lunedì 28 dicembre 2015

Il tuo volto sarà l’ultimo, João Ricardo Pedro

Internazionale è l’unica rivista che seguo con assiduità. Mi precipito a scaricare l’edizione digitale il giovedì, leggo l’editoriale e passo subito alla recensione di film e libri come se suggerimenti e stelline fossero insindacabili. La verità assoluta. In genere prendo nota di un paio di titoli e poi leggo l’oroscopo (no ragazzi, non è il solito oroscopo. Quello di Rob Brezsny è umorismo puro). Tra le segnalazioni delle uscite in libreria, ultimamente ho trovato diverse stelline accanto alla casa editrice Nutrimenti. Romana, piccola, relativamente giovane (nata nel 2001), con una collana dedicata al mare, alla vela e alla nautica. 
Della casa editrice ricordavo solo la stravagante copertina del libro di Percival Everett, Deserto americano (collana Greenwich), romanzo che non ho letto, ma di cui si era parlato molto. Poi, nei giorni di Più Libri Più Liberi, ho ascoltato la conversazione tra Loredana Lipperini e Andrea Palombi (uno degli editori della Nutrimenti. L’altro è la di lui consorte, Ada Carpi). Parlavano della necessità di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori. Come? Ad esempio, aprendo una libreria nel cuore di Procida.
Ricapitoliamo: nel Paese in cui il lettore forte è colui che legge a malapena un libro l’anno, alla follia di aprire una casa editrice si aggiunge il gesto estremo di affiancarvi una libreria in un’isola microscopica. Troppo folli per non passare allo stand e sbirciare tra i titoli.
La scelta è caduta su Il tuo volto sarà l’ultimo, romanzo del portoghese João Ricardo Pedro, di cui avevo giustappunto letto una recensione su internazionale (Adrien Battini, La Cause Littèraire).

Primi capitoli disorientanti. È il 25 aprile 1974, giornata memorabile per il Portogallo che dice addio alla dittatura di Salazar e torna alla democrazia. Giornata memorabile, anche se nel piccolo villaggio dal nome di mammifero, incastrato ai piedi delle montagne di Gardunha, rivolto verso sud senza sapere di essere rivolto verso sud, le parole patria, democrazia, dittatura sono vuote e lontane. Ininfluenti rispetto alle vicissitudini del villaggio. Tutti sono concentrati sulla scomparsa di Celestino, l’uomo dall’occhio di vetro, arrivato in paese quarant’anni prima chissà da dove. Finisce il capitolo e tu ti aspetti di trovare altre tracce di Celestino, di quel 25 aprile, del dottor Augusto Mendez; invece no. Vieni catapultato nella guerra coloniale portoghese, nei pressi della frontiera con il Congo.

Pieter Bruegel il Vecchio - Lotta tra Carnevale e Quaresima

Poi ti abitui a questo andirivieni nel Novecento, entri ed esci da quel posto dalle parti di Fundão, luogo da cui anche i serpenti scappano, e che tanto piace al dottor Augusto Mendes, nonno di Duarte. 
Viaggi tra il Portogallo e l’Angola con il caporale Antonio Mendes, padre di Duarte, uomo taciturno, dai piedi gelati e la sigaretta sempre accesa. E ascolti il nostro Duarte, colui che sarebbe potuto diventare il più grande beethoveniano del suo tempo. Ma che ha smesso di suonare. Inspiegabilmente.   
Straordinarie le pagine in cui Duarte le canta di santa ragione ai Grandi della Musica: Wolfganguccio, il furbo che giocava con le note; Ludwig, che ha impregnato la musica delle sue miserie (e non tirar fuori la storia di tuo padre! Guarda, mio padre si sveglia tutte le notti urlando, convinto che i negri lo stanno attaccando in mezzo alla foresta […]); Robert, che voleva esser un musicista ma le dita non reggevano… Solo tu Johann. Solo tu non mi hai mai deluso. Mai nulla di cui lamentarmi, amico mio.  
Un romanzo difficile da raccontare, raffinato, musicale, impregnato di tutta la malinconia che si incontra nelle strade di Lisbona e da cui non ci si riesce a staccare. Malinconico e magico.
Cura editoriale minuziosa. Peccato siano sfuggiti un paio di refusi. Ma li perdoniamo.



João Ricardo Pedro, Il tuo volto sarà l’ultimo

Traduzione di Giorgio De Marchis. Nutrimenti


lunedì 21 dicembre 2015

Le vedove del giovedì, Claudia Piñeiro.

La signora Nela San è una blogger giallamente ferrata, la mia pusher preferita quando ho bisogno di svuotare la mente e farmi trascinare via da una storia avvincente ma non troppo scontata. Nela San, viaggiatrice un po’ per passione un po’ per dovere, non parte mai senza un giallo ambientato nel luogo di destino e senza l’indirizzo di un’insolita libreria da visitare per poi raccontarcene sul suo gialli-e-geografie.
In questo weekend prenatalizio, sfiancata dal tormentone della corsa ai regali, seguito dal Che prepariamo per il pranzo di Natale?, mi sono catapultata in Argentina, ad Altos de la Cascada, un “quartiere chiuso” della periferia di Buenos Aires. 

Altos de la Cascada è il quartiere in cui viviamo. Tutti noi. Il nostro è un “quartiere chiuso”, con una rete metallica lungo tutto il perimetro, nascosta dietro ad arbusti di svariate specie. Altos de la Cascada Country Club, o “club campestre”. Ma la maggior parte di noi abbrevia il nome e lo chiama La Cascada. Con campo da golf, tennis, piscina, due club house. E servizio di sicurezza privata. Quindici sorveglianti nei turni diurni e ventidue in quelli notturni. Oltre duecento ettari protetti cui possono accedere soltanto persone autorizzate da qualcuno di noi.
Tutto intorno, seguendo il perimetro, ogni cinquanta metri ci sono telecamere che ruotano a centoottanta gradi.
Le case sono separate da siepe viva. Vale a dire, arbusti. Non arbusti qualsiasi. Non vanno più di moda la ligustrina né le campanule color violetto di altri tempi, tipiche delle ferrovie. Non ci sono siepi diritte, tagliate con eccesso di cura per simulare pareti verdi. Né tantomeno arbusti tondeggianti. Le siepi vengono potate in modo disuguale, come spuntate, così da apparire naturali, anche se il taglio è studiato meticolosamente.
Le vie hanno nomi di uccelli. Rondine, Batibù, Merlo. Non seguono il tipico tracciato lineare. Non ci sono marciapiedi. La gente si muove in auto, moto, quad, bicicletta, golf cart, scooter o con i roller. E chi si sposta a piedi, cammina in mezzo alla strada. In genere, chi va in giro senza la sacca della palestra, è una domestica o un giardiniere. “Parchista” lo chiamiamo ad Altos de la Cascada, non giardiniere, e questo perché non ci sono terreni al di sotto dei millecinquecento metri quadrati, e con queste dimensioni un giardino diventa automaticamente un parco.
[…]Le ville sono tutte diverse, nessuna pretende di essere la copia palese di un’altra. Ma lo è. Impossibile non assomigliarsi quando si deve obbedire a norme estetiche simili. O perché lo dice il codice edilizio, o perché così vuole la moda. A tutti noi piacerebbe che la nostra casa fosse la più bella. O la più grande. O la meglio costruita.
[...] Gli odori del quartiere cambiano con le stagioni. In settembre tutto profuma di gelsomino stellato. E non è una frase poetica, ma puramente descrittiva. Tutti i giardini a La Cascada hanno almeno un gelsomino stellato così che fiorisca in primavera. Trecento ville, con trecento giardini e trecento gelsomini stellati, circoscritte in un terreno di duecento ettari, con rete metallica perimetrale e servizio di sicurezza privata, non sono un dato poetico. Perciò in primavera l’aria è greve, dolciastra. Nauseante per chi non è abituato. […]
D’estate La Cascada odora di erba tagliata e innaffiata, e del cloro delle piscine. L’estate è la stagione dei rumori. Tuffi, strilli di bambini che giocano, cicale, uccelli che si lamentano per il caldo, musica dalle finestre aperte, qualche solitario che suona la batteria. Finestre senza inferriate, a La Cascada non ci sono inferriate. Non c’è bisogno di inferriate.
Noi che veniamo a vivere ad Altos de la Cascada diciamo di farlo perché siamo in cerca del “verde”, della vita sana, dello sport, della sicurezza. Con questa scusa – la raccontiamo anche a noi stessi – alla fine non confessiamo mai perché siamo venuti qui. E con il passare del tempo non ce ne ricordiamo più. L’ingresso a La Cascada origina una sorta di magico oblio del passato. Il nostro passato si limita alla settimana scorsa, al mese scorso, all’anno scorso “quando abbiamo giocato l’intercountry e abbiamo vinto”. Piano piano si cancellano gli amici di sempre, i luoghi che un tempo sembravano indispensabili, qualche parente, i ricordi, gli errori.

Insomma, in un posto così sicuro, cosa ci fanno tre cadaveri in piscina?
La Cascada è un concentrato di ipocrisia e invidia. Un luogo in cui è obbligatorio mantenere un certo tenore di vita, mandare i figli ad una scuola privata, prendere lezioni di tennis, giocare a golf, fare una seduta settimanale di massaggi, gettare una maglietta costosissima per un minuscolo forellino; un luogo in cui sono obbligatori il cinema, la musica, i vini, regalare per il compleanno della moglie un viaggio–shopping a Miami, con crociera inclusa. Tanto lusso e altrettanta isteria: crisi di nervi, crisi matrimoniali, crisi asiatica e, su tutte, la crisi economica del secondo millennio.
Le vedove del giovedì non è un romanzo da brivido; chi cerca il classico giallo resterà deluso. Ma è un ottimo libro per arieggiare il cervello. Magari, se volete risparmiare questi 15,00 euro, prendetelo in prestito in biblioteca. Oppure fate come me: consigliatelo ad un amico e poi fatevelo prestare. Diabolica, no?

Traduzione di Michela Finassi Parolo, Feltrinelli (2015).


mercoledì 16 dicembre 2015

Gli anni, Annie Ernaux

L’astuccio di plastica, le scarpe con le suole di gomma, l’orologio d’oro. Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all'ammirazione altrui. Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso. Dopo averle finalmente ottenute, girandole e rigirandole tra le mani, continuavamo ad aspettarci da loro chissà cosa.

Ti ho ascoltato attentamente, Annie, mentre ci parlavi dal palco della sala Diamante di Più Libri Più Liberi. La tua calma, la tua eleganza, il tuo soppesare le parole. Hai detto che ami tanto le parole, l’ho sentito bene. Ma che non provi alcun piacere nello scrivere; che non capisci proprio come facciano alcuni scrittori ad esclamare con enfasi Io amo scrivere!
Hai detto che la scrittura è una fatica enorme, un processo lungo, elaborato. Ma dimmi, Annie, come si può esecrare la scrittura e tirar fuori tanta poesia da una foto? Scompagini le tue fotografie, riorganizzi i pensieri, e racconti una storia che è tua, della Francia, delle donne, di tutti noi.
Leggo della tua infanzia, dell’immensità della Francia vista dalla tua cittadina, quel luogo da cui Parigi sembrava lontana, meravigliosa, un viaggio. Parli di te, ma stai parlando anche di me, sebbene sia nata solo negli anni 70, a un centinaio di chilometri da Roma. Parli della mia prima gita scolastica, della Capitale, immensa, distante, pericolosa agli occhi di chi non si era mai spostato dal suo paesello di campagna.
Parli di me, anche se ho l’età dei tuoi figli e non dovrei rivolgermi a te con questo sconsiderato tu. Ma non riesco a farne a meno, tanta è la confidenza che sei riuscita ad instaurare con due romanzi.

venerdì 11 dicembre 2015

Più Libri Più Liberi 2015: ho visto cose, incontrato gente, acquistato libri. Forse troppi. #BlogNotes15

Tra un tweet e l’altro, una presentazione, quattro chiacchiere con un editore, quattro con un ufficio stampa, anche quest’edizione di Più Libri Più Liberi è volata via.


Quattro chiacchiere con laNuovafrontiera

Che abbia un debole per i tipi di laNuovafrontiera è risaputo. Perciò non vi stupirete del fatto che sia stata la prima casa editrice da me indicata per il progetto #BlogNotes15. Perché? Perché oggi per l’editoria italiana occuparsi della letteratura di area lusofona e dell’America Latina è trendy. Ma una decina di anni fa, quella dell’America Latina non era una frontiera così esplorata dalle case editrici nostrane.
Il mio primo incontro con lNf avvenne proprio ad un Più Libri Più Liberi. Rimasi incantata davanti alla copertina de I pesci dell’amarezza di Fernando Aramburu, e da allora non ho mai saltato una visita alla loro postazione, fosse altro per sfogliare le ultime novità.
Mi avvicino allo stand di domenica mattina, quando Roma e la fiera sonnecchiano ancora. Maia Terrinoni, invece, ufficio stampa, è sveglissima. Sistema le copie esposte, controlla le vendite del giorno precedente, sposta scatoloni. Sa già che passerò a trovarla e ha lo sguardo diffidente da “tutto ciò che dirò sarà utilizzato contro di me”. Ma dopo qualche minuto siamo già lì che chiacchieriamo di libri come due comuni lettrici.
Mi presenta le ultime uscite infliggendomi una bella pugnalata: Valeria Luiselli, giovane autrice nata a Città del Messico, non sarà in fiera. Problemi burocratici con il visto. No! Ero così contenta all’idea di ascoltare la presentazione dell’appena ripubblicato Volti nella folla. Pazienza.
Ho cercato di strappare a Maia il nome più amato tra i tanti pubblicati. Impossibile. Gli uffici stampa sono come gli editori: vogliono troppo bene alle loro creature per poterne scegliere solo un paio. Ho colto, però, un fugace scintillio nei suoi occhi mentre parla di Juan Josè Saer e di Mario Benedetti. E li ho portati a casa. 
Tra gli autori intervenuti in Fiera, ho ascoltato la presentazione del libro di Wolfgang Bauer, Al di là del mare. Un tedesco che ha cancellato tutti i luoghi comuni sui tedeschi: simpatico, empatico, in grado di parlare di un tema grande e doloroso come la guerra in Siria e dei viaggi della speranza, dalle coste africane all’Europa, in modo coinvolgente ma lucido. 
“I giornalisti, nella ricerca della frase ad effetto, dimenticano di raccontare i fatti. Noi europei dobbiamo mettere da parte le soluzioni teoriche e affrontare concretamente il problema dei flussi migratori”. Perfetto esempio del periodismo narrativo che caratterizza la collana Cronache di frontiera, giornalismo d’inchiesta che si legge come un romanzo. E che piace, come dimostra il successo di Mafia Capitale, tra i più venduti dalla casa editrice dallo scorso anno.

Quattro chiacchiere con Voland
Fondata dalla slavista Daniela di Sora, Voland è tra le case editrici che ho osservato costantemente negli anni con un misto di fascino e sacro terrore. Il mondo slavo mi è sempre apparso troppo distante, spaventandomi come tutte le cose che non si conoscono. Inoltre, mi ronzavano ancora nella testa le note polemiche sulla crisi della Voland e sui collaboratori non pagati. Sicché, mi sono avvicinata timidamente allo stand, temendo di fare passi falsi. Timori infondati. Gli occhi chiari della signora Di Sora sono così trasparenti e diretti da far svanire ogni dubbio. Se errori sono stati commessi, l’editore non si nasconde dietro inutili giustificazioni. “Ho dovuto licenziare delle persone, ho dovuto vendere le mie proprietà per saldare alcuni debiti. Ma sono qui. Guardi i miei collaboratori: mi sono circondata di giovani perché ho bisogno di intercettare nuove voci, altre narrazioni”. Viola Marino, giovane ufficio stampa, non è dello stesso parere. Approfitta di un momento di distrazione dell’editore per bisbigliare: “Lei è grandiosa!, dice di aver bisogno del nostro punto di vista ma il suo fiuto è imbattibile. Più avanti dei giovani”.

Parliamo della nuova collana Finestre, quella delle guide alle città ribelli, per intenderci. Parliamo dei libri che hanno fatto la storia della casa editrice, nonché dell’opera prima della bizzarra Ilaria Gaspari, che spudoratamente, nel bel mezzo di un intervento colto, cita Sapore di mare di Vanzina. Ed io penso Ma guarda te che tipi vengono fuori dalla Normale! E acquisto il libro.

Insomma, per farla breve, alla fine del mio tour con gli editori, la Voland è quella che più mi ha sorpreso. Perché ero partita senza grosse aspettative? Forse. O forse perché ho avuto la sensazione di incontrare una vera signora dell’editoria, una persona garbata, elegante, se non fosse fuori luogo direi multitasking: parlava con me e contemporaneamente ascoltava la traduttrice dal tedesco che si proponeva per la lettura di manoscritti, salutava Elena Stancanelli, rispondeva al telefono, ripeteva ad una visitatrice poco preparata la corretta pronuncia della Nothomb, la “b” si deve sentire perché è belga e non francese.
Una donna generosa come poche: ho pagato una cifra irrisoria per i libri portati via. Non fatevi strane idee: i commenti che seguiranno la lettura dei libri Voland non verranno minimamente influenzati dalla piacevole conversazione con la signora Di Sora, né dalla sua generosità. È un editore serio: non apprezzerebbe opinioni acritiche. 

Quattro chiacchiere con Exòrma
Questa piccola casa editrice è stata la vera rivelazione della Fiera. Ne avevo sentito parlare dopo il successo di La strage dei congiuntivi (che non ho letto) ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte ad eleganti gioiellini, curati nei minimi dettagli. L’editore, Orfeo Pagnani, una laurea in filosofia e più di 15 anni d’esperienza con un’agenzia di progettazione grafico-editoriale, è un uomo pacato, che potrebbe restare una mattinata con te a parlare di progetti editoriali, storie da scoprire, connubio tra arte e scrittura, viaggi che non si risolvono nel mero spostamento fisico quanto nella scoperta dell’altro: altre culture, altri modi di pensare, altri stili di vita. In sintesi, Exòrma.

Quando non parla della sua casa editrice, Orfeo Pagnani parla di Odei, l’Osservatorio degli editori indipendenti, dell’importanza di fare rete (con gli altri editori, con i librai, con i lettori) perché da soli non si va da nessuna parte, ribadisce l’esigenza di moltiplicare i luoghi di lettura, di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori per sentire opinioni, commenti, critiche. Lo ascolto, metto in agenda il Book Pride di Milano (1-3 aprile 2016) e mi lascio incantare dalla collana Scritti Traversi, di cui vi narrerò prossimamente.




Cosa porto a casa?
Entusiasmo e un turbinio di pensieri, come mi accade tutte le volte in cui ho a che fare con il mondo dei libri. Penso. Attività non banale. Esco dalla routine quotidiana, da un lavoro alienante che mi costringe a seguire ogni giorno lo stesso binario.
Porto a casa la percezione che il mondo della piccola editoria non sia poi così frammentato come vogliono farci credere. I piccoli fanno gruppo, vanno a prendere un caffè insieme, partecipano alle presentazioni altrui, vanno allo stand dell’editore amico per confrontarsi. La sferzante risposta di Daniela di Sora (Voland): “Frammentazione? Balle! Se vogliamo fare i fighi chiamiamola bibliodiversità. Dobbiamo garantire una molteplicità di punti di vista e lottare contro l’appiattimento”.
Porta a casa la consapevolezza di un solido legame tra editore indipendente e libraio. Quello vero. La libraia Rachele Cinerari (libreria Roma di Pontedera), passa allo stand dei tipi di Exòrma per prendere un caffè con Silvia Bellucci (ufficio stampa Exòrma). “Rachele, che libro mi consigli?”.
“Questi ragazzi non sbagliano un colpo, però… Viaggiatori nel freddo. Ma devo ancora leggere Neve, cane, piede”. La differenza tra un libraio e un commesso: il libraio legge.
Dallo stand di Exòrma
Porto a casa la conferma del fatto che il passaparola dei lettori funzioni ancora. I social, i blog, i cari vecchi gruppi di lettura in biblioteca, in casa editrice, in libreria… riescono ancora a spingere il libro. I piccoli editori conversano volentieri con il lettore, sono felici di incontralo, vogliono conoscere meglio i suoi gusti, ascoltano le critiche, amano così tanto il proprio lavoro da sembrare ancora freschi anche al quinto giorno di fiera.
Porto a casa chiacchierate reali con blogger amici; blogger di cui, in fondo, non so quasi nulla, perché sia in rete sia davanti a un caffè, si finisce per parlare sempre e solo di libri. E poco conta il luogo in cui abiti, la tua età, il lavoro che svolgi per pagare l’affitto. Ti racconti attraverso la tua libreria: la tua immagine più vera.  
Poi, neanche a dirlo, porto a casa una sporta di libri che non avevo intenzione di acquistare; ma la curiosità per la casa editrice, la curiosità per l’autore, la presentazione, l’incontro occasionale, il regalo di compleanno, Natale… C’è sempre un buon motivo per acquistare un libro, bypassando la distribuzione e ringraziando, a modo tuo, l’editore per passione.

Hanno viaggiato con me sui sentieri di #BlogNotes15:
il tè tostato, promotrice del progetto, donna che è tutto un tweet, ne sa una più del diavolo e che ringrazio pubblicamente per avermi catapultato nel favoloso mondo del cinguettio;
Scratchbook, blogger che seguivo da tempo senza aver mai avuto il piacere di incontrare;
LibrAngolo Acuto, blogger affatto seria, irriverente, fissata con Photoshop. Abbastanza ironica da potermi permettere di prenderla in giro;
Nuvole d’Inchiostro, scoperta grazie a #BlogNotes15;
Holden & Company: il must della letteratura americana.

Ora scusatemi: mi ritiro a leggere.


lunedì 7 dicembre 2015

Cronache di una social blogger #BlogNotes15



Fino a qualche mese fa hai vissuto con la convinzione che un cellulare servisse solo per telefonare e inviare messaggi. Leggevi i tuoi libri in solitudine, qualche volta ne parlavi qui, altre volte lasciavi passare l’attimo spinta dall’urgenza di una nuova lettura. 
Poi è arrivato il regalo smart e hai scoperto che un cellulare può essere usato anche per telefonare. Ma certamente non è la sua funzione primaria. 
Poi è arrivato quel vulcano del tè tostato. Dai librinvaligia unisciti a noi per raccontare live Più Libri Più Liberi 2015.
Ma sì – hai pensato – tanto in fiera ci sarei andata comunque. Mi unisco al progetto, entro col pass stampa che fa sempre figo e risparmio qualche euro che posso reinvestire in libri. C’è da aprire un account twitter, ma che vuoi che sia. Di tweetite non è ancora morto nessuno.
Dopo due giorni di live tweeting in fiera hai scoperto che:
-  Questo qui # non è un diesis. Bach non c’entra nulla. Omettere quell'innocuo simboletto nei tuoi tweet è peccato mortale: da qui all’Inferno è un attimo;
-   Non hai il dono della sintesi, fattene una ragione. Meno 12 è il tuo incubo più ricorrente, ma se togli uno spazio, elimini una virgola, sopprimi l’aggettivo, l’articolo e un pronome è fatta. 140 caratteri giustigiusti. In fondo lo diceva pure Calvino che bisogna essere leggeri come un uccello…
-   Se hai un account tweeter con in mezzo la parola libri, dopo 24 ore verrai contattato da illustri sconosciuti che hanno scritto le loro memorie e pensano che per qualche oscura ragione tu possa aiutarli a farle pubblicare;
-    Il tweet è più usurante della corsa. Hai dovuto macinare chilometri e chilometri per procurarti una tendinite dell’achilleo. Sono bastati due giorni di live tweeting per avere una mano atrofizzata;
-   Anche tu ci sei cascata. Hai appena detto “Invio un tweet e ti raggiungo”. Esci da questo corpo uccellino malefico. Sì, un attimo, il tempo di twittare una foto e volo via;
-      Avere uno smartphone non ti rende più smart ma solo più distratta. 

Non fare quella faccetta triste. Domani sera #PiùLibriPiùLiberi chiude. E tu potrai staccare la connessione dati, prendere un libro e andare a leggere in un parco. Possibilmente senza uccellini. 

giovedì 3 dicembre 2015

Aspettando Più libri Più liberi 2015 #BlogNotes15


Inizia domani e per noi lettori è una festa. Vorremmo trasferirci tra gli stand del Palazzo dei Congressi per cinque giorni, respirare storie, partecipare a tutti gli eventi, sfogliare libri, guardare le copertine nuove, criticarle, elogiarle, soddisfare qualsiasi curiosità. E sì che avevamo detto Basta!, questa volta faccio seriamente. Non comprerò più un libro fintanto che non avrò letto tutti quelli accumulati a casa!
Sappiamo già che acquisteremo, perché la tentazione è forte e perché è un obbligo morale del lettore nei confronti del piccolo–medio editore. Quello che resiste, quello che nonostante la crisi, nonostante l’egemonia dell’editoria dei best sellers, al suo mestiere ci crede ancora. Pubblica testi che probabilmente venderanno poco, ma li cura nei dettagli; lotta con la distribuzione e qualche volta se la fa da sé; si è alleato con il libraio, non quello delle solite catene ma col libraio vero, quello che ti saluta quando valichi la porta, che ti rivolge un sorriso anche se non ti può fare lo sconto.
E tu quest’editore in qualche modo dovrai pure ringraziarlo. Non puoi lasciare lo stand senza portarti dietro un libro.
È solo l’ennesima fiera dell’editoria, ormai ce ne sono tante in Italia, eppure Più libri Più liberi mi emoziona ogni anno e l’aspetto come se fosse la vigilia di un nuovo viaggio.
Nel weekend girellerò tra gli stand. Cercherò di approfondire la conoscenza degli amati tipi di laNuovafrontiera, andrò alla scoperta degli Scritti traversi dei tipi romani di Exòrma (posso, io, tenutaria di un blog che ha a che fare con le valigie, non aver ancora incontrato una casa editrice che fa dell’altrove il suo punto di riferimento? Profonda vergogna). Importunerò i tipi di e/o, che non sono solo quelli di Elena Ferrante, e i tipi della Voland, che non sono solo quelli di Amélie Nothomb.
Passerò a salutare il mio recente colpo di fulmine (come non amare chi ha portato in Italia Il posto di Annie Ernaux?), gli amici della SUR, i minimum fax, gli amici del Nord, e cercherò nuovi tipi di cui innamorarmi. Incontrerò amici blogger, compagni di gruppi di lettura e gli amici di sempre. Troppe cose? Sto esagerando? Mi sa…
Insieme ad altri instancabili blogger, coordinati dalla mente del tè tostato, cercheremo di raccontare la Fiera in tempo reale via twitter, #BlogNotes15. Per sbirciare nel cestino delle letture portate a casa e per un resoconto meditato, invece, dovrete aspettare il post fiera, ché io ho bisogno di metabolizzare le sensazioni prima di raccontarle.

E voi? Avete programmato una visita all’Eur nei prossimi giorni?

venerdì 27 novembre 2015

Il fondamentalista riluttante, Mohsin Hamid

Changez è pakistano, è un ragazzo riservato che lascia alle persone il loro spazio; ha ciglia come in un pubblicità della Maybelline, qualche volta indossa imbarazzanti boxer rosa con gli orsetti. Changez viene da Lahore, antica capitale del Punjab, parla l’urdu, la sua famiglia è stata ricca ma poi la rupia ha perso valore nei confronti del dollaro e la ricchezza è andata a farsi benedire. Changez è affamato: vuole riaffiancare allo status conquistato dai suoi avi una degna condizione economica.
Massimo dei voti all’Università di Princeton, intraprende un’esperienza lavorativa di prim’ordine in una nota società di consulenza di New York. È una piccola realtà ma pagano bene e dopo qualche anno di esperienza, l’accesso all’Harvard Business School dovrebbe essere garantito.  
Erica è americana, ha un atteggiamento regale, un corpo rassodato da anni di tae-kwondo, ha paura della solitudine, è cortese ma irraggiungibile, l’aria assorta, persa in pensieri inconfessati. Non parla molto di sé ma è affascinata dalle parole; vorrebbe affittare una casa in Grecia e fermarsi lì a scrivere. E Changez se ne innamora subito.
A ripensarci oggi, dal mercato di Anarkali, in un passato non troppo lontano Changez ha fatto di tutto per agire e parlare come un americano: ha amato gli abiti eleganti e l’uso disinvolto dell’American Express, si è innamorato di una donna americana, ha nuotato veloce, da bravo squalo della finanza, concentrato solo sui fondamenti, senza farsi distrarre dalle risorse. Il problema dei lavoratori in esubero non lo ha riguardato. È rimasto concentrato sugli indicatori finanziari senza lasciarsi impietosire dall’umanità nascosta dietro ai numeri.
Poi è venuto l’11 settembre e lui si è trovato a sorridere davanti alla tv, mentre le torri gemelle del World Trade Center crollavano. Lui che è il prodotto di un’università americana, che sta guadagnando un lucroso stipendio americano, che è affascinato da una donna americana, sorride davanti al fatto che qualcuno sia riuscito a mettere in ginocchio gli Stati Uniti in modo così smaccato. Qualcosa si incrina e cambiano le prospettive.

martedì 17 novembre 2015

E il mio cuore trasparente, Véronique Ovaldé

Véronique Ovaldé è venuta in Italia il mese scorso. Ho letto qualche articolo, ho ascoltato un’intervista e mi son detta To’ guarda! Un’altra giovane autrice francese di cui non so nulla.
Mi son fermata davanti ad una pila di La sorella cattiva, ma poi mi è caduto l’occhio su E il mio cuore trasparenteZac!, portato a casa perché non puoi lasciare sullo scaffale un libro che inizia così:

La moglie di Lancelot è morta stanotte.
Il giorno del loro primo incontro, quando le aveva detto, Mi chiamo Lancelot, lui aveva assunto un’espressione davvero dispiaciuta, un’espressione contrita che l’aveva conquistata. Lei gli aveva risposto, Ah be’, non c’è problema, io ti chiamerò Paul. Poi era scoppiata a ridere quando lui aveva aggiunto che il suo cognome era Rubinstein. Lancelot Rubinstein. Lui si era sentito offeso e al tempo stesso affascinato dalla risata di sua moglie – che non era ancora sua moglie. La sua risata rimbalzava, era una risata che faceva piccoli saltelli su tutte le superfici lisce e riflettenti che si trovavano intorno. Lancelot Rubinstein aveva pensato che da quel momento in poi sarebbe stato un problema farne a meno. Gli faceva venire in mente una cosa calda e lanosa.

Chissà com’è vivere con un uomo che associa la tua risata ad una cosa calda e lanosa, che ti porta le fragole quando hai voglia di fragole, che beve il tè bruciandosi coscienziosamente il palato, che ti ama in modo così assoluto da non chiedersi cosa nascondano quegli strani viaggi mascherati da reportage nei luoghi più disparati del mondo.
Lancelot – Paul fa il correttore di bozze; vive di parole, prende tutto alla lettera e non sa che farsene del tempo che intercorre da una bozza alla successiva. Non coltiva nessuna vita sociale perché gli dà l’idea di una perdita di concentrazione; mangia in piedi il suo panino con i cetrioli, contemplando i gatti che saltano da un ramo all’altro del cinnamomo, beve tè verde e legge un giallo nel tempo libero (solo cose che non lo impegnino troppo).
Irina è una donna dalla bellezza imbarazzante, con la pelle liscia e senza profumo, e il rossetto perfetto Rouge de Rouge; va in giro indossando vestiti praticamente trasparenti e calzando scarpe dai tacchi vertiginosi. È vegetariana, animalista, un’attivista politica che si è data parecchio da fare, anche se Lancelot ignora cosa ciò significhi. All’occorrenza parla spagnolo, mandarino e chissà quale altra lingua; va a feste organizzate da amici in due o tre camere di un centro sociale con i muri buttati giù a mazzate.



E il mio cuore trasparente non è un thriller, anche se pagina dopo pagina emergono dettagli più inquietanti sulla vita di Irina. Si vuol scoprire cosa nasconda la sua morte, ma forse si resta affascinati dallo stile più che dal mistero. Strada facendo il romanzo perde il mordente iniziale e il ritmo della lettura rallenta. Si vorrebbe strattonare Lancelot, dargli un paio di schiaffi e gettar via le miracolose pillole che attutiscono il dolore della perdita ma lo allontanano sempre più dalla realtà.
Irina muore e Lancelot si accorge di non conoscere la donna che ha amato incondizionatamente, al punto da assecondare ogni sua decisione.
Chi ho sposato? Come si può conoscere così male la persona con cui si vive?
E la domanda continua a ronzarti nella testa a libro finito.  
Traduzione dal francese di Lorenza Pieri.


mercoledì 11 novembre 2015

Carne viva, Merritt Tierce

Io e Merritt Tierce ci siamo incontrate per caso. Ho letto della BIGSUR, nuova collana delle edizioni SUR, dedicata ai libri provenienti dal Nord America, ho letto di questo nuovo romanzo che tanto è piaciuto a Martina Testa (ex direttrice editoriale Minimum fax, attuale padrona di casa alla Sur, ma prima di tutto traduttrice) e dell’iniziativa della casa editrice di aprire le porte ai lettori. Mi sono incuriosita e ho acquistato Carne Viva.

Lo si potrebbe liquidare in poche parole: è la storia di Marie, studentessa modello, che a 17 anni resta incinta, e che un passo alla volta si trasforma in un’efficiente e metodica cameriera, affascinante tossicodipendente, autolesionista, pronta a fare sesso dappertutto e con chiunque. Vegetariana.
Non mi son fatta abbindolare dallo “Splendido, devastante, assolutamente necessario” del New York Times, piazzato in copertina. Però ho subito concordato sul devastante.
A metà libro, all’ennesima pippata, l’ennesimo pene grosso e duro, l’ennesima bruciatura autoinferta, mi son data alle pulizie di casa. Non era più il libro tosto che mi era sembrato nei primi capitoli, quando ogni atto carnale viene servito con una coltellata al basso ventre. 
Lo stato emotivo di Marie mi è ormai chiaro. Un’altra scena di sesso violento fa scemare la tensione e produce qualche sbadiglio. Continua a darla a chiunque per punirsi della buona moglie che non è stata e della buona madre che non sarebbe diventata. Continua a farsi fino a far sparire le iridi dagli occhi. Ancora una volta sguardi di sole pupille, vuoti e mortali.

giovedì 5 novembre 2015

Le serenate del Ciclone, Romana Petri

Com’è possibile che abbia scoperto Romana Petri solo ora? Traduttrice, volto della casa editrice Cavallo di Ferro, scrittrice consigliatami da diversi amici, eppure mai presa in considerazione. Ci voleva il Neri Pozza bookclub per farmi aprire gli occhi.

Le serenate del Ciclone, malloppo del mese della Neri Pozza, mi ha catturato in un umido sabato d’autunno sdraiata sul divano. La Petri ha una scrittura musicale: l’inchiostro diventa suono ed è come se quella storia la stesse raccontando seduta accanto a te, con una tisana calda tra le mani. La musicalità sarà un dono ereditato dal babbo, Mario Petri, all’anagrafe Mario Pezzetta, nato a Perugia nel 1922, noto basso-baritono italiano e attore dalla fisicità ciclopica. E proprio del Ciclone Petri narra il romanzo. 
Ignoravo l’esistenza di questa possente figura (a mia discolpa il fatto che Petri si sia ritirato dalle scene poco prima che io nascessi), però i potenti mezzi di Google e You tube hanno suscitato un “Ah, ma eri tu!?!”.

Totò contro il pirata nero
Sì, era lui; un gigante trasformato in mito nella prima parte del romanzo, quella in cui la figlia si lascia prendere dalla penna e racconta in terza persona la storia epica di chi sembra destinato a sopravvivere a tutte le sciagure, a partire dal bel volo, a soli tre anni, dal davanzale della cucina nel casolare dei nonni. Caduta miracolosa che si risolve in un braccio rotto, aggiustato prodigiosamente dal nonno Damino. Mario sopravvive alle cinghiate di un padre violento e anaffettivo, al pestaggio in prigione da parte dei militari fascisti (ma non confondetelo con gli eroi della Resistenza!), ad una dose di un potente farmaco che avrebbe stroncato qualsiasi altro essere umano (ma che a lui vale l’addio alle armi della seconda guerra mondiale), ai pugni sul ring mollati da avversari più esperti del Ciclone ma meno tenaci.


Mario è il Supereroe, quello che se non ti stordisce con i pugni lo fa con le parole. Se sei una donna insensibile al fascino dei muscoli, capitolerai ascoltandolo cantare. 
Per tutta la prima parte del romanzo, ho sentito la voce dell’Elsa Morante di La Storia, forse per la descrizione epica dei personaggi, per i ritratti spavaldi e sfrontati della banda capeggiata dal Ciclone, per l’uso del dialetto umbro che sa d’altri tempi. 
Poi nasce Romana Petri, la narratrice diventa “io”, e il mito del Ciclone lascia il posto all’uomo Mario Petri. Non che prima lo ignorassi, ma le sfuriate tra padre e figlia, l’impazienza di fronte ad una moglie malata, l’incapacità di gestire il denaro, il rapporto gelido con un figlio troppo diverso da lui, il costante incubo della cartella delle tasse, rendono umana la divinità. Sembra che alla domanda di un giovane Petri: «Qual è stato il danno più grosso?», Tatiana Tolstoj abbia risposto sorridendo: «La rovina della mia vita sentimentale. Nessun uomo ha mai retto al suo confronto».  Ed io ho pensato che, nonostante l’amore racchiuso in questo libro, sia stato arduo essere la figlia (e ancor più, la moglie) di Mario Petri. Contemporaneamente, al pari di Tatiana Tolstoj, non dev’essere stato facile trovare un uomo che reggesse il confronto del Ciclone.

giovedì 29 ottobre 2015

Il desiderio di essere come Tutti, Francesco Piccolo

Francesco Piccolo mi era antipatico.
Mi è capitato di leggere qualche suo articolo; alcune sue sceneggiature mi son piaciute moltissimo (specie quelle con Virzì e Soldini); eppure, le poche volte in cui l’ho sentito chiacchierare dal vivo, l’ho trovato insopportabile. Non tanto per ciò che diceva, ma per quel tono un po’ snob di persona che sa tutto e che l’ha capito prima degli altri. Quindi, quando l’amica bibliotecaria mi ha allegramente comunicato che il prossimo libro del gruppo di lettura sarebbe stato Il desiderio di essere come Tutti, non ho mostrato grande entusiasmo.
Il mio “Va bene” nascondeva un chiaro “No, dai!, un libro così commerciale, per giunta Premio Strega (2014), pure di un autore antipatico! Una proposta più invitante, no?”. Insomma, ho iniziato a leggere Il desiderio di essere come Tutti solo per il gusto di poter confermare un mio Piccolo pregiudizio. Ma sbagliavo.
È un libro curioso, un mix tra autobiografia e cronaca dell’Italia e della sinistra italiana degli ultimi 40 anni; un romanzo che non sa di romanzo, in cui la narrazione si intreccia con le pagine dell’Unità e del Diario di Deaglio, un libro in cui la vita privata si mescola con gli scossoni della politica italiana. 
Tutto inizia negli anni in cui di Germanie ce ne sono due: la GermaniaGermania e quell’altra, quella con la squadra B, costituita da giocatori sconosciuti. La Germania più brutta e più debole, quella di riserva, con le tute azzurre che sembrano cucite dalle madri dei calciatori. Sono i mondiali di calcio del 1974 e al settantottesimo minuto, prima che quell’altra Germania compia il miracolo, la vita di Piccolo cambia.

giovedì 22 ottobre 2015

Delle biblioteche e dei sogni (im)possibili

L’amica bibliotecaria, dispersa in un paesello dei Castelli romani, annuncia con entusiasmo: “Abbiamo costituito un gruppo di lettura!”. Una roba che in un’altra qualsiasi biblioteca del Centro-Nord neanche dovrebbe essere comunicata, qui genera un boato di “Perbacco! Incredibile! Bravissimi!!”. 
Ci si vede venerdì alle 16.00. Fine del mio entusiasmo. Un minuto di riflessione.
I negozi romani sono aperti 7 giorni su 7, orario continuato, in alcuni casi fino alle 22; le palestre sono aperte almeno fino alle 22.30 (anche nei paeselli dimenticati della Provincia). Buona parte degli uffici privati chiude alle 18, spesso anche più tardi. Perché ci stupiamo della scarsa partecipazione ai gruppi di lettura organizzati nel primo pomeriggio? “Eh lo so! Hai ragione, l’orario non è dei migliori, ma noi alle 18 si chiude”.
Io sono tra i tanti che reputano le biblioteche un servizio essenziale per la comunità, un pronto soccorso dell’anima, con orari che dovrebbero essere accessibili a tutti. In una regione in cui vengono chiusi i presidi sanitari essenziali, pensare che gli amministratori possano investire fondi pubblici per l’anima è pura utopia (lo è anche illudersi che gli amministratori pensino al concetto di anima). Io, però, che oltre ad essere una povera illusa sono pure tignosa, continuo a chiedermi come sia possibile che nella Capitale, alle 19.00, le biblioteche siano tutte già belle che chiuse. Figurarsi il weekend. 
E non venite a dirmi che “tanto non ci andrebbe nessuno”. Senza spingerci fino al lontano Nord, ricordo che le biblioteche senesi, città in cui ho studiato, alle 22 erano piuttosto popolate. Così come lo erano il sabato. Cambiava l’utenza: prevalentemente studenti nelle ore centrali del giorno, resto del mondo la sera e il sabato.
E non mi dite che le biblioteche sono vecchie come il libro cartaceo e che nell’era del digitale questi reperti archeologici sono destinate a sparire. È la mentalità a dover cambiare. La biblioteca, come luogo fisico, non esclude la presenza di un moderno spazio virtuale. Medialibrary, per dire, è uno strumento eccellente per leggere quotidiani, prendere in prestito ebook, ascoltare musica, informarsi. Ma ha tutti i limiti del virtuale.

Mi piacerebbe che i nostri illuminati amministratori un giorno capissero che la biblioteca è un centro di aggregazione, un luogo in cui ci si può ritrovare per leggere i quotidiani e bere un caffè, uno spazio aperto al dibattito e al confronto; un luogo che può essere frequentato anche dall’operaio, dall’impiegato, dal professionista, dal parrucchiere, dall’operatore del call-center. Quando smetteremo di pensare che le biblioteca non è solo una sala studio per ragazzi “sottoesame”? Che non è un luogo di passaggio per ritirare materiale multimediale e libri presi in prestito e scappar via?

Tra una riflessione e l’altra, prendo in prestito il libro scelto dal gruppo di lettura di Rocca Priora (due minuti prima che la biblioteca vicino l'ufficio chiuda) e inauguro la stagione della mia partecipazione a distanza.