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venerdì 13 luglio 2018

Selva Oscura, Nicole Krauss


È un libro strano questo Selva oscura, ultimo romanzo di Nicole Krauss, pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Federica Oddera. Uno di quei libri che non avrei preso in considerazione se non avessi ascoltato, casualmente, l’intervista di Wlodek Goldkorn all’autrice durante la scorsa edizione di Libri come.
Copia presa in prestito dalle Biblioteche di Roma

New York, Tel Aviv, il tema del doppio, un cappotto, una valigia, Kafka e un titolo (Forest Dark, nella versione originale) che ci riporta drittidritti a Dante. Che ci fosse tanta roba nel romanzo era già evidente nel corso della presentazione, ma ne ero stata così affascinata da suggerirne persino l’acquisto alla rete bibliotecaria dei Castelli romani.
In fondo, l’incipit prometteva benissimo:
Al tempo della sua scomparsa, Epstein viveva a Tel Aviv da tre mesi. Nessuno aveva visto il suo appartamento. La figlia Lucie era venuta a trovarlo con i bambini, ma Epstein li aveva sistemati all’Hilton, dove li guardava consumare sontuose colazioni mentre lui si limitava a sorseggiare un tè. Quando Lucie l’aveva pregato di mostrarle la casa, il padre aveva respinto la richiesta con una scusa garbata, spiegando che era troppo piccola e modesta, inadatta a ricevere ospiti. Ancora incredula per il divorzio tardivo dei genitori, lei l’aveva fissato a occhi socchiusi – niente nel passato di Epstein era mai stato piccolo o modesto – ma, nonostante i suoi sospetti, aveva dovuto accettare quella spiegazione, insieme agli altri mutamenti subiti dal padre.
Epstein è uno dei due protagonisti del romanzo, un uomo che ha orientato la sua vita a rispondere a qualsiasi domanda prima ancora di sapere cosa gli venisse chiesto. Ha lavorato caparbiamente per trasformare le sue debolezze in punti di forza, accumulando una ricchezza immane. È bastato imporre la volontà della mente a quella del corpo, anteponendo la professione di avvocato al resto.
Poi, un bel giorno, inizia a disfarsi di tutte le sue ricchezze con lo stesso accanimento con cui le aveva accumulate. Quando il figlio prova a dissuaderlo da ulteriori atti di filantropia, Epstein risponde che sta liberando spazio per pensare.
Tel Aviv
Nicole, l’altra protagonista del romanzo, ha numerose affinità con la Krauss, a partire dal nome: scrittrice americana di successo con radici ebraiche, un matrimonio in crisi, un forte legame con Israele. La Nicole protagonista del romanzo ha molti punti di contatto anche con Epstein: entrambi dividono le loro vite tra New York e Tel Aviv, entrambi devono far pace con le proprie radici ebraiche (ne sono attratti ma scettici; entrambi tendono a criticare alcune tradizioni e i rituali dei praticanti), entrambi cercano una via di fuga dal proprio passato, entrambi hanno un legame con l’Hilton di Tel Aviv; entrambi, forse, ritroveranno sé stessi nel deserto. Eppure, i loro percorsi non si incroceranno mai.
Temendo le emozioni violente che avevo sperimentato in famiglia durante l’infanzia, mi ero legata a un uomo che sembrava dotato di uno straordinario talento per la costanza, a prescindere da quanto accadeva all’interno o all’esterno. E poi mi ero legata alle abitudini e agli schemi di una vita altamente organizzata, disciplinata, sana, come se tutto dipendesse da questo, come se il benessere e la felicità dei miei figli richiedessero che quei legami vincolassero non solo ciascuna delle mie ore e delle mie giornate, ma anche ogni mio pensiero e la totalità del mio spirito. E nel frattempo l’altra vita informe e senza nome diventava sempre più fioca, sempre meno accessibile…
In questo mondo di false certezze, Nicole non sa più dove si trova; in tutto il romanzo, non farà altro che cercare la sua heim, la sua casa, con la sensazione di trovarsi spesso in due posti nello stesso momento (che poi sarà capitato anche a voi di essere sulla porta di casa e sentirvi replicati al piano di sopra. La possibilità di sentirsi sia qua che là nello stesso momento. O non v’è mai accaduto?)
E poi c’è Kafka. Nicole, in piena crisi creativa, incontra a Tel Aviv Elizier Friedman, professore di letteratura in pensione e personaggio piuttosto ambiguo, che la convince a riscrivere la vera biografia di Franz Kafka. Pensavate fosse morto banalmente nel 1924 in un sanatorio di Kierling, come c’hanno fatto credere? Niente affatto. È morto in Palestina, in una notte di ottobre del 1956, dove è arrivato clandestinamente e ha vissuto facendo il giardiniere sotto la falsa identità di Anshel Peleg. La tubercolosi che a Praga avrebbe finito per ucciderlo, in Palestina comincia a regredire.
Kafka aveva sempre sostenuto che la sua malattia polmonare, come l’insonnia e l’emicrania di cui soffriva, non era altro che una manifestazione esteriore del suo malessere spirituale. Un’infermità innescata dal sentirsi prigioniero e soffocato, privo dell’aria di cui aveva bisogno per respirare e del rifugio che gli occorreva per scrivere.
A Tel Aviv, lontano da sua padre, dalle costrizioni che l’avevano oppresso per tutta la vita, Kafka trova la pace, il suo menucha (più di un riposo fisico, uno stato di tranquillità interiore che va oltre il riposo del settimo giorno, come spiega bene Epstein in Selva oscura).
È una storia folle; eppure, leggendo questo romanzo, pervaso da un senso d’inquietudine costante, in cui si oscilla tra realtà e percezione, ogni tanto bisogna darsi una scrollata per non credere a tutto ciò che ci viene raccontato. Kafka non ha mai fatto il giardiniere in Palestina. Forse.
La certezza è che a Tel Aviv finirono i suoi manoscritti, portati da Max Brod e successivamente affidati alla sua segretaria/amante, Esther Hoffe, con il mandato di destinarli ad un archivio pubblico. La signora Hoffe, che viveva in un appartamento umido insieme a una marea di gatti, pensò bene di ricavarne qualcosa, vendendo alcune lettere e lasciando in eredità la restante parte degli scritti alle figlie. Dopo un lungo contenzioso con lo Stato d’Israele, due anni fa la Corte Suprema israeliana ha stabilito che i manoscritti saranno custoditi e catalogati dalla Biblioteca nazionale israeliana.     
Hilton di Tel Aviv
Ci sono molti alberi in questo romanzo e la sensazione di smarrirsi nella selva oscura delle elucubrazioni di Nicole Krauss è forte. Disorientante.
Concludendo, non fatemi la domanda «Sì, ma t’è piaciuto?». In tutta onestà, non saprei rispondere. Cervellotico. Ho preso molti appunti. E ho iniziato a leggere un racconto di Kafka.   

A partire da Cartesio, la conoscenza si è vista attribuire poteri quasi inimmaginabili. Ma, in definitiva, non ci ha condotti al dominio e alla padronanza della natura che il filosofo immaginava, bensì solo a un’illusione di dominio e padronanza. Alla fine ci siamo ammalati di sapere. A essere sinceri, io detesto Cartesio […] Più lui parla di seguire sempre la stessa direzione per uscire dalla foresta, più io mi sento attratta dall’idea di perdermi in quella foresta, dove un tempo vivevamo nella meraviglia, nella consapevolezza che il nostro stupore è il prerequisito di un’autentica coscienza dell’essere e del mondo. Ormai ci resta ben poca scelta, a parte abitare negli aridi campi della ragione e quanto all’ignoto, che un tempo baluginava agli estremi confini del nostro campo visivo, convogliando le nostre paure, ma anche le nostre speranze e i nostri desideri, possiamo solo guardarlo con ostilità.

giovedì 18 gennaio 2018

Patria, Fernando Aramburu

Ho ascoltato Fernando Aramburu al Festival della letteratura di Mantova lo scorso settembre.
Aramburu aveva già portato l’Eta nel mio precedente appartamento qualche anno fa. L’aveva fatto con dieci brevi racconti, I pesci dell’amarezza (usciti per i tipi di La nuova frontiera). C’erano anche lì degli aita (papà), delle ikurriña (bandiere basche) che sventolavano, diverse ekintza (attentati), un qualche barlume di barkatu (perdono)
M’ero fatta l’idea che Aramburu fosse un uomo malinconico, la voce esile, lo sguardo basso alla ricerca di una qualche verità. Perciò non mi sono stupita molto quando ha iniziato a parlare: quasi monotono, nemmeno un filo d’ironia, un sorriso dolce che s’è dissolto in un attimo; nessuna ruffianeria verso i potenziali lettori presenti nella chiesa di Santa Paola, a Mantova. La signora accanto a me annuiva a ciascuna delle sue parole, senza attendere la traduzione. Seria, attenta, un convinto applauso finale. Un breve scambio di battute. Mi par di capire che ha già letto Patria. Sa, avevo bisogno di rinfrescare il mio spagnolo e l’ho preso prima che venisse pubblicato in Italia, più per un esercizio linguistico che altro. Bellissimo. Non si lasci impressionare dalla mole; si legge in un attimo.
La signora aveva ragione. Era da tanto che non mi capitava di restar sveglia fino a tardi per l’incapacità di uscire da una storia. Di costringermi a spegnere la luce per poi non riuscir a chiudere occhio davanti alle scritte sui muri che chiamano lo Txato traditore, venduto, vigliacco. Lui che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare e dar lavoro agli uomini di questo paesino senza nome vicino a San Sebastián, perché il lavoro è meglio tenerselo in casa, che bisogno c’è d’assumere gente di fuori con tutte le famiglie di qui che hanno bisogno di campare? Lo Txato che s’è sempre preoccupato della sua famiglia, della sua impresa e della bicicletta la domenica. Ha pagato l’Eta per vivere in pace, ma poi ha smesso perché le richieste iniziavano a diventare esagerate e perché, in fondo, non gli piace l’idea che i suoi soldi finanzino attentati terroristici e morte. È convinto del fatto che il paese si schiererà al suo fianco, invece trova porte chiuse, volti che si girano dall’altra parte, negozi che non hanno più merce da vendere alla sua famiglia. Amicizie di una vita che terminano in una notte, pugnalate alle spalle per paura e ignoranza.
Piove molto nei Paesi Baschi; pioggia e vento il pomeriggio in cui Txato viene giustiziato; pioggia e ombrelli durante le manifestazioni a sostegno dell’ETA. Piove mentre la vedova di Txato, Bittori, va al cimitero per raccontare le ultime novità alla tomba del suo Txatito. Piove quando dalla nuova casa di San Sebastian si dirige verso quella che per tanti anni fu la sua casa, lì dove Txato è stato ucciso. Ma non si lascia spaventare dalla pioggia Bittori, né dalle osservazioni di quei due figli strambi che vorrebbero proteggerla dalle cattiverie del paese.   
Pioggia e cielo scuro nelle giornate in cui Joxe Mari inizia il praticantato per entrare nell’organizzazione. Non si accontenta più di bruciare autobus e bancomat. Basta con il lavoro, la pallamano, il sogno d’esser ingaggiato con la squadra dell’FC Barcellona. Vuole fare il passo definitivo, gora ETA, gora Euskadi askatuta. Viva l’Eta, viva Euskadi libera.
È una lingua aspra l’euskera. Ripeto qualche parola inciampando di continuo.
Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

Fernando Aramburu, Patria, magnifica traduzione di Bruno Arpaia, Ugo Guanda Editore, 2017.
  

lunedì 21 novembre 2016

Un ragazzo, Nick Hornby

Gli uomini di cui mi innamoravo una quindicina di anni fa sembravano esser appena usciti da un romanzo di Nick HornbyFascinosi, pseudomusicisti, feticisti del vinile, super sportivi, capaci di parlare per ore di un bassista geniale sconosciuto ai più (a partire dalla sottoscritta). Uno di loro mi conquistò con l’umorismo e il “buongiorno” che sapeva davvero di buongiorno. Non lo tormentavano le scadenze di fine mese, mi portava in locali gestiti da gente spiritosa, il suo cruccio principale era decidere dove avrebbe trascorso il weekend (“sì, credo proprio che tornerò a sciare”) e mi guardava con occhi adoranti. «Non credo di aver mai incontrato una ragazza così sensibile», e io non capivo come potessi essere tanto attratta da un tipo come lui. Era l’epoca dei grandi ideali, quella in cui mi sbattevo tra due/tre lavoretti diversi nell’attesa che arrivasse il “mio” Lavoro, quello vero, e nel weekend vendevo arance, mele, uova pasquali, qualsiasi cosa potesse servire per raccogliere fondi per l’associazione di cui avevo sposato la causa. Mi veniva da piangere ogni volta che scoprivo che l’ente di cui sopra non era poi così no profit come professava di essere e mi chiedevo se, alla fin fine, la scelta migliore non fosse quella del moroso alla Nick Hornby: la parola “impegno” non esiste, mai promettere nulla, take it easy.
Un bel giorno l’uomo fascinoso si innamorò sul serio: continuava a frequentare locali alternativi e a strimpellare il basso, continuava a portarmi il caffè in ufficio ma il suo buongiorno divenne un “buongiorno?”. Insomma, nella linearità delle sue giornate si intromisero una serie di punti interrogativi insoliti per uno che sembrava avere solo certezze. Nel momento in cui, tagliuzzando il petto di tacchino, mi disse: «Ma voi come fate a farvi coinvolgere dalle vite degli altri? Voglio dire, non è difficile esserci sempre? Ascoltare i problemi degli amici? Esporsi?», in quel preciso istante, capii che la corazza era caduta. E non per merito mio. Presi l’ultimo libro di Nick Hornby che avevo letto e glielo regalai. Credo fosse Alta fedeltà, romanzo perfetto per un appassionato di musica degli anni ’70, ma avrei dovuto donargli Un ragazzo. Le analogie tra la sua vita e quella di Will, il protagonista, l’avrebbero lasciato a bocca aperta.
Da quel giorno smisi di leggere i romanzi di Nick Hornby e smisi di frequentare i personaggi usciti dai sui libri, sebbene mi facessero sorridere tantissimo. Tutto ciò fino a un mese fa, quando il giovane bibliotecario del mio gruppo di lettura ha proposto Un ragazzo come libro del mese. E la mozione è stata approvata.
Rileggo il libro a distanza di anni e quasi quasi ci resto male. Ha perso freschezza, sorrido un po’ meno, mi sembra una storia scontata, anche se Will non è poi tanto diverso da un ragazzo (??) trentaseienne di oggi. Riconosco lo humor britannico, ritrovo la scrittura cinematografica, vedo l’evoluzione dei personaggi ma, come dire… storia perfetta per una serata al cinema. Una bella commedia, il faccione scanzonato di Hugh Grant, il profumo del popcorn e torni a casa di buonumore. Mi sa che adesso in un libro cerco altro. È cambiato Nick Hornby o sono cambiata io?


I commenti degli altri lettori non sono stati terribili come temevo. Buona parte dei presenti non aveva mai sentito nominare l’autore, in pochi hanno visto la trasposizione cinematografica di About a boy. Riflessione magistrale di Luigi: «Con questo libro ho avuto un ottimo rapporto: nulla mi ha dato e nulla ho restituito. L’ho iniziato, l’ho terminato e l’ho riportato in biblioteca. Un perfetto distacco inglese». Più chiaro di così!


Nick Hornby, Un ragazzo (About a boy), trad. Federica Pedrotti, TEA su licenza della Ugo Guanda Editore. 

lunedì 27 luglio 2015

Lezioni di respiro, Anne Tyler

Forse non ho iniziato dal romanzo migliore, sebbene Anne Tyler abbia vinto il Pulitzer nel 1989 proprio con Lezioni di respiro. Ci sono tutti gli ingredienti che, da quanto leggo, caratterizzano le opere dell’autrice: la quotidianità e le debolezze di uomini e donne comuni, Baltimora, un filo di ironia, le ansie e le manie di una famiglia come tante, anche se ogni famiglia è disgraziata a modo suo
Epperò è mancato il coinvolgimento che mi aspettavo di trovare in un romanzo della Tyler. Probabilmente è sempre un problema di aspettative elevate.
La storia ruota intorno alla famiglia Moran. Maggie è la versione giovane e americana di mia suocera, la cui vita si è modellata sulle esigenze dei figli; sempre un po’ a dieta ma sempre pronta a trasgredire, perché “che vuoi che mi faccia un cucchiaino di gelato?”; una di quelle donne che da una frase ascoltata per caso riescono a girare un intero film. E pretendono di convincerti che “è andata proprio così, non posso che avere ragione”.
Suo marito, Ira Moran, è la versione americana e, se possibile, ancora più taciturna di mio padre. "C’erano dei periodi in cui Ira non arrivava a dire una dozzina di parole in tutto il giorno, e anche quando parlava non si riusciva mai a capire quello che provava. Era un uomo chiuso, isolato: era il suo difetto più grave".
Quando dicono che gli opposti si attraggono…
Una relazione che, come tutte le storie, è fatta di alti e bassi.
“Quando si era sposata aveva pensato che lui l’avrebbe sempre guardata come in quella prima notte, quando era comparsa in piedi di fronte a lui nel suo negligé del suo corredo da sposa […] L’aveva guardata dritto negli occhi e sembrava che non respirasse nemmeno. Aveva pensato che sarebbe continuato così per sempre”
Entrambi hanno sogni e progetti che sembrano non essere impossibili. Certo, bisognerà pur scendere a qualche compromesso, ma non si dovrà rinunciare a tutto. Invece, con l’avanzare degli anni, Ira Moran si scopre molto sensibile allo spreco. “Aveva rinunciato all’unico sogno serio che avesse mai avuto. Non si può esser più spreconi di così”.
Poi ci sono i figli che crescono e i matrimoni che naufragono.
La Tyler racconta cose così; si chiamano Moran e vivono a Baltimora ma potrebbero anche chiamarsi Bianchi e vivere in un paesetto italico. Sarebbe più o meno la stessa cosa.
Forse in questo romanzo l’ha tirata un po’ troppo per lunghe; non lo molli ma si arranca.
Intanto, mi sono procurata Turista per caso, tra i romanzi più famosi della Tyler, e sin dalle prime pagine si capisce il perché di tanto successo. Tutto un altro ritmo. Dovrei aver visto il film ma ne ho un vago ricordo.
Ne riparleremo.

Lezioni di respiro, Anne Tyler
Ugo Guanda Editore, traduzione Luigi Schenoni.


mercoledì 17 luglio 2013

La cultura si mangia! Un’idea di bookcrossing…

Iniziò tutto da qui: Stefy, libraia e blogger di Odore intenso di carta ci chiedeva cosa dovrebbe avere una libreria per farcela prediligere alle tante (sempre meno, in verità) presenti sul territorio. E in parecchi risposero.  
Il post era solo un pretesto per avviare, per dirla con le sue parole, un’idea da tempo in cantiere: un bookwebcrossing, un bookcrossing tra blogger lettori.
Così, dopo poco tempo, mi son vista recapitare un pacchetto profumoso contenente il libro scritto da Pietro Greco e Bruno Arpaia “La cultura si mangia!”, editore Guanda.
Il profumo non proveniva ovviamente dall'omino delle Poste ma dalla finezza dell’amica blogger che aveva inserito all'interno del libro una letterina scritta a mano, avente un buon profumo. Una di quelle d’altri tempi che credevi scomparsa. Bello, no?

Un’idea generosa quella di Stefy, capace di coniugare lo strumento virtuale (il suo blog) con la condivisione materiale dell’oggetto libro. Ed arrivano con impeto l’odore intenso di carta, le sottolineature, i commenti a margine… Così, sembra quasi di esserci uscita insieme con questa lettrice che non hai mai incontrato di persona. 
Per quanto mi riguarda, ho un rapporto conflittuale con il bookcrossing: non sempre (anzi, quasi mai) riesco a liberarmi dei libri che mi son piaciuti. È più probabile che ne compri una copia nuova e che la regali prima di lasciar andare la copia vergata, che sa di treno, avente i segnalibri più disparati (dalla cartolina appena ricevuta allo scontrino del bar).    

La cultura si mangia!” è giunto in un periodo particolare, uno di quelli in cui vorresti poterti ritirare a vita privata in una caverna per un annetto; vabbè la caverna no; però prenderti un anno sabbatico da tutto e tutti magari sì. Piena di dubbi sull'utilità di ciò che svolgi e divisa tra ciò che predichi e la tua sottomissione al sistema, ti trovi a leggere che:
[…] l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha sostenuto che per i laureati non c’è mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile è dei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani. Sapesse, contessa... E il filosofo estetico Stefano Zecchi, in servizio permanente effettivo nel centrodestra, ha chiuso in bellezza, come del resto gli compete per questioni professionali: ha detto che in Italia i laureati sono troppi. Insomma, non c’è dubbio che la destra italiana abbia sposato la cultura della non cultura e (chissà?) magari già immagina un ritorno al tempo dell’imperatore Costantino, quando la mobilità sociale fu bloccata per legge e ai figli era concesso fare solo il lavoro dei padri. (Non lo sapeva, professor Sacconi? Potrebbe essere un’idea...)
E la sinistra o come diavolo si chiama adesso? Parole, parole, parole. Non c’è uno dei suoi esponenti che, dal governo o dall'opposizione, non abbia fatto intensi e pomposi proclami sull'importanza della cultura, dell’innovazione, dell’istruzione, della formazione, della ricerca e via di questo passo, ma poi, stringi stringi, non ce n’è stato uno (be’, non esageriamo: magari qualcuno c’è stato...) che non abbia tagliato i fondi alla cultura, all'innovazione, all'istruzione, alla formazione, alla ricerca e via di questo passo. Per esempio, nel programma di governo dell’Unione per il 2006 si diceva: «Il nostro Paese possiede un’inestimabile ricchezza culturale che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa. La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico».
Magnifico, no? Poi l’Unione (o come diavolo si chiamava allora) vinse le elezioni e andò al governo. La prima legge finanziaria, quella per il 2007, tagliò di trecento milioni i fondi per le università. Bel colpo. Ci furono minacce di dimissioni del ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi. Ma le minacce non servirono. Tant’è che, nella successiva legge di bilancio, furono sottratti altri trenta milioni dal capitolo università a favore... degli autotrasportatori. […]

E si va avanti di questo passo.
Si dà il caso che io lavori in un’associazione di categoria datoriale proprio di quel settore lì, e non passa giorno in cui non ci si vanti del fatto che i benefici fiscali per gli autotrasportatori vengono riconfermati dal Governo di anno in anno. Già, e chi ne fa le spese? Tanto, come fa notare il signor valigiesogni, i figli dei miei responsabili frequentano scuole private e, presumibilmente, domani frequenteranno college prestigiosi, mica la scalcagnata università di Borghettodietrol’angolo??
Poi, per carità, molti dei discorsi fatti nel libro sono troppo aleatori e forse non tutto è di così facile applicazione come potrebbe sembrare. Certo è che la classe politica, nello stanziare risorse e decidere tagli, compie scelte precise e così, ad occhio, non mi sembra che lo Stato negli ultimi venti anni abbia promosso il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Sarò stata distratta io, ma non ho visto scelte che abbiano favorito gli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Nelle varie Agende, tanto di moda, non ricordo di aver sentito parlare di riqualificazione dell’ambiente fisico, di estensione di zone alberate e bonifiche di aree inquinate; di miglioramento del clima sociale e culturale, della necessità di puntare su nascenti imprese, piccole e medie, ma altamente qualificate e specializzate nelle nuove tecnologie e nell'industria creativa. Pare abbiano fatto questo nella Ruhr, Germania, anni Novanta, per riqualificare una regione industriale fallita dopo la chiusura di acciaierie e miniere.
Da noi, invece, il massimo della creatività sta nel finanziare la sagra della porchetta che, con tutto il rispetto per la porchetta, non è l’attività principale verso cui andrebbero dirottati i fondi degli enti locali.
Investire  in cultura, innovazione, creatività, dà certezze di miglioramento per un Paese? Certo che no, è un rischio. In questi ultimi anni, neppure investire nella Fiat o in Alitalia dava certezze; eppure è stato fatto. Ed evito di soffermarmi sul come, il perché e i risultati raggiunti…
Fine dei dieci minuti di sangue amaro.
Per saperne di più sul libro


Per tornare all'ottima idea del bookwebcrossing, amici blogger, questo libro ha da girare! Accorrete numerosi!

lunedì 28 maggio 2012

La velocità della luce



Javier Cercas, La velocità della luce
Ed. Guanda, trad. Pino Cacucci.

Al Salone internazionale del libro di Torino ho ascoltato un paio di interventi di Javier Cercas. Prima di allora non sapevo chi fosse, né avevo mai sentito parlare del suo - ho scoperto, fortunato libro - I soldati di Salamina. Mi è sembrato un uomo molto divertente, ironico, prodigo di osservazioni acute e con una buona conoscenza della lingua italiana. 
Istintivamente ho acquistato un suo libro. Non I soldati di Salamina ma il meno venduto La velocità della luce, opera scritta e pubblicata immediatamente dopo il suo grande successo. Una scelta irrazionale: non ne avevo letto alcuna recensione, non me ne aveva mai parlato nessuno; ho preso il libro senza sbirciare né l’incipit né la trama
Ammetto che le prime pagine non mi hanno catturato ma da un certo punto in poi non ho fatto altro che leggere e rimuginare, passare dal romanzo alla quotidianità, dalla finzione alle guerre che si combattono per la pace e per la democrazia di generici paesi terzi, che ci dicono essere “in via di sviluppo”; quelle guerre che da anni imperversano sui nostri quotidiani e che non consideriamo mai vere e proprie guerre.
La velocità della luce ruota intorno a grandi temi: la scrittura, il senso di colpa, il successo, la guerra del Vietnam, i problemi morali e civili. L’io narrante è un giovane catalano squattrinato che sogna di diventare uno scrittore e che, nell’arco dei diciassette anni ripercorsi nel romanzo, lo diventerà. Uno scrittore di successo. Insomma, una biografia fittizia dello stesso Cercas.   
Ma il successo non migliora la vita, anzi fa emergere il lato peggiore del carattere del protagonista. Il successo riesce a trasformare un ragazzo umile e sensibile in un uomo strafottente, volgare, prepotente. Il successo di uno scrittore può distruggere l’identità dell’uomo che abitava quello scrittore.   

Adesso conduco una vita falsa, una vita apocrifa, clandestina e invisibile sebbene più reale che se fosse vera, ma io ero ancora io quando conobbi Rodney Falk. Fu molto tempo fa e avvenne a Urbana, una città del Midwest degli Stati Uniti, dove vissi due anni verso la fine degli anni ottanta. A essere sincero, ogni volta che mi chiedo perché finii proprio lì mi dico che andai a parare da quelle parti come sarei potuto andare in qualsiasi altro posto. Racconterò perché, invece di andare a parare in qualsiasi altro posto, finii proprio lì.

Rodney Falk è l’altro protagonista del romanzo.

Era alto, corpulento, un po’ sgraziato; camminava con lo sguardo fisso a terra e a falcate irregolari, sbandando sulla destra con una spalla più alta dell’altra, cosa che conferiva al suo incedere un’instabilità ondeggiante da pachiderma sul punto di crollare a terra. Aveva i capelli lunghi, folti e rossicci, e la faccia ruvida e larga, la pelle lievemente arrossata e i lineamenti come scolpiti sul cranio: il mento squadrato, gli zigomi sporgenti, il naso aquilino e la bocca piegata in una smorfia ironica o sprezzante […] Soffriva di fotofobia a un occhio, il che lo costringeva a proteggerlo dalla luce del sole con una benda di stoffa nera legata alla testa con un nastro, una toppa che gli dava un’aria da ex combattente, suffragata dall’andatura zoppicante e dal corpo leso.  

Rodney Falk non ha amici, è un uomo taciturno, un tipo strambo. È un veterano del Vietnam, uno dei tanti diciottenni costretti dal proprio Paese a mettere a tacere la coscienza e a compiere il proprio dovere di buoni americani, a perpetrare le peggiori atrocità in una guerra estranea ed assurda per poi tornare in Patria ed essere trattati da criminali; disprezzati e rinnegati per aver combattuto una guerra ingiusta e essere tornati da perdenti.
La velocità della luce è dominato dal senso di colpa. Un senso di colpa che nasce dalla violazione delle proprie regole di condotta; il senso di colpa per aver tradito la propria coscienza, il proprio credo, i principi su cui era stata fondata la propria esistenza.
Non è una storia a lieto fine; non si capisce cosa spinga un uomo a fare del male ad altri uomini; non c’è un modo per porre rimedio ai propri errori; è un romanzo falso perché rispecchia la vita: non si è mai liberi di scegliere come andrà a finire.

E allora non solo ho capito quale fosse il giusto finale del libro, ma ho trovato anche la soluzione che stavo cercando. Euforico, con l’ultima birra l’ho spiegato a Marcos. Gli ho spiegato che prima di pubblicarlo lo avrei riscritto completamente. Cambierò i nomi, i luoghi, le date, gli ho spiegato. Mentirò su tutto, ma solo per dire meglio la verità. […]
«E come finisce?» ha chiesto.
Ho abbracciato con lo sguardo il bar semideserto e, sentendomi quasi felice, ho risposto: «Finisce così».