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lunedì 4 aprile 2016

Trieste. Istantanee

Si stropiccia gli occhi, scende dal treno con la testa pesante e il mal d’ossa di chi è febbricitante: «Che città accogliente!»
Lui la guarda esterrefatto: «Ma se siamo appena arrivati!» Lei tira dritto con il sorriso di chi sa che Trieste le piacerà. Ha solo bisogno di un’aspirina e di una lunga dormita per togliersi quel torpore di dosso.
 
Trieste - Piazza Unità d'Italia
Camminano svogliatamente lungo Riva Tre Novembre. Lei avrebbe voluto prendere una via interna per raggiungere Piazza Unità d’Italia ma lui si è ostinato a voler costeggiare il mare. Lei non ha ancora guardato la pianta della città, non se l’aspetta una piazza così aperta, affacciata sul mare. Quando se la ritrova sulla sinistra mormora un Ohmmioddio! Arriva davanti alla Fontana dei Quattro continenti (all’epoca l’Oceania era ancora più remota di oggi), torna indietro e guarda il palazzo del Municipio da lontano. Ci ritornerà di sera, con i faretti azzurri accesi che fanno ondeggiare la piazza fino al mare. Lui sostiene che Piazza San Marco sia imbattibile, lei pensa che Piazza dell’Unità dia un senso di libertà insolito per una piazza cittadina. Avrebbero dovuto continuare a chiamarla Piazza Grande.    
 
Trieste - Castello di Miramare
Sull’autobus n. 6 che dal centro li porta al Castello di Miramare ascolta i consigli che una donnina dà ad un altro visitatore. «Può scendere tra un paio di fermate e camminare lungo la pineta per una decina di minuti. Si ritroverà direttamente davanti al castello». La signora accanto dissente: «Dia retta a me. Le conviene arrivare a Grignano, che poi è il capolinea. Prende la scaletta che attraversa il parco del castello e si ritrova in cima in un attimo. Semmai, al ritorno, può fare un tratto di pineta». Una delle due signore scende, ponendo fine alla gara tra quale sia il miglior suggerimento da seguire per raggiungere il castello. Intanto la coppia ha deciso che scenderà a Grignano, dove berrà un caffè prima di entrare nell’Ottocento.

Guarda tutto quel blu, quello sperone a dirupo sul mare e pensa che l’arciduca Massimiliano d’Asburgo non era un genio. Chiunque avrebbe sognato di poter costruire un castello in un luogo simile. E l’avrebbe voluto esattamente così: bianco, sobrio, di dimensioni medie, circondato dal parco. Immagina una bella libreria (perché in un posto simile non può che venir voglia di leggere e meditare) e una serie di acquerelli. Non resterà delusa. Mentre percorre gli appartamenti privati di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio ricorda le parole di Mauro Covacich:

La guida glissa sulla sfortuna dei castellani: lui che va incontro alle pallottole messicane senza aver quasi fatto a tempo a godesi le dorature e i divani di casa; lei che resta vedova e diventa pazza di noia e dolore (soprattutto noia). Non dice la guida della follia di Carlotta, né tantomeno della voce corrente secondo la quale spacciare Carlotta per pazza fosse di fatto un modo escogitato dalla corte per nascondere il più diplomaticamente possibile le sue simpatie comuniste.
Si siedono al Caffè San Marco, tra libri e pezzi di conversazione sospesi nell’aria. Qualcuno ha il Mac aperto, qualcuno sfoglia quotidiani che alle 18 raccontano notizie già scadute. È un’alternanza di spritz e tutte le varianti del caffè: nero, cappuccino, al vetro, lungo. Lei guarda il vecchio bancone di legno scuro, gli specchi che la circondano, i lampadari che sanno d’inizio Novecento. Lui ha finalmente il volto disteso. Sorride sorseggiando il caffè e si capisce che la scrivania dell’ufficio è ormai un ricordo distante.  Poi iniziano a girare tra i libri.

Si siedono su una panchina in Piazza Venezia, vicino al Museo Revoltella. Lei avrebbe voluto visitarlo ma a Pasqua è chiuso. Hanno fatto una bella passeggiata, salutando le ombre di Joyce, Svevo e Saba. Hanno deciso che chiuderanno la giornata con una cena a base di pesce e vinello bianco. Ora però vogliono continuare ad ascoltare  un triestino che racconta la sua Trieste. Lei legge a voce alta, lui le poggia la testa sulla spalla e socchiude gli occhi.
A Trieste si fa il bagno in centro città e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina «andar al bagno» per intendere «andare al mare» (e non «andare alla toilette»), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.


C’è un cielo grigio, quello di chi fa ritorno a casa; un vento leggero, qualche barchetta in lontananza. Inizia a piovigginare; qualcuno sul Molo Audace apre l’ombrello. Loro si limitano a tirar su il cappuccio. Lei quasi quasi avrebbe voluto incontrare la bora, così, per capire cos’era.
Difficilmente sentirete qualcuno lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica sulla salubrità della bora. L’idea che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che sia la voce e il respiro possente della città.
In treno lei pensa che un giorno dovrà farsi coraggio e spingersi fino alla Risiera di San Sabba, e con quel po’ di coraggio che le sarà rimasto, toccare anche Basovizza, perché uno non può guardare solo le cose belle dimenticando le nefandezze di non troppo tempo fa. Pensa anche che vuole girare per il Carso e arrampicarsi nel silenzio delle Alpi friulane. 
Mentre il treno si allontana veloce, lei pensa che questa terra sia un po’ magica. 

La viaggiatrice è stata accompagnata dal bel #viaggialibro di Mauro Covacich, Trieste sottosopra, editori Laterza, collana Contromano.