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martedì 28 agosto 2018

In bici da Cividale del Friuli al mare di Trieste


Cividale del Friuli
Cividale – Udine – Gradisca d’Isonzo. Come smarrirsi nelle campagne friulane.

Varrà la pena allungare il giro per una breve sosta a Udine? La giornata è meravigliosa, i problemi tecnici con la bici sono stati risolti e, in fondo, questi viaggi servono anche a farsi un’idea per futuri ritorni.
Pedalata piacevole su strade poco trafficate; giunti all’ingresso della città ci guardiamo intorno spaesati. Dovrebbe esserci una ciclabile, ma dove? Il tempo di prendere la mappa e si avvicina un signore gentilissimo. Vi siete persi? Eh, lo so, anch’io giro sempre in bici e purtroppo Udine è così, un po’ balorda (no, non lo è. O, per lo meno, non lo è se vivi in un posto dove neanche hanno idea di cosa sia una ciclabile. Ma capisco che facendo il confronto con l’Alto Adige, Udine possa apparire arretrata). Ad ogni modo, il signore molto affabile ci indica subito il percorso da seguire, la ciclabile a singhiozzi e, scusandosi della mancanza di attenzione che l’amministrazione comunale riserva alle due ruote, ci saluta. Noi restiamo lì inebetiti. Forse siamo particolarmente fortunati negli incontri casuali, non so; certo è che nelle nostre incursioni in Friuli abbiamo sempre incrociato persone cordiali, accoglienti, pronte a dare consigli e informazioni prima ancora che fossimo noi a porre la domanda.
Udine
Bello il centro di Udine, città del Tiepolo, come ci ricordano le indicazioni in Piazza Libertà. Ci fermiamo per un caffè, ascoltiamo le conversazioni rilassate di chi, come noi, è in ferie; facciamo una passeggiata fino al Castello e decidiamo che Udine merita un’altra visita, senza fretta.
Udine
Partiamo alla volta di Gradisca d’Isonzo. La nostra mappa prevede un itinerario lungo, seguendo per un breve tratto la ciclovia Alpe Adria per poi proseguire su stradine secondarie e di campagna, tra coltivazioni di soia (aver un coniuge agronomo, sebbene non eserciti, a qualcosa servirà pure. Per me, quelle piante lì erano fagioli). Bello all’inizio, molto bello. Poi c’è un momento in cui temiamo di dover trascorrere la nottata lì, nella soia. Solo campagna; le indicazioni fornite non corrispondono a niente nei paraggi. Stradine sterrate e campi.
Appena raggiungiamo la statale, il coniuge se n’infischia del percorso che avremmo dovuto seguire e mi conduce temerariamente alla meta.
Perché Gradisca rientri tra i borghi più belli d’Italia resterà per noi un mistero. Cittadina deserta, una sensazione d’abbandono più che di pace. Il coniuge scatta qualche foto nell’assoluto silenzio. Ci fermiamo a cena in uno dei due ristoranti aperti; proprietari gentili in un luogo addormentato, sorpreso dall’imprevisto arrivo di ospiti.

Gradisca d'Isonzo
Gradisca d’Isonzo – Trieste. La meta.
Lo scarso entusiasmo per il borgo di Gradisca viene compensato dal meraviglioso verde dell’ambiente circostante. Partenza in salita, ma il luogo è così bello e così ombreggiato da rendere piacevole anche il fuori sella. Mi preoccupa solo la discesa alla volta di Trieste. Nelle indicazioni fornite prima di partire siamo stati avvisati del fatto che il percorso da Duino a Miramare è tanto bello quanto trafficato. Però vogliamo arrivare dentro il mare di Trieste; voglio capire il significato delle parole di Mauro Covacich:
A Trieste si fa il bagno in centro città e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina «andar al bagno» per intendere «andare al mare» (e non «andare alla toilette»), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.     
Lungomare da Duino verso Trieste 
E così è stato. Si passa dal traffico della statale alla lunga distesa di asciugamani sul marciapiede, tra le auto parcheggiate e il mare. Bimbi che giocano, signori che leggono, mamme che chiacchierano, qualcuno passeggia come fosse sul bagnasciuga e non su un marciapiede a pochi passi dal centro della città. Io non so perché ma arrivo a Trieste e mi sento a mio agio. Mi viene un’allegria, una smania di camminare, perdermi nella città più di quanto non accada in altri luoghi.
Vogliamo andar a visitare la Risiera di San Sabba (le mie recenti letture me lo impongono) e abbiamo la malaugurata idea di continuare a muoverci in bicicletta. Il coniuge deve aver rimosso che Trieste non è un cittadina pianeggiante ed io, scioccamente, non mi oppongo. Confesso che è stato più faticoso il tratto centro città – Servola – Risiera di San Sabba (facendo un giro strano, molto strano) e ritorno, dei 40 km da Gradisca a Trieste.
Il Museo civico della Risiera di San Sabba, inaugurato nel 1975, è un altro di quei posti in cui bisognerebbe accompagnare gli adolescenti. Una visita che vale più di qualche lezione di storia sui banchi di scuola. Una visita che, in questi tempi strani, ci ricorda il nostro passato, gli errori commessi, gli orrori permessi e perpetrati. L’ingresso è gratuito, l’audioguida costa appena 2 euro e le testimonianze raccolte nell’ultima sala museale ti accompagnano mentre pedali via.
Trieste è anche l’ultima tappa del nostro ciclotour, il luogo in cui riconsegniamo le bici noleggiate a Dobbiaco e torniamo alla praticità dello zaino e agli spostamenti sui mezzi pubblici. Serata in Via Cavana, camminando nella Città Vecchia col suo fascino irresistibile. Ci sono tanti angoli di Trieste che vorrei esplorare e forse sarebbe stato saggio fermarci qualche giorno in più, anziché prendere un treno per Vicenza l'indomani.
«Io tornerò il prossimo anno – fa il coniuge sornione, sorseggiando un vinello bianco frizzante – mentre tu farai il tuo viaggio al Nord, in quelle terre fredde, dalle lingue strane. Ho già adocchiato un Trieste-Pola in bici. Magari mi tratterrò qualche giorno sia a Trieste che a Pola. Però ti invierò le foto. Abbiamo detto vacanze separati, giusto?».
Abbiamo detto vacanze separati? Trieste, Pola, bici, lungomare… Però, coniuge, non potrai mica prendermi sempre alla lettera!
 
Trieste - Piazza Unità d'Italia
Note tecniche.
- Anche questa volta, come avvenuto già lo scorso anno, ci siamo affidati a Fun Active, società specializzata nel cicloturismo con sede in Alto Adige. Una soluzione pratica per chi, come noi, non ha troppa dimestichezza con le ciclabili e non ha abbastanza tempo, allenamento, esperienza per poter organizzare un viaggio di più giorni in luoghi che non conosce. Abbiamo scelto il viaggio che ci interessava, ricevuto le mappe con i percorsi da seguire e il materiale informativo direttamente a casa. Abbiamo noleggiato le bici a Dobbiaco e le abbiamo restituite a Trieste. Le prenotazioni in hotel vengono effettuate direttamente dall’agenzia: si dorme in luoghi molto belli e, onestamente, il prezzo complessivo del viaggio è di gran lunga più economico del listino prezzi degli hotel in cui abbiamo soggiornato. Il transfer dei bagagli è a cura dell’organizzazione. Un viaggio leggero, fattibile anche da chi non è allenato. So che organizzano tour di gruppo e che ci sono altre agenzie simili. Ma non avendo sperimentato formule diverse, non posso fare confronti.
- Tra gli alberghi in cui abbiamo dormito, ho adorato l’Hotel Triglav a Bled (stanza vista lago) e il Victoria Hotel letterario a Trieste. Non abbiamo dormito nella suite dedicata a James Joyce, che abitò in questo palazzo neoclassico, ma il soggiorno è stato ugualmente memorabile (per una ancora abituata agli ostelli, come fa notare il coniuge, il pernottamento è stato di gran lusso).
Camera con vista - Lago di Bled


martedì 7 agosto 2018

Trieste, i confini e le città-mondo


Tutto ebbe inizio con un viaggio in autobus, anni fa, quando un signore particolarmente loquace cominciò a raccontarmi la sua vita precedente. Era stato trasferito a Trieste; una sciagura, si disse, abituato com’era a Roma, ai colleghi ciarlieri, ai weekend fuori porta, al buon cibo. Dopo cinque anni di vita triestina, la sciagura fu dover tornare a Roma. Uno neanche se la immagina quella sensazione di pulito nelle giornate in cui soffia la bora; la cordialità delle persone, il vino rosso bevuto nelle osmize attraversando i paesetti del Carso, un pezzo di formaggio e due fette di prosciutto. Non sei mai stata a Trieste? Posso darti del tu, vero? (In 20 minuti m’hai raccontato metà della tua vita, sì, direi che puoi darmi del tu). Devi andarci assolutamente. Cercati un lavoro lì e restaci a vivere.
Scesi dall’autobus pensando che mollare tutto per farmi portar via dalla bora fosse quanto meno improbabile. Eppure, il signore dai capelli brizzolati aveva acceso una lucina. Trieste. Io che avevo abbandonato La coscienza di Zeno almeno tre volte (e no, non l’ho mai terminato), che di Umberto Saba avevo letto pochissimo e Joyce, beh Joyce… insomma, dubito che dopo la lettura dei primi due capitoli dell’Ulisse si possa esser spinti dal desiderio di percorrere le vie in cui fu concepito il romanzo.
Pensi che le fascinazioni di un momento svaniscano con la stessa velocità con cui sono comparse. Invece si accoccolano in un angolo per poi riaccendersi con il trascorrere degli anni. E Trieste è tornata quando ho iniziato a riflettere sui confini, sul concetto di identità, sulla mescolanza delle lingue e delle vite che si intrecciano o si spezzano perché nate vicino a una stazione, un porto, un ponte, una linea di demarcazione voluta dagli Stati.
È stato così che, pur non avendo ancora letto Svevo, ho iniziato a portar a casa libri che spronavano a guardar il mondo con occhi diversi. Anche il mondo vicino, racchiuso dai nostri confini.   
Trieste – Livorno – Taranto sono tre città-mondo. Sono città mondo, innanzitutto perché sono città capaci di racchiudere all’interno delle proprie mura secoli di Storia, di lingue e di sogni, violenza e rapina, conflitti e nuovi inizi, minoranze e dissidenze. Sono città-mondo perché sono città di mare e del mare hanno assorbito la fluidità, l’instabilità, l’intima tolleranza, gli odori, la brezza, la luce. Sono città-mondo soprattutto perché sono orgogliose della propria unicità e del fatto che – a pochi chilometri di distanza – sembra sistematicamente aprirsi un’altra dimensione spazio-temporale.
[dalla Prefazione di Alessandro Leogrande a Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Exòrma edizioni].

Paolo Merlini e Maurizio Silvestri sono due tipi bizzarri, convinti del fatto che, oggigiorno, il metodo più efficace per esplorare le città sia l’utilizzo dei mezzi pubblici. Non hanno tutti i torti: l’umanità che s’incontra in treno, sugli autobus, per strada è da romanzo. E poi, sui mezzi pubblici (o aspettandoli), si ha sempre un po’ di tempo per leggere. Come feci io, un venerdì di un paio di anni fa, sull’ultimo treno del pomeriggio che mi portò da Roma al Friuli-Venezia Giulia, passando dal racconto di viaggio di Merlini e Silvestri alla Trieste sottosopra di Mauro Covacich (editori Laterza). Quindici passeggiate tra caffè, librerie, vicoli e piazzette, in una città che credevo essere al Nord e che improvvisamente si è rivelata una città meridionale, la città più meridionale dell’Europa del Nord.
Leggo le parole di Covacich e ripenso a quell’incontro sull’autobus di tanti anni prima: Trieste e la bora.
Difficilmente sentirete qualcuno lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica sulla salubrità della bora. L’idea che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che sia la voce e il respiro possente della città.    

Non so come facciano quelle persone che ti bastano due giorni per vedere una città; poi, non sai più cosa fare. Io avrei trascorso almeno una mattinata al Caffè San Marco, tra un nero e un libro da portar via. Se avessi avuto più tempo, avrei scelto un romanzo storico o un saggio e me ne sarei andata nel parco del Castello di Miramare, a mirar el mar e a esercitare la memoria.
Gli anni passano e io dimentico pezzi di Storia; giro nelle città e mi ritrovo a guardar vetrine identiche a quelle che mi sono lasciata alle spalle nella stazione di partenza; gli stessi negozi, le stesse pubblicità, i vestiti tutti uguali, i nostri gesti identici dappertutto, cellulari tra le mani, app che ci dicono dove fermarci a pranzo. Quelle vetrine nascondono l’anima delle città e offuscano lo sguardo del visitatore. Anche il mio, che torno a casa e continuo a pensare a Piazza Unità d’Italia e a ciò che mi è sfuggito.

Trascorrono i mesi e mi capita tra le mani Trieste, Un romanzo documentario, di Daša Drndić (traduzione di Lijliana Avirovic, edito da Bompiani).
Lo sfoglio e inizio a dubitare d’aver davvero messo a fuoco Trieste.
Haya Tedeschi è a Gorizia, seduta in una stanza di una vecchia casa. Accanto a lei c’è una cesta colma di foto, ritagli di giornale, lettere.
È selvaggiamente tranquilla. Ascolta un sermone per orecchie sporche e si traveste nel passato altrui, qui, nella grande stanza del palazzo di Via Aprica, 47° Gorica, che in italiano si chiama Gorizia, in tedesco Görze in friulano Gurize, in quel cosmo miniaturizzato ai piedi delle Alpi, alla confluenza dei fiume Isonzo, ovvero Soča, e Vipacco, sui confini degli imperi andati in rovina.
La sua è una storia piccola, una delle infinite storie sugli incontri, sulle tracce preservate dal contatto umano, lei lo sa, come sa che fino a quando tutte le storie del mondo non si comporranno in un gigantesco, cosmico patchwork a avvolgere la terra perché possa addormentarsi, la Storia continuerà a lacerare, tagliare brandelli di universo per ricucirli nel proprio manto sepolcrale.  
La vecchia Haya, ebrea convertita al cattolicesimo, aspetta di poter rivedere suo figlio, concepito nel 1944 con un ufficiale delle SS, biondo, bello e a capo del campo di lavoro di Treblinka. Il figlio, che ha cercato ossessivamente per anni, le è stato portato via dalle autorità tedesche per inserirlo nel progetto Lebensborn (il programma ideato da Himmler per crescere la perfetta razza ariana. I Lebensborn erano istituzioni in cui venivano cresciuti i figli illegittimi di soldati tedeschi, strappati dalle madri legittime e, spesso, dati in adozione a famiglie di provata fede nazista). Pagina dopo pagina, Haya ci spiega che, per quanto possa sembrar strano, la guerra così come la grande Storia la si comincia a comprendere anni dopo averla vissuta, perché mentre è stata combattuta si era troppo impegnati ad andare avanti per potersi fermare a riflettere.
Nel ripercorrere la vita di Haya, la croata Daša Drndić ci fa attraversare un secolo di storia; ci muoviamo da Gorizia alla Boemia, da Milano a Zurigo, dal Friuli a Napoli, facendo tappa nelle tante Trieste che si sono succedute negli anni.
Verso la fine degli anni Venti, Trieste è già malata, respira con difficoltà, come fosse moribonda. È stata mutilata. Le scuole tedesche sono state chiuse, i nomi delle vie cambiati o italianizzati. Si spengono le sue forze centripete, aspirate da forze che la dividono da sé stessa, i suoi organi vitali collassano […]
Allora, durante e dopo la Grande Guerra, da Trieste alcuni se ne vanno a morire, altri a uccidersi, altri ancora a stare meglio. Altri invece vengono, semplicemente perché non hanno altro in programma. Ma anche perché le città sono fatte in questo modo, scorrono eternamente.
Francesco Illy, contabile di origini ungheresi e soldato austroungarico, trascorre la prima parte della guerra sull’Isonzo, poi a Trieste e nelle vicinanze. La guerra finisce, Illy si guarda intorno e dice: Questa è una città magnifica. Imparerò l’italiano, e si mette a vendere cacao, poi caffè. La gente sta seduta e beve ‘sta cosa nera come se fossero turchi.  
Daša Drndić mescola la storia individuale della famiglia Tedeschi con una gran mole di materiale documentario, testimonianze, fotografie, seguendo le mutazioni dei confini che hanno scosso la storia d’Europa, portandola da un conflitto all’altro.
1943. A Trieste si raccoglie un gran numero di vecchie conoscenze, gente che dopo la fine dell’operazione Reinhard in Polonia doveva pur essere smistata da qualche parte, al che Himmler la spedisce con la massima urgenza in Italia. A Trieste dimorano un centinaio di uomini e donne dell’Einsatzkommando Reinhard, come pure numerose SS provenienti dall’Ucraina. L’Einsatzkommando Reinhard apre uffici contrassegnati con l’abbreviazione “R”. Vengono restaurate vecchie ville patrizie, rinnovati gli arredi, organizzati banchetti e balli; arrivano nuovi film, insieme a compagnie d’opera e diverse filarmoniche […] Trieste è malata, come un essere umano non vuole morire, lotta per la propria sopravvivenza […] Abbandonata dall’Italia nel 1943, si dimena lottando contro sé stessa e alla fine alza le mani in segno di resa, sconvolta e distrutta.
È un romanzo anomalo e complesso che non segue la struttura classica della narrazione: ti senti sempre sulla linea di confine, pensi d’essere a Gorica e la pagina successiva ti ritrovi a Gorizia; ti dici “è solo un romanzo” e dopo un po’ ti ritrovi davanti ai novemila nomi degli ebrei italiani morti nei lager (perché, come ci ricorda l’autrice, dietro ogni nome si nasconde una storia e la grande storia è fatta da piccoli uomini).
Trieste città-mondo. L’instabilità del confine e le opportunità determinate dall’essere città di confine. Una città in cui all’inizio del Novecento si leggono opere di autori scandinavi che a Roma avrebbero faticato ad arrivare; Trieste avamposto della pratica psicanalitica, luogo di sperimentazione letteraria nel periodo tra le due guerre; è qui che ci si appassiona alla psicologia junghiana e al misticismo. 
È qui che nascono personaggi fuori dal comune come Bobi Bazlen, fondatore insieme a Luciano Foà della casa editrice Adelphi, consulente editoriale per Einaudi, Edizioni di Comunità, Astrolabio... “Uomo del libro”, eppure uomo sempre in ombra, misterioso, defilato, in grado d’individuare i talenti, darvi una spinta propulsiva e poi sparire, come ci racconta Cristina Battocletti nel suo Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (edito da La nave di Teseo).
Ed è sempre da Trieste che scappano personaggi fuori dal comune come lo stesso Bazlen che, tormentato da quella città inquieta, la abbandonò a trentadue anni per non farvi più ritorno, se non un paio di volte di sfuggita.


Così, con la consapevolezza che neppure questa volta riuscirò a carpire l’anima di Trieste, tra qualche giorno vi approderò di nuovo, muovendomi lungo i confini, dopo esser passata per Most na Soci nella valle dell’Isonzo, e aver superato le colline goriziane. Mi guarderò intorno, cercherò altri libri e farò in modo che le vetrine di negozi tutti uguali non offuschino il passato di questa straordinaria città.

sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

domenica 3 luglio 2016

Si può tornare indietro, Ada Murolo


Le copertine dei libri editi da Astoria non passano inosservate. Sono come una ragazza minuta, con il capello corto, un tubino e un paio di scarpe rosse: elegante ma sbarazzina, una che non si prende troppo sul serio. Anche gli autori pubblicati da Astoria sono spesso così: prevalentemente donne, spesso inglesi, finte ingenue (quindi, apparentemente innocue), di quelle che ti prendono in giro col sorriso, e tu nemmeno te ne accorgi. 
Astoria ci ha abituati ad autrici del Novecento inglese, talvolta dimenticate dalla grande letteratura e a romanzi leggeri e divertenti. Per questa ragione sono rimasta così spiazzata dalla pubblicazione di Si può tornare indietro di Ada Murolo, scrittrice italiana e vivente. 
L’ho acquistato subito perché ambientato a Trieste, salvo poi borbottare un «Ma sarai scema? Con tutti i Covacich e i Magris che devi ancora leggere, ti affidi ad una calabrese per tornare a Trieste?» Ma l’istinto non mi ha tradito.


Trieste, 4 novembre 1954. In Piazza Unità d’Italia, già Piazza Grande, è tutto uno sventolio di bandiere tricolori; una folla allegra e vestita a festa applaude al ritorno di Trieste all’Italia. In quella massa rumorosa, gli occhi folli di Alina Rosenholz, una matta dal volto scavato, postura incurvata e il capo incassato nelle spalle, incrociano il luccichio degli orecchini di Berta.
«I recìni de mia mama».
E quegli orecchini, appartenuti appena dieci anni prima alla madre di Alina, ci riportano indietro nel tempo.
Torniamo agli anni spensierati in cui, nonostante le leggi razziali, la povertà, l’occupazione tedesca e l’ombra di San Sabba, Berta e Alina, giovani, belle, amiche da sempre, passeggiano a Trieste tra le latterie, i fiori delle fioraie di Ponterosso, via San Nicolò e Smolars, la cartoleria più bella della città. Alina non trova imbarazzante la povertà di Berta, le sue frivolezze, la bassa cultura. E Berta non ha mai dato ascolto a quel “giudìa” con cui inizia ad esser apostrofata Alina. Non se n’è curata, né preoccupata; in fondo la sua amica non è neppure segnata in sinagoga. Ma tutto cambia e dieci anni possono portare due amiche ad incrociarsi senza riuscire a riconoscersi.
Si può tornare indietro? Avrei aggiunto un punto interrogativo al titolo di questo romanzo avvincente e poetico.

La assalì il rimpianto per le sue scelte sbagliate e frettolose, ansiosi abbagli che avevano spezzato il corso della sua vita che, anche se faticosa e difficile, era la sua vita, con le proprie liturgie e le proprie sicurezze, i cui buoni effetti ormai non avrebbero avuto la possibilità di venire alla luce, come semi tolti troppo presto alla terra dal raspar ottuso di una gallina.
No se pol più tornar indrìo, pensò e temette di non sopportar tutto questo.

Non è il solito romanzo sull’amicizia con l’aggiunta di una storia d’amore. C’è anche questo ma in Non si può tornare indietro c’è prima di tutto Trieste. Il suo mare, la bora, il suo essere città di confine, la Risiera e le foibe, l’ospedale psichiatrico San Giovanni e i matti. E poi ci sono le donne e le prime timide manifestazioni d’indipendenza. Il tutto narrato con una lingua elegante ed evocativa. Le ciacole, il còcolo, tàco – màco, il ciangottio, il gloglottio, l’agucchiare e il vagolare non mi abbandoneranno presto.
Le parole che emergono dal passato, accavallandosi sconnesse nella testa di Alina nelle pagine finali del romanzo, sono un capolavoro.

Da mettere in valigia per un nuovo viaggio a Trieste. Quando conosci già la città, hai visto i caffè e passeggiato sul lungomare, rimandando alla prossima volta la visita al museo della Risiera e una corsa sul tram di Opicina che si arrampica sulle alture del Carso. Arrivata fin lassù, ti fermerai in una delle tante osmizze e leggerai qualche pagina di Non si può tornare indietro bevendo vino locale. E ti sembrerà di tornare indietro nel tempo.


Ada Murolo, Si può tornare indietro, Astoria, 2016.



lunedì 4 aprile 2016

Trieste. Istantanee

Si stropiccia gli occhi, scende dal treno con la testa pesante e il mal d’ossa di chi è febbricitante: «Che città accogliente!»
Lui la guarda esterrefatto: «Ma se siamo appena arrivati!» Lei tira dritto con il sorriso di chi sa che Trieste le piacerà. Ha solo bisogno di un’aspirina e di una lunga dormita per togliersi quel torpore di dosso.
 
Trieste - Piazza Unità d'Italia
Camminano svogliatamente lungo Riva Tre Novembre. Lei avrebbe voluto prendere una via interna per raggiungere Piazza Unità d’Italia ma lui si è ostinato a voler costeggiare il mare. Lei non ha ancora guardato la pianta della città, non se l’aspetta una piazza così aperta, affacciata sul mare. Quando se la ritrova sulla sinistra mormora un Ohmmioddio! Arriva davanti alla Fontana dei Quattro continenti (all’epoca l’Oceania era ancora più remota di oggi), torna indietro e guarda il palazzo del Municipio da lontano. Ci ritornerà di sera, con i faretti azzurri accesi che fanno ondeggiare la piazza fino al mare. Lui sostiene che Piazza San Marco sia imbattibile, lei pensa che Piazza dell’Unità dia un senso di libertà insolito per una piazza cittadina. Avrebbero dovuto continuare a chiamarla Piazza Grande.    
 
Trieste - Castello di Miramare
Sull’autobus n. 6 che dal centro li porta al Castello di Miramare ascolta i consigli che una donnina dà ad un altro visitatore. «Può scendere tra un paio di fermate e camminare lungo la pineta per una decina di minuti. Si ritroverà direttamente davanti al castello». La signora accanto dissente: «Dia retta a me. Le conviene arrivare a Grignano, che poi è il capolinea. Prende la scaletta che attraversa il parco del castello e si ritrova in cima in un attimo. Semmai, al ritorno, può fare un tratto di pineta». Una delle due signore scende, ponendo fine alla gara tra quale sia il miglior suggerimento da seguire per raggiungere il castello. Intanto la coppia ha deciso che scenderà a Grignano, dove berrà un caffè prima di entrare nell’Ottocento.

Guarda tutto quel blu, quello sperone a dirupo sul mare e pensa che l’arciduca Massimiliano d’Asburgo non era un genio. Chiunque avrebbe sognato di poter costruire un castello in un luogo simile. E l’avrebbe voluto esattamente così: bianco, sobrio, di dimensioni medie, circondato dal parco. Immagina una bella libreria (perché in un posto simile non può che venir voglia di leggere e meditare) e una serie di acquerelli. Non resterà delusa. Mentre percorre gli appartamenti privati di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio ricorda le parole di Mauro Covacich:

La guida glissa sulla sfortuna dei castellani: lui che va incontro alle pallottole messicane senza aver quasi fatto a tempo a godesi le dorature e i divani di casa; lei che resta vedova e diventa pazza di noia e dolore (soprattutto noia). Non dice la guida della follia di Carlotta, né tantomeno della voce corrente secondo la quale spacciare Carlotta per pazza fosse di fatto un modo escogitato dalla corte per nascondere il più diplomaticamente possibile le sue simpatie comuniste.
Si siedono al Caffè San Marco, tra libri e pezzi di conversazione sospesi nell’aria. Qualcuno ha il Mac aperto, qualcuno sfoglia quotidiani che alle 18 raccontano notizie già scadute. È un’alternanza di spritz e tutte le varianti del caffè: nero, cappuccino, al vetro, lungo. Lei guarda il vecchio bancone di legno scuro, gli specchi che la circondano, i lampadari che sanno d’inizio Novecento. Lui ha finalmente il volto disteso. Sorride sorseggiando il caffè e si capisce che la scrivania dell’ufficio è ormai un ricordo distante.  Poi iniziano a girare tra i libri.

Si siedono su una panchina in Piazza Venezia, vicino al Museo Revoltella. Lei avrebbe voluto visitarlo ma a Pasqua è chiuso. Hanno fatto una bella passeggiata, salutando le ombre di Joyce, Svevo e Saba. Hanno deciso che chiuderanno la giornata con una cena a base di pesce e vinello bianco. Ora però vogliono continuare ad ascoltare  un triestino che racconta la sua Trieste. Lei legge a voce alta, lui le poggia la testa sulla spalla e socchiude gli occhi.
A Trieste si fa il bagno in centro città e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina «andar al bagno» per intendere «andare al mare» (e non «andare alla toilette»), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.


C’è un cielo grigio, quello di chi fa ritorno a casa; un vento leggero, qualche barchetta in lontananza. Inizia a piovigginare; qualcuno sul Molo Audace apre l’ombrello. Loro si limitano a tirar su il cappuccio. Lei quasi quasi avrebbe voluto incontrare la bora, così, per capire cos’era.
Difficilmente sentirete qualcuno lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica sulla salubrità della bora. L’idea che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che sia la voce e il respiro possente della città.
In treno lei pensa che un giorno dovrà farsi coraggio e spingersi fino alla Risiera di San Sabba, e con quel po’ di coraggio che le sarà rimasto, toccare anche Basovizza, perché uno non può guardare solo le cose belle dimenticando le nefandezze di non troppo tempo fa. Pensa anche che vuole girare per il Carso e arrampicarsi nel silenzio delle Alpi friulane. 
Mentre il treno si allontana veloce, lei pensa che questa terra sia un po’ magica. 

La viaggiatrice è stata accompagnata dal bel #viaggialibro di Mauro Covacich, Trieste sottosopra, editori Laterza, collana Contromano.