mercoledì 24 maggio 2017

L’ombra dell’ombra e Paco Ignacio Taibo II

Paco Ignacio Taibo II con sua moglie, Palomar - aperitivo romano
Antefatto. Salone del libro di Torino 2016: non so chi sia Paco Ignacio Taibo II ma mi fermo ad ascoltare questo signore dalla faccia simpatica che dialoga con De Cataldo, ammaliando il pubblico. Dovrebbe essere la presentazione di A quattro mani, romanzo appena ripubblicato in Italia da La nuova frontiera ma è una sorta di commedia teatrale. Lo scrittore parla a ruota libera di poliziotti, Messico, politica e America latina. De Cataldo ci prova, ma non ce la fa proprio a stargli dietro.
Della trama del libro non colsi molto, mi folgorò il personaggio Paco, il mix di ironia e umorismo, la capacità di raccontare cose serie senza farle apparir tali. Non acquistai il romanzo, ma curiosai nella sua vita e nella ricca produzione letteraria, e qualche mese dopo regalai al coniuge la monumentale biografia del Che (Senza perdere la tenerezza, Il saggiatore). Era scoccata la scintilla ma non era ancora amore.


Pre-Salone del libro di Torino 2017. Don Paco, che non perde occasione di tornar in Italia con la gentile consorte, si lancia nell’Ombra tour, ed io vengo invitata da Laura Ganzetti per un aperitivo romano con Paco Ignacio e pochi intimi, organizzato da La nuova frontiera.

Recupero dalla biblioteca di Rocca Priora questa copia del 1996, pubblicata da Marco Tropea editore. Sarà davvero necessario ripubblicare, a distanza di 20 anni, un libro introvabile da tempo?
Le prime pagine dell’Ombra nell’ombra (titolo della precedente edizione) scorrono con una certa lentezza, non riesco ad entrare nell’atmosfera di Città del Messico del 1922. Mi siedo al tavolo del domino con quattro tipi improbabili: un avvocato di prostitute (che nasconde dentro di sé un paio di demoni del passato), un sindacalista cinese (che non parla una parola di cinese ma non riesce a pronunciare la r), un giornalista (che considera la cronaca nera la vera letteratura della vita) e un poeta (che per mangiare scrive slogan pubblicitari di prodotti farmaceutici).
Affumicata dalle sigarette e offuscata dal rum, capisco sempre meno quale sia il nesso tra i quattro giocatori e gli inquietanti omicidi a cui involontariamente si trovano ad assistere. Il domino si intreccia con morti violente, la rivolta di Pancho Villa, lo sciopero degli operai, un golpe militare, il petrolio messicano e scene rocambolesche. La finzione letteraria si confonde con la storia e mi sorge il sospetto che nell’Ombra dell’ombra d’inventato ci sia ben poco e che la realtà possa superare la fantasia.
Impreparata sulla storia del Messico e sulla rivoluzione messicana, comincio a googlare ogni nome che compare nel romanzo e viene fuori che qualche personaggio minore è esistito davvero. Bastano 4 accorate righe per farti capire che la biondina minuta che attraversa la strada saltando le pozzanghere, Elena Torres, non è né un personaggio inventato né inoffensivo. Taibo II ruba dalla storia, ma non ama mitizzare i personaggi; cerca gli uomini e le donne che si celano dietro i personaggi, ne svela fragilità, ombre, ossessioni. Emergono ritratti fatti con matite e carboncino, simili alla bella copertina scelta per questa nuova edizione del romanzo.
Don Paco lo dice chiaramente: la letteratura non deve mettere ordine nella vita ma diffondere il caos. Ed è quello che succede in questo finto thriller, avvincente ma non lettura da metropolitana. Non si arriva all’ultima pagina per scoprire chi sia il mandante degli omicidi ma per completare il puzzle del Messico degli anni Venti.
Quindi, era necessario ripubblicare in Italia un libro introvabile da tempo? Sì, lo era. È necessario continuare ad invitare in Italia un personaggio rivoluzionario che non riesce a parlare di letteratura senza metterci dentro la politica, la lotta, la passione, i diritti dei più deboli? Un uomo, spagnolo d’origine e (nella mia testa) messicano solo d’adozione, che alla domanda “Ha mai pensato di lasciare il Messico?”, a momenti mi scaraventa contro il bicchiere di gazzosa (sì, gazzosa).
“NUNCA, NEVER, MAI”. Ho smesso di essere spagnolo da anni. Sono messicano, non lascerei mai il mio Paese. Un uomo energico che, se solo parlasse vietnamita, starebbe già scrivendo la biografia di Ho Chi Minh (uno dei pochi personaggio che merita davvero una biografia). Un uomo in cui vita e letteratura coincidono (Non capisco quelli che ti chiedono quale libro porteresti su un’isola deserta. Io non andrei su un’isola deserta se non ci fosse almeno una biblioteca). Quindi, è necessario continuare ad andare ai Saloni, agli incontri in libreria, agli aperitivi con Paco? No, certo, si può vivere senza. Ma si perderebbe l’occasione di ricevere una sferzata d’energia, di conoscere un altro pezzo di mondo, d’incontrare una coppia (perché credo che Paco, senza la sua compagna, Palomar, sarebbe un uomo monco, con la metà dell’energia che possiede oggi) che si sta spendendo moltissimo nel progetto della Brigada para leer en libertad, iniziativa volta alla diffusione dell’informazione dal basso, impegnata nel portare libri nelle zone periferiche in cui non ci sono né librerie né biblioteche.
E vabbè, a questo punto è evidente che la scintilla scoppiata lo scorso anno è diventata quasi amore. 


Paco Ignacio Taibo II, L’ombra dell’ombra (Sombra de la sombra), trad. Maria Pia Ferrari, La nuova Frontiera, Roma, 2017

Nel post mancano i link al sito della casa editrice poiché attualmente in fase di restyling. A breve, troverete tutte le informazioni qui.

domenica 14 maggio 2017

Il buonumore in una cassetta di libri

Io che pensavo d’esser una veterana del trasloco, sono stata stroncata dall’ultima fatica. Mi è sembrato girasse tutto storto a partire dal periodo scelto (scelta obbligata, di volontario c’era poco), dal numero di scatoloni accantonati, dalle nottate in bianco e gli imprevisti che sembravano non aver fine. 
Poi siamo approdati a casa nuova, scatoloni ancora da spacchettare, neanche il tempo di trovare la strada più veloce per arrivare in ufficio e ho un incidente a pochi metri dalla nuova dimora. Succede. Non è un cattivo presagio, solo un errore umano. 
Poi sono iniziate le liti furibonde tra i miei nuovi condomini. Bisogna aggiungerti al gruppo whatsapp, è fondamentale per le comunicazioni di servizio. Abituata ai precedenti condomini, età media 82 anni, mi son detta ‘an vedi che forti! Niente perdite di tempo per le questioni condominiali. Due messaggini e via. Salvo scoprire il giorno successivo d’esser finita in un covo di maniaci di whatsapp. 80 messaggi inutili a volta; obiettivo principale seminare zizzania e aizzare una vicina contro l’altra. Obiettivo centrato tre volte su tre. 
Logisticamente casa nuova si è rivelata la scelta perfetta; piccina e silenziosa (tutti troppo impegnati sui social per far baccano nella vita reale). Il contesto, però, mi ha destabilizzato. Nessun runner che mi saluti quando vado a correre, ciclisti imbronciati, nessuno sguardo amico, negozianti gelidi; una costante sensazione di disagio. 
Finalmente la svolta. L’altra sera ci fermiamo in una sorta di paninoteca e qualcuno ci sorride. Ambiente piccolo e accogliente, persone simpatiche e una bella cassetta di libri con una locandina che pubblicizza il giralibro
Il classico bookcrossing, organizzato all’interno del territorio comunale da un’associazione culturale che ha sparso cassette di libri tra diverse attività commerciali, dal macellaio al negozio di scarpe, con lo scopo di avvicinare le persone alla lettura, in modo semplice ed efficace. Il caso ha voluto che gli ideatori del progetto fossero seduti al tavolo accanto al nostro e, dopo tre mesi dal cambio di residenza, per la prima volta abbiamo iniziato a chiacchierare allegramente con qualcuno dei nostri nuovi concittadini.

Dal sito illibraio.it 

Sono andata via con un Imre Kertész e il ritrovato buonumore. Qualcosa inizia a girare per il verso giusto. Vorresti dire che è bastata una cassetta di libri e altri due matti come te per farti sentire improvvisamente a casa? 
Il coniuge mi guarda perplesso, ma io sono di nuova fiduciosa verso il genere umano. Mi sento bene.
Il benessere può nascondersi anche in una cassetta di libri in un luogo che non ti aspetti; può nascondersi nell’idea di prendere un libro in una paninoteca e depositarne due in un bar fino a ieri sconosciuto; raccogliere un sorriso, fare quattro chiacchiere e andare a lavoro senza sbuffare.

  

sabato 6 maggio 2017

Grazia Cherchi e la passione per la letteratura

C’è stato un momento della mia vita in cui ho iniziato a spender soldi per mini corsi di editoria. In genere si svolgono nel weekend, spesso sono un modo per alimentare le magre casse delle piccole case editrici e delle agenzie letterarie, nonché le illusioni di neo laureati disoccupati. Non ho una formazione umanistica, ho scoperto il mondo del libro e dell’editoria relativamente tardi (quando già avevo trovato un modo per pagare l’affitto), epperò mi ero fissata sul mestiere dell’editor. Tutta colpa di Grazia Cherchi e dei suoi articoli racchiusi in Scompartimento per lettori e taciturni, pubblicato da Feltrinelli nel lontano 1997, scomparso dagli scaffali per anni, e ora felicemente ripubblicato da minimum fax.
Io mi ci imbattei per caso in biblioteca. Non avevo la più pallida idea di chi fosse Grazia Cherchi, né sapevo cosa facesse un editor: mi incuriosì il titolo. Non era un libro di viaggi, anzi, la annoiavano i diari e i racconti di viaggio. Però, come tutti i lettori avvezzi all’uso dei mezzi pubblici, Grazia Cherchi sognava treni in cui avrebbe permesso una sola domanda a spezzare il silenzio: Scusi lei, cosa sta leggendo? Poi, nulla.

Grazia Cherchi con Bellocchio e Fofi. Foto di Vincenzo Cottinelli
Grazia Cherchi è stata l’Editor. Lettrice formidabile, disciplinata, caparbia, affrancata da ogni vincolo con le case editrici per sentirsi libera di stroncare o applaudire, nemica del mercato dei premi e delle classifiche.

Personalmente, fare l’editing è il lavoro che preferisco in campo editoriale. Al punto che, qualche anno fa, mi capitò di chiedere consiglio al grande Erich Linder: cosa sarebbe successo se mi fossi dedicata solo all’editing? “Non avrebbe di che campare”, mi rispose Linder, ricordandomi che da noi, a differenza che nei paesi anglosassoni, l’editing non è una prassi ma un’eccezione. In pochi anni la situazione è visibilmente peggiorata, dato il progressivo disamoramento per i libri da parte di chi li fa e il sempre minor numero di persone che vi si dedicano con diligenza e passione.
(Grazia Cherchi, 1987, Panorama)

Ho frequentato qualche corso editoriale vagheggiando d’incontrare una Grazia Cherchi dei nostri giorni. Ma se fosse stata ancora in vita, temo li avrebbe ritenuti una perdita di tempo. Ci avrebbe spediti tutti a casa a leggere, evitando il best seller del momento.

Non faccio il negro, cioè, non riscrivo, ma mi dedico a un libro solo se mi piace e posso rispettarne l’impianto stilistico e narrativo, e cioè se ritengo che dietro vi sia uno scrittore. È un lavoro che mi ha sempre appassionato.
(intervistata da Mirella Serri, Ttl de La Stampa, 19 febbraio 1994)


Leggeva in media sette-otto libri a settimana; amava la narrativa, le biografie e la saggistica, che considerava un settore della narrativa; riceveva centinaia di libri in omaggio dalle case editrici e, dopo averli letti, li selezionava, distribuendoli agli amici, in base a gusti e personalità di ciascuno, senza scrivere dediche.
Se fosse stata viva oggi, avrebbe avuto ottant’anni e, credo, avrebbe continuato a lavorare e leggere instancabilmente.

Qui il tempo è orribile, il che mi permette di non fare mai vita da spiaggia (che detesto), e di leggere un libro al giorno (oh profetica anima mia: mi sono portata con me una valigia di libri), per il resto: giornate bianche. Ho letto un romanzo che le consiglio caldamente (se riesce a mollare un po’ i protestanti): Mia madre Lizzie di E. Dahlberg (Einaudi).
(A proposito di libri, scrive:«…la lettura di molti libri è tanto faticosa quanto il lavoro di scriverli, e non è detto che né una cosa né l’altra ci facciano meno noiosi nei confronti del prossimo»). Cerchi di vincere la sua ligure parsimoniosità e lo acquisti.
Grazia Cherchi, lettera a Giovanni Giudici, agosto 1966

In rete si trova un approfondimento curato da Oblique sulla figura di Grazia Cherchi qui.
Sull’Indice on line, invece, c’è un bel ritratto dell’intellettuale armata di sigaretta, matita e carta.

E poi c’è il piccolo libro di Michela Monferrini, pubblicato da ali&no nella collana le farfalle.

venerdì 28 aprile 2017

Non di sole rose è lastricata la strada del maggio dei libri


Uh che bello!, anche quest’anno torna Il maggio dei libri. Come non sapete cos’è? Sul sito istituzionale troverete tantissime informazioni a partire dal perché i libri sboccerebbero a maggio: Perché se in questo mese la natura si risveglia, lo stesso capita alla voglia di leggere. Il Maggio dei Libri è la campagna nazionale nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore sociale della lettura nella crescita personale, culturale e civile. Inizia a progettare un’occasione di promozione della lettura che si svolga tra il 23 aprile e il 31 maggio. 
A questo punto potete dare uno sguardo alla cartina e ai numeri degli eventi sparsi per l’Italia. Ad oggi, sono stati inseriti 45 eventi nel Lazio a fronte dei 139 della Lombardia, 103 dell’Emilia, 113 del Veneto. Magari dipenderà solo dal fatto che noi del Centro Italia siamo più lenti del produttivo Nord, o forse dal fatto che siamo più solitari: perché mai dovremmo condividere con altri l’innamoramento con il libro del giorno?  O magari siamo più liberali: leggere ci fa star bene, qualcuno dice che crei addirittura dipendenza, ma non sarà mica così per tutti? Perché dover coinvolgere chi di leggere non ne ha punta voglia?
La scarsa vivacità delle regioni del Centro-Sud potrebbe poi dipendere da una quasi trascurabile motivazione: la difficoltà nell’organizzare gli incontri. Ma va!, direte voi, con tutti gli enti e i partner che patrocinano/promuovono il progetto, che difficoltà mai dovrebbero esserci? Partiamo dal presupposto che, solo per il fatto di leggermi, siete persone poco attendibili: state sprecando il vostro tempo con una che parla spesso di libri. Fosse per voi, biblioteche e librerie sarebbero affollate e nessuno mai si sarebbe preso la briga di organizzare un intero mese di promozione della lettura. Come ho ripetuto più volte su questo blog, ho spesso avuto la sfortuna di abitare in luoghi privi di librerie e biblioteche. Magari la biblioteca c’era ma era così inaccessibile da renderla inesistente. Orari assurdi, strutture precarie, volumi vecchissimi. L’edificio in cui era ospitata la biblioteca del mio paesello natio era in un posto così lontano dal centro e i volumi erano posizionati ad un’altezza tale da scoraggiare la lettura più che incentivarla.
Saranno stati questi traumi d’infanzia ad avermi fatto incaponire sula gestione delle biblioteche nei piccoli centri e nelle tante periferie delle nostre città. Nel paesino in cui ho vissuto fino allo scorso anno, la biblioteca non era troppo diversa da quella della mia infanzia. Tempo fa, dissi alla bibliotecaria che sarebbe stato piacevole organizzare un gruppo di lettura per adulti. Bello, sì, ma la biblioteca resta aperta (quando c’è l’apertura pomeridiana) massimo fino alle 18.00. Il sabato, no, sai, è aperta solo una volta al mese, ci son sempre meno soldi, non so, potrei provare ma non so cosa dirti. E poi forse non verrebbe nessuno. Anche quando proposi un gruppo di lettura agli amici bibliotecari di Ciampino mi dissero ok, proviamoci, vediamo se viene qualcuno. A sorpresa, senza grande impegno nel promuovere il gruppo, dopo un anno siamo ancora lì, sempre più numerosi, sempre con maggior entusiasmo. Ci siamo ancora soprattutto grazie alla disponibilità di un bibliotecario che, una volta al mese, tiene aperta la biblioteca fuori dal normale orario di apertura al pubblico (leggi gratuitamente), altrimenti nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.
Per la fine di maggio stiamo organizzando un momento di condivisione della lettura in un’altra piccola realtà, la biblioteca di Rocca Priora, minuscolo comune nei Castelli romani. Qualsiasi stramberia metteremo su, avverrà grazie all’altra mia amica bibliotecaria, una che ha deciso di sacrificare il suo sabato pomeriggio per aprire la biblioteca (roba da matti, una biblioteca aperta il sabato!, sovversivi come pochi).
Tutto questo per dire che chi nei libri ha trovato un rifugio, ha scoperto nuovi mondi, ha riso, ha pianto, ha colmato lacune o si è sentito sempre più ignorante, accoglierà con gioia Il maggio dei libri. Ma non potrà fare a meno di chiedersi perché quelle stese istituzioni che mettono il loro loghetto nella pagina ufficiale dell’iniziativa, che spendono soldi in pubblicità progresso, non facciano un investimento di lungo periodo, non facciano una scelta politica ben definita volta a promuovere la lettura tutto l’anno. L’iniziativa dei singoli è una bella cosa ma è un’iniziativa privata. Io, invece, mi ostino a sognare un Paese che investa in strutture e servizi pubblici (stanziando fondi nella finanziaria non con interventi spot); un Paese in cui si possa andare in biblioteca a leggere il giornale e a prendere in prestito un libro anche di domenica; non perché il bibliotecario ci sta facendo un favore ma perché viene regolarmente retribuito. E pur non vivendo a Bologna o a Rovereto, vorrei poter avere anch’io una biblioteca aperta fino alle 22.00. Sogno bibliotecari che ci sappiano suggerire cosa leggere, che organizzino eventi, che siano persone felici di svolgere il lavoro che fanno, non persone frustrate perché sottovalutate e sottopagate.
Evidentemente tutti questi libri mi hanno fatto venire strane idee. È un rischio che si corre.

E da voi cosa succede? Cosa sboccia nelle vostre biblioteche?

domenica 23 aprile 2017

L’anno della morte di Ricardo Reis, José Saramago

Questa volta ho temuto che i miei prodi seguaci abbandonassero la nave. Non una ribellione come quella dei marinai dell’Alfonso de Albuquerque, sia chiaro, neanche la bandiera bianca del Dão, cacciatorpediniere che mai sarebbe stato in grado di gestire una rivolta. Però mentre mi incamminavo con Ricardo Reis verso l’albergo Bragança, quello che affaccia sul Tago, per intenderci, ho pensato che avrei dovuto scegliere un altro libro di Saramago per il gruppo di lettura. In fondo, quando lo lessi la prima volta non mi innamorai dello scrittore portoghese ma di Lisbona e del tipo che mi aveva suggerito il libro. Ma a vent’anni l’amore va e viene. Quello per Lisbona è rimasto, ovvio; però il dubbio è legittimo: forse avrei dovuto optare per il celebre Cecità o per il folgorante incipit delle Intermittenze della morte.
Intanto a Lisbona piove incessantemente, il parapioggia non para un bel niente, Ricardo è tornato da Rio de Janeiro dopo 16 lunghi anni, con dentro il sonno dell’anima. Forse ricomincerà ad esercitare la professione di medico a Lisbona, forse vuole solo guardarsi intorno per capire che direzione prenderà l’Europa del 1936, forse si limiterà ad una visita al cimitero dos Prazeros, dove riposa il poeta Fernando Pessoa, colto da morte inattesa. Lo dicono anche i giornali, è venuto a mancare lo straordinario poeta di Mensagem; nella poesia non era solo lui, Fernando Pessoa, lui era anche Álvaro de Campos e Alberto Caeiro e Ricardo Reis. La stampa continua a commettere errori, il dottor Ricardo Reis è lì che si aggira nel Bairro Alto, tutto sembra fuorché morto. Silenzioso, questo sì. Pensa, pensa, osserva la sua città, gente con scialli, fazzoletti e cenci rammendati che si dirigono verso la sede del giornale O Século, dove distribuiscono le elemosine. Legge i giornali, cammina e ragiona sull’essere e sull’esistere, su ciò che è e ciò che viene raccontato.

È sul giornale, l’ho letto io, Non è di lei, dottore, che io dubito, quello che dice mio fratello è che non sempre si deve credere a ciò che scrivono i giornali, Non posso certo andare in Spagna a vedere cosa succede, devo credere che quello che mi dicono sia vero, un giornale non può mentire, sarebbe il più gran peccato del mondo, Lei è una persona istruita, io sono quasi un’analfabeta, ma una cosa l’ho imparata, ed è che le verità sono tante e sono le une contro le altre, finché non lotteranno non si saprà dov’è la menzogna.

È strano il dottor Reis, i pensieri si mescolano, i discorsi si intrecciano, alle virgole seguono lettere maiuscole, i punti scompaiono; se ti distrai un attimo, perdi il filo del ragionamento; l’io diventa noi, tu, lei, Lisbona. Ed è stato in un momento di distrazione che ho pensato ai miei poveri amici lettori.
Qualcuno, per questa mia scelta azzardata, forse non tornerà alle pagine di Saramago. Ed è un peccato. Qualcun altro, invece, se n’è invaghito, come accadde a me anni fa. Forse partirà per Lisbona, si fermerà sull’Alto de Santa Catarina, guarderà Adamastor pietrificato, con un urlo in gola, e fisserà il mare che finisce dove la terra comincia. 

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis
trad. Rita Desiati, Feltrinelli Editore



venerdì 14 aprile 2017

Gilgi, una di noi. Irmgard Keun

Gilgi, cara,
come diamine t’è venuto in mente di sparire da un giorno all’altro da Colonia? Una ragazza come te, metodica, disciplinata, flessioni tutte le mattine, doccia fredda, una tazza di caffè, un panino con un velo di burro e via al lavoro. Una come te, una di noi, così, su due piedi, prendere un treno per Berlino! Perché Gilgi? Andartene, posso capirlo, ma non in questo modo.

Qualche giorno fa, ero sul lungo Reno a rimuginare sulle sventure dell’ultimo periodo e a ripetermi che ho bisogno di gente allegra, tutto questo pessimismo non mi porterà da nessuna parte; devo incontrare Gilgi, parlare con lei mi aiuterà. Alzo lo sguardo e intravedo tua mamma, stanca come tutte le volte che arrivano i cari parenti. Quell’oca di tua cugina è insieme alla figlia dei Becker, quella fidanzata con una Mercedes-Benz, e pontifica sulla grandezza del duomo di Colonia. Sempre più acuta la ragazza. 
Per farla breve, chiedo tue notizie alla signora Kron. Impacciata, sguardo basso: «Ah signorina, mia figlia non vive più con noi. Come, non lo sapeva? Tutti i nostri sacrifici, tutto il nostro amore. Temo abbia fatto qualcosa di sconveniente. Non riesco a capacitarmene. Se la incontra, le dice di passare a salutarci? Convincerò mio marito a non fare la voce grossa.»
In ufficio dicono che non troveranno più una stenotipista brava come te; il capo ha commesso un errore, è sempre più pallido e pieno di pensieri. Dobbiamo risparmiare, dobbiamo risparmiare. E taglia uno stipendio dopo l’altro. Ma nessuno sa dove tu sia finita.
Non mi resta che bussare alla porta di Pit. Ho ascoltato la solita solfa sul socialismo e su come tutto dovrà cambiare; poi la storia del paragrafo 218 conto l’aborto che dovrebbe esser stato abrogato già da un pezzo e poi…zac! L’ho messo all’angolo. Non è stato facile estorcere il tuo nuovo indirizzo, non c’è stato verso di scucirgli neppure una parola sul perché della tua fuga. È colpa di un uomo? Qualcuno ha stravolto la sistematica organizzazione della tua vita? Improbabile. Però ho capito che stai bene. «Quella maledetta ragazzina ha una volontà di ferro, riuscirà a cavarsela sempre». Se lo dice Pit…
Gilgi, l’aria di Colonia mi sta ingrigendo; davvero, non sopporto più quest’ordine, questa tensione. Ho conosciuto un tipo strambo, uno spiantato senza un marco in tasca, un disorganizzato, uno di quei personaggi con cui tu non usciresti mai. Però è allegro, divertente; Martin ha girato mezzo mondo, è stato perfino in Congo. Gilgi, m’è venuta una smania di fare le valigie e andar via. Voglio guardarmi intorno anch’io; mi fermo qualche giorno a Berlino prima di andare in Francia. Mi ospiti? Ho tante cose da raccontarti.

Aspetto tue.

Trad. Annalisa Pezzola, L’orma editore, 2016

Qui trovate una recensione vera.
Qui il punto di vista degli amici russi.

lunedì 20 marzo 2017

Libri come 2017



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Il bello di Libri come per chi abita nei dintorni di Roma sta nel poter conciliare quasi sempre lavoro e fuori programma del weekend, anche quando ad intralciarti è un condominio ostico, con un paio di eventi letterari all’Auditorium, senza perderti nelle bolge infernali tipiche dei festival. La cosa che infastidisce, invece, è dover pagare una commissione che costa la metà del biglietto per potersi procurare per tempo un posto in sala per gli incontri a pagamento (per un incontro che costa € 3,00, pagare una commissione pari a € 1,50 mi sembra francamente eccessivo).
Ho amato molti libri di Ian McEwan, primo fra tutti Espiazione, e da una conversazione con Marino Sinibaldi intitolata “Come i miei libri” mi aspettavo di più. Avrei voluto sentir parlare della genesi dei suoi libri, del suo rapporto con la scrittura, dei suoi punti di riferimento (se ce ne sono), delle sue manie. Invece tutto si è concentrato sull’ultimo romanzo, Nel guscio, che non ho letto (e forse non leggerò) ma di cui ricorderò sempre la mano vibrante di Fabrizio Gifuni mentre sul palco dà voce ai pensieri del feto, protagonista del romanzo. Perché il feto agiti tanto la mano resterà per sempre un mistero, ma a Gifuni perdono quasi tutto.
A parte McEwan, ho saltato tutti gli eventi più attesi; non per snobismo ma per impossibilità ad andare o perché i biglietti erano già esauriti. Però non è stato un male: alla fine, gli spunti di lettura più interessanti sono arrivati da autori a me fino a ieri sconosciuti e a felici coincidenze.
Ho scoperto la pacatezza e il sottile senso dell’umorismo di Hisham Matar, scrittore libico che ha conversato con la bravissima Benedetta Tobagi sulla scomparsa della figura paterna, sul suo paese, sul rapporto tra potere e politica. Hisham Matar è figlio di un oppositore politico, rapito dai servizi segreti nel '90 e ucciso da Gheddafi; parla un inglese limpidissimo, ha una voce rassicurante. Stralci della conversazione di ieri pomeriggio potete leggerli qui. Ed io, neanche a dirlo, acquisterò il libro.
Tra gli autori del recente passato che non si sono mai fatti limitare da confini e barriere mentali, ho preso appunti ascoltando Sandra Petrignani e Mario Fortunato, traduttore di Lunedì o martedì, tutti i racconti di Virginia Woolf, edito da Bompiani. Ecco, io la sfida lanciatami da Fortunato vorrei coglierla ma non so se sia il momento giusto. Perché Fortunato sostiene che i racconti della Woolf siano per lettori dallo stomaco forte, quelli che non hanno paura di scoprire cose di sé che potrebbero farli vacillare. Ed io già vacillo troppo.
Ho bevuto tanti caffè e ascoltato dibattiti poco letterari e molto vicini alla matematica e alla didattica (qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Emma Castelnuovo?), di geopolitica (visto che le frontiere sono tornate parecchio di moda), e di attualità politica. Perché la lettura non può essere solo motivo di evasione e io dovrei smetterla di leggere esclusivamente romanzi e dedicare un po’ di spazio in più alla saggistica e alla non fiction.  


I miei spunti di lettura da Libri come 2017:
- Manlio Graziano, Frontiere, il Mulino, collana Voci, 2017.
- Carla Degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo, L’asino d’oro, collana Profilo di donna, anno di pubblicazione 2016.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì – Tutti i racconti, trad. Mario Fortunato, Bompiani, 2017.
- Hisham Matar, Il ritorno, trad. Anna Nadotti, Einaudi, 2017.