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domenica 30 agosto 2020

Gran Sasso: Monte Camicia, Tremoggia, Siella, Brancastello.

 


Non di soli sassi è fatto il Gran Sasso ed io volevo sentieri con un po’ di vegetazione. Così, l’ottimo coniuge ha proposto un’escursione sul Monte Camicia, con l’aggiunta del Tremoggia (ancora non è chiaro se richieda una g o due) e del Siella. Se siamo fortunati, da quanto leggo, avvistiamo anche qualche camoscio, afferma.



Il percorso non sembra arduo: meglio partire presto, in modo da non incontrare troppa confusione. Nessun rischio: pochi silenziosi camminatori. La salita è graduale; di tanto in tanto, qualche nuvola rende meno azzurro il cielo. Ma poi la nube scompare e torna il blu. Ad un certo punto li vediamo: eccoli i camosci. Distanti ma son proprio lì, a scrutarci dall’alto.



Raggiungiamo i 2.564 metri del Monte Camicia senza fretta. E senza fretta, ci godiamo un panorama magnifico.


Non siamo conoscitori delle vette che ci circondano; ipotizziamo quali siano i monti circostanti e origliamo con discrezione le osservazioni di chi sembra saperne di più. Mistero fitto sul laghetto che si vede abbastanza nitidamente sotto di noi.

Quello là è il lago di Campotosto?, chiede una signora ad un escursionista che sta declamando l’elenco delle cime. Ma no! Non si vede da qui! Sarà il lago di Bomba!

Impossibile, risponde lei con una risata. Se fosse il lago di Bomba, io abiterei qui sotto…

Con il mistero del lago sconosciuto, ci dirigiamo verso il Tremoggia. E incontriamo anche loro. Meno appariscenti di quelle alpine, piccine ma sempre belle.


Intanto, gli scarponcini mi stanno distruggendo le caviglie. Un dolore che diventerà sempre più intenso nel corso della discesa. Così, il tratto che unisce il Tremoggia al Siella e il successivo sentiero erboso, tutto in discesa, verso l’auto, me lo godo pochino.


La sera, con i lividi alle caviglie, programmiamo la nostra ultima escursione della settimana. Impossibile indossare gli scarponi da trekking; fortunatamente ho un paio di scarpe per la corsa in montagna, però non me la sento di affrontare sentieri rocciosi. Andiamo a vedere la mia pizza!, propongo.

Il povero coniuge alza gli occhi al cielo. Guarda il percorso, legge un paio di cose e sentenzia: sì, si può fare. Le tue scarpe andranno benissimo.

Qualche sera prima, eravamo andati a mangiare una pizza qui, nella via centrale di Castel del Monte (ottimo rapporto qualità – prezzo; locale sempre pieno). Le pizze hanno quasi tutte il nome dei monti del Gran Sasso. Avevo gustato una buona pizza Brancastello e mi era rimasta la curiosità di vedere quel monte.

 


Credo sia stata l’escursione più rilassante della settimana. Un sentiero agevole, esposto solo in qualche tratto, il vento forte che spazza via i pensieri negativi. Molto silenzio. Il volto riflessivo del coniuge (la nuvoletta sulla sua testa lascia presagire l’organizzazione lavorativa per l’indaffarato rientro); i miei propositi per gli incerti mesi autunnali. Variabili, come il cielo.

E poi l’azzurro, il verde, i gruppetti di stelle alpine appenniniche, di nuovo i camosci. E, su tutto, la voce del vento.       

 


A settimana conclusa, posso confermare che ad esser stati presi d’assedio nel periodo di Ferragosto, con giornate stupende, sono stati i borghi, il Corno Grande e la piana di Campo Imperatore, lungo la statale che da Castel del Monte conduce a Fonte Vetica. Un’area invasa da camper, tantissimi. E due ristori circondati da tavoli e griglie. Innocui di mattina, coperti da nebbia a banchi, originata dai barbecue e dalle quintalate di arrosticini acquistati e cucinati, da una certa ora in poi. Come avrete intuito dal post precedente, non sono la persona più indicata per discettare su grigliate varie ma, per avere un’idea, vi basterà googlare “Campo Imperatore arrosticini” e dare un’occhiata alle foto in rete.

 



sabato 29 agosto 2020

Parco Nazionale del Gran Sasso. Campo Imperatore, Monte Bolza, Corno Grande.

 



Incuriositi dai dintorni di Castel del Monte, continuiamo a camminare a bassa quota. Il coniuge ha avvistato il Monte Bolza, la cui cima raggiunge appena 1.927 metri. Trascurabile per chi punta verso altre vette. A noi, invece, interessa. 

Lasciamo la chiesa di San Donato, nella parte settentrionale di Castel del Monte e seguiamo le prime e quasi ultime indicazioni che troveremo lungo il sentiero. Il paesaggio è magnifico; forse ci lasciamo distrarre dall’ampiezza degli spazi, da tutte le sfumature di grigio e di marrone che ci circondano, dal silenzio dei pensieri. Fatto sta che ci ritroviamo alle pendici del Monte Bolza senza uno straccio di segnale che ci indichi la via migliore per la vetta. 


Andiamo un po’ ad intuito ma ad un certo punto molliamo l’impresa; ci accoccoliamo su una roccia e ci riempiamo gli occhi di bellezza. 
Una ragione c’è se Fosco Maraini definì Campo Imperatore il Piccolo Tibet d’Italia.

 


La strabiliante app del coniuge, dopo molto girovagare, ci conduce lungo un bel sentiero erboso, miracolosamente segnato, che in un’ora dovrebbe riportarci a Castel del Monte. Festeggiamo la notizia con una pausa frutta. E mentre siam seduti con una pesca e una pera, vediamo spuntare dal nulla un camminatore solitario.

Gioia, tripudio.

Pensavate d’esser soli in questa terra desolata, eh?

Il camminatore solitario vive a Castel del Monte e ci consola confermando che di camminatori lì intorno se ne incontrano pochi e che di indicazioni lungo i sentieri ce ne sono ancora meno. Ci spiega sommariamente la via che avremmo dovuto intraprendere per la cresta del Bolza. Pazienza.


Il camminatore se ne va; noi terminiamo la nostra pausa e… i miei occhi incrociano lo sguardo vigile di due cani da pastore con relativo gregge. Il coniuge tenta un Resta calma!, ma il gregge è sparpagliato e un terzo cane inizia ad abbaiare, ricordando agli altri due di far bene il proprio mestiere.

Non resto calma e mi dirigo in direzione opposta al gregge, tornando indietro. Avrei voluto spiegare alle bestiole da guardia che non mangio carne di pecora, degli arrosticini non tollero neppure l’odore; figurati se gli andavo a toccare una pecorella… Ma alla diplomazia abbiamo preferito una repentina ritirata. Più sicura.

Ormai i miei scarponcini nuovi sono pronti per affrontare qualche dislivello. Certo, non sono morbidi come i precedenti (dieci anni di onorato servizio), ma sembra abbiano superato la prova generale. Sembra.

Andiamo anche a noi ad ammirare dall’alto Campo Imperatore, le altre vette del Gran Sasso e forse, se il cielo è limpido, addirittura il Mar Adriatico. Vediamolo questo panorama dall’alto dei 2.912 metri del Corno Grande.



Partiamo all’alba, come d’abitudine. Amiamo salire con calma, in silenzio, sperando d’arrivare in vetta e di godere di quel panorama che, waooo!, ti fa trattenere il fiato per un po’, ripagandoti del sudore versato. Poi, da quanto abbiamo appreso, la zona di Campo Imperatore in questi giorni è più affollata del solito e la vetta più gettonata è il Corno Grande, indipendentemente dai sentieri percorsi per raggiungerla.


Non soffro di vertigini, ovvio. Se soffrissi di vertigini, non prenderei neppure in considerazione l’idea d’inerpicarmi tra le rocce, su un massiccio in cui di vegetazione, come si intuisce dal nome, ce n’è ben poca. Eppure, almeno una volta l’anno, cammin facendo, c’è sempre quel momento in cui guardare sotto, al lato, davanti, mi getta nel panico. Magari ho appena aggirato con disinvoltura un angolo, stretta stretta alla parete, avendo dall’altra parte il nulla e poi zac!, mi paralizzo. 
Sul Corno Grande è accaduto a pochi metri dalla cima. Davanti a noi c’era una coppia con due cani, che si muovevano serenamente da un masso all’altro (i cani; la coppia seguiva i cani arrancando); c’era poi un’altra giovane coppia con bimbetto cinquenne, avviato da subito alle gioie della montagna (Andrea stai attento e guarda dove mette i piedi papà!). Ogni passo falso del bimbo corrispondeva ad un mio Ohssignor!

Ormai avevo messo da parte i bastoncini e salivo più o meno carponi. Ho guardato l’ennesimo sasso, ho dato uno sguardo dietro, uno di lato e mi sono abbracciata alla mia roccia comunicando al coniuge che no, non ero tanto sicura di poter andar avanti. Sarà durato un paio di minuti. Una ragazza stava scendendo. Dai, che il grosso è fatto. Aveva ragione lei: non potevo mollare sul più bello. Il cuore ha decelerato ed io ho ripreso la salita. Per poco. Perché la vetta era davvero dietro l’angolo.


Sapevamo che non saremmo stati soli, ma l’assembramento a quasi 3000 metri non ce l’aspettavamo. Si stava già alzando la foschia, l’Adriatico non l’avremmo visto ugualmente, ma con tutta quella gente avremmo visto poco. Spettacolare, nonostante la folla.

Però, a ripensarci dalla cucina di casa, a distanza di una decina di giorni, il panorama che più mi ha riempito il cuore è stato quello visto dal Monte Camicia e il sentiero che ci siam gustati di più è stato quello verso il Brancastello. Per dire di come le vette blasonate possano deludere le aspettative. Sempre che sul Corno Grande, davanti ad un panorama simile, sia lecito dire Mi aspettavo di più…


martedì 25 agosto 2020

Abruzzo: Castel del Monte, Calascio e Rocca Calascio.

Saranno almeno dieci anni che, di ritorno da trekking alpini agostani, nella lista dei buoni propositi infiliamo un “weekend in Abruzzo alla volta del Gran Sasso”. Perché, dai!, è impossibile non esserci ancora andati! Su, è dietro l’angolo, basterebbe partire il venerdì sera per godersi una bella escursione. Evidentemente, con la gestione dei weekend non ce la caviamo benissimo. E certi luoghi più sono vicini più se ne rimanda la visita.

Quindi, quale occasione migliore di un anomalo 2020 per esplorare senza fretta un altro pezzetto del vicino Abruzzo? Abbiamo optato per un b&b a Castel del Monte, abbiamo prenotato e poi siamo tornati alle nostre attività. 

Allora? Cosa ti aspetti da questo Abruzzo?, fa il coniuge.

Nessun conto alla rovescia, nessuna trasferta da organizzare, nessuna lettura preparatoria.

Non saprei. È la prima volta che arrivo ad un viaggio così impreparata.

Ma non è un viaggio! Faremo delle escursioni, qualche passeggiata; è la regione con cui confiniamo, la conosciamo già: non è un viaggio, ribadisce perentorio.

Sì, ma andiamo in posti in cui non siamo mai stati, altri monti, altri borghi; luoghi da scoprire. Insomma, un viaggio.

Inizia con un confronto (irrisolto) sulla definizione di viaggio, il viaggio - non viaggio verso il Parco Nazionale del Gran Sasso. Premessa eccellente.


Ho imparato a conoscere Castel del Monte dal blog camminare leggendo.

Ad un certo punto è apparso, lassù, inerpicato ma disteso; un borgo in pietra su un cucuzzolo a 1346 metri di altitudine, più ampio di quanto immaginassi; con le case che sembrano scendere dolcemente sulla costa.


Non è la torre campanaria a catturare la mia attenzione, bensì le gru che sovrastano il centro storico. Il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009 ha lesionato solo parzialmente i borghi in prossimità di Campo Imperatore, ma i cantieri per la ricostruzione post sisma sono tutti lì, e l’immagine di gru e impalcature ha caratterizzato ogni nostra visita nei centri storici della zona.

Mi aspettavo un borgo silenzioso, però siamo in prossimità del Ferragosto e, percorrendo il centralissimo Viale della Vittoria, sembra impensabile la desolazione e lo spopolamento di queste zone dell’Appenino. Mi tornano in mente pochi versi imparati a memoria alle elementari:

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri […]

Gabriele D’Annunzio, I pastori.

 

Questo territorio dell’Appenino è stato tra i più importanti per l’industria della lana e l’allevamento delle pecore. A settembre i pastori castellani riunivano le greggi, iniziando la transumanza che, attraverso il Tratturo Magno, li avrebbe condotti presso il Tavoliere delle Puglie. Il commercio della lana ha trainato l’economia dell’area fino all’Unità d’Italia; poi, sono arrivate l’importazione dei tessuti, le concessioni delle terre da coltivare lungo i tratturi, le guerre, l’emigrazione verso le aree industriali della Francia e del Belgio, lo spopolamento. Oggi, digitando Tratturo Magno su Google, avete buone probabilità d’imbattervi in un progetto dedicato ai camminatori. L’evoluzione della transumanza.


Camminando tra le viuzze di Castel del Monte, mi innamoro degli sporti: archi scavati all’interno della roccia calcarea, che collegano le abitazioni. Una sorta di micro gallerie che sostengono più livelli abitativi; una soluzione praticata per aumentare lo spazio abitabile dei centri in alta quota. La stessa struttura caratterizza anche i borghi di Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.


Nei vicoli del centro storico raccolgo stralci di conversazione.

Da quanto tempo siete arrivati? Resterete anche dopo Ferragosto? Uh, zio, con quella mascherina non t’avevo riconosciuto. State tutti bene?

Passo a salutarvi al Miramonti prima di partire…

Un borgo di seconde case, che furono le prime e uniche case di padri, nonni, avi. Case che tornano a vivere ad agosto, per la celebrazione del patrono, per la notte delle Streghe, il 17 agosto (non quest’anno), per godersi la montagna imbiancata in inverno (non nel 2020, in cui di neve non se n’è vista). Piazzette illuminate dal sole e vicoletti bui.


Si esce da Porta San Rocco e già si sente il brusio del Miramonti, bar principale, luogo di ritrovo di residenti e turisti, con i tavoli esterni occupati a qualsiasi ora. L’emergenza sanitaria ha stroncato i tradizionali eventi del mese di agosto, ma non ha fermato i turisti. Le poche strutture alberghiere e i ristoranti sono pieni. Le mascherine non nascondono volti rilassati e occhi ridenti.

 

I sentieri in questa zona non sono segnati granché bene. Talvolta non sono segnati affatto. Ma il coniuge ha scaricato un’app diabolica che ci permetterà di affrontare qualsiasi percorso senza perderci. Ci permetterà anche di scegliere il tragitto più lungo possibile per raggiungere la meta. Ma cosa vuoi che siano quei 5/6 chilometri in più nel mezzo del niente?

Tra i due, il navigatore è lui; quindi, a me non resta che seguirlo.

Iniziamo con un tour facile: non si scala nulla, si va da Castel del Monte a Calascio, poi si sale sulla Rocca, ci si avvicina a Santo Stefano di Sessanio (senza entrare nel paese), si guadano fiumi d’erba, cardi ormai secchi, piante urticanti di vario tipo e, stremati, dopo più di venti chilometri di cammino, si chiude l’improvvisato circuito ad anello tornando al punto di partenza. La conferma che potesse esserci un percorso alternativo a quello suggerito dall’app è arrivata quando i piedi fumavano, ma ormai era troppo tardi.

Con alle spalle Castel del Monte, lo scenario che si presenta è questo:

Lasciato il bosco e diverse arnie sparse, inizia ad intravedersi in lontananza la Rocca di Calascio. Agli amanti del fantasy non sfuggirà una certa somiglianza con le ambientazioni del film Ladyhawke. Io, che ignoravo il film, giunta al borgo di Calascio, un po’ distante dai ruderi del castello, mi son chiesta perché ci fosse così tanta gente in cerca di parcheggio (affollatissimo), che snobbava il centro ma che era disposta ad inerpicarsi verso la rocca.    


All’ennesima persona che ripeteva adesso arrivano Ladyhawke e il monaco!… ho capito che un luogo così suggestivo doveva essere stato un fantastico set cinematografico (qui una delle scene girate sulla Rocca di Calascio, dimora del monaco Imperius).

 

Lasciata la rocca, nel lungo percorso verso Castel del Monte, non abbiamo incontrato alcun viandante. Nessuno. Forse perché abbiamo seguito rotte anomale, forse a causa del caldo, o forse perché chi viene in queste zone predilige le cime note, osserva l’asprezza del paesaggio dall’alto o dai finestrini delle auto. Eppure, c’è qualcosa di brusco e doloroso camminando a queste altitudini che sfugge quando ci si dirige verso il Corno Grande e i massicci più popolari. Una bellezza selvaggia che neppure le foto riescono a catturare.


Note:

- In questo e nei prossimi post troverete qualche appunto di viaggio (perché, coniuge, per me è stato un viaggio); ma invito chiunque sia interessato a saperne di più su Castel del Monte, sulla sua storia, sulle escursioni in terra d’Abruzzo e non solo, a visitare l’ottimo blog di Gius.ante, Camminare leggendo: una miniera d’informazioni scritte da chi conosce bene questi luoghi.

- Castel del Monte dista una mezz’ora d’auto da Campo Imperatore, punto di partenza per la maggior parte delle escursioni che avevamo deciso di fare. Noi abbiamo soggiornato presso la Residenza storica Le civette, gestita da due mattacchioni, Rino ed Emanuele, non originari di Castel del Monte, che hanno rallegrato la nostra settimana. Se cercate indicazioni utili per la gestione delle escursioni, non potrete fare alcun affidamento sui gestori delle Civette, quanto di più lontano possa esserci dalla montagna. Ma, al ritorno dalle vostre scarpinate, potrete sempre contare su una birra, un bicchiere di vino e una buona cena, preparata direttamente da Emanuele. E a qualsiasi ora partiate, zaino in spalla, troverete depositato un vassoio con una ricca colazione davanti alla porta della vostra stanza. Non male come buongiorno.

- Tutte le foto sono state gentilmente concesse dal coniuge. 



mercoledì 6 giugno 2018

Il ritorno dello scarponcino. Monte Amaro di Opi

Val Fondillo - Foto gentilmente concesse dal coniuge

Domenica scorsa abbiamo ufficialmente inaugurato la stagione dello scarponcino, edizione 2018. Dopo appena tre anni, siamo finalmente riusciti a raggiungere il Monte Amaro da Val Fondillo (Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). Niente di particolarmente impegnativo, ma fino ad oggi non eravamo mai stati in grado di conciliare i nostri tempi con quelli dei camosci, tipetti riservati che gradirebbero amoreggiare lontano dagli sguardi degli escursionisti. Sicché, negli scorsi anni, un avviso di regolamentazione del flusso turistico aveva puntualmente ostacolato la nostra salita lungo il sentiero F1, facendoci ripiegare (si fa per dire, perché tutta la zona è meravigliosa) verso altre mete.
Ma questa volta abbiamo giocato d’anticipo, e gli 800 metri di dislivello in una giornata dal cielo terso ci hanno regalato uno sguardo dall’alto sul Lago di Barrea e sui paesetti della verdeggiante Val Fondillo.

Cima del Monte Amaro di Opi
Questi 1862 metri si raggiungono in 2 ore e mezza da Val Fondillo, camminando tra faggi, ginepri e alberi dai fiori gialli (evito di fare figuracce menzionando a sproposito termini botanici). Un sentiero alla portata di tutti. Pure di un gruppo di camminatori rumorosi che ha confuso la montagna con la goliardica partita a calcetto tra amici del venerdì sera. Non sono le Dolomiti, ma dovremmo ricordarci sempre che anche le piccole cime appenniniche del centro Italia meritano rispetto.
Il silenzio ci permette di ascoltare i nostri pensieri, aiuta a ritrovarci e non infastidisce i camosci del parco…

Camosci in posa. 


giovedì 30 luglio 2015

Amatrice e Monti della Laga

Nel giorno in cui veniva divulgata la notizia dell’ingresso a pieni voti di Amatrice nel club dei borghi più belli d’Italia, la Talpa, ignara del riconoscimento, si aggirava tra le viuzze di quel luogo, decantandone la bellezza. “Ma pensa quanti bei posti ancora inesplorati potremmo visitare a due passi da casa…”, diceva sognante con il naso all'insù. Il coniuge, uomo con i piedi per terra, rispondeva: “A due passi non direi. Abbiamo fatto qualche chilometro per arrivare fin qui…”
Lago di Campotosto dall'alto
Quel weekend la Talpa avrebbe voluto partecipare ad una gara podistica, ma un leggero risentimento muscolare l’aveva fatta desistere. Però, rimandare la gita nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga (che il correttore di word si ostina a ribattezzare “della Lega”…) in un’estate afosa le sembrava un peccato. Ha capito di aver fatto la scelta giusta quando venerdì sera ha visto precipitare la temperatura dai 37°C romani ai 17°C del reatino al confine con l’Abruzzo. Praticamente inverno. L’emozione di andare a cena, indossando un maglioncino di cotone.
Arrivando in auto, la Talpa era rimasta colpita dal numero di frazioni in cui è suddiviso il borgo. Ben quarantanove. Aveva casualmente scelto una dimora temporanea nella frazione di Retrosi. Un borgo nel borgo. Abitato più da visitatori che da residenti, immerso nella pace; verde intorno, verde ai lati. Qualche scellerato che osava disturbare la quiete guardando la televisione. Una fontanella al centro del borgo, tanti appartamenti ristrutturati senza snaturare la struttura originaria degli edifici, pronti per ospitare il viandante. Un modo intelligente di ridare vita ad un luogo abbandonato.
Nessun rischio di soffrire la fame: nel centro di Amatrice, eccezion fatta per un piccolo supermercato di una nota catena nazionale, si trovano bar, trattorie, alimentari, macellerie, fiorai, tutto a conduzione familiare. Nessuna fretta, persone che chiacchierano in piazzetta, profumo di cibo e caffè. L’affabilità verso lo straniero non è di queste parti. Pochi sorrisi, atteggiamenti scostanti, niente che ti spinga a tornare proprio in quel locale. Modi bruschi e sbrigativi. Sarà una questione caratteriale.

Il risentimento muscolare della Talpa non era così grave da lasciar a casa gli scarponi.
Con tanto entusiasmo si parte alla volta del Monte Gorzano (m 2.458), la cima più alta dei Monti della Laga e vetta più alta del Lazio. Il trekkarolo normale è solito lasciare l’auto al parcheggio del Sacro Cuore (m 1.384) e poi indossare gli scarponi. Il trekkarolo anomalo, invece, parcheggia nella frazione di Preta e cammina un po’ di più (tanto per giustificare l’amatriciana della sera).

Cielo azzurro, temperatura ideale, si lascia la bella faggeta e ci si inizia ad inerpicare, seguiti da un gruppo di mucchette abituate all’alta quota. In prossimità dello stazzo del Gorzano troviamo anche un nutrito gruppo di cavalli; il tempo di una pausa, qualche foto e si riparte. Un cielo così azzurro che sembra impossibile possa iniziar a tuonare. “Dici che quei nuvoloni lì dietro siano pericolosi?”. Neanche il tempo di finire la frase e arrivano le prime gocce. Neanche il tempo di indossare il kway e le gocce si trasformano in temporale. Dalla vetta ci separa almeno mezz’ora di cammino ma decidiamo di girare. Il sentiero si fa scivoloso e si rischia di cadere… “Ti sei fatto male?”
“Non è niente”, il coniuge mi liquida con un gesto noncurante.


Scendendo di quota, ci si lascia indietro i nuvoloni neri. Sguardo basso: la delusione per non aver raggiunto la vetta. Per consolarci, prendiamo la via delle cascate.

La sera, il “non è niente” del coniuge è diventato così.


E il giorno dopo così.



Per evidenti ragioni, il weekend è terminato un po’ prima del previsto.


La Talpa ha dormito qui e le è piaciuto molto. Certo si potrebbe fare di più. Tipo togliere un paio di ragnatele nel bagno. Che poi torneranno dopo un giorno, però dare un’occhiata prima che arrivino gli ospiti…
Poi se è stato progettato un balcone/terrazzo incantevole con delle grandi fioriere, sarebbe opportuno metterci dei fiori o delle piante e togliere quelle robe secche che sicuramente giacciono lì da un po’. Insomma, una maggiore cura in un luogo del genere, aiuterebbe. Anche per giustificare il prezzo pagato.
Qui abbiamo mangiato la famosa amatriciana. Luogo ampiamente pubblicizzato, amatriciana ottima, ma un po’ cara. A parte il primo, tutto il resto lasciava a desiderare. Non ci tornerei.

Qui invece abbiamo mangiato un antipasto straordinario (sostitutivo di un’abbondante cena) e, secondo il coniuge, della buona carne. Ottimo rapporto qualità/prezzo; certo se ti facessero usare il bancomat come indicato dalla vetrofania… Comunque ci tornerei volentieri.

lunedì 7 luglio 2014

Montanari

Domenica rilassante: sei ore e un po’ di cammino da Magliano de’ Marsi al rifugio Capanna di Sevice (m. 2119). L’intenzione era di raggiungere la vetta del Velino ma era la prima escursione dell’anno e  ce la siamo presi comoda… Il Velino sarà per la prossima volta.
Vegetazione abbastanza rigogliosa per essere luglio, fiorellini gialli e bianchi dappertutto; un cielo azzurrissimo, poche nuvole bianche in lontananza e tanta voglia di camminare. Il silenzio della montagna riesce sempre a cancellare ogni preoccupazione e il malcontento accumulato durante la settimana. Passo dopo passo svanisce tutto, non perché metabolizzi pensieri e sensazioni: li dimentico totalmente. È come se non esistesse altro che un sentiero da seguire e una meta da raggiungere. Le salite le affronto con piacere, è la discesa a disturbarmi. Troppa tensione nelle gambe, troppa concentrazione per evitare di scivolare.
Siamo quasi a valle; il coniuge si ferma e guarda lassù, dove ora le nubi si stanno addensando: “Certo che non siamo normali noi due”.
“No, hai ragione. Il prossimo weekend ci facciamo due ore di coda in auto per raggiungere una qualche spiaggia sporca e affollata; smadonniamo alla ricerca del parcheggio; paghiamo uno sproposito per caffè e gelato e ci mettiamo a sudare sotto al sole per un tempo infinito, circondati dal caos. Un rilassante weekend estivo da persone normali…” Mi liquida con un mezzo sorrisetto e un brusco: “Va avanti tu, che è meglio”.
In fondo è contento di aver sposato una montanara.

  

mercoledì 7 agosto 2013

Alla volta del Monte Marsicano

Che la signora valigiesogni non sia persona da villaggio vacanza l’avrete capito tutti. Nel corso degli anni ha sperimentato diverse soluzioni di pernottamento eppure, udite udite!, fino a pochi giorni fa le mancava l’esperienza della notte in tenda. Eh già, una di quelle cose banali che tutti gli adolescenti hanno vissuto, lei mai: mai trascorso una notte in campeggio. Sicché, spinta dalla nostalgia della montagna e dalla ricerca di refrigerio, lo scorso weekend ha deciso di vivere, almeno per una notte, l’ebbrezza di tenda e sacco a pelo tra i monti dell’Appennino abruzzese. Il signor valigiesogni, spavalda giovane marmotta, glielo proponeva da un pezzo. Ma lei nulla. Il campeggio le dava un’idea di sporcizia, confusione, schiamazzi notturni e fetore di ascelle non lavate.
«Ma guarda che andiamo in un campeggio: ci sono bagni, docce e se vogliamo strafare possiamo avere anche l’energia elettrica». Vabbè, allora proviamo. In fondo, non sono molte le persone stroncate da una notte in campeggio.
In memoria dei brillanti trascorsi del signor valigiesogni, la tenda è stata piazzata qui, in quel di Opi, tra camosci, lupi e orsetti marsicani. Ordine e silenzio hanno disorientato da subito la povera signora valigiesogni. A guardarsi intorno, il campeggio le è sembrato roba da pensionati meditabondi e da famigliola con prole a seguito ed ha iniziato a bisbigliare anche lei, temendo di poter disturbare qualcuno. La caduta di un mito.

Quando la signora valigiesogni si avvicina al Parco nazionale d'Abruzzo, in qualsiasi periodo dell’anno, finisce per girellare sempre tra i vicoli di Pescasseroli. Le dà serenità quel borgo di montagna, con i gerani in estate, le signore che chiacchierano sull'uscio delle botteghe, il profumo dei biscotti che si sparge da forni e pasticcerie, gli escursionisti che sostano davanti al bar, i passi lenti di gambe che camminano senza orologio.
Mentre la camminatrice golosa si guarda intorno alla ricerca di un buon gelataio, il signor valigiesogni medita sull'escursione del giorno successivo. «Si potrebbe arrivare sul Monte Marsicano». Sì, si potrebbe, ripete la signora valigiesogni, delusa dal suo gelato mediocre, mentre imboccano l’ingresso del campeggio. Che sarebbe dove?
«Lassù, di fronte a te». 
Ma neanche per niente! Ma vedi quanto è distante? Non c’è neanche un albero, siamo senza allenamento e fa un caldo che si muore.
«Mannòdai! Il dislivello è di un migliaio di metri ma secondo me non è più difficile di altri sentieri percorsi in passato. Poi pensa che soddisfazione: superiamo i 2000 metri. Da queste parti ci siamo sempre limitati a percorsi semplici».
Intanto il cielo si fa rosa, la cena spartana è pronta, e la birra, ormeggiata nel ruscelletto, è fresca. Spuntano le prime stelle mentre i campeggiatori sorseggiano la loro birra e sgranocchiano taralli. Il signor valigiesogni rovista nella memoria date e luoghi dei suoi precedenti campeggi; amici che non incontra da tempo, atmosfere goliardiche e serate alcooliche.
E poi arriva la notte con le voci del bosco, il vicino di tenda che se la russa, la sensazione che qualcuno stia aprendo proprio la zip della tenda dei nostri eroi. Ma è solo una sensazione amplificata dal silenzio in cui si è immersi.
Nessuna visita notturna; nessun lupetto è passato a salutare nottetempo i signori valigiesogni; giusto un paio di zanzare che non hanno abbandonato la camminatrice neppur in alta quota. Spunta il sole e quella che si credeva essere la cima del Monte Marsicano spicca nel cielo azzurro.


Poveri illusi! La meta dei camminatori è più in là, non la si vede bene dal campeggio. Ma questo l’avrebbero scoperto solo strada facendo.
La giornata è calda, il percorso non è segnato benissimo e la signora valigiesogni ritrova vecchie sensazioni. Il piacere del silenzio, l’affievolirsi dei rumori provenienti dalla strada, il piacere della salita mescolato alla paura della discesa. Per esigenze tecniche, hanno deciso di percorrere lo stesso sentiero sia a salire che a scendere e la signora valigiesogni odia le discese dei versanti senza arbusti. Si sente vacillare di fronte a quel vuoto intorno a lei; l’assale la sensazione di rotolare giù, una vertigine che le paralizza il cervello. Generalmente, dopo qualche giorno di allenamento, si abitua al vuoto e tutto diventa più semplice, ma le prime uscite le provocano sempre un po’ d’ansia.    
Ha capito che andare in montagna le serve come forma di autoanalisi; la signora valigiesogni brucia sempre l’oggi per pensare al domani. In montagna fa la stessa cosa: non si concentra sulla salita, quella la conosce, le piace, sa di poterla affrontare per ore. Non pensa al piacere della meta, non immagina cosa possa esserci lassù. No, è già presa dalla difficoltà della discesa, dalle sue insensate paure, dall’ansia del ritorno. Riflette su questo modo di comportarsi; ricorda che l’anno precedente c’era stato un momento in cui aveva imparato a concentrarsi su ogni singolo passo; a viverlo con tranquillità, chiacchierando con i compagni di cammino. E questa piccola cosa le aveva provocato una gioia immensa: aveva avuto la sensazione di aver capito come bisognava affrontare la quotidianità. Ma poi quella consapevolezza era stata spazzata via dal ritorno in ufficio e dalla ritorno alla civiltà. Quella civiltà che trasforma in urgenze e faccende improrogabili cose che, a ben rifletterci, così urgenti non sono.


Persa in questi pensieri, la camminatrice non avverte neanche la fatica nelle gambe e avverte troppo poco l’intensità del sole (ma la sera capirà di avere fatto una sciocchezza nel non ungersi benbene di crema. Oh, se lo capirà!).
Intanto, laggiù in fondo spunta il lago di Barrea.


Poco più in alto sulla destra, c’è un rimasuglio di ghiacciolo marsicano…


E la vetta improvvisamente si avvicina.


Neppure qui è stato possibile avvistare camosci. A parte noi, nessun animale in zona.

La signora valigiesogni non è brava nell'elencare sentieri e altimetrie. Lei si perde in chiacchiere, raccontando sensazioni, paure e pensieri sparsi. Al massimo può dirvi che è stato percorso il sentiero F10. Ma se volete dettagli tecnici, forniti da escursionisti seri, e percorsi alternativi, potete trovarli qui.



Poi arriva il lunedì e il ritorno all'afa romana; ma stavolta ci si può permettere di pensare al dopo. Tra pochi giorni, i signori valigiesogni prepareranno i loro zaini e prenderanno il volo. Niente montagna ma una bella pausa dall'Italia. Se ne sente il bisogno.