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lunedì 27 luglio 2015

Lezioni di respiro, Anne Tyler

Forse non ho iniziato dal romanzo migliore, sebbene Anne Tyler abbia vinto il Pulitzer nel 1989 proprio con Lezioni di respiro. Ci sono tutti gli ingredienti che, da quanto leggo, caratterizzano le opere dell’autrice: la quotidianità e le debolezze di uomini e donne comuni, Baltimora, un filo di ironia, le ansie e le manie di una famiglia come tante, anche se ogni famiglia è disgraziata a modo suo
Epperò è mancato il coinvolgimento che mi aspettavo di trovare in un romanzo della Tyler. Probabilmente è sempre un problema di aspettative elevate.
La storia ruota intorno alla famiglia Moran. Maggie è la versione giovane e americana di mia suocera, la cui vita si è modellata sulle esigenze dei figli; sempre un po’ a dieta ma sempre pronta a trasgredire, perché “che vuoi che mi faccia un cucchiaino di gelato?”; una di quelle donne che da una frase ascoltata per caso riescono a girare un intero film. E pretendono di convincerti che “è andata proprio così, non posso che avere ragione”.
Suo marito, Ira Moran, è la versione americana e, se possibile, ancora più taciturna di mio padre. "C’erano dei periodi in cui Ira non arrivava a dire una dozzina di parole in tutto il giorno, e anche quando parlava non si riusciva mai a capire quello che provava. Era un uomo chiuso, isolato: era il suo difetto più grave".
Quando dicono che gli opposti si attraggono…
Una relazione che, come tutte le storie, è fatta di alti e bassi.
“Quando si era sposata aveva pensato che lui l’avrebbe sempre guardata come in quella prima notte, quando era comparsa in piedi di fronte a lui nel suo negligé del suo corredo da sposa […] L’aveva guardata dritto negli occhi e sembrava che non respirasse nemmeno. Aveva pensato che sarebbe continuato così per sempre”
Entrambi hanno sogni e progetti che sembrano non essere impossibili. Certo, bisognerà pur scendere a qualche compromesso, ma non si dovrà rinunciare a tutto. Invece, con l’avanzare degli anni, Ira Moran si scopre molto sensibile allo spreco. “Aveva rinunciato all’unico sogno serio che avesse mai avuto. Non si può esser più spreconi di così”.
Poi ci sono i figli che crescono e i matrimoni che naufragono.
La Tyler racconta cose così; si chiamano Moran e vivono a Baltimora ma potrebbero anche chiamarsi Bianchi e vivere in un paesetto italico. Sarebbe più o meno la stessa cosa.
Forse in questo romanzo l’ha tirata un po’ troppo per lunghe; non lo molli ma si arranca.
Intanto, mi sono procurata Turista per caso, tra i romanzi più famosi della Tyler, e sin dalle prime pagine si capisce il perché di tanto successo. Tutto un altro ritmo. Dovrei aver visto il film ma ne ho un vago ricordo.
Ne riparleremo.

Lezioni di respiro, Anne Tyler
Ugo Guanda Editore, traduzione Luigi Schenoni.


mercoledì 8 luglio 2015

Lettori si cresce, Giusi Marchetta

«Sto leggendo il libro della tua Giusi Marchetta», invio. Un antiquato sms, niente whatsapp. Lui, che Giusi Marchetta me l’ha fatta conoscere trascinandomi alla presentazione di una sua raccolta di racconti (Dai un bacio a chi vuoi tu, Terre di Mezzo editore), ironizza: «Perché? Hai deciso che da grande farai l’insegnante?»
Se prima che essere scrittrice fai la prof. e se nei tuoi interventi pubblici parli molto di ragazzi, corri il rischio che il tuo libro, Lettori si cresce, venga considerato una sorta di manuale per addetti ai lavori. Se non sei insegnante non lo sfogli a prescindere. Errore.
L’ho preso dopo una costruttiva pausa pranzo in cui un saccente trentenne, laurea scientifica, ha confessato di non leggere libri perché “se inizio un libro e mi prende, rischio di leggere tutta la notte. E non posso andar a lavoro con gli occhi pesti solo perché sono rimasto a leggere”. Pochi minuti prima, aveva dichiarato di esser stanco per aver fatto come al solito tardi sbevazzando con i suoi amici. È socialmente giustificabile l’occhio pesto per la consueta uscita serale, lo è meno il vizio di leggere. Vedendo che ho sempre un libro con me, si è sentito in dovere di dire che leggere è una vocazione, un’attività lodevole che rende le persone migliori.
No, non mi sento unta dal Signore solo perché leggo qualche libro l’anno, né penso di essere migliore di un non lettore. Semmai peggiore. Sono, ad esempio, una casalinga distratta: finisco di leggere il capitolo e poi, solo molto poi, vado a rassettare la cucina; perché perder tempo nel preparare un piatto elaborato, quando ho un romanzo da terminare? Sono una pendolare asociale: apro il mio libro già sui binari, salgo sul treno e continuo la lettura, evitando qualsiasi forma di contatto umano (salvo rare eccezioni. Ma quelle sono persone a cui voglio veramente bene). In ufficio approfitto di ogni ritaglio di tempo per tirar fuori il mio libro e immergermi altrove.
Perché? Quando ho iniziato?
Ahimè, non ho avuto insegnanti illuminate come Giusi Marchetta, ma neppure ricordo di aver mai sentito il “dovere” di leggere. Non sono neanche figlia di lettori ma, fortunatamente, i miei mi hanno sempre fatto percepire che i soldi spesi per acquistare un libro fossero una forma di investimento. Si facevano consigliare dal cartolibraio (no, nessuna libreria nei paraggi) o mi facevano scegliere il mio regalo di carta, senza porre veti. Non ho mai pensato che stessi sperperando del denaro. Sarà per questo che ancora continuo a spendere soldi in libri anche quando dovrei frenarmi. 
A ripensarci oggi, so di non esser stata una lettrice vorace né da piccola né da adolescente. Comunque, il fatto stesso di leggere per puro piacere, incurante che nessuno dei miei compagni leggesse, mi sembra un piccolo miracolo.
Leggere non era più un’alternativa alla noia, ma alla vita stessa, perché per quanto possa essere spaventoso ammetterlo, i libri erano meglio di tutta la vita, non solo di quella parte che veniva messa in pausa ogni tanto. […] Un desiderio legittimo di fuggire, isolarci e proteggerci. Di cercare un’alternativa migliore alla vita.
Dice proprio così Giusi Marchetta. E in modo del tutto impopolare per un lettore, nonché insegnante, aggiunge che in fondo è la stessa motivazione che spinge un adolescente oggi a consumarsi gli occhi davanti alla playstation.

Lettori si cresce non è un vero saggio; è una lettera scritta con tono informale dalla prof. Marchetta al giovane Polito, un ipotetico studente sveglio ma svogliato, come ce ne sono tanti. 
Qui dentro non c’è la ricetta in grado di trasformare in lettori un popolo che non legge. Gli ultimi dati Istat affermano che nel 2014 solo il 41,4% della popolazione italiana ha letto almeno un libro (dico uno) nel corso dell’anno. Le riflessioni della Marchetta non dovrebbero riguardare solo gli insegnanti ma noi tutti. Ci sono le sue sconfitte in classe, ma anche le sue vittorie; ci sono le sconfitte della scuola stessa, le biblioteche assenti, gli insegnanti non sempre motivati, gli alunni distratti da una vita veloce e i genitori abbastanza frustrati dalla quotidianità per preoccuparsi di quanto i loro figli amino la letteratura o in cosa cerchino la bellezza. Non tutte le famiglie sono uguali. C’è anche una non troppo leggera critica nei confronti di quei genitori sempre pronti a soddisfare i desideri e le attese di figli viziati; di quei genitori che sono più propensi a lamentarsi di quanto sia spesso il libro anziché spronare alla lettura. Un atteggiamento che mi ricorda un gruppetto di mamme di mia conoscenza (“Poverino!, ha troppi compiti da fare. Non può concedersi un attimo di relax. Devo parlarne con la maestra”).

Leggo e lo farei in continuazione: persone, paesaggi, possibilità sono stati trascurati nella corsa e non mi è importato e non mi importa. È una fame che conosco, questa: mi accompagna da sempre; quando non c’è, vuol dire che qualcosa non va e mi costringe al digiuno. Avrei potuto fare altro, se non cercarmi un lavoro che mi permettesse di leggere i libri e addirittura di raccontarli a chi non li aveva mai letti?
Perciò perdona la supponenza con cui mi propongo da tramite tra te e quest’arte bellissima, ma una parte di me è convinta che questa potrebbe essere la strada per accompagnarti al libro: non considerandola qualcosa che si limiti all’ora di italiano così come non si ama a giorni alterni.     
Forse leggere non servirà a niente ma oggi non riuscirei a rinunciare al piacere di esplorare nuovi mondi, vivere altre vite, provare rabbia, amore, orrore, noia, entusiasmo. Leggere non servirà a niente ma Giusi Marchetta ha ragione: l’abitudine alla lettura fa diventare il libro un aspetto irrinunciabile della nostra vita.