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venerdì 5 agosto 2016

Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Keith Gessen



La mia copia e la mia birra 
A Tutti gli intellettuali giovani e tristi sono arrivata per caso e con un certo ritardo.
Qualche mese fa su la Lettura trovo un’intervista di Enrico Rotelli a tal Keith Gessen. Mai sentito nominare prima, ma il giornalista ne parla con toni lusinghieri e le risposte dello scrittore non sono affatto banali.
Keith Gessen nasce a Mosca nel 1975 da una famiglia di origine ebraica, madre critica letteraria e babbo scienziato; a sei anni si trasferisce negli Stati Uniti, laurea ad Harvard, master in Belle Arti a Syracuse. Tanta scrittura su riviste letterarie e non, fino ad arrivare nel 2004 alla fondazione di n+1, una rivista senza scopo di lucro (messa su con altri intellettuali giovani e tristi), che mescola letteratura, politica, saggio e fiction.
Gessen è un attivista politico, arrestato (per un giorno) durante le proteste di Occupy Wall Street, è un democratico che ha sperato nella vittoria di Bernie Sanders, sostiene che Dostoevskij abbia influenzato la letteratura americana e dichiara (l’intervista è di marzo scorso) che I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante (chiunque essa sia) sia stato il più amato tra i libri letti di recente.
Capite bene che una biografia del genere, unitamente ad un romanzo dal titolo così intrigante, ti portano in libreria per leggerne almeno l’incipit.

A New York, loro risparmiavano.

Risparmiavano sul succo d’arancia, sul pane in cassetta, sul caffè. Sui film, le riviste, l’ingresso ai musei (il venerdì sera). Sui biglietti del treno, della metro, sull’appartamento fuori mano nel Queens. Era una sorta di principio, a cui non si derogava. Mark e Sasha quell’anno vivevano sulla linea 7 della metro e quando uscivano, su nel Queens, Mark seguiva Sasha come un bimbo mentre lei studiava e confrontava i prezzi dei due alimentari coreani in modo da risparmiare sulla frutta, la verdura e qualche piccola specialità orientale. Risparmiavano anche sui vestiti.

Era il 1998 ed erano innamorati.

Si erano lasciati alle spalle il college, la Mosca dove Sasha aveva trascorso l’infanzia e la periferia residenziale americana dove l’aveva trascorsa Mark; eppure erano riusciti in qualche modo a sfuggire a tutto questo con la giovinezza ancora intatta. Vivere a New York con pochi soldi era un po’ umiliante, ma essere giovani… essere giovani era divino. Se uno avesse avuto più soldi di quelli che avevano loro quell’anno, sarebbe semplicemente invecchiato prima. E così, con il sorriso in faccia, loro risparmiavano.

Dall’incipit all’acquisto il passo è breve. Così mi faccio fregare da un altro sedicente scrittore geniale e raffinato della narrativa americana contemporanea. Non fraintendetemi: il libro non è malvagiomalvagio, ma se dopo le prime pagine interrompi la lettura ogni dieci minuti per guardare il cellulare, mi sa che la storia non ti sta coinvolgendo granché.  
Il romanzo si sviluppa intorno a tre giovani intellettuali: Mark, che avete incontrato poche righe fa, impegnato a scrivere la sua tesi di dottorato sui menscevichi russi, arrabbiato, senza un soldo e innamorato della bella russa Sasha; Sam, ebreo, vuole scrivere il grande romanzo sionista, è innamorato dell’israeliana Talia, ma prima di tutto deve controllare la sua posta elettronica e far in modo che la sua Googlata si rimpolpi (è passato da 300 e rotte pagine di accessibilità al pubblico a scarsi 22 risultati. Il suo nome sta scomparendo da Google: capite il dramma di Sam?, qualcuno potrebbe anche suicidarsi per questo).
Per concludere, c’è Keith, alter ego dell’autore sin dal nome. Studia ad Harvard, è circondato da personaggi improbabili e si dispera per la sconfitta dei democratici nel 2000 (do you remember George W. Bush vs. Al Gore?).
Sono tutti poveri in canna, fanno lavori precari, bevono birra, si innamorano, leggono molto (prevalentemente russi), parlano di politica, di riscaldamento globale, della questione palestinese e delle guerre americane per diffondere la democrazia. Qualche volta ho sorriso, altre volte ho sbadigliato, spesso son tornata indietro perché avevo perso un passaggio. C’è tanta ideologia, tanti riferimenti ad eventi storico-politici realmente accaduti, tanta, troppa carne al fuoco. E alla fine ti ritrovi tra le mani solo l’inconsistenza di una scrittura raffinata e il malinconico ricordo di quando anche tu avevi 23 anni e pensavi di poter cambiare il mondo.
 
Harvard - Lamont Library
Io l’ho messo in valigia per una trasferta di lavoro in terra campana ma vi direi che, se non siete degli attenti osservatori della narrativa americana contemporanea, non è così necessario infilarlo in borsa.
Pare che Keith Gessen stia scrivendo il suo secondo romanzo. A me è bastato il primo.

Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi (All the Sad Young Literary Man),
Traduzione di Martina Testa, Einaudi, 2009.