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martedì 21 settembre 2021

Librinvaligia



Questo blog ha ancora un senso?

Me lo sono chiesta mentre tornavo a casa con l’idea di scrivere un post che non ho mai buttato giù; me lo sono chiesta di domenica sera, dinanzi all’ennesimo weekend terminato in un soffio. Non sono più in grado di ritagliarmi uno spazio per chiacchierare di libri, camminate, festival, librerie? Ho fatto delle scelte con l’idea di dare ordine alle mie giornate, di mettere al centro le mie passioni ed è andata a finire che il caos ha preso il sopravvento, gli impegni si sono moltiplicati e le energie prosciugate.

Poi, c’è anche una sorta di blocco: diamine!, nell’ultimo anno e mezzo ho scritto pochissimo, sono ricomparsa di tanto in tanto dicendo che sarei stata più costante, salvo poi continuare a latitare; ora cosa faccio, riprendo a scrivere come nulla fosse? Sono ancora credibile? E se poi mi perdo di nuovo?

C’è solo un modo per ricominciare a fare le cose: farle. E se poi mi perdo di nuovo, pazienza.



Sono giunta a questa conclusione ieri sera, mentre leggiucchiavo gli ultimi post di blog amici. Ho percepito la mancanza di quello scambio quotidiano, di quello sguardo diverso sul mondo, di quella realtà parallela che rendeva le mie giornate più ricche.

Insomma, eccomi di nuovo qui.

 


È stata un’estate impegnativa. Però ci sono stati anche boschi, campanelle che annunciavano l’ora della cena, il salato che ha avuto la meglio sul dolce, merende e macedonie, momenti radicali, squarci di azzurro tra le fronde verdi, cremine e cerotti. E poi, polvere, tanta polvere. Mai immaginato che camminando nei boschi ci si potesse impolverare così…

 


Più di tutto, resta lo stupore entrando nella strepitosa cripta della Basilica del Santo Sepolcro ad Acquapendente, il salotto a cielo aperto di San Quirico d’Orcia e l’interno della chiesa di Santa Maria Assunta, la spettacolare Piazza Grande di Montepulciano, la peschiera di Santa Fiora, il lungo, polveroso anello (sentiero 001) del Monte Amiata, il sentiero dell’acqua e quello delle sorgenti che fanno apprezzare, passo dopo passo, la bellezza della Val d’Orcia.  

 


Ma la vera boccata d’ossigeno è arrivata con il Festivaletteratura di MantovaPerché Mantova, perché letteratura, perché il mio primo festival dopo la pandemia, perché giunto tempestivamente dopo un’importante scadenza lavorativa. Me lo son goduto. Non avevo più il fiato sul collo, non c’erano più i patemi del “quando rientro devo ancora fare…”



Camminando nel Parco del Mincio, ho ricominciato a progettare viaggi, letture, incontri con amici, attività ricreative di ogni genere, come se disponessi di un tempo infinito. Sono state giornate senza sveglia, piacevoli colazioni in compagnia ciarlando di libri, eventi senza fila, pause gelato tra un incontro e l’altro. Green pass, gel igienizzante e mascherina hanno reso la città più tranquilla rispetto al passato. Ugualmente vivace, ma meno caotica.     

La tentazione dei banchetti dei libri usati sotto i portici di Palazzo Ducale, setacciati e risetacciati dopo aver ascoltato Andrea Tarabbia e il libraio Giovanni Spadaccini (colui che Compra libri, anche in grande quantità); le diverse forme di commiato narrate da Bernhard Schlink; la Torino di Primo Levi che ne percorreva le strade con lo sguardo rivolto sempre a terra, abitudine rimastagli dai giorni del lager; Beethoven che riecheggia nel Palazzo della Ragione ad accompagnare i versi della poetessa Ruth Padel

La noia e l’irritazione ascoltando Angelo Pellegrino, che dovrebbe parlare degli epistolari di Goliarda Sapienza ma è troppo il compiacimento nell’ascoltare sé stesso per dar voce alla figura della Sapienza; in compenso, il ricordo commosso di Simona Weller e la rappresentazione di una Roma pullulante di collettivi femminili, talvolta violenti, dà senso all’incontro.

Poi, c’è la Siria di Hola Kodmani e la Siria vista dalla Germania attraverso gli occhi di Olga Grjasnowa, in un dialogo serrato che riaccende il mio interesse per quella parte di mondo. Uno degli incontri più interessanti ai quali ho partecipato.


E la piacevole leggerezza del sabato, la leggerezza che ti fa riflettere senza farti avvertire il peso dei pensieri; una cosa che riesce benissimo a Marcello Fois e Gabriele Romagnoli, ma anche a Bruno Gambarotta che chiacchiera con Fouad Laroui del Marocco come oggetto letterario. Laroui si muove agevolmente tra i ricordi giovanili, il Marocco dei caffè (“tra due caffè c’è sempre un caffè”), libri e lingue che hanno caratterizzato la sua vita e che riecheggiano nella sua scrittura. Il mondo senza libri sarebbe un inferno

 


Tutte le foto scattate in Toscana, sono state gentilmente concesse dal coniuge.


mercoledì 11 settembre 2019

Festivaletteratura 2019. E qualche imprevisto


Mi sveglio stanca. Impiego troppo tempo per una doccia, infilo di corsa le ultime cose nello zaino e mi precipito in stazione senza aver preso il caffè.
Il trenino è affollato ma arriva a Roma Termini in orario. Cambio treno, tiro fuori il libro e la lista degli incontri prenotati. Ancora poche ore e sarò al Festivaletteratura di Mantova. Dove diamine ho lasciato il mio entusiasmo?
Mi son portata dietro In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, che andrò ad ascoltare sabato. Mi sa che non è stata una scelta felice. Un senso di oppressione sin dalle prime pagine. Aspetto che arrivi la bellezza.
A Mantova è piena estate. Cielo blu, canotte e calzoncini corti. Finalmente, dopo diversi anni che frequento il festival, sono riuscita a prenotare un appartamento in centro. Arrivo con il mio zaino abbastanza pesante davanti al citofono ma non vedo traccia della targhetta Joy house. Come mi sarà venuto in mente di prenotare e pagare una casa della gioia?
Ho trovato l’appartamento su booking.com, l’ho prenotato mesi fa, mi è stato addebitato l’intero importo ad agosto e, nonostante sia la seconda fregatura che mi dà booking, questa volta non me ne capacito. L’assistenza clienti risponde dopo una ventina di minuti; la fanciulla, che risponde dalla Grecia, mi dice che per loro è tutto regolare, visto che la struttura presenta non ricordo più quante recensioni, di cui una abbastanza recente. Farà dei controlli e mi ricontatterà.
Mentre sono davanti al portone del palazzo, irritata ma ancora lucida, arriva un santo dagli occhi verdi. Mi chiede se ho bisogno d’aiuto; mi fa entrare nel suo appartamento senza neppure esserci presentati; mi offre acqua fresca, un tablet e una decina di cose che rifiuto. Si chiama Alex e inizia a telefonare ai suoi conoscenti per cercarmi una soluzione alternativa. Ma a Mantova, a festival iniziato, come puoi pensare di trovare un letto libero? Lo so io, lo sa Alex, ma non lo sanno quelli di booking che continuano a fornirmi un’assistenza penosa e a prender tempo.
Quando sembra che la cosa sia risolta e dovrebbe solo arrivarmi una mail, libero l’appartamento di sant’Alex e mi fermo in un bar. Ma no, booking non mi ricontatta, la mail non arriva, io mi attacco di nuovo al telefono in preda ad una crisi isterica. La signora del bar, discretamente, mi chiede se può essere d’aiuto. Mobilita tutti gli affittacamere e le agenzie che conosce. Nulla. Dopo aver parlato con operatori del Regno Unito, Grecia, Olanda, dall’assistenza clienti di Milano di booking arriva una soluzione valida. Un po’ distante dal centro (e a Mantova gli autobus smettono di circolare alle 20.00), molto più caro di quello già pagato (e non è un dettaglio, perché in queste circostanze, sei tu, che hai già pagato una volta, a dover pagare di nuovo. Il rimborso potrai richiederlo solo a soggiorno concluso), ma non vedo alternative. Intanto il pomeriggio se n’è andato, così come Margaret Atwood, Gabriele Romagnoli e un altro paio di incontri che avevo prenotato.        


Dall’hotel si può raggiungere il centro città utilizzando una ciclabile nel parco del Mincio, parallela alla linea ferroviaria. Il sole è già tramontato, il paesaggio è bellissimo e le lepri che mi attraversano la strada riescono a farmi tornare l’allegria. Magari ce la faccio ad ascoltare almeno Pilar del Rio, moglie di Josè Saramago, che conversa con Silvio Perrella. Ce la faccio; nell'attesa, inizio a chiacchierare con Marina e Ornella, appena conosciute, e con cui condividerò tanti bei momenti di quest’edizione del festival.


Pilar del Rio è una bella donna, dolce ed energica al tempo stesso; rievoca la sua precedente esperienza a Mantova, nel 1998, accanto all’uomo che, dopo qualche giorno, avrebbe ricevuto la notizia dell’assegnazione del Nobel. Pilar racconta un’epoca che sembra lontanissima e chiude l’incontro menzionando quella che Saramago definiva l’etica della responsabilità: Valiamo molto di più di quanto crediamo; possiamo molto di più di quanto immaginiamo.  
Possiamo molto di più di quanto immaginiamo.
Il mio programma del venerdì è fittofitto, come la pioggia che cade giù senza risparmiarsi. Sono solo le 9 del mattino e già sono strizzabile.
Però, di fronte a Burhan Sönmez, scrittore turco di etnia curda, vittima di torture in Turchia, e che oggi, 6 settembre 2019, si dichiara stupidamente ottimista, non me la sento proprio di lamentarmi per il diluvio universale. 
A ben pensarci, ho fatto una curiosa selezione degli eventi, molti dei quali incentrati sulla memoria. Sönmez, nel suo Labirinto, parte dal presupposto che, forse, perdere la memoria può essere un dono. Se perdi la memoria a 28 anni, puoi decidere di rinascere in questo momento, cancellando il passato. Abbiamo quindi, una possibilità di rinascere nella vita.


Anche Abraham Yehoshua elogia l’oblio: Ricordare troppo diventa pericoloso. Non ricordare alcune cose permette di vivere meglio. Simbolicamente, scelgo la demenza come messaggio per noi ebrei e per i palestinesi: noi dobbiamo iniziare a dimenticare il passato per costruire un solo Stato unitario. Negli anni ho cambiato idea sulla soluzione per la Terra Santa. Un solo Stato non sarà la via per la pace perfetta ma è l’esistenza più normale che riesco ad immaginare.     
Invece c’è chi, come Manuel Vilas, punta tutto sul ricordo e sulla memoria: La vita è completa solo quando si ricorda, quando si mettono insieme i pezzi. Ti riconcili con la tua famiglia, con la vita dei tuoi genitori, nel ricordo. E in questo ricordo c’è bellezza.   
Oppure chi, come Narine Abgarjan, attraverso il ricordo, riesce a portare il profumo del pane appena sfornato dal villaggio armeno di Maran alla Basilica Palatina di Santa Barbara.
Ci sono troppe cose che non si possono dimenticare.
Non si può dimenticare Srebrenica, come ci ricordano Elvira Mujčić e Slavenka Drakulic.
Non si può dimenticare Piazza Fontana, di cui non si può parlare perché non si sa niente, ma si sa già tutto (la conversazione tra Benedetta Tobagi e Carlo Lucarelli che nominano gli innominabili scatenando tuoni, fulmini e tempesta in Piazza Castello è stato l’incontro più scenografico al quale abbia partecipato. La Tobagi è di una bravura strabiliante).
Non si può dimenticare che la lingua non è mai innocua, come sottolinea Valeria Luiselli in una brillante conversazione con Michela Murgia. Il linguaggio diventa sempre più violento; si tende ad enfatizzare e ingigantire la realtà, si scelgono parole volte a disumanizzare l’altro. Noi, scrittori e lettori, cosa possiamo fare per arginare l’uso distorto delle parole? Essere custodi attivi del linguaggio; protestare ogni volta che le parole vengono utilizzate in modo inappropriato, vigilare affinché si torni ad usare la lingua correttamente.

Della struggente bellezza degli addii interpretati dalla polistrumentista albanese Elina Duni, in quel gioiello che è il teatro Bibiena, posso dir poco. Perché la musica va ascoltata. Non è la stessa cosa, ma qui potete farvi un’idea della voce della Duni.
  
Elina Duni al Teatro Bibiena
Mantova è il mio festival del cuore; c’è una strana magia che si ripete ogni anno; un senso di comunità, un istintivo desiderio di condivisione con persone sconosciute fino al giorno prima. Più che in altre edizioni, nel 2019 il festival mi ha fatto incontrare persone speciali, forse per compensare i disagi subiti. Non a caso, quando domenica mattina sono salita sull’autobus sostitutivo (eh già!, lavori in corso sulla linea ferroviaria…), prima tappa verso casa, mi è tornato in mente il volto sereno della scrittrice armena Narine Abgarjan mentre affermava che qualsiasi cosa ti accada nella vita, ci sarà sempre qualcuno al tuo fianco pronto a darti una mano.
Teatro Bibiena

Note a margine. Mi sono dilungata sull’odissea di booking perché so che siamo in tanti ad utilizzarlo, perché prenotare in anticipo senza dover pagare subito è comodo, perché leggere le opinioni altrui ha i suoi vantaggi. Grazie a booking ho trovato velocemente soluzioni eccellenti ed economiche, ma anche qualche topaia. E un paio di fregature. Forse, fino ad oggi, mi son fidata troppo e forse è il caso che inizi a fare altre considerazioni per i miei viaggi futuri.

domenica 16 settembre 2018

Mantova e il Festivaletteratura




Il Festivaletteratura di Mantova è caro.
Vero. Gli incontri più interessanti sono a pagamento e sarebbe opportuno prenotarli prima, altrimenti si rischia di fare la fila inutilmente, senza poter accedere al luogo in cui si svolge l’evento. Quindi è un festival che “va organizzato”.
Anche Mantova è costosa nei giorni del Festival.
Verissimo. Le strutture ricettive sono limitate e gli albergatori approfittano dei tanti visitatori che affollano la città.
In generale, i festival sono troppo commerciali. Il lettore dovrebbe dedicare più tempo alla lettura anziché girare di città in città ascoltando ciò che gli scrittori raccontano d’aver scritto.
Punto di vista condivisibile, ma… Ma Mantova fa bene al cuore, al mio sicuramente, e anche quest’anno, fatti due conti, ho deciso di regalarmi qualche giorno di festival.
Come sia Mantova nei restanti 360 giorni dell’anno non saprei dirlo. Mantova per me è il Festivaletteratura: l’ho conosciuta così questa città e non saprei immaginare Piazza Sordello senza il tendone in cui si svolgono gli incontri fino a tarda sera, i portici del Palazzo Ducale senza banchetti dei libri usati, Piazza Leon Battista Alberti senza la postazione di Radio 3, la Loggia del Grano della Camera di Commercio senza la segreteria del Festival, la città senza i volontari in maglietta blu che sfrecciano da un punto all’altro per permettere lo svolgimento dell’evento, le librerie piene di gente con cui condividere opinioni di lettura senza dover postare la copertina del libro su questo o quell’altro social. Mantova nei giorni del festival è una comunità di lettori che gira a piede libero. È l’atmosfera a rendere speciale il Festivaletteratura, gli incontri casuali, la gente che sorride, i libri che ti capitano tra le mani.
Il Festivaletteratura non è perfetto: si resta sempre delusi da qualche incontro, si corre da un luogo all’altro maledicendosi per aver scelto eventi in posti così distanti, impossibili da raggiungere in poco tempo; ci si rammarica di fronte a un “evento esaurito”. Si arriva a sera stanchi ma tendenzialmente felici.
Di quest’anno non dimenticherò:
- L’incontro con la canadese Helen Humphreys, la scrittrice più laconica in cui mi sia mai imbattuta. M’incuriosiva il titolo furbetto dell’incontro “Il fascino della letteratura” e mi aspettavo un’autrice spigliata che facesse citazioni a tutto spiano. Invece, la povera Simonetta Bitasi, che curava l’incontro, ha faticato non poco per strappare una risposta che andasse oltre il sì, no, è vero… Eppure la Basilica Palatina di Santa Barbara ospitava tantissimi lettori innamorati della Humphreys ed è stata proprio una lettrice, Paola, nonostante l’incontro deludente, a suggerirmi di leggere almeno un titolo, Cani Selvaggi, anche se “dopo un incontro del genere nessuno avrebbe voglia di leggerla. Invece, credimi, è dirompente”. Perché a Mantova succedono cose insolite, tipo iniziare a chiacchierare in libreria con persone sconosciute e continuare a parlare di libri nel caffè accanto.
- La potenza delle immagini di Sarajevo mostrate dall’architetta e scrittrice Diana Bosnjak Monai nel corso dell’incontro Accadde a Sarajevo. Le sorti politiche dell’ex Jugoslavia furono l’oggetto di uno dei miei primi casi studio ai tempi dell’Università. Era la fine del secolo scorso (che detta così fa quasi paura) e la guerra balcanica vista a freddo diventava una mera ridefinizione dei confini e degli assetti politici di un’area complessa. Vedere le immagini di allora, scattate da persone comuni, ascoltare la testimonianza di chi ha vissuto quella guerra, è stato un rimescolare in un passato recente eppure già dimenticato.
«Mio nonno iniziò ad annotare quotidianamente ciò che avveniva in città dopo il bombardamento della biblioteca universitaria di Sarajevo perché – mi disse – quando un popolo inizia a bruciare gli archivi storici del proprio Paese è pronto a commettere qualsiasi efferatezza».       


- La passione per la lingua italiana di Jhumpa Lahiri e il racconto dettagliato della genesi del suo primo romanzo in italiano, Dove mi trovo. Le esitazioni da cui si percepisce la continua ricerca della parola giusta, le sue affermazioni spiazzanti: L’italiano mi permette di togliere il superfluo, di pulire i miei pensieri. Sono alla ricerca dell’essenziale.
- Marcello Fois che parla dei Promessi sposi e quasi quasi mi viene voglia di rileggere seriamente Manzoni.
- La scoperta delle streghe dei Carpazi Bianchi attraverso le parole di Kateřina Tučková, che poi streghe non erano ma guaritrici, donne che conoscevano il potere curativo delle erbe e che attraverso il loro lavoro garantivano il sostentamento economico della famiglia. Donne finite al rogo perché considerate vecchie ciarlatane, streghe dai poteri malefici, emarginate, scivolate nell’ombra e presto dimenticate.
- L’ironia di Patrick McGrath: sì, scriviamo storie atroci ma non sono quelle a farmi venire gli incubi. Ci sono molte altre cose che mi tormentano, le parole di Donald Trump, ad esempio. 

- Ascoltare l’islandese di Jón Kalman Stefánsson senza capire mai quando stia scherzando (ed è un tipo divertente, ma è impossibile percepire qualsiasi sfumatura con una lingua così diversa dalla nostra).
- Istanbul raccontata attraverso le immagini dell’architetto Alper Derinboğaz, curatore del futuro Museo della storia di Istanbul e attraverso le parole della scrittrice newyorkese di origini turche Elif Batuman.
Alper Derinboğaz: Quando passeggio nelle città italiane è come star seduto nel salotto di casa mia: tutto curato nei minimi dettagli, rilassante. 
Istanbul, invece, si è frammentata, ha perso il controllo, è impossibile distinguere uno spazio pubblico (come possono essere le piazze italiane) da uno spazio privato. E la mia idea romantica di una Istanbul come luogo letterario s’infrange irrimediabilmente.
- Lo stupore e il senso d’impotenza mentre vengo schiacciata dai Giganti a Palazzo Te.

- La centrifuga energizzante con la libraia italiana a Vienna. No, non è l’ultimo libro frivolo su libraie, bibliotecarie e librerie. Silvia è una libraia in carne ed ossa, libraia nell’unica libreria italiana di Vienna. Organizza più incontri lei di molti librai italiani a me noti. E non dite eh, ma lì si legge di più; neanche la situazione è semplice per i librai, e anche amazon è più pratico e più economico di qualsiasi libreria fisica.
Qui la pagina facebook della libreria gestita da Silvia.

Tornata alla quotidianità, ripenso alle parole della signora che, in fila alla biglietteria, sbirciando la lunga lista di eventi che avrei seguito disse: “Ma è peggio di una giornata in ufficio!”. E come suggerì l'amica Maria, al posto del mio sorrisetto imbarazzato avrei dovuto rispondere “Non scherziamo signora!” Se il lavoro fosse così, sarebbe un po’ meno lavoro…

Ciao Mantova, vediamo se riesco a tornare anche l’anno prossimo.

giovedì 18 gennaio 2018

Patria, Fernando Aramburu

Ho ascoltato Fernando Aramburu al Festival della letteratura di Mantova lo scorso settembre.
Aramburu aveva già portato l’Eta nel mio precedente appartamento qualche anno fa. L’aveva fatto con dieci brevi racconti, I pesci dell’amarezza (usciti per i tipi di La nuova frontiera). C’erano anche lì degli aita (papà), delle ikurriña (bandiere basche) che sventolavano, diverse ekintza (attentati), un qualche barlume di barkatu (perdono)
M’ero fatta l’idea che Aramburu fosse un uomo malinconico, la voce esile, lo sguardo basso alla ricerca di una qualche verità. Perciò non mi sono stupita molto quando ha iniziato a parlare: quasi monotono, nemmeno un filo d’ironia, un sorriso dolce che s’è dissolto in un attimo; nessuna ruffianeria verso i potenziali lettori presenti nella chiesa di Santa Paola, a Mantova. La signora accanto a me annuiva a ciascuna delle sue parole, senza attendere la traduzione. Seria, attenta, un convinto applauso finale. Un breve scambio di battute. Mi par di capire che ha già letto Patria. Sa, avevo bisogno di rinfrescare il mio spagnolo e l’ho preso prima che venisse pubblicato in Italia, più per un esercizio linguistico che altro. Bellissimo. Non si lasci impressionare dalla mole; si legge in un attimo.
La signora aveva ragione. Era da tanto che non mi capitava di restar sveglia fino a tardi per l’incapacità di uscire da una storia. Di costringermi a spegnere la luce per poi non riuscir a chiudere occhio davanti alle scritte sui muri che chiamano lo Txato traditore, venduto, vigliacco. Lui che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare e dar lavoro agli uomini di questo paesino senza nome vicino a San Sebastián, perché il lavoro è meglio tenerselo in casa, che bisogno c’è d’assumere gente di fuori con tutte le famiglie di qui che hanno bisogno di campare? Lo Txato che s’è sempre preoccupato della sua famiglia, della sua impresa e della bicicletta la domenica. Ha pagato l’Eta per vivere in pace, ma poi ha smesso perché le richieste iniziavano a diventare esagerate e perché, in fondo, non gli piace l’idea che i suoi soldi finanzino attentati terroristici e morte. È convinto del fatto che il paese si schiererà al suo fianco, invece trova porte chiuse, volti che si girano dall’altra parte, negozi che non hanno più merce da vendere alla sua famiglia. Amicizie di una vita che terminano in una notte, pugnalate alle spalle per paura e ignoranza.
Piove molto nei Paesi Baschi; pioggia e vento il pomeriggio in cui Txato viene giustiziato; pioggia e ombrelli durante le manifestazioni a sostegno dell’ETA. Piove mentre la vedova di Txato, Bittori, va al cimitero per raccontare le ultime novità alla tomba del suo Txatito. Piove quando dalla nuova casa di San Sebastian si dirige verso quella che per tanti anni fu la sua casa, lì dove Txato è stato ucciso. Ma non si lascia spaventare dalla pioggia Bittori, né dalle osservazioni di quei due figli strambi che vorrebbero proteggerla dalle cattiverie del paese.   
Pioggia e cielo scuro nelle giornate in cui Joxe Mari inizia il praticantato per entrare nell’organizzazione. Non si accontenta più di bruciare autobus e bancomat. Basta con il lavoro, la pallamano, il sogno d’esser ingaggiato con la squadra dell’FC Barcellona. Vuole fare il passo definitivo, gora ETA, gora Euskadi askatuta. Viva l’Eta, viva Euskadi libera.
È una lingua aspra l’euskera. Ripeto qualche parola inciampando di continuo.
Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

Fernando Aramburu, Patria, magnifica traduzione di Bruno Arpaia, Ugo Guanda Editore, 2017.
  

martedì 17 ottobre 2017

Il venditore di passati, José Eduardo Agualusa

"Ritengo ciò che faccio una forma superiore di letteratura […] Anch'io creo intrecci, invento personaggi, ma invece di lasciarli chiusi in un libro, do loro vita, li getto nella realtà".
Felix Ventura termina la sua minestra di verdure mentre sfoglia attentamente il giornale; ritaglia con cura tutto ciò che un giorno potrebbe tornargli utile e archivia gli articoli insieme alla registrazione dell’ultimo telegiornale ascoltato. Felix Ventura sostiene di fare il genealogista ma più che ricostruire il passato lo contrabbanda. Fabbrica sogni, inventa genealogie, costruisce un passato migliore per chi fugge da una realtà scomoda. Bussano alla sua porta politici, giornalisti, professori, fotoreporter, ma in pochi hanno il privilegio di poter ascoltare i suoi pensieri. 
Le donne guardano con imbarazzo la sua pelle così delicata, tutte tranne Ângela Lúcia: «È la prima volta che bacio un albino». Ma Ângela Lúcia è una donna fuori dal comune: è pura luce; riesce a mantenere viva una conversazione senza prendervi quasi mai parte.
Felix Ventura ha un solo vero amico, Eulálio, un geco tigrato, ottimo ascoltatore, dalla risata quasi umana, con una pessima pelle e l’avversione per il sole, neanche fosse albino. Eulálio registra i racconti di Felix, va a trovarlo nei sogni, cammina sui suoi libri, condivide l’amore per le parole arcaiche, quelle destinate all’oblio. Ogni tanto, nelle loro conversazioni - vere o sognate, chissà! -  compare l’Angola, però nessuno dei due prende Luanda troppo sul serio. La guerra civile è alle spalle, ma sono successe così tante cose in questo paese da far ammattire le persone.
Luanda è piena di persone che sembrano molto lucide e all’improvviso si mettono a parlare lingue impossibili, o a piangere senza apparente motivo, o a ridere, o imprecare. […] Certi pensano di essere morti. Altri sono morti e nessuno ha ancora trovato il coraggio di comunicarglielo. […] È una fiera di pazzi questa città; ci sono in giro, per quelle strade in rovina, in tutte quelle bidonville, patologie che non sono state neanche catalogate.

José Eduardo Agualusa, Il venditore di passati (O vendedor de passados), traduzione dal portoghese (Angola) di Giorgio De Marchis, la Nuova frontiera, 2008.
Qui un bel reportage per uscire dai sogni di Felix Ventura e immergersi nell'Angola dei nostri giorni.

José Eduardo Agualusa è scrittore, giornalista e grande affabulatore. L’ho ascoltato al Festivaletteratura di Mantova, a settembre scorso, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, Teoria generale dell’oblio (tradotto da Romana Petri, edito da Neri Pozza). 
L’autore chiacchierava con Romana Petri dell’Angola, del colonialismo, della guerra civile, del potere della scrittura. Quando gli è stato chiesto come nascono i suoi romanzi ha sorriso:  
"Quando inizio un romanzo ho solo un’idea della storia. Scrivo per sapere come andrà a finire. Sono uno che sogna molto". 
E Il venditore di passati ne è una dimostrazione. 

giovedì 14 settembre 2017

Il mio Vietnam, Kim Thúy



È una domenica mattina che sa già d’autunno; i volontari in maglietta blu del Festival della Letteratura di Mantova sono gli unici ad attraversare velocemente Piazza Sordello; sotto i portici, le bancarelle dei libri usati sono ancora coperti dai teloni, la biglietteria del Palazzo Ducale è vuota. E poi c’è una fila di persone in giacca a vento e ombrello, disposta ordinatamente all’ingresso del Seminario Vescovile. 
La prima a stupirsi della fila è Kim Thúy. «Non pensavo che tutte quelle persone fossero lì davanti per me. Sono tornata indietro e ho scattato una foto».
La immaginavo esile, pacata, con un tono di voce sommesso e una sorta di timidezza nel raccontarsi. Invece vedo una ragazza di quasi 50 anni, bassina ma dalla corporatura robusta, la risata sonora, la voce squillante e lo stesso modo di gesticolare di un’italiana. È simpatica, divertente, loquace, così loquace da gestire autonomamente l’incontro, lasciando pochissimo spazio al povero Marcello Fois (che resta uno straordinario presentatore e, ancora una volta, sponsorizza libri e autori fuori dal comune).
Kim Thúy, originaria di Saigon, Vietnam del Sud (quando non era ininfluente dire Nord o Sud), è stata una boat people, una delle tante persone fuggite dalla guerra, via mare, all’età di dieci anni. Prima di partire, la sua famiglia ha visto sparire ricchezze e proprietà terriere, espropriate dall’esercito del Nord. Durante gli ultimi mesi trascorsi in Vietnam, Kim Thúy ha vissuto in una casa, appartenuta per decenni alla sua famiglia, in cui non aveva neppure più il diritto di aprire armadi e cassetti: la coabitazione con i soldati del nord lo vietava categoricamente. Soprusi e persecuzioni hanno dissolto le speranze della popolazione del sud. Con lo svanire dell’agiatezza economica e dell’idea di futuro, la famiglia di Kim non ha visto alternative se non salire su una barca e attraversare l’oceano.
«Anche oggi, di fronte all’ennesimo sbarco, ci si chiede perché continuino a venire, perché i migranti continuino a sfidare la morte. Io lo so. Quando partono sono già morti. È l’ultima possibilità: non potrà accadere niente di peggio di ciò che si sta vivendo. Il futuro già non esiste più».
Dopo un viaggio sfibrante nelle peggiori condizioni possibili, la barca di Kim arriva in Canada, dove trova un’accoglienza meravigliosa. «I canadesi sono stati fantastici. Aspettavano l’arrivo dei boat people per fornire un primo servizio di assistenza. Io ero sporca, malaticcia, denutrita ma non mi sono mai sentita così bella come quando sono arrivata in Canada. Vedevo l’amore negli occhi di chi ci stava accogliendo».
Kim Thúy oggi è una donna determinata che ha sconfitto allergie e malesseri: «Sono partita dal Vietnam con tutte le allergie possibili. Dopo mesi in mare e il periodo nel campo profughi, sono diventata immune a tutto». È una donna che ha vissuto molte vite: è stata interprete, avvocato, giornalista gastronomico, ha gestito un ristorante e ancora non ha deciso cosa farà da grande.
Nelle sue tante vite, Kim Thúy è tornata per un periodo in Vietnam, dove ha lavorato come avvocato. «Le persone pensano che, finita la guerra, ogni paese torni alla normalità da un giorno all’altro. Non è così. È come se la guerra non finisse e il paese che si trova è sempre un paese diverso da quello che si conosceva. In molti mi chiedono se mi senta canadese o vietnamita: entrambe, anche se i vietnamiti mi dicono che sono troppo robusta e che il mio tono di voce è troppo elevato per essere una vietnamita. Il Canada mi ha dato tanto ed io ho assimilato tanto dalla cultura canadese».
Sebbene non sia completamente autobiografico, Il mio Vietnam raccoglie molti frammenti della vita di Kim Thúy e delle persone che l’hanno aiutata a diventare la donna che è oggi. 
La scrittura asciutta lascia al lettore l’incombenza di riempire i vuoti tra una pagina e l’altra. Dopo il disorientamento iniziale, si comprende la potenza del non detto e emergono le difficoltà di chi sta cercando la sua strada tra due culture opposte.
«Nessun vietnamita si sognerebbe mai di chiedere ad un’altra persona “Come va?”. È una domanda troppo filosofica, non si può rispondere con un bene o male o raccontare come ci si senta. Nella cultura vietnamita, pensieri e sentimenti vengono custoditi gelosamente e non si incoraggia ad esternarli come accade nella cultura occidentale».
Il mio Vietnam, magnificamente tradotto da Cinzia Poli, è un libricino potente, che ci ricorda cosa sia la guerra, quali ripercussioni si porti dietro e quanto sia difficile attraversare il dolore e preservare la bellezza delle cose. «Bisogna darsi da fare ogni giorno per preservarne la bellezza. Perché la bellezza è fragile». 

Kim Thúy, Il mio Vietnam (titolo originale: Vi), traduzione di Cinzia Poli, Nottetempo edizioni.

Qui un assaggio del libro (anche se, a mio avviso, occorre andare oltre le pagine iniziali per poter entrare in questo romanzo).