheddafi; parla un inglese limpidissimo, ha una voce rassicurante. Stralci della conversazione di ieri pomeriggio potete leggerli qui. Ed io, neanche a dirlo, acquisterò il libro.
Tra gli autori del recente passato che non si sono mai fatti limitare da confini e barriere mentali, ho preso appunti ascoltando Sandra Petrignani e Mario Fortunato, traduttore di Lunedì o martedì, tutti i racconti di Virginia Woolf, edito da Bompiani. Ecco, io la sfida lanciatami da Fortunato vorrei coglierla ma non so se sia il momento giusto. Perché Fortunato sostiene che i racconti della Woolf siano per lettori dallo stomaco forte, quelli che non hanno paura di scoprire cose di sé che potrebbero farli vacillare. Ed io già vacillo troppo.
Ho bevuto tanti caffè e ascoltato dibattiti poco letterari e molto vicini alla matematica e alla didattica (qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Emma Castelnuovo?), di geopolitica (visto che le frontiere sono tornate parecchio di moda), e di attualità politica. Perché la lettura non può essere solo motivo di evasione e io dovrei smetterla di leggere esclusivamente romanzi e dedicare un po’ di spazio in più alla saggistica e alla non fiction.  


I miei spunti di lettura da Libri come 2017:

- Manlio Graziano, Frontiere, il Mulino, collana Voci, 2017.
- Carla Degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo, L’asino d’oro, collana Profilo di donna, anno di pubblicazione 2016.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì – Tutti i racconti, trad. Mario Fortunato, Bompiani, 2017.
- Hisham Matar, Il ritorno, trad. Anna Nadotti, Einaudi, 2017. 



lunedì 12 maggio 2014

Miele, Ian McEwan

Miele, Ian McEwan
traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi


Espiazione mi aveva folgorato.
Ricordo poi di aver letto Chesil beach e di aver pensato nientedichè. Oggi, di quest’ultimo, non ricordo nulla. Lo svantaggio dei libri presi in prestito: non puoi cercarli nella tua caotica libreria, leggerne uno stralcio, riuscire a  ricostruirne la trama, le impressioni, sapere quando e perché avessi incominciato a leggerlo. Forse mi succederà la stessa cosa con Miele.  Ne avevo letto un pezzetto su qualche blog e avevo deciso che lo volevo. L’ho adocchiato  nella libreria dell’amico-mancato-libraio-ma-magari-un-giorno-o-l’altro… e me lo son portato a casa insieme ad un altro paio di titoli.
Lettura inizialmente faticosa. Una mezza spy story, una cosa che non si capiva se fosse un thriller, un libro che parla di libri, una storia d’amore. Poi mi son lasciata prendere e da metà libro in poi, pur sospettando come sarebbe andata a finire, ho divorato le pagine. La critica non l’ha apprezzato granché. Io, forse, l’ho letto con occhi poco critici: è stato divertente calarmi nel mondo dei servizi segreti inglesi degli anni 70 (di cui non sapevo assolutamente nulla), ho frugato tra i pensieri di uno scrittore emergente (Thomas Haley, uno dei protagonisti del romanzo) e tra le fonti di ispirazione di un presunto romanziere in erba. 




Ho riflettuto sulla scelta dell’io narrante: fino alla fine del romanzo ho pensato che McEwan facesse raccontare la storia, in prima persona, da Serena Frome (ma non è esattamente così…); e di tanto in tanto ho pensato che forse una donna non si sarebbe comportata in quel modo e che McEwan stesse enfatizzando troppo il senso di rabbia, di vendetta, di tradimento… Come fa uno scrittore maschio ad essere così sicuro di quali siano le reazioni di una donna che si sente tradita, umiliata da un uomo? McEwan non è così presuntuoso da sapere tutto; l’arcano viene svelato nel finale del libro che, seppur melenso (tropperrimo), mi ha riconciliato con il McEwan di Espiazione.

Miele non è una lettura imprescindibile, però è una buona distrazione dalla quotidianità.