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sabato 15 aprile 2023

Dario Ferrari, La ricreazione è finita

 

È arrivato in libreria il 24 gennaio scorso. Dopo poche settimane se ne parlava già parecchio. Lo consigliavano librai e libraie indipendenti, lo suggerivano spacciatori vari di consigli di lettura su social e canali on line; La ricreazione è finita di Dario Ferrari, edito da Sellerio, è prontamente diventato libro del mese dei tanti gruppi di lettura in giro per l’Italia. 

Ottimi motivi per uccidere il mio interesse. Eppure, ogni volta che entravo in libreria, continuavo a ritrovarmelo tra le mani. Così, mi sono diligentemente messa in fila per il prestito bibliotecario, ma la coda andava per le lunghe. È andata a finire che l’ho recuperato in digitale e me lo son portata dietro per una breve trasferta di lavoro. 

Non so dire perché m’incuriosisse tanto. So, però, che ho iniziato a sorridere sin dall’incipit: 

Ci sono decisioni che segnano la piega che prenderà tutta una vita, e io finora quelle decisioni le ho sempre prese a caso. Se avessi dovuto scegliere cinque minuti dopo, avrei potuto tranquillamente fare l’esatto contrario, e non credo di aver affrontato nessuno snodo fondamentale della mia esistenza con una pur remota forma di ponderatezza e in vista di un obiettivo a lungo (o anche medio) termine. Tendenzialmente cerco di non muovermi, di procrastinare fino a quando tutte le possibilità sono evaporate e posso finalmente tornare a crogiolarmi nel mio bozzolo di inconcludenza. Oppure mi lascio trascinare dall’inerzia, e a un certo punto mi trovo ad aver fatto qualcosa senza aver mai realmente deciso di farla, cullato da una rassicurante bambagia di irresponsabilità. 

Dario Ferrari racconta la storia di Marcello, trentenne viareggino, una laurea in lettere conseguita senza fretta, un solido gruppo di amici altrettanto inconcludenti e una fidanzata perfetta, inspiegabilmente attratta da lui da anni. Giunto al giro di boa dei trent’anni, Marcello inizia a porsi qualche interrogativo: 

E più mi sento invecchiare e più all’orizzonte vedo stagliarsi la mia personale versione dell’orologio biologico: l’immagine di mio padre che vuole che io erediti il bar di famiglia. Io l’ho giurato a me stesso e a lui, nel momento in cui ha mollato mia madre (e me, di conseguenza), che il bar Gori non lo avrei preso nemmeno morto; e ormai è sempre più chiaro che lui sta aspettando che il mio cadavere di laureato in Lettere gli scorra davanti per potermi intrappolare e costringermi a perpetuare la sua micro-impresa personale.  

Per le strane vicende della vita, l’irresoluto Marcello vince un dottorato di ricerca e si trova a scoprire un mondo ipercodificato, fatto di ripicche, raccomandazioni, logiche lontane dalla meritocrazia, schemi pianificati da baroni vecchi stampo. Un mondo di merda, come riassume Carlo, un amico di Marcello, che però in quel mondo c’è dentro da anni.  

Marcello, sogna di sviluppare un progetto di ricerca di ampio respiro ma su “suggerimento” del Chiarissimo professore Raffaele Sacrosanti si trova a lavorare su un autore italiano minore, molto di nicchia, tal Tito Sella, viareggino come lui. Così minore, così di nicchia che neppure il viareggino Marcello ne ha mai sentito parlare.  

Esco dall’ufficio che sono abbastanza esaltato. Appena fuori da Palazzo Ricci, prendo il cellulare e googlo il nome di questo tizio che costituirà il centro del mio lavoro per i prossimi tre anni. 

Wikipedia: «Tito Sella (1953-1998) è stato un terrorista italiano».  

Entriamo quindi in un altro piano de La ricreazione è finita, quello in cui Dario Ferrari, in modo ironico e a tratti comico, ci racconta una vicenda di finzione, ma non irrealistica, ambientata nel cosiddetto periodo degli Anni di Piombo. Lo fa con una sorta di leggerezza, distante dal tono cupo con cui di solito si affrontano quegli anni. Leggero ma non superficiale. Dal racconto di Ferrari, infatti, emerge la sproporzione tra gli ideali alla base di uno dei tanti movimenti anarcoidi di quel periodo e gli esiti disastrosi generati dalla fine della ricreazione. Leggi, sorridi, ti sembra di vederle quelle scene. Quando chiudi il libro, ti restano in testa e continui a rifletterci.

La ricreazione è finita è un romanzo piacevole, ricco di riferimenti letterari, che ben intreccia storie ed epoche diverse senza avere la presunzione di imporsi quale capolavoro della narrativa italiana contemporanea.

 

sabato 13 marzo 2021

Passaggi in Siria

 

Samar Yazbek

“Ai martiri traditi della rivoluzione siriana. Questo libro è dedicato a voi”.

Samar Yazbek, la bella quarentenne bionda che tra un tiro e l’altro di sigaretta parla degli orrori della tirannia degli Assad e delle prodezze degli insorti, senza mai riprendere fiato, incontrata tra le pagine de La Siria promessa, è una romanziera, poetessa e giornalista siriana, rifugiata in Francia. Non è solo democratica e laica ma è pure di origine alawita, una setta musulmana sciita, schierata al fianco di Bashar al-Assad.

La Siria che mi ricordavo era uno dei posti più belli al mondo. Ripensai alla mia infanzia nella città di Taqba, nei pressi di Raqqa, sul fiume Eufrate, e agli anni della mia adolescenza nella storica città di Jable, sulla costa, e poi a Latakia, il principale porto della Siria. Una volta adulta, ero andata a vivere da sola con mia figlia, nella capitale Damasco, per diversi anni, a una certa distanza dalla mia famiglia, dalla mia comunità e dai legami identitari. Avevo vissuto in modo indipendente, libera di fare le mie scelte, ma quello stile di vita mi era costato moltissimo in termini di critiche, ripudio e pregiudizio alla mia reputazione. Era stato difficile essere donna in una società conservatrice che non permetteva alle donne di ribellarsi alle proprie leggi. Tutto sembrava resistere al cambiamento. 

Samar Yazbek partecipa alle manifestazioni del 2011 contro la dittatura di Bashar al-Assad, credendo nella possibilità di una Siria democratica. Viene arrestata e picchiata, ma riesce a fuggire dal carcere e dal suo paese. Si rifugia in Francia insieme a sua figlia. Gli articoli in cui denuncia le torture contro i manifestanti e la repressione attuata dal regime di Assad non le permettono di rientrare in Siria. Ma la Yazbek vuole raccontare i fatti, riportare le testimonianze del popolo siriano, “una parte di quel fragile filo di verità che era stato oscurato dalla storia”.


Iniziano i viaggi clandestini dall’esilio francese alla Siria, i Passaggi in Siria.

È un reportage durissimo, sotto i bombardamenti con barili esplosivi e bombe a grappolo, la documentazione di come una rivolta pacifica contro un dittatore si sia trasformata in una rivolta armata contro l’esercito e contro lo Stato, mentre gli islamisti sono entrati nel paese e hanno radicalizzato il conflitto. Quali e quante sono le guerre che si stanno combattendo in Siria, mentre i civili ricevono la loro dose quotidiana di bombe?

Samar Yazbek si occupa da sempre di diritti umani e della condizione femminile in Siria; ha fondato l’associazione Women Now for Development, un’associazione che assiste le donne siriane istituendo scuole e centri di formazione e durante i suoi “passaggi” siriani incontra e chiacchiera con tante donne per avviare progetti comunitari.

Più tardi, quella sera, con Mohammed e Montaha riuscii a raggiungere la casa di una donna che voleva aprire un salone di bellezza e parrucchiere. Mi sembrava un’idea bizzarra: chi poteva preoccuparsi del proprio aspetto in momenti come quelli?

Diala Brisly


Passaggi in Siria (edito da Sellerio e tradotto da Andrea Grechi) ha il potere di condurci in uno scenario di guerra complesso, mostrandoci come ci si ingegni per aprire attività commerciali, sposarsi, studiare, bere un caffè con le amiche, mentre intorno a te tutto va in frantumi. Una pugnalata dopo l’altra. Esco dall’epilogo del reportage, un epilogo ancora più amaro delle esperienze narrate, stordita e con una sensazione di nausea. Che senso ha tutto questo?

“Non sta accadendo nulla di nuovo nella storia dell’umanità”, scrive l’autrice. Già. Ma perché? Come possiamo permettere che tutto ciò continui ad accadere?      

Passaggi in Siria non è solo un reportage; spiega quanto sia stata strumentalizzata la religione nelle guerre siriane, cerca di far comprendere la differenza tra i miliziani dell’Isis e i ribelli del Free Army e non risparmia critiche contro il ruolo e le posizioni della comunità internazionale.

Coinvolgente e doloroso.

 

*Diala Brisly (su Instagram @dialabrisly) è un’artista di origini siriane. L'artista spiega l’illustrazione con il tweet:

This is my reading place where I wanted to start reading Harry Potter but it’s bombed. I will never forget. #Aleppo #Harry_Potter    


venerdì 7 agosto 2020

Il ritorno del biblioterapeuta. Uccido chi voglio, Fabio Stassi


Non pensavo di tornare dal biblioterapeuta in questi giorni. Mi ci sono imbattuta per caso, anzi, per dirla tutta, è stato lui ad urtarmi per richiamare la mia attenzione. Ho incontrato Vince Corso nei pressi della stazione Termini, in evidente stato confusionale, mentre si dirigeva verso Via Merulana. Farneticava su tutte quelle cose che per anni e anni aveva sottolineato sui libri e ora si stavano manifestando una dietro l’altra nella sua vita.

Quelle due anziane signore assassinate in un appartamento di Piazza Vittorio, hai saputo? Pare per una storia di strozzinaggio. E poi il cadavere di un uomo sulla trentina, di provenienza nordafricana, ritrovato sul lungomare di Tarquinia, in una giornata dal caldo feroce, con la luce che si riversava sulla sabbia come una sciabolata. Per non parlare del tremendo incidente del tram 19: l’uomo è scivolato sulle rotaie proprio mentre ero lì vicino (sarà stato a causa dell’olio rovesciato da una signora di ritorno dal mercato?); il tram l’ha decapitato e la sua testa, woom, è ruzzolata a terra. Pare fosse un turista olandese. E poi tutti quei ciechi che mi perseguitano.

Le storie escono dai libri davanti ai miei occhi e io ne vengo travolto. Come se non bastasse, mi ritrovo sempre alle costole, lui, Ingravallo.

Chi?, quello der Pasticciaccio?

No, cioè, sì, insomma… Ecco, vedi non riesco a raccapezzarmici più. Ingravallo è il Commissario dell’ufficio di polizia dell’Esquilino, vicino Piazza Dante. Un tipo dai capelli crespi e disordinati, gira sempre da solo. Mi osserva, sospetta di me.

Ma sospetta cosa? Insomma, Vince, rilassati, fammi capire qualcosa. Tu leggi libri, ascolti musica, fai lunghe e solitarie passeggiate romane e per mestiere consigli libri alla gente per farla sentire meglio. Da cosa sei terrorizzato? Cosa c’è di tanto pericoloso nella tua vita?

Esatto. Era quello che pensavo anch’io prima che questa settimana iniziasse! Pare che suggerire libri alla gente sia uno strano mestiere.

Che sia uno strano mestiere, in un paese in cui leggono in pochissimi, non c’è dubbio. Ma addirittura pericoloso…

Succedono strane cose e io non ho mai un buon alibi. Non posso più fidarmi dei libri, non ci credo più.

Forse è tutta colpa di questo tremendo ronzio alle orecchie che non vuole smettere; un acufene insopportabile. Sarà il destino che bussa alle mie porte, come diceva quello scrittore sudamericano, in quel romanzo… Basta, è tardi. Ti ho già detto troppo; devo andare.

 

Uccido chi voglio mi è capitato tra le mani pochi giorni dopo la pubblicazione, quando neppure sapevo fosse in libreria. Il coniuge ha capito che era un segno e me l’ha regalato. Letto d’un fiato, divertendomi molto e prendendo nota di diversi rimedi letterari che devo ancora testare.

Fabio Stassi sa scrivere libri che parlano di libri in modo arguto e non banale e lo fa camminando in una Roma letteraria e magica. Ed ogni volta che esco dai suoi libri, penso sempre al potere salvifico dell’immaginazione.

Qui il mio primo appuntamento con il biblioterapeuta e qui il secondo.


Illustrazione di Gabriel Pacheco

domenica 17 maggio 2020

Lady Barbara


Domenica scorsa, nel riordinare la libreria, è saltato fuori questo libricino.
Me lo donò Fabietto, amico lettore, anzi “il lettore”, spesso menzionato nei miei post. Fabio è una brutta persona, una di quelle che comprano i libri d’impulso pensando ai propri amici; ma la tentazione di leggerli, prima di regalarli, è tale da far intercorrere il giusto intervallo di tempo tra l’acquisto e la consegna al destinatario, in modo da poterseli gustare. Se il libro lo colpisce e comprende d’aver fatto la scelta giusta, se ne troverà traccia nella dedica iniziale. Altrimenti succederà come con Barbara (tradotto da Simona Costaggini, Sellerio editore). 
Non ricordo esattamente quando accadde, ma Fabio si presentò al nostro appuntamento tirando fuori dalla tasca questo volumetto. “Dovevo passare in libreria, m’è capitato tra le mani – sorriso – poi, siccome è un raccontino e io ero in anticipo…” Altro sorrisetto. Ma non c’era nessuna dedica. E quindi Fabie’?
Espressione indecifrabile seguita da un mah!  
Brutto segno. Avrei potuto leggerlo quella sera stessa, tuttavia il libro finì accantonato su uno scaffale.
Di Thomas Hardy non avevo mai letto nulla; mi era rimasta una spiacevole sensazione di cupezza, pessimismo e una sorta di disperazione dei suoi personaggi, retaggio dei manuali liceali di letteratura inglese. Certo che se i titoli dei romanzi più noti sono un Via dalla pazza folla e Jude l’oscuro, c’è poco da sperare.  
Tra il 1880 e il 1890 Thomas Hardy affiancò alla scrittura dei romanzi un lavoro di revisione e adattamento dei racconti già scritti, per inserirli in raccolte che avessero un filo conduttore preciso. Barbara of the House of Grebe fu il secondo racconto della raccolta A group of Noble Dames: dieci membri di un club, impossibilitati ad uscire a causa di una pioggia incessante, per ingannare il tempo raccontano a turno una leggenda su nobildonne di quell’area che Thomas Hardy chiama Wessex (la parte sudoccidentale dell'Inghilterra, corrispondente al Dorset).   
Immagine da Google
Il racconto è ambientato alla fine del Settecento; la diciassettenne Barbara, della casa dei Grebe, perde la testa per un Edmond Willowes qualunque. Giovane integerrimo, di famiglia onesta, ma una famiglia qualsiasi. Sangue blu neanche a parlarne. E bello, così bello che lady Barbara non ci pensa due volte ad organizzare una fuga nella notte col suo amato, seguita da matrimonio. L’alternativa sarebbe stata quella di sposare il maturo e risoluto Lord Uplandtowers, ricco proprietario, stimato dai genitori di Barbara e, per giunta, conte. Ma se hai ai tuoi piedi un Apollo in carne ed ossa, perché dover sottostare alle regole del sangue blu e sposare un conte qualsiasi? Giammai.
La vita, però, fa strani scherzi; la bellezza può esser distrutta da un incendio e di quel corpo magnifico e di quel volto perfetto non resterà nient’altro che una statua, a grandezza naturale, nel più pregiato marmo di Carrara, raffigurante Edmond in tutto lo splendore di una volta.
Il cuore umano, però, è portato a cambiare inclinazione come le foglie dei rampicanti sui muri; col passare del tempo non arrivarono più notizie di Edmond, e Barbara ascoltava con aria indifferente quando la madre e gli amici le sussurravano all’orecchio, «Beh, era il meglio che potesse capitare». Iniziò a crederlo anche lei, perché ancora non riusciva a ripensare a quella forma invalida e mutilata senza rabbrividire.
Anche la mente fa strani scherzi e lady Barbara, che non aveva riconosciuto la bellezza d’animo di quel primo marito, dopo aver deciso di sposare il cinico Lord Uplandtowers, davanti alla statua di Edmond perde il senno.
Il racconto non piacque alla critica. Lo Spectator lo definì “tanto affettato quanto ripugnante” e neppure T.S. Eliot gli dedicò pensieri migliori.
Perturbante e crudele, sono i primi aggettivi che mi vengono in mente. Eppure Hardy è riuscito a condensare tutte le sfumature di questi due aggettivi in pochissime pagine. Quindi, non escludo di dare una chance ai suoi romanzi più noti.

giovedì 20 giugno 2019

L’assassino timido – Clara Usón


«I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo», annotò Pavese nel suo diario; mi prendo la libertà di correggerlo: il suicida cerca la morte, agisce con premeditazione e malafede e quindi è un assassino pauroso, un assassino timido.
Camus lasciò scritto: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena d’esser vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo».
 
La mia copia
Ho iniziato a leggere L’assassino timido della spagnola Clara Usón con l’idea che sarei entrata nella breve vita dell’attrice Sandra Mozarovski e avrei scoperto le ragioni della sua misteriosa morte. Occhi verdi, labbra piene, capelli folti, sguardo assente. Nella foto scelta per la copertina del libro, Sandra non fa pensare ad un’attrice di destape (spogliarello), i film erotici autorizzati dal Generalissimo negli ultimi anni del regime. Pellicole in cui, dopo dieci secondi dall’apparizione sullo schermo, la protagonista femminile di turno apre la camicetta lasciando scoperto il seno. Tette sì ma un pene mai, perché sarebbe stato libertinaggio, ci avverte la Usón, “e bisognava fare attenzione a non confondere la libertà con il libertinaggio”. Eppure, dopo anni di privazioni, gli spagnoli videro nelle concessioni cinematografiche di Franco una promessa di democrazia e libertà; pazienza, poi, se scioperi e manifestazioni nelle strade continuavano ad essere repressi con la violenza.
Il 14 settembre del 1977, la diciottenne Sandra Mozarovski muore a seguito di una caduta dal balcone della casa di Madrid. Caduta avvenuta in piena notte, mentre la ragazza innaffia le piante e, sebbene i genitori siano in casa, nessuno si accorge di nulla (tant’è che non saranno i genitori della ragazza a portarla in ospedale). Una caduta accidentale? Un salto? Pare che la bella Sandra avesse una relazione con il re Juan Carlos; pare fosse addirittura incinta.
Pensavo che scopo della Usón, nel corso della narrazione, fosse quello di spazzare via tutti questi “pare”, ricostruendo cosa accadde davvero nella vita di Sandra. Invece sono andata ad infilarmi in un romanzo che parla di famiglia, della condizione di sottomissione in cui vennero relegate le donne durante il franchismo, dell’ebrezza delle generazioni successive che, negli anni '80, vollero provare di tutto per allontanarsi da quei genitori che avevano abbassato la testa, accettando un regime che li aveva privati di qualsiasi libertà.
“Volevamo essere moderni, volevamo essere europei ma la vita ci ha presi alla sprovvista, alternando i funerali dei nostri amici a quella dei nostri nonni”.
Pensavo che la protagonista del romanzo fosse quella ragazza dallo sguardo indecifrabile raffigurata in copertina, invece a farla da padrone è l’irrequietezza della Spagna negli anni '80, il disagio, la ricerca di un leader che indichi la via da seguire. Molti coetanei di Clara Usón, negli anni successivi al franchismo, scorsero la libertà nell’alcol e nella droga; la Usón scelse come leader indiscusso le benzodiazepine.
La scrittura della Usón è irriverente: ironizza su Wittgenstein, si prende gioco dei reali di Spagna, è implacabile persino sui suoi (dell’autrice) sette tentativi di suicidio, facendo interpretare un film sulla sua vita da Sandra Mozarovski. È impietosa, Clara, quando descrive il rapporto con sua madre, anche se è proprio nel tratteggiare la figura materna che la scrittrice dà il meglio di sé.
Un romanzo che racchiude tante storie e forse il mio racconto vi sarà sembrato incongruente ma, chiuso il libro, tutto torna. Incluso il perché della citazione di Pavese posta in esergo:
“Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno.
Ricordare una cosa significa vederla - ora soltanto - per la prima volta”.
       
Clara Usón, L’assassino timido, traduzione dallo spagnolo di Silvia Sichel, Sellerio, 2019.

giovedì 9 agosto 2018

Ogni coincidenza ha un’anima, Fabio Stassi


Sono tornata dal biblioterapeuta. Ché in casa non avevi già abbastanza libri? Ne ho, ne ho. In bagno, in cucina, in camera da letto; acquistati, presi in prestito, cartacei, digitali. Se smettessi di fare qualsiasi altra cosa e mi dedicassi solo alla lettura, avrei da leggere almeno per i prossimi 10 anni.
Però, guardandomi intorno, non mi sembrava ci fosse la medicina giusta; uno di quegli intrugli potenti che dovresti buttar giù quando hai la sensazione che niente vada come dovrebbe. Ma io so cosa sto cercando?
Per farla breve, sono tornata nel vecchio lavatoio ristrutturato in Via Merulana, dove Vince Corso prescrive libri alla gente. C’è anche Django, il suo cane muto. Di tanto in tanto alza il muso, come se ci stesse ascoltando, e mi guarda perplesso. 
Considerando lo stato di questo studio-soppalco-angolo cucina in cui vive e lavora, dubito che Vince Corso guadagni granché. 45 anni forse sono un po’ troppi per giocare a fare lo studente fuori sede. Scommetto che nel frigo ci sono a malapena una mozzarella, un vasetto di tonno, una busta d’insalata e un paio di tavolette di cioccolata. In compenso, l’appartamento è stipato di libri. Dev’essere uno che frequenta solo librerie dell’usato.
Ha iniziato a farmi strane domande; dice che per prescrivermi un libro deve conoscermi un po’.
Io dimentico almeno la metà di ciò che leggo. Accade anche quando sono certa che quel libro m’era piaciuto parecchio nel momento in cui lo lessi. Succede anche a lei?
Tace e guarda fuori. Poi farfuglia che leggere è solo un modo di prendere coscienza dei propri limiti. Mi consiglia di scrivere. Potrei compilare un quaderno delle ultime parole trovate in ciascun libro, un quaderno in cui registrare tutti gli innocenti incontrati nel mio percorso di lettrice, tutti quelli che credevo essere innocenti e si sono rivelati colpevoli. Liste bizzarre. Non oso confessare che a scrivere, scrivo. Sin troppo. Ricopio intere frasi di romanzi, saggi, epistolari. Ma, a distanza di poco tempo, dimentico ugualmente la storia.
Non so come finiamo col parlare dell’aggressività che ci circonda e del nostro sentirci inadeguati nei confronti del mondo intero. Il tipo che mi strombazza perché ho rallentato alla disperata ricerca di un parcheggio, il furbo che salta la coda, la signora che inveisce contro l’indiano perché ha avuto l'ardire di sedersi sull’autobus; i colleghi che sembrano avere sempre una risposta per tutto, mentre io, nella vita, ho solo domande.
Tenga duro e continui a leggere. Don Chisciotte ci ricorderà in eterno che leggere è un’azione sovversiva, una protesta permanente contro l’infelicità e l’ingiustizia. Mi prescrive Un’ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano. Dal titolo non mi sembra di buon auspicio. Me ne regala una copia stropicciata. Era lì, sulla sua scrivania.
L’ho appena usato per tentare di risolvere un caso complesso. (Un caso? Un’altra volta? Signor Corso, ma lei fa il biblioterapeuta o l’investigatore?). A me non serve più. Si fidi: Soriano può avere un effetto benefico per tante cose.
Sarà…

venerdì 15 luglio 2016

La lettrice scomparsa, Fabio Stassi



Cominciavo ad annaspare nelle vite ingarbugliate dei Lambert. Ci sarebbe stato un viaggio in treno per Bologna e il desiderio di tirare il fiato e di mettere da parte i condizionamenti derivanti dalla famiglia, il paesello, l’educazione impartita dai genitori, i “non si fa”. Basta Franzen, almeno per il weekend. 
Ho infilato nello zaino La lettrice scomparsa di Fabio Stassi e sono uscita.
Copia della Biblioteca comunale di Genzano
Mi sono invaghita del lettore Stassi un paio di anni fa. Presentava un libro altrui (neanche ricordo più chi fosse l’autore) ma no, non mi sembrava di essere ad una presentazione. Era un continuo rimando ad altri libri, altre storie, altri mondi. Un invito alla lettura come sostegno per affrontare la vita. Sarebbe stato bello, pensai, potergli telefonare quelle volte in cui avrei voluto qualcuno che mi dicesse: “Ecco, questo è il libro che fa per te in questo momento”.
Ma voi ci andreste da un biblioterapeuta? Io che ho un’attenta gestione delle mie finanze per tutto, eccezion fatta per libri e viaggi (ma va!?), quattro soldi da un biblioterapeuta probabilmente li spenderei. Fosse altro per appagare la curiosità di una diagnosi diversa da “è lo stress”, e di una prescrizione che non si chiami omeprazolo.
Immagino un biblioterapeuta come Vince Corso, apparentemente un perdente, nonostante il nome. Quarantacinquenne, insegnante di lettere in attesa che la Scuola decida se assumerlo o licenziarlo definitivamente, compilatore seriale di schede di lettura e personaggi amati, vita sentimentale a brandelli e un inutile diploma di counselor della rigenerazione esistenziale. Lo vorrei esattamente così il mio biblioterapeuta, con l’aria malinconica e uno studio in un sottotetto di via Merulana a Roma (ogni riferimento a Gadda è puramente casuale).
Vorrei che mettesse sul piatto Jacques Brel e Dalida, senza le interruzioni pubblicitarie di Spotify, e che mi consigliasse improbabili rimedi letterari che non curerebbero un tubo, ma mi farebbero dimenticare il mio malessere (qualunque sia) almeno fino alla fine del romanzo.
Gliela pagherei volentieri la parcella a Vince Corso per farmi somministrare Festa mobile e Wakefield (un racconto di Nathaniel Hawthorne) o Purgatorio (di Tomás Eloy Martínez).
Lo vorrei anche un po’ detective questo biblioterapeuta. Un detective per finta, di quelli che prendono a pretesto la scomparsa di una donna, lettrice, solo per continuare a giocare con i romanzi e per rifugiarsi ancora una volta nelle parole, quando non si intravede altro rimedio per maneggiare una vita divenuta troppo arida.
Chiudo La lettrice scomparsa e sono grata a Vince Corso per la lista delle prossime letture. Chissà se mi guariranno. La parcella, comunque, è stata modesta.  

Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio editore Palermo, La memoria, 2016.