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martedì 30 maggio 2023

Il treno nei libri

 

Le train dans la neige, Claude Monet


La programmazione delle letture per il gdl della biblioteca mi manda spesso in crisi. I primi tempi mi sembrava tutto più semplice: eravamo poche persone, non ci conoscevamo, mi bastava verificare che il circuito bibliotecario disponesse di un numero adeguato di copie dei titoli che più avevo amato nel corso degli anni e il grosso del lavoro era fatto. Poi il gruppo si è allargato, le copie sono diminuite, ho iniziato a capire gusti e interessi delle partecipanti assidue e oggi, quando propongo un titolo, so già chi lo apprezzerà e chi lo boccerà senza possibilità di salvezza. Allora, per rendere gli incontri più stimolanti e meno prevedibili, ho previsto delle letture a tema. Scelgo un argomento, butto giù una bibliografia che includa sia titoli poco noti, più sperimentali sia romanzi rassicuranti e spesso la discussione prende direzioni inaspettate.

Il tema lo scelgo ascoltando i messaggi che mi invia il Caso. Questa volta a indicarmi la via sono stati la mostra Orient Express & Cie, una presentazione di Fabio Stassi, i lunghi vocali con la mia amica Nela San, i treni regionali. Di romanzi ambientati in treno o in cui i treni e i viaggi in treno svolgano una parte importante ce n’è un’infinità. Proporre una bibliografia è stato semplicissimo (qualora ve lo stiate chiedendo, ho prontamente cassato La ragazza del treno). La lista comprendeva, tra gli altri, Il treno per Istanbul, La Sonata a Kreutzer, Treni strettamente sorvegliati, Cuccette per signora, L’Italia in seconda classe, Tokyo Express… Io ne ho approfittato per leggere un romanzo di Graham Greene e uno di Fabio Stassi.

 


Il treno per Istanbul di Graham Greene, traduzione di Alessandro Carrera, Sellerio editore.

Di Graham Greene, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e agente segreto britannico, devo aver letto Il nostro agente all’Avana mille anni fa. Non ricordo assolutamente nulla della trama ma ho il ricordo di una lettura estiva piacevole. E poiché il sottotitolo di Stamboul Train è “Un divertimento”, mi aspettavo di leggere un romanzo spensierato, dal ritmo veloce e un po’ mistery, che mi portasse da Ostenda alla Turchia in compagnia di personaggi strampalati.

“Con Il treno per Istanbul, per la prima e ultima volta nella mia vita mi proposi deliberatamente di scrivere un libro che incontrasse i gusti del pubblico e da cui, fortuna aiutando, si potesse ricavare un film. Il demonio protegge i suoi e entrambi gli scopi venere raggiunti, benché all’epoca i diritti cinematografici apparissero un sogno improbabile; infatti, prima che potessi finire il libro, Marlene Dietrich era apparsa in Shangai Express, gli inglesi avevano realizzato Rome Express, e perfino i russi si erano fatti la loro pellicola ferroviaria: Turkish. Il mio film giunse buon ultimo e fu di gran lunga il peggiore […]” scrive lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo nell’edizione del 1974.

Non ho visto il film che ne è stato tratto ma, a lettura ultimata, ho trovato Il treno per Istanbul meno spensierato di quanto mi aspettassi. Greene ci fa salire sull’Orient Express ad Ostenda insieme a una ballerina inglese dal viso insignificante e dal corpo esile, diretta a Costantinopoli per lavoro, a un misterioso insegnante inglese che si rivelerà essere tutt’altra persona, a un ricco commerciante ebreo, a un romanziere insulso; successivamente saliranno una giornalista dedita all’alcol con la sua bella dama di compagnia e un farabutto.

I ragazzi che vendevano i giornali gridavano e una fila fatta di uomini rigidi e composti, vestiti di panno nero, e di donne in velo nero aspettava lungo il marciapiede; senza mostrare interesse, come una folla di estranei decorosi a un funerale, guardavano i vagoni di prima classe passar loro davanti, Ostenda-Colonia-Vienna-Belgrado-Istanbul, e la carrozza diretta ad Atene. Poi, con le loro borse a rete e i loro figli, salirono sui vagoni di coda, diretti forse a Pepinster o a Verviers, un venticinque chilometri più avanti.

Greene, che nel 1932, anno di pubblicazione del romanzo, non aveva mai preso un treno per Istanbul e che si era spinto solo fino a Colonia, riesce a trasportarci nell’atmosfera del periodo, facendoci sostare in luoghi che credevo frutto di fantasia, come Subotica. Ho poi scoperto che Subotica è una ridente cittadina serba al confine con l’Ungheria e distante una decina di chilometri dalla Romania. 

Subotica (Fonte Touring Club)

Il treno per Istanbul non è un divertimento perché Greene non si limita a condurci nelle storie individuali di personaggi cinici e disillusi ma riesce anche a riprodurre il clima di incertezza e tensione dell’Europa tra le due guerre; quell’atmosfera in cui un gesto sbadato, una parola di troppo, un naso troppo adunco possono scatenare una rissa, far sorgere un sospetto, evocare l’incubo dei pogrom e il pericolo dei rossi che creano disordini in città come Belgrado.

Un romanzo interessante che mi ha portato a scoprire la composizione di Pacific 231 dello svizzero Arthur Honnegger, un altro appassionato di treni.

 


Notturno francese di Fabio Stassi, Sellerio editore.

Il mese scorso sono andata con una coppia di amici ad ascoltare la presentazione dell’ultimo libro di Stassi in una bella libreria nel quartiere Trieste a Roma. Io voglio bene a Fabio Stassi, credo di averlo ribadito più volte, per quell’atteggiamento impacciato, quel sorriso timido e la capacità di raccontare aneddoti e libri altrui. Anche quando il protagonista dell’incontro dovrebbe essere lui e un suo libro, non fa che parlare dei libri degli altri. Quel pomeriggio, per dire, mentre su Roma si scatenava il diluvio, lui ha tirato fuori dallo zainetto una copia della Colonna infame del Manzoni e un volume di John Berger e Jean Mohr appena pubblicato dai tipi del Saggiatore, che ho prontamente acquistato prima di uscire dalla libreria.

Insomma, Stassi lo amo più per i libri che mi consiglia che per i suoi. Tant’è che non avevo in programma di leggere Notturno francese. Però è successo che pochi giorni fa abbia riletto Sostiene Pereira e Notturno indiano.

Antonio Tabucchi + treni = Fabio Stassi.

È bello quest’ultimo libretto di Stassi in cui ritroviamo il biblioterapeuta Vince Corso (ma può essere letto autonomamente dai volumi precedenti aventi lo stesso protagonista), troviamo Tabucchi ma anche tantissimi riferimenti letterari: da Han Kang a Simenon, l’immancabile Soriano, la Marsiglia di Izzo, Il castello di If, Il cimitero marino di Paul Valéry.

Nella stazione di Roma Termini, Vince Corso sale su un treno sbagliato e un momento di distrazione si trasforma in un viaggio di ricerca che lo porterà a restare su quel treno sbagliato e a prenderne altri nelle ore successive. Un assurdo viaggio alla ricerca di un padre di cui Vince Corso non sa nulla, neppure il nome, e a cui da 5 anni spedisce cartoline all’unico indirizzo in cui potrebbero conoscerlo: l’hotel Le Negresco sulla Promenade des Anglais in Costa Azzurra.




Notturno francese si legge in poco più di un’ora e lascia addosso la consueta malinconia che caratterizza la scorrevole scrittura di Stassi. Lascia anche una lista di libri da leggere o rileggere e musica da ascoltare. Sicché, non posso che continuare a volergli bene.

 

mercoledì 10 maggio 2023

Aprile: un classicone, l’Orient Express e l’Appia Antica

 

Roma, Appia Antica

Aprile è stato un mese di corsa. In senso letterale. Ho ripreso ad allenarmi con maggior costanza, a controllare le previsioni meteo, a incastrare le varie attività in modo da sconfiggere argomenti pretestuosi del tipo “sono troppo stanca, si è fatto tardi, è prevista pioggia…” Insomma, tutte quelle storie che ci raccontiamo quando ci lasciamo sopraffare dalla pigrizia.

Aprile è stato anche libri, passeggiate cittadine, mostre, progetti per viaggi futuri.



Sono tornata al classicone e l’ho fatto in compagnia del gruppo di lettura della biblioteca. Non proponevo un classico da un’infinità di tempo e ho pensato fosse giunto il momento di affrontare Villette, di Charlotte Brontë. Ultimo romanzo dell’autrice, tra i più autobiografici, non brilla per vivacità né per coinvolgimento, e la possibilità che il gruppo potesse disertare l’incontro del mese non era poi così remota.

Prendendo in prestito le parole di Antonella Anedda nell’introduzione della versione di Villette pubblicata da Fazi, Lucy Snowe, la protagonista del romanzo, “è un’anima vecchia […], ha accumulato una distanza che le consente di analizzare il proprio destino fin da quando, adolescente, dovendo definire gli anni dell’infanzia, usa le parole: freddo, pericolo, lotta.”

Lucy è tutta ragione e il suo atteggiamento razionale, lontano dalle fantasticherie e dalle frivolezze delle altre figure femminili che popolano il romanzo, può spiazzare il lettore. Infatti, le reazioni del gruppo di lettura sono state molto eterogenee: dal sintetico “una palla, non succede niente” a un “è la quarta volta che lo leggo e mi sono sorpresa a riflettere su temi che nelle letture precedenti mi erano sfuggiti”.

Villette, classica opera vittoriana, è un romanzo stratificato, a tratti filosofico, che affronta argomenti disparati, perfetto per accendere un dibattito all’interno di un gruppo di lettura. A colpire sono le lunghe elucubrazioni mentali della protagonista, il ruolo della religione nella società dell’epoca, le riflessioni sulle differenze tra protestantesimo e cattolicesimo, l’accento che l’autrice pone sulla presunta superiorità del popolo inglese rispetto a quello francese (e, ancora di più, la differenza tra le donne inglesi rispetto alle francesi), il ruolo della natura, la presenza di elementi gotici, l’importanza del matrimonio nella società del tempo in contrasto con una protagonista molto moderna che, orgogliosamente, rivendica invece l’importanza del lavoro come strumento d’indipendenza. Un romanzo che ho apprezzato molto e che merita anche una rilettura di approfondimento ma, come ho avuto modo di sperimentare, non consigliabile a lettori e lettrici che vogliano farsi trascinare dalla trama.

 


Aprile è stato anche il mese degli scioperi di qualsiasi mezzo pubblico possa circolare, degli infiniti problemi tecnici sulle linee ferroviarie, dei costanti ritardi; tanti e tali da far perdere la pazienza al più rassegnato dei pendolari. Stazioni ben lontane dall’atmosfera magica e letteraria racchiusa nelle foto della mostra ORIENT-EXPRESS & Cie. Itinerario di un mito moderno.


Roma, Villa Medici  

La mostra, aperta fino al 21 maggio, è ospitata dall’Accademia di Francia a Roma, con sede a Villa Medici. Un luogo magnifico che merita una visita anche solo per percorrere i viali dell’immenso giardino, lontano dai rumori pur trovandosi nel cuore della Capitale, e ammirare il panorama mozzafiato sulla città. Cielo grigio incluso.



Le foto, le locandine, i progetti e i manifesti pubblicitari esposti nelle sale dell'Accademia di Francia provengono dagli archivi dell’antica Compagnie internationale des wagons-lits. Una mostra interessante perché raffigura tutte le sfaccettature di un mito, l’Orient-Express, e del meno noto Rome-Express. Alle foto pubblicitarie, che rappresentano lo sfarzo e il lusso dei vagoni, si affiancano quelle dei locali in cui venivano costruiti i vagoni, le immagini di lavoratori e lavoratrici indaffarati, nonché una foto piccina piccina che ritrae un esiguo numero di braccia incrociate e volti seri, in sciopero, che posano davanti all’obiettivo.

Non mancano, tuttavia, le foto di volti noti che ci osservano dal finestrino. 

Georges Simenon

Infine, per chiudere degnamente il mese di aprile, ci siamo concessi il consueto pellegrinaggio annuale lungo l’Appia Antica. Anche questo è un classicone: almeno una volta l’anno va fatto!




domenica 21 agosto 2022

Valsavaranche, Parco Nazionale del Gran Paradiso

 


Partiamo da Asti mentre il cielo diventa sempre più scuro. Dopo qualche chilometro inizia a piovere. Eh, quella settimana lì è previsto maltempo. Improvvisamente, l’eco delle profezie di mamma e suocera riempie l’abitacolo dell’auto più brutta della storia del noleggio. Ad esser sincera, la profezia si ripete annualmente. Che si parta per la montagna o per altre mete, che sia luglio, agosto o settembre, “quella settimana lì” è previsto sempre maltempo. Il coniuge mi guarda e sorride. Vorrà dire che potrai finalmente dedicare un’intera settimana alla lettura e io potrò finalmente trascorrere sette giorni senza fare un tubo. Pazienza per il trekking. 

Spoiler: le previsioni erano errate.



Eravamo stati in Valle d’Aosta esattamente dieci anni fa. Il nostro primo trekking itinerante, quello che ricordo con più affetto per la magia dei luoghi e l’allegria delle persone con cui avevamo camminato.

Ti va di tornare in Valle d’Aosta? Il coniuge, per tutta risposta, dopo un paio di giorni mi invia una lista di luoghi in cui dormire e un elenco di sentieri da esplorare. Lui è orientato per la Valgrisenche, più selvaggia e meno frequentata; io sono ispirata dalla vicina Valsavaranche, altrettanto selvaggia ma con più sentieri che si snodano nell’area protetta del Parco Nazionale del Gran Paradiso e, stando alle promesse della rete, con più possibilità di incontrare animaletti selvatici vari. Il coniuge inizia a studiare i sentieri della Valsavaranche.



Sono tornata dal Parco Nazionale del Gran Paradiso più innamorata di dieci anni fa. Cose sparse, tra le altre, che ho portato a casa:

L’assenza del silenzio. I suoni della montagna mi ammaliano: è tutto uno svolazzare di uccelli che si richiamano l’un l’altro allegramente, la voce imponente del vento, i fischi delle marmotte, il rumore dell’acqua, il ruzzolare delle pietre mosse da famigliole di stambecchi e camosci.



La testardaggine nel dire ce la posso fare! quando a pochi passi dalla cima (che non è una cima ma un passo) mi sembra di non riuscire più a staccarmi dal sasso a cui sono rimasta abbracciata stretta stretta negli ultimi 10 minuti. Ce la faccio, sposto i timori, riesco a staccarmi e a guardare davanti a me senza vacillare. Raggiunta la meta scopriremo che c’era un percorso molto più agevole, ma ormai…



L’umiltà di ammettere che no, non ce la posso fare!. Sono stanca, la meta è troppo lontana, fa troppo caldo e abbiamo camminato troppo. Non è una questione di vertigini, di paura o mancanza di fiducia. È stanchezza. Se andassi avanti, non mi godrei più il cammino. Il sentiero si è rivelato più duro del previsto e non ho la giusta preparazione. Bisogna ammetterlo, fermarsi, riposare e poi tornare indietro, ammirando quella natura che la fatica aveva offuscato.



Il riverbero del sole che fa sbrilluccicare l’ultimo tratto della pietraia che conduce al Col Loson. Non so perché ma io mi sento dentro un film western. Poi, compaiono gli stambecchi.



E domani dove andate? Arianne, l’albergatrice, ce lo chiede tutte le sere. A volte approva, a volte suggerisce un sentiero alternativo e meno battuto, a volte si stringe nelle spalle e biascica un mmm, nientedichè. Nientedichè è un concetto molto relativo. Capisco che se sei abituata a vedere quotidianamente il massiccio del Gran Paradiso, se hai la maestosità del Monte Bianco a due passi da casa e la bellezza del Piccolo san Bernardo dietro l’angolo… un sentiero quasi piatto tra corsi d’acqua, mucchette e laghetti possa sembrare un nientedichè. Ma se le tue giornate sono popolate di tangenziali, metropolitane, condomini e volti arcigni, se non sei abituata alla bellezza, quel percorso nientedichè assume tutto un altro fascino.



Il colore delle montagne. Torno alla me bambinetta che fruga tra i pastelli Giotto alla ricerca del colore più adatto per le montagne. Le mie erano sempre viola, nonostante mi si dicesse di usare il verde. Avevo ragione io: quelle laggiù sono viola.


Il coniuge che cammina sulle acque.


La pausa pranzo dentro lo sfondo di un desktop.



Le chilate di fontina dappertutto. A colazione, nelle zuppe, nei panini, con l’uovo (orrore!), nelle insalate… Direi di rimandare il checkup del colesterolo.



Il piacere di percorrere sentieri poco battuti; ci sono stati giorni in cui abbiamo incontrato più stambecchi che camminatori.



La follia del ciclismo ad alta quota. Sono una sportiva, conosco la fatica degli allenamenti e guardo ammirata chi si allena per affrontare il Tor de géants, una tra le più impegnative gare di corsa in montagna del mondo; abbraccia l’Alta via n.1 e la n.2 della Valle d’Aosta: 330 km di sviluppo orizzontale, 24.000 metri di dislivello verticale. Ne stiamo percorrendo qualche tratto, ma noi camminiamo e ce la prendiamo comoda. Incontriamo qualcuno che se la fa di corsa. Che bravi.

Invece non riesco proprio a capire le motivazioni che spingono gli appassionati di mountain bike a incollarsi la bici sulle spalle, perché con tutti questi sassi, come puoi pensare di stare sopra la MTB, e percorrere queste vie. Eppure, ne incontriamo diversi tra i sentieri più impervi e sassosi; bici sulle spalle e sforzo immane. Forse il piacere di pedalare sulle creste ricompensa la fatica di arrivarci.    



Il lago Nero, la pace del lago Djouan, la meraviglia davanti al lago Rossett, aggiungerei anche la passeggiata dell’ultimo giorno al lago d’Arpy e le acque limpide di tutti gli altri laghetti alpini che hanno reso più belle le nostre giornate.

Lago d'Arpy


La giornata dei rifugi e la distanza indefinita che separa il rifugio Chabod dal rifugio Vittorio Emanuele II. Sarà il caldo, sarà la fame ma sembra non si arrivi mai a destinazione.



Le marmotte.


Il Gran Paradiso. Magnifico.

 

I tetti di Eaux Rousses dalla nostra finestra

Le nostre scelte

Abbiamo soggiornato in un piccolo albergo a conduzione familiare nel villaggio di Eaux Rousses, l’Hostellerie du Paradis. Arianne e l’energico papà Alberto ci hanno accolti, nutrito benbene, consigliato ottimi vini e indicato i sentieri più suggestivi della zona. Ci tornerei volentieri.    


lunedì 15 agosto 2022

Viaggio tra le righe di Fenoglio, i calici di vino e il cioccolato dell'Alfieri

«Se porti la macchina fotografica, scrivo un post». L’ha portata. *  


Non so se gli ultimi giorni di un luglio torrido, di un’estate che sembra iniziata mesi fa, sia il periodo migliore per visitare le Langhe; ma erano anni che mi riproponevo di vedere la cittadina di Fenoglio, anni in cui ascoltavo Fabietto, sbrilluccichio negli occhi, mentre ripeteva «un numero spropositato di librerie per un borgo così piccolo! Mette di buonumore».  

Alba ci accoglie con una leggera brezza (siete fortunati: dovete ringraziare la pioggia della notte scorsa), con un ottimo vino e l’atmosfera rilassata di un piccolo centro, popolato di turisti stranieri e svuotato dei residenti. 


È il centenario della nascita fenogliana e il centro storico è disseminato di sprazzi della sua vita, stralci tratti dalle sue opere e riprodotti su istallazioni poste qua e là. Si incrociano le righe di Fenoglio vicino al liceo classico Govone, vicino al palazzo comunale, in Piazza Rossetti, accanto alla casa natale di Fenoglio, oggi centro studi (pensavo fosse visitabile ma mi hanno detto che apre solo su prenotazione e su richiesta di scuole e ricercatori).  
Alba festeggia il suo scrittore con una serie di eventi, iniziati il 1° marzo scorso e che termineranno nel 2023. Nessun evento previsto nei giorni della nostra visita. Sicché, per attenuare la delusione, ho iniziato il tour alla scoperta delle tanto decantate librerie albesi. 


libreria Milton, Alba 

Mi sono invaghita della libreria Milton, un’allegra confusione di pile di libri, nuovi, usati, rari, d’occasione. Le belle librerie vanno sostenute così, anche se il bagaglio è già abbastanza pesante e avrei potuto rimandare l’acquisto, ho portato a casa:  



Ci spostiamo verso La Morra, piccolo borgo silenzioso, la cui piazza offre una vista magnifica sui vigneti sottostanti. Bevete poco, aveva ammonito il babbo telefonicamente. Impossibile.  

Perdersi tra i vigneti - La Morra

Sono trascorsi un paio di giorni da quella pioggia che avremmo dovuto ringraziare. E di Neive, un borgo silenzioso e apparentemente disabitato, ci resta incollata addosso solo un’afa micidiale.  

la solitudine di Neive


Perché vuoi fermarti ad Asti?, aveva chiesto il coniuge mentre programmavamo il nostro viaggio estivo. Perché il Piemonte è una regione che conosco poco. Potrei dire che conosco il salone del libro più che Torino. E Alessandria, cittadina in cui anni fa ci venne proposto di trasferirci per lavoro. Declinammo l’offerta, eppure quel weekend ad Alessandria ci sembrò meno brutto di quanto avessimo immaginato. La provincia italiana può riservare piacevoli sorprese e, se non la esplori, non le scoprirai mai. Così, ci siamo fermati una notte ad Asti. 


Cripta di Sant'Anastasio - Asti


A settembre ci sarà il Palio e il centro è già tutto uno sventolio di bandiere. Ma per una come me che, una vita fa, ha studiato e vissuto a Siena, non c’è paragone. Ad ogni modo, la cittadina è ospitale, ha una magnifica cattedrale del XIII secolo in stile gotico e vale la pena visitare la cripta di Sant’Anastasio e il Palazzo Alfieri. Già, avevamo rimosso che Asti fosse la città natale dell’Alfieri (non dovrei dirlo ma avevo rimosso lo stesso Alfieri). L’edificio non è granché ma il museo permette di esplorare la personalità irrequieta di uno scrittore che viaggiò molto, si innamorò perdutamente di donne affascinanti, divorò cioccolato, scrisse, tradusse, argomentò e polemizzò moltissimo.   
Per ammirare Asti dall’alto, si possono salire i 199 scalini della Torre Troyana. Arrivati in cima, però, non potrete fare fotografie memorabili, né tentare gesti estremi perché il reticolato protettivo non lo permetterà.  


Facciamo incetta di grissini e siamo pronti per la montagna. 




 
Info pratiche

Abbiamo raggiunto Torino in treno e poi noleggiato un’auto per ottimizzare i tempi di spostamento.  
Dopo le ultime dimenticabili esperienze, ho deciso che il pernottamento va studiato meglio, perché non ha senso rovinare un viaggio per le notti insonni, l’odore pestilenziale della stanza da letto e i bagni che invitano a non fare la doccia.  
Ad Alba abbiamo optato per un appartamento: la Tonda Gentile. Molto consigliato anche per soggiorni più lunghi. Proprietaria estremamente gentile.  
Ad Asti, invece, abbiamo dormito in una dimora elegante, dal sapore di altri tempi: La tintoria suites.

 
* Grazie coniuge per aver gentilmente concesso anche quest’anno l’utilizzo delle tue foto.  
   


martedì 16 novembre 2021

Bologna, Giovanni Boldini e Foto/Industria 2021

 

La scorsa settimana, il coniuge ed io per una serie di improbabili circostanze lavorative, ci siamo incrociati più volte nella stazione di Bologna. Poiché bisogna saper approfittare di ogni occasione utile per rendere le nostre giornate più interessanti, tra un treno e un impegno di lavoro abbiamo incastrato un paio di cose belle.

Venerdì mattina sono riuscita ad andare a trovare di persona le mie libraie preferite. Da un anno, infatti, la mia libreria di riferimento è la Biblion di Granarolo (ehm…, sì, io abito in provincia di Roma. Dettagli). Paola e Margherita sono le libraie che avrei sempre desiderato avere accanto a casa. Le ho trovate a Granarolo ma, per fortuna, esistono i video sui più disparati canali social, i gruppi di lettura on line e i corrieri. Sebbene la distanza fisica sia ormai un ostacolo superabile, poter fare quattro chiacchiere con la Paola all’interno della sua libreria è stato bellissimo.

Giovanni Boldini

Non ricordo più in quale occasione scoprii l’eleganza delle figure femminili ritratte da Federico Zandomeneghi, artista a me del tutto sconosciuto fino a qualche anno fa. Ricordo lo stupore davanti a quelle toelette che emergevano dalla tela, quei volti sensuali e quelle pose eleganti. Da Zandomeneghi approdai a De Nittis e Boldini. Mi riproposi, quindi, di visitare qualsiasi mostra a tema. Trovandomi a Bologna, potevo mica saltare l’antologica Lo sguardo dell’anima dedicata, per l’appunto, a Giovanni Boldini?



Le donne di Boldini hanno la vita sottile e il corpo slanciato, abiti scollati e seni proporzionati; hanno occhi dalle ciglia folte, sguardi ironici, a volte altezzosi, altre ammiccanti. Sono al pianoforte, sono sdraiate in pose languide, spesso sorridono. Giovanni Boldini amava il colore ma pensava con la matita in mano. Studi preparatori, schizzi, immagini in bianco e nero ci conducono nella vivace Parigi di metà Ottocento; lo sparuto gruppo di no green pass incontrato poco prima tra le strade bolognesi è un ricordo lontano.



La mostra comprende, tra le altre, opere di Corcos, Ettore Tito, del mio Zandomeneghi, diverse opere di artisti contemporanei a Boldini, inclusa una trascurabile Ninfea di Monet. Potrete visitarla a Palazzo Albergati fino al 13 marzo 2022. Se non rientrate in categorie particolari, il costo del biglietto intero è di € 16,00, ben spesi (l’importo include l’audioguida).

Qui potete farvi un’idea delle principali opere esposte a Palazzo Albergati.


Foto di Bernard Plossu

Se siete appassionati di fotografia e del mix foto – industria e mondo del lavoro, avrete già sentito parlare della biennale Foto/Industria 2021, organizzata dalla Fondazione MAST. 11 mostre fotografiche di 11 fotografi internazionali, allestite in altrettanti spazi espositivi dislocati nel centro di Bologna: dal Mambo a palazzi storici bellissimi quali Palazzo Fava o Palazzo Boncompagni. Tema della biennale: food. Cibo come rappresentazione di uno stile di vita e di culture diverse, abitudini alimentari che racchiudono la storia e l’evoluzione di un paese, l’impatto dell’industria alimentare sul territorio e il rapporto tra alimentazione, allevamento, agricoltura e pesca. Con le conseguenti riflessioni sulla complessità della questione alimentare e la sempre maggiore difficoltà, da consumatori, nell’adottare comportamenti etici. 


Foto di Herbert List

Ci sembrava un’iniziativa interessante, però non avevamo grandi aspettative. Sicché, la sorpresa è stata ancora maggiore. Abbiamo visitato solo sei mostre, ciascuna a suo modo originale. Ho molto apprezzato il reportage in bianco e nero del fotografo tedesco Herbert List, che ha documentato la tonnara del 1951 a Favignana, e le malinconiche foto di viaggio di Bernard Plossu che, con i suoi scatti, ci ha portato dai fast food statunitensi alle boulangerie parigine, passando per il New Mexico e piccoli borghi italiani.

Molto stimolante, non per le immagini ma per le riflessioni che dalle immagini scaturiscono, l’esposizione del fotografo e attivista olandese Henk Wildschut. All’ennesimo scatto rappresentante il volto meno romantico dell’industria alimentare, guardo il povero pollo e inizio a valutare seriamente un futuro da vegetariana. 

Al Mambo, invece, si può visitare la mostra di Jan Groover e, avendo un po’ di tempo a disposizione, potrete comparare la natura morta della Groover al lavoro di Giorgio Morandi (e usufruire di una riduzione sul biglietto d’ingresso per ammirare le opere del maestro Morandi).

L’ingresso alle mostre di Foto/Industria è gratuito, basta ritirare il badge presso qualsiasi sede espositiva. Termine ultimo per poterle visitare: 28 novembre.

 

Foto di Jan Groover

Il lato negativo delle gite non programmate è che terminano sempre troppo presto. Dopo aver girovagato con il coniuge nel centro di Bologna, mano nella mano, in una giornata di novembre per nulla fredda, ti ritrovi di nuovo in stazione, con la sportina dei libri più pesante rispetto a quando sei partita e nella testa una lunga lista di cose belle da fare nell’immediato futuro.