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martedì 25 agosto 2020

Abruzzo: Castel del Monte, Calascio e Rocca Calascio.

Saranno almeno dieci anni che, di ritorno da trekking alpini agostani, nella lista dei buoni propositi infiliamo un “weekend in Abruzzo alla volta del Gran Sasso”. Perché, dai!, è impossibile non esserci ancora andati! Su, è dietro l’angolo, basterebbe partire il venerdì sera per godersi una bella escursione. Evidentemente, con la gestione dei weekend non ce la caviamo benissimo. E certi luoghi più sono vicini più se ne rimanda la visita.

Quindi, quale occasione migliore di un anomalo 2020 per esplorare senza fretta un altro pezzetto del vicino Abruzzo? Abbiamo optato per un b&b a Castel del Monte, abbiamo prenotato e poi siamo tornati alle nostre attività. 

Allora? Cosa ti aspetti da questo Abruzzo?, fa il coniuge.

Nessun conto alla rovescia, nessuna trasferta da organizzare, nessuna lettura preparatoria.

Non saprei. È la prima volta che arrivo ad un viaggio così impreparata.

Ma non è un viaggio! Faremo delle escursioni, qualche passeggiata; è la regione con cui confiniamo, la conosciamo già: non è un viaggio, ribadisce perentorio.

Sì, ma andiamo in posti in cui non siamo mai stati, altri monti, altri borghi; luoghi da scoprire. Insomma, un viaggio.

Inizia con un confronto (irrisolto) sulla definizione di viaggio, il viaggio - non viaggio verso il Parco Nazionale del Gran Sasso. Premessa eccellente.


Ho imparato a conoscere Castel del Monte dal blog camminare leggendo.

Ad un certo punto è apparso, lassù, inerpicato ma disteso; un borgo in pietra su un cucuzzolo a 1346 metri di altitudine, più ampio di quanto immaginassi; con le case che sembrano scendere dolcemente sulla costa.


Non è la torre campanaria a catturare la mia attenzione, bensì le gru che sovrastano il centro storico. Il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009 ha lesionato solo parzialmente i borghi in prossimità di Campo Imperatore, ma i cantieri per la ricostruzione post sisma sono tutti lì, e l’immagine di gru e impalcature ha caratterizzato ogni nostra visita nei centri storici della zona.

Mi aspettavo un borgo silenzioso, però siamo in prossimità del Ferragosto e, percorrendo il centralissimo Viale della Vittoria, sembra impensabile la desolazione e lo spopolamento di queste zone dell’Appenino. Mi tornano in mente pochi versi imparati a memoria alle elementari:

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri […]

Gabriele D’Annunzio, I pastori.

 

Questo territorio dell’Appenino è stato tra i più importanti per l’industria della lana e l’allevamento delle pecore. A settembre i pastori castellani riunivano le greggi, iniziando la transumanza che, attraverso il Tratturo Magno, li avrebbe condotti presso il Tavoliere delle Puglie. Il commercio della lana ha trainato l’economia dell’area fino all’Unità d’Italia; poi, sono arrivate l’importazione dei tessuti, le concessioni delle terre da coltivare lungo i tratturi, le guerre, l’emigrazione verso le aree industriali della Francia e del Belgio, lo spopolamento. Oggi, digitando Tratturo Magno su Google, avete buone probabilità d’imbattervi in un progetto dedicato ai camminatori. L’evoluzione della transumanza.


Camminando tra le viuzze di Castel del Monte, mi innamoro degli sporti: archi scavati all’interno della roccia calcarea, che collegano le abitazioni. Una sorta di micro gallerie che sostengono più livelli abitativi; una soluzione praticata per aumentare lo spazio abitabile dei centri in alta quota. La stessa struttura caratterizza anche i borghi di Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.


Nei vicoli del centro storico raccolgo stralci di conversazione.

Da quanto tempo siete arrivati? Resterete anche dopo Ferragosto? Uh, zio, con quella mascherina non t’avevo riconosciuto. State tutti bene?

Passo a salutarvi al Miramonti prima di partire…

Un borgo di seconde case, che furono le prime e uniche case di padri, nonni, avi. Case che tornano a vivere ad agosto, per la celebrazione del patrono, per la notte delle Streghe, il 17 agosto (non quest’anno), per godersi la montagna imbiancata in inverno (non nel 2020, in cui di neve non se n’è vista). Piazzette illuminate dal sole e vicoletti bui.


Si esce da Porta San Rocco e già si sente il brusio del Miramonti, bar principale, luogo di ritrovo di residenti e turisti, con i tavoli esterni occupati a qualsiasi ora. L’emergenza sanitaria ha stroncato i tradizionali eventi del mese di agosto, ma non ha fermato i turisti. Le poche strutture alberghiere e i ristoranti sono pieni. Le mascherine non nascondono volti rilassati e occhi ridenti.

 

I sentieri in questa zona non sono segnati granché bene. Talvolta non sono segnati affatto. Ma il coniuge ha scaricato un’app diabolica che ci permetterà di affrontare qualsiasi percorso senza perderci. Ci permetterà anche di scegliere il tragitto più lungo possibile per raggiungere la meta. Ma cosa vuoi che siano quei 5/6 chilometri in più nel mezzo del niente?

Tra i due, il navigatore è lui; quindi, a me non resta che seguirlo.

Iniziamo con un tour facile: non si scala nulla, si va da Castel del Monte a Calascio, poi si sale sulla Rocca, ci si avvicina a Santo Stefano di Sessanio (senza entrare nel paese), si guadano fiumi d’erba, cardi ormai secchi, piante urticanti di vario tipo e, stremati, dopo più di venti chilometri di cammino, si chiude l’improvvisato circuito ad anello tornando al punto di partenza. La conferma che potesse esserci un percorso alternativo a quello suggerito dall’app è arrivata quando i piedi fumavano, ma ormai era troppo tardi.

Con alle spalle Castel del Monte, lo scenario che si presenta è questo:

Lasciato il bosco e diverse arnie sparse, inizia ad intravedersi in lontananza la Rocca di Calascio. Agli amanti del fantasy non sfuggirà una certa somiglianza con le ambientazioni del film Ladyhawke. Io, che ignoravo il film, giunta al borgo di Calascio, un po’ distante dai ruderi del castello, mi son chiesta perché ci fosse così tanta gente in cerca di parcheggio (affollatissimo), che snobbava il centro ma che era disposta ad inerpicarsi verso la rocca.    


All’ennesima persona che ripeteva adesso arrivano Ladyhawke e il monaco!… ho capito che un luogo così suggestivo doveva essere stato un fantastico set cinematografico (qui una delle scene girate sulla Rocca di Calascio, dimora del monaco Imperius).

 

Lasciata la rocca, nel lungo percorso verso Castel del Monte, non abbiamo incontrato alcun viandante. Nessuno. Forse perché abbiamo seguito rotte anomale, forse a causa del caldo, o forse perché chi viene in queste zone predilige le cime note, osserva l’asprezza del paesaggio dall’alto o dai finestrini delle auto. Eppure, c’è qualcosa di brusco e doloroso camminando a queste altitudini che sfugge quando ci si dirige verso il Corno Grande e i massicci più popolari. Una bellezza selvaggia che neppure le foto riescono a catturare.


Note:

- In questo e nei prossimi post troverete qualche appunto di viaggio (perché, coniuge, per me è stato un viaggio); ma invito chiunque sia interessato a saperne di più su Castel del Monte, sulla sua storia, sulle escursioni in terra d’Abruzzo e non solo, a visitare l’ottimo blog di Gius.ante, Camminare leggendo: una miniera d’informazioni scritte da chi conosce bene questi luoghi.

- Castel del Monte dista una mezz’ora d’auto da Campo Imperatore, punto di partenza per la maggior parte delle escursioni che avevamo deciso di fare. Noi abbiamo soggiornato presso la Residenza storica Le civette, gestita da due mattacchioni, Rino ed Emanuele, non originari di Castel del Monte, che hanno rallegrato la nostra settimana. Se cercate indicazioni utili per la gestione delle escursioni, non potrete fare alcun affidamento sui gestori delle Civette, quanto di più lontano possa esserci dalla montagna. Ma, al ritorno dalle vostre scarpinate, potrete sempre contare su una birra, un bicchiere di vino e una buona cena, preparata direttamente da Emanuele. E a qualsiasi ora partiate, zaino in spalla, troverete depositato un vassoio con una ricca colazione davanti alla porta della vostra stanza. Non male come buongiorno.

- Tutte le foto sono state gentilmente concesse dal coniuge. 



domenica 8 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Hallstatt la magica



Arriviamo alla stazione di Hallstatt con il diluvio universale e saliamo sul traghetto che dalla stazione conduce alla cittadina, attraversando l’omonimo lago. Sul traghetto siamo gli unici due europei; tutt'intorno è pieno di cinesi, coreani e giapponesi. 
Sono tantissimi. Sarà il solito viaggio organizzato, fa il coniuge con noncuranza. Hallstatt è strepitosa anche sotto la pioggia battente. Scendiamo dal traghetto e continuiamo a vedere cinesi ovunque.
757 abitanti, un costone a ridosso del lago, cittadina nota per le ricche miniere di sale e così suggestiva da essere stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Ma perché tutti ‘sti cinesi?
I cartelli affissi dappertutto evidenziano che mi sta sfuggendo qualcosa.



Il villaggio da cartolina per eccellenza, come viene definito in un articolo del Corriere della sera dello scorso anno, è piaciuto così tanto a qualche cinese da decidere di costruirne una fotocopia nella periferia di Luoyang, sulle rive di un lago artificiale. I cinesi hanno spiato, misurato, fotografato, dalle abitazioni al cimitero di Hallstatt, e poi l’hanno riprodotto a casa propria, inaugurando l’Hallstatt cinese nel 2012. Gli austriaci inizialmente sembrano non aver apprezzato ma, considerando il numero di turisti asiatici, la violazione della privacy è stata ricompensata da un cospicuo vantaggio economico.

Hallstatt è meta di turismo mordi e fuggi. La maggior parte dei visitatori arriva in autobus o in treno in tarda mattinata, invade le vie del centro e sparisce nel pomeriggio. Qualcuno arriva via lago, andata e ritorno in giornata.
La sera, cessata la pioggia, la cittadina è silenziosa e semideserta. Gli alberi rampicanti che decorano le facciate delle case, le luci soffuse che si riflettono sul lago e un cielo dal colore indefinito che ti fa dire forse la felicità è questa.



All’alba, con il dissolversi della foschia, è meglio scappare dalla folla, arrampicandosi tra i sentieri che sovrastano il borgo. Tanto i turisti opteranno per la funicolare e si limiteranno a visitare le miniere con il trenino minerario e a leggiucchiare qualche informazione sulla cosiddetta Civiltà di Hallstatt. Il coniuge, invece, ha adocchiato un paio di percorsi e, camminando camminando, riscendiamo qui



La mattina in cui ripartiamo da Hallstatt, incrociamo due coppie di cinesi in abito nuziale. Luogo ideale per un book fotografico. Forse le spose dovrebbero metter via il broncio e l’espressione malinconica, o forse usa così.



È prevista una lunga camminata tra torrenti e ponti di legno da attraversare. Passiamo dai girasoli ai ciclamini, dalle piante di susine ancora acerbe, che non mi stanco di assaggiare (Se ti vedono, ben che vada ti tagliano una mano! Ma no, coniuge, che vuoi che sia. Non sono neppure mature), ai campi coltivati nel mezzo del nulla. Seguiamo improbabili indicazioni in un inglese ancora più improbabile. Ci perdiamo almeno un paio di volte e torniamo sui nostri passi alla ricerca dell’incrocio non segnalato. E giù a ridere e dire sciocchezze, come non facevamo da tempo. Ah, ma il prossimo anno compro il gps, basta con questa storia che senza connessione e con un pezzo di carta è più divertente!
Ma lo è stato, sono stati i giorni della spensieratezza; abbiamo riso tantissimo, spesso per delle banalità; non eravamo in alta quota, non dovevamo preoccuparci delle previsioni meteo e dei percorsi corretti. Non era fondamentale calcolare i tempi. Qualche volta abbiamo improvvisato; a volte c’è andata bene, altre siam dovuti tornare indietro. Ma è stato uno spasso.


Nel mezzo del nulla - Foto del coniuge

Siamo entrati in tutti i cimiteri incontrati lungo la via. Il coniuge scuote la testa, povero, se n’è fatto una ragione. Vorrei essere sepolta ad Hallstatt; nella parte alta del paese, affacciata sul lago. Spazi infiniti. Quando si dice l’eterno riposo.


Hallstatt
Abbiamo visto laghi dalle acque cristalline, neanche fossimo in alta montagna, e laghetti pubblicizzati come paradisiaci ma rivelatisi deludenti. Siamo riusciti nel faticoso intento di mangiare un apflestrudel al giorno. Il migliore è stato quello dell’ultima sera, quando abbiam fatto ritorno a St.Wolfgang per una notte. Saranno stati i chilometri percorsi o quella malinconia che ti prende quando tutto sembra esser stato perfetto, anche se, in fondo, hai solo camminato, guardato, annusato, pensato. Sorriso. Molto.




mercoledì 4 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - Bad Ischl e il tempo che fu



Lasciamo le rive del Wolfgangsee per dirigerci verso Strobl e, da lì, prendere un autobus per Bad Ischl. Il cielo è grigio, il profumo del sottobosco è reso più intenso dalla pioggia caduta durante la notte.
Il coniuge non riesce a transigere sulle coperture d’amianto che riparano la legna già pronta per l’inverno. Io favoleggio su Bad Ischl. Avrà conservato l’atmosfera che ammaliò Sissi e che tanto piaceva a Francesco Giuseppe? Terme e verde. 
Luogo magico o la decadenza di una Montecatini austriaca?
La seconda.
Bad Ischl - Foto del coniuge

La città ancora oggi vorrebbe far rivivere i bei tempi della Kaiservilla, quelli in cui l’imperatore si dilettava nelle lunghe battute di caccia mentre l’imperatrice sudava per conservare la famigerata forma fisica. È qui che Francesco Giuseppe, nel luglio del 1914, siglò la dichiarazione di guerra alla Serbia, che avrebbe portato allo scoppio della Prima guerra mondiale. Nello studio dell’imperatore è rimasto tutto immutato (ovviamente, i documenti esposti sono copie) e la visita alla villa merita. Anche se…
Anche se, va detto, è organizzata malino. Si paga per una visita guidata (non è possibile visitarla individualmente) e, come da indicazione, si attende l’orario del proprio turno; peccato che a godere della guida sia solo chi parla tedesco. A tutti gli altri, invece, viene messo un foglietto in mano con scarne indicazioni nelle rispettive lingue di provenienza e via.       

Francesco Giuseppe donò la villa alla figlia, Maria Valeria, innamorata del luogo, che vi trascorse gran parte della vita. Attualmente la villa è di proprietà dell’arciduca Marco d’Asburgo Lorena (nipote di Maria Valeria) che ne ha deciso l’apertura al pubblico.

Bookcrossing imperiale

Sebbene Bad Ischl sia il centro più grande tra quelli toccati finora e, apparentemente, il più noto, manca la vivacità e l’allegria dei borghi in cui abbiamo pernottato. A due passi dallo storico Cafè Zauner (il caffè è pessimo ma le torte e il cioccolato sono strepitosi), c’è una piccola libreria. Vado a curiosare. Quali sono gli italiani contemporanei presenti tra gli scaffali?
Molto Camilleri (di cui in un manifestino si ricorda la recente scomparsa), Carofiglio, l’immancabile Elena Ferrante e Domenico Dara (??).



È un luogo malinconico Bad Ischl; prova a mantenere la compostezza e l’incedere regale di un tempo ma non inganna nessuno.


Partiamo da Bad Ischl con un cielo buio e nebbioso, neanche fosse autunno inoltrato. Visibilità pari a zero; scartiamo l’opzione percorso lungo ma panoramico. Neppure oggi correremo il rischio insolazione.
Optiamo per un sentiero piatto che in poche ore ci condurrà a Bad Goisern. Arriviamo bagnati e infreddoliti. Solo un apfelstrudel potrà salvarci. E l’apfelstrudel del Cafè bäckerei Maislinger rischia di vincere il contest (per dirla come se avessi 18 anni) 2019. Un viaggetto con il coniuge senza una competizione gastronomica che viaggetto è? Visto il contesto, abbiamo deciso di sacrificarci mangiando un apfelstrudel al dì in luoghi diversi. Liscio, senza panna, gelato o intingoli vari. Siamo giudici severi: fino ad oggi nessun dolce ha superato il 7, ma quello di Bad Goisern l’ha ottenuto in pieno.
Rinfrancati da tanta bontà, prendiamo il treno alla volta di Hallstatt.

martedì 3 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - St. Wolfgang, St. Gilgen e l'acqua azzurra del Wolfgangsee



Sostiene il coniuge che sia diventata lagodipendente. Il coniuge esagera, anche se tocca ammettere che, dall’ultimo trasloco, tra allenamenti, passeggiate, pause di riflessione e vacanze, finisco per prediligere sempre le rive di un lago.
Per dirla tutta, l’idea di camminare tra le miniere di sale e i laghi del Salzkammergut è stata del coniuge. Le minacce della scorsa estate (Basta con le vacanze insieme! Dal prossimo anno ognuno parte per conto proprio), l’hanno indotto a valutare l’opzione hiking e a mettere da parte le ciclabili. Ma forse la scelta dei laghetti del salisburghese, circondati da straordinari percorsi ciclabili, è stato solo un modo subdolo per strapparmi un Sento un po’ la mancanza della bici. Sai quanti altri borghi avremmo potuto visitare pedalando? Quel furbastro del coniuge, senza troppi sforzi, è riuscito a farmi dire ciò che, fino a qualche anno fa, da camminatrice indefessa, mai avrei immaginato di poter pronunciare.       
L’idea era quella di coniugare camminate nel verde, non troppo impegnative, con la visita di zone affascinanti ma non affollate (obiettivo arduo se si parte nella settimana di Ferragosto). E questo viaggetto sembrava perfetto.
Inizio in salita: Italo si ferma dopo 10 minuti dalla partenza per un guasto sulla linea. Le infrastrutture non sono il punto forte del nostro Paese. Perdiamo la coincidenza per Innsbruck e buona parte del pomeriggio. Ma leggiamo parecchio.
Innsbruck - foto del coniuge
Il tratto Verona – Innsbruck è splendido anche in treno; tanto verde da dimenticare i ritardi e l’afa romana. Arrivati in Tirolo, il coniuge estrae con un sorriso la felpetta dallo zaino. Talvolta basta un venticello per sentirti felice.
Gli imprevisti casalinghi e le grane lavorative sono già lontanissimi.



Sankt Wolfgang è una cittadina calda e allegra sulle rive del lago Wolfgangsee, in Alta Austria. C’è un’atmosfera rilassata; i caffè sono affollati ma non rumorosi; gli austriaci si godono il cielo azzurro, la temperatura piacevole e una birra. Noi girelliamo tra le viuzze che si affacciano sul lago; sbirciamo nei capanni sull’acqua, uno vicino all’altro, una sorta di palafitte piuttosto animate in questo sabato d’agosto. Qualcuno sta organizzando una festicciola, qualcun altro è sdraiato con un libro in mano, i più utilizzano gli spazi esterni di queste casupole sull’acqua come trampolino e approdo dopo una nuotata.          


Il traghetto fa la spola tra i vari borghi che si affacciano sul Wolfgangsee, caricando e scaricando turisti. La maggior parte di loro si ferma un paio di ore, acquista un souvenir e riparte. All’improvviso iniziamo a sentire il suono di una cornamusa. E non te l’aspetti qui, tra i vicoli di un paesello sulle rive di un lago del salisburghese. 

La musica proviene dalla piazzetta antistante la Pffarkirche, la chiesa del Pellegrino. In un altro momento, ci entreresti per ammirare l’altare di Michael Pacher, o resteresti lì fuori a guardar il lago, o ti ci fermeresti per riempire la borraccia, approfittando della fontana all’esterno della chiesa. Oggi no.
Guardi stupita l’uomo in kilt che suona da un pezzo, aspettando che gli sposi e il nutrito gruppo d’invitati, elegantemente abbigliati, escano dalla cappella per poi dirigersi tutti insieme, a suon di musica, sul molo. 
Cappellini e velette, tacchi alti, accento scozzese, salgono sull’imbarcazione che li porterà a festeggiare le nozze in qualche altro borgo sul Wolfgangsee. La cornamusa è lontana e a Sankt Wolfgang è tornata la pace.

St. Wolfgang deve il nome all’omonimo santo, monaco cristiano e vescovo tedesco del X secolo. Narra la leggenda che nel periodo del suo eremitaggio, il monaco visse nell’area di St. Wolfgang, intorno all’anno 980, esattamente lungo il sentiero che collega Sankt Wolfgang a Sankt Gilgen. Un bel percorso che sa di ciclamini. Non sentivo un profumo così intenso dai tempi in cui vagavo per i boschi del mio paesello in cerca di gnomi e folletti.
Strada facendo si arriva al piccolo eremo dove, pare, vivesse il santo. Obbligatorio visitare la chiesetta, esprimere un desiderio e suonare la campanella tre volte (per sicurezza facciamo quattro), sperando si realizzi presto.
I punti panoramici che affacciano sul lago sono straordinari. E poi c’è un tale silenzio! Quiete e camminatori silenziosi anche dopo aver lasciato il sentiero dei pellegrini; scendiamo verso il lago avvicinandoci alla baia di Fürberg. Acqua limpida, clima mite, tanto verde; le panchine lungo il percorso ricordano i numerosi artisti che scelsero St. Gilgen e il Wolfgangsee come luogo di ritiro in cui scrivere e comporre. Se potessi, mi ci ritirerei anch’io.
L’atmosfera diventa più vivace quando raggiungiamo il molo di St. Gilgen, il paradiso degli sport acquatici. Canoa, windsurf, sci nautico, barca a vela… non sembra neppure di essere sulle rive di un lago. Qui nacque la mamma di Mozart e la cittadina sfrutta, a distanza di anni, il celebre compositore. Ma Amadeus snobbava Salisburgo, figuriamoci St. Gilgen. Sembra che non vi mise mai piede. Vi visse, invece, sua sorella, Nannerl ed è possibile visitare il piccolo museo dedicato ai Mozart o sedersi in riva al lago, prendere la mappa e decidere cosa fare l’indomani.  

St. Gilgen - Capretta immortalata dalla Baba 

lunedì 13 novembre 2017

Il book festival, Pisa e le chiacchiere fuori dal festival

Non si prende un treno la sera di uno sciopero generale dei trasporti solo per andare all’ennesima fiera del libro. I libri si possono acquistare ovunque, le librerie organizzano incontri e tavole rotonde tutto l’anno, le piccole e medie case editrici si riuniranno a Roma, a Più libri più liberi, tra pochi giorni. Il Pisa book festival è il solito pretesto per riempire lo zaino, tornare in una bella cittadina e incontrare qualche amico. Perché, vanno bene i social, ma vuoi mettere star seduti intorno a un tavolo a chiacchiera con tre toscanacci e un ligure? Il vino novello e la pappa al pomodoro si intrecciano con racconti di viaggio, esperienze di lettura, minuscoli frammenti di vita e uno scambio schietto di idee che i social non potranno mai garantire.


Le Piagge
Poi c’è anche la fiera, la dimensione ridotta della manifestazione che permette di sfogliare i libri con calma, leggiucchiare un titolo già adocchiato in precedenza, scoprire le ultime uscite, fare quattro chiacchiere con un editore sconosciuto. È quanto accade con Riccardo Greco, traduttore, docente di letteratura brasiliana e portoghese nonché editore della Vittoria Iguazu Editora, piccola realtà editoriale con sede a Livorno. La cerco tra gli espositori perché ha pubblicato un testo di Eça de Queirós (autore in cui mi sono imbattuta leggendo Il venditore di passati di Agualusa), ma senza averne approfondito la storia editoriale. Scopro che Riccardo Greco, allievo di Tabucchi, ha studiato a Siena nel mio stesso periodo. Parliamo dei classici fuori catalogo, delle difficoltà dell’editoria, delle meravigliose stampe che circondano il suo banchetto, e delle stradine di Siena in cui aleggia lo spirito di una figura che non c’è più. Nostalgia di giorni sempre più lontani. Impossibile andare via a mani vuote.


Arriva la parte più bella della fiera: book in town, il festival fuori dal festival, i libri entrano nei bistrot, nei pub, nelle tappezzerie o tornano a casa loro (nelle librerie. Indipendenti). I lettori si mescolano con la città, ne esplorano spazi sconosciuti, vanno alla ricerca di vie che non avrebbero attraversato, chiacchierano con persone che avrebbero ignorato tra i banchetti più o meno affollati della fiera.
Forse è questa la formula da seguire (sempre che ce ne sia una): i libri dovrebbero uscire da nuvole e palazzi dei congressi e avventurarsi tra i vicoli di piccoli borghi, nei parchi delle città, nelle piazze, nei teatri, tra i sentieri dell’Appenino. Bisognerebbe andare oltre la conta dei biglietti venduti e dei libri imbustati nel corso degli eventi commerciali e trovare modi alternativi per far conoscere anche le pubblicazioni dei piccoli editori.

Così, in serata, si va nello spazio espositivo della storica tappezzeria Martinelli, tra le più antiche d’Italia. Sprofondati in divani che, ahimè!, difficilmente potranno entrare a casa nostra (non ora, almeno), ascoltiamo Paolo Ciampi. Paolo è un camminatore, giornalista, scrittore, blogger, buongustaio, gran lettore… insomma, tante cose, ma questa sera è prima di tutto un affabulatore. Dovrebbe presentare una delle sue ultime fatiche, L’aria ride (scritto con Elisabetta Mari, edito da Aska), racconto del viaggio a piedi tra i luoghi di Dino Campana e Sibilla Aleramo, ma è tutta una digressione. Si va dalla Via degli Dei al sentiero di Matilde di Canossa, dalle potenziali pedalate lungo il Po ai tortelli emiliani, si attraversano borghi deserti e frazioni popolate da appena 3 persone, tra pranzi luculliani e storie di fantasmi. 



Ancora una volta, viene voglia di acquistare una mappa, puntare il dito, mettere due libri nello zaino, indossare un paio di scarponi e partire.     


Il bottino del Pisa book festival