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venerdì 7 agosto 2020

Il ritorno del biblioterapeuta. Uccido chi voglio, Fabio Stassi


Non pensavo di tornare dal biblioterapeuta in questi giorni. Mi ci sono imbattuta per caso, anzi, per dirla tutta, è stato lui ad urtarmi per richiamare la mia attenzione. Ho incontrato Vince Corso nei pressi della stazione Termini, in evidente stato confusionale, mentre si dirigeva verso Via Merulana. Farneticava su tutte quelle cose che per anni e anni aveva sottolineato sui libri e ora si stavano manifestando una dietro l’altra nella sua vita.

Quelle due anziane signore assassinate in un appartamento di Piazza Vittorio, hai saputo? Pare per una storia di strozzinaggio. E poi il cadavere di un uomo sulla trentina, di provenienza nordafricana, ritrovato sul lungomare di Tarquinia, in una giornata dal caldo feroce, con la luce che si riversava sulla sabbia come una sciabolata. Per non parlare del tremendo incidente del tram 19: l’uomo è scivolato sulle rotaie proprio mentre ero lì vicino (sarà stato a causa dell’olio rovesciato da una signora di ritorno dal mercato?); il tram l’ha decapitato e la sua testa, woom, è ruzzolata a terra. Pare fosse un turista olandese. E poi tutti quei ciechi che mi perseguitano.

Le storie escono dai libri davanti ai miei occhi e io ne vengo travolto. Come se non bastasse, mi ritrovo sempre alle costole, lui, Ingravallo.

Chi?, quello der Pasticciaccio?

No, cioè, sì, insomma… Ecco, vedi non riesco a raccapezzarmici più. Ingravallo è il Commissario dell’ufficio di polizia dell’Esquilino, vicino Piazza Dante. Un tipo dai capelli crespi e disordinati, gira sempre da solo. Mi osserva, sospetta di me.

Ma sospetta cosa? Insomma, Vince, rilassati, fammi capire qualcosa. Tu leggi libri, ascolti musica, fai lunghe e solitarie passeggiate romane e per mestiere consigli libri alla gente per farla sentire meglio. Da cosa sei terrorizzato? Cosa c’è di tanto pericoloso nella tua vita?

Esatto. Era quello che pensavo anch’io prima che questa settimana iniziasse! Pare che suggerire libri alla gente sia uno strano mestiere.

Che sia uno strano mestiere, in un paese in cui leggono in pochissimi, non c’è dubbio. Ma addirittura pericoloso…

Succedono strane cose e io non ho mai un buon alibi. Non posso più fidarmi dei libri, non ci credo più.

Forse è tutta colpa di questo tremendo ronzio alle orecchie che non vuole smettere; un acufene insopportabile. Sarà il destino che bussa alle mie porte, come diceva quello scrittore sudamericano, in quel romanzo… Basta, è tardi. Ti ho già detto troppo; devo andare.

 

Uccido chi voglio mi è capitato tra le mani pochi giorni dopo la pubblicazione, quando neppure sapevo fosse in libreria. Il coniuge ha capito che era un segno e me l’ha regalato. Letto d’un fiato, divertendomi molto e prendendo nota di diversi rimedi letterari che devo ancora testare.

Fabio Stassi sa scrivere libri che parlano di libri in modo arguto e non banale e lo fa camminando in una Roma letteraria e magica. Ed ogni volta che esco dai suoi libri, penso sempre al potere salvifico dell’immaginazione.

Qui il mio primo appuntamento con il biblioterapeuta e qui il secondo.


Illustrazione di Gabriel Pacheco

domenica 14 giugno 2020

Un’ombra ben presto sarai, Osvaldo Soriano


Un paio di anni fa, andai dal biblioterapeuta Vince Corso. Non sapevo cosa avessi, un misto di insoddisfazione, malinconia, confusione. Iniziavo duecento cose senza concluderne una. Arrivava la sera e io non avevo fatto che perdermi tra i pensieri. Il biblioterapeuta mi prescrisse Un’ombra ben presto sarai, dell’argentino Osvaldo Soriano. Mi disse che Soriano erano una specie di tachipirina: puoi prenderla per la febbre ma anche per un fastidioso mal di testa.
Non ascoltai il consiglio perché il titolo non mi sembrava di buon auspicio e Vince Corso non aveva menzionato le controindicazioni. Ad ogni modo, portai a casa il medicinale (edito da Einaudi, nella traduzione di Glauco Felici).
Me ne sono ricordata qualche giorno fa, mentre cercavo un buon rimedio per rimettere in ordine i miei pensieri. Al primo capitolo del libro trovo:
Prima che facesse buio mi ero messo a guardare una cartina perché non avevo idea di dove fossi […]
[…] così mi aveva detto il macchinista con cui avevo fatto il primo tratto a piedi, dopo che il treno ci aveva abbandonati in piena campagna. Gli altri passeggeri erano rimasti ad aspettare che venissero a cercarli, ma io […] avevo dato inizio al cammino.
Non sapevo dove stessi andando ma almeno volevo capire il senso del mio viaggio.

Come dire, se ti senti disorientata (nella vita, in generale), sin dalla prima pagina di Un’ombra ben presto sarai capisci d’essere in ottima compagnia.
Ho trascorso qualche giornata in un’Argentina surreale, con l’ingegnere, un informatico senza un soldo, pessimista incurabile che torna ragazzino ogni volta che vede un pallone; ho girato in Jaguar con un uomo tristissimo, dalla faccia dimenticabile, innamorato perso di una donna indimenticabile; ho ammirato un uomo grassissimo camminare sui fili elettrici di città fantasma, facendo acrobazie che mi hanno lasciato lì, a bocca aperta, da spellarsi le mani per gli applausi. 
Mi son fatta leggere le carte dalla cartomante Nadia; bella donna, viene da La Plata e sogna di trasferirsi in Brasile con il resto della famiglia. Non ce la farà mai se continua a farsi pagare con salami e torte al limone, però sostiene che anche così raggranella una discreta cifra. Non so come abbia fatto, eppure sapeva diverse cose del mio passato.
Calcolo delle probabilità, dice l’ingegnere pessimista in cerca del suo destino. Sarà. 
Intanto la sera si gioca a truco con personaggi improbabili e, chi ne ha ancora, scommette ricordi; quando non ne resta più nessuno, si passa alle illusioni.


Osvaldo Soriano, nato a Mar del Plata nel 1943, veniva chiamato dagli amici El Gordo. Sembra fosse un ottimista malinconico; ironico anche nelle situazioni più tragiche. In un’intervista di Paolo D’Agostini, all’osservazione “Allora Soriano non è un pessimista totale”, El Gordo rispose: “Io non sono pessimista: lo è il mondo”. Osservazione condivisibile, pronunciata da un uomo inserito nella lista nera di Videla e che, nel 1976, dovette raccogliere frettolosamente poche cose e scappare dall’Argentina. Aveva trovato rifugio a Bruxelles e poi, da rifugiato politico, si era trasferito a Parigi e successivamente in Italia.  
Amava il calcio e la letteratura; stando ai commenti di altri giornalisti e scrittori italiani, sapeva trovare la poesia nel pallone e trasformare una partita di calcio in un racconto straordinario. Fu un giornalista sportivo notevole.
A posteriori, ho trovato molti elementi biografici in Un’ombra ben presto sarai, romanzo dal quale Hector Olivéra trasse un film, sceneggiato dallo stesso Soriano (ma non ho ancora recuperato il film).
L’atmosfera che si respira nel romanzo è surreale e ho faticato un po’ ad entrare in una dimensione in cui ci si muove seguendo delle illusioni. È una lettura formidabile se non la si diluisce troppo nel tempo, altrimenti viene meno il ritmo della storia e se ne perde il senso.
Ah, no, non sono sicura che il farmaco abbia funzionato. Ma non mi aspetto che una sola compressa faccia miracoli.  

giovedì 9 agosto 2018

Ogni coincidenza ha un’anima, Fabio Stassi


Sono tornata dal biblioterapeuta. Ché in casa non avevi già abbastanza libri? Ne ho, ne ho. In bagno, in cucina, in camera da letto; acquistati, presi in prestito, cartacei, digitali. Se smettessi di fare qualsiasi altra cosa e mi dedicassi solo alla lettura, avrei da leggere almeno per i prossimi 10 anni.
Però, guardandomi intorno, non mi sembrava ci fosse la medicina giusta; uno di quegli intrugli potenti che dovresti buttar giù quando hai la sensazione che niente vada come dovrebbe. Ma io so cosa sto cercando?
Per farla breve, sono tornata nel vecchio lavatoio ristrutturato in Via Merulana, dove Vince Corso prescrive libri alla gente. C’è anche Django, il suo cane muto. Di tanto in tanto alza il muso, come se ci stesse ascoltando, e mi guarda perplesso. 
Considerando lo stato di questo studio-soppalco-angolo cucina in cui vive e lavora, dubito che Vince Corso guadagni granché. 45 anni forse sono un po’ troppi per giocare a fare lo studente fuori sede. Scommetto che nel frigo ci sono a malapena una mozzarella, un vasetto di tonno, una busta d’insalata e un paio di tavolette di cioccolata. In compenso, l’appartamento è stipato di libri. Dev’essere uno che frequenta solo librerie dell’usato.
Ha iniziato a farmi strane domande; dice che per prescrivermi un libro deve conoscermi un po’.
Io dimentico almeno la metà di ciò che leggo. Accade anche quando sono certa che quel libro m’era piaciuto parecchio nel momento in cui lo lessi. Succede anche a lei?
Tace e guarda fuori. Poi farfuglia che leggere è solo un modo di prendere coscienza dei propri limiti. Mi consiglia di scrivere. Potrei compilare un quaderno delle ultime parole trovate in ciascun libro, un quaderno in cui registrare tutti gli innocenti incontrati nel mio percorso di lettrice, tutti quelli che credevo essere innocenti e si sono rivelati colpevoli. Liste bizzarre. Non oso confessare che a scrivere, scrivo. Sin troppo. Ricopio intere frasi di romanzi, saggi, epistolari. Ma, a distanza di poco tempo, dimentico ugualmente la storia.
Non so come finiamo col parlare dell’aggressività che ci circonda e del nostro sentirci inadeguati nei confronti del mondo intero. Il tipo che mi strombazza perché ho rallentato alla disperata ricerca di un parcheggio, il furbo che salta la coda, la signora che inveisce contro l’indiano perché ha avuto l'ardire di sedersi sull’autobus; i colleghi che sembrano avere sempre una risposta per tutto, mentre io, nella vita, ho solo domande.
Tenga duro e continui a leggere. Don Chisciotte ci ricorderà in eterno che leggere è un’azione sovversiva, una protesta permanente contro l’infelicità e l’ingiustizia. Mi prescrive Un’ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano. Dal titolo non mi sembra di buon auspicio. Me ne regala una copia stropicciata. Era lì, sulla sua scrivania.
L’ho appena usato per tentare di risolvere un caso complesso. (Un caso? Un’altra volta? Signor Corso, ma lei fa il biblioterapeuta o l’investigatore?). A me non serve più. Si fidi: Soriano può avere un effetto benefico per tante cose.
Sarà…

venerdì 15 luglio 2016

La lettrice scomparsa, Fabio Stassi



Cominciavo ad annaspare nelle vite ingarbugliate dei Lambert. Ci sarebbe stato un viaggio in treno per Bologna e il desiderio di tirare il fiato e di mettere da parte i condizionamenti derivanti dalla famiglia, il paesello, l’educazione impartita dai genitori, i “non si fa”. Basta Franzen, almeno per il weekend. 
Ho infilato nello zaino La lettrice scomparsa di Fabio Stassi e sono uscita.
Copia della Biblioteca comunale di Genzano
Mi sono invaghita del lettore Stassi un paio di anni fa. Presentava un libro altrui (neanche ricordo più chi fosse l’autore) ma no, non mi sembrava di essere ad una presentazione. Era un continuo rimando ad altri libri, altre storie, altri mondi. Un invito alla lettura come sostegno per affrontare la vita. Sarebbe stato bello, pensai, potergli telefonare quelle volte in cui avrei voluto qualcuno che mi dicesse: “Ecco, questo è il libro che fa per te in questo momento”.
Ma voi ci andreste da un biblioterapeuta? Io che ho un’attenta gestione delle mie finanze per tutto, eccezion fatta per libri e viaggi (ma va!?), quattro soldi da un biblioterapeuta probabilmente li spenderei. Fosse altro per appagare la curiosità di una diagnosi diversa da “è lo stress”, e di una prescrizione che non si chiami omeprazolo.
Immagino un biblioterapeuta come Vince Corso, apparentemente un perdente, nonostante il nome. Quarantacinquenne, insegnante di lettere in attesa che la Scuola decida se assumerlo o licenziarlo definitivamente, compilatore seriale di schede di lettura e personaggi amati, vita sentimentale a brandelli e un inutile diploma di counselor della rigenerazione esistenziale. Lo vorrei esattamente così il mio biblioterapeuta, con l’aria malinconica e uno studio in un sottotetto di via Merulana a Roma (ogni riferimento a Gadda è puramente casuale).
Vorrei che mettesse sul piatto Jacques Brel e Dalida, senza le interruzioni pubblicitarie di Spotify, e che mi consigliasse improbabili rimedi letterari che non curerebbero un tubo, ma mi farebbero dimenticare il mio malessere (qualunque sia) almeno fino alla fine del romanzo.
Gliela pagherei volentieri la parcella a Vince Corso per farmi somministrare Festa mobile e Wakefield (un racconto di Nathaniel Hawthorne) o Purgatorio (di Tomás Eloy Martínez).
Lo vorrei anche un po’ detective questo biblioterapeuta. Un detective per finta, di quelli che prendono a pretesto la scomparsa di una donna, lettrice, solo per continuare a giocare con i romanzi e per rifugiarsi ancora una volta nelle parole, quando non si intravede altro rimedio per maneggiare una vita divenuta troppo arida.
Chiudo La lettrice scomparsa e sono grata a Vince Corso per la lista delle prossime letture. Chissà se mi guariranno. La parcella, comunque, è stata modesta.  

Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio editore Palermo, La memoria, 2016.