giovedì 31 dicembre 2009

Riepilogando...

Nel corso del 2009 sono passata dalla convivenza al matrimonio, dal non indossare gioielli al continuare a non indossarli visto che son più le volte che dimentico la fede a casa che quelle in cui la porto al dito (sarà per questo che mi danno ancora della signorina).
Nel 2009 non ho mai traslocato (ma, a breve, recupereremo).
Ho cambiato lavoro una sola volta (ma non sono molto soddisfatta).
Ho letto poco, viaggiato poco, visto pochi film, scritto pochissimo. Il che lascerebbe pensare che era nel giusto chi sosteneva che con il matrimonio si cambia e non si possono conservare le stesse abitudini della vita da single.  Probabilmente un po’ avevano ragione ma non del tutto. Sì perché, se così fosse, dovrei aggiungere dei segni più anche per quanto concerne il numero di ore trascorse tra i fornelli o a fare la brava massaia. Però, poiché il signor valigiesogni adora cucinare (questo i maligni non lo sospettavano) e poiché passando dalla vita da single a quella di coppia la quantità d’inutili incombenze casalinghe aumenta relativamente, non posso imputare al matrimonio la colpa per le cose non fatte o per le occasioni mancate.
Attività sportiva costante, con drastica riduzione del numero di ore trascorse in palestra e proporzionale aumento del numero di ore dedicate alla corsa. L’idea di una mezzamaratona nel 2010 mi solletica non poco.
Mai come quest’anno ho trascurato i miei amici, vicini e lontani, vecchi e nuovi. E questo è l’unico, imperdonabile errore che non dovrà più ripetersi. Poiché alcuni di loro leggono questo blog, chiedo scusa pubblicamente. Ma le scuse da sole non bastano perché lasciar trascorrere il tempo a causa dei troppi impegni o semplicemente per pigrizia nello scrivere, nel telefonare, nell’organizzare una cena di tanto in tanto, è inammissibile. È il calore umano a dar sapore alle nostre giornate e quando si ha la fortuna di avere amici splendidi, come i miei, trascurarli è perdere pezzi di vita.
A questo punto bisognerebbe elencare i buoni propositi per l’anno che verrà ma, come insegna il numero d’Internazionale attualmente in edicola, “ripetere i buoni propositi che non hai rispettato l’anno scorso non aumenterà le tue probabilità di realizzarli”.
Una cosa però vorrei metterla nero su bianco. Vorrei che il 2010 fosse l’anno della leggerezza. Non nel significato negativo che siamo soliti attribuire alla parola, ossia “mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e frivola noncuranza; futilità, banalità”. Nient’affatto. Vorrei vivere quest’anno rispondendo con un sorriso agli sberleffi della vita, vorrei usare solo parole leggere, che colpiscono senza ferire, perché le parole possono lasciare cicatrici indelebili; vorrei mettere da parte il vittimismo, in cui ogni tanto torno a crogiolarmi, e saper voltar pagina ogni volta che se ne sente il bisogno. Vorrei sentirmi leggera ogni sera, perché un giorno vissuto con amore è meno pesante di un giorno vissuto aspettando il momento che arrivi la sera. Per dirla tutta, questo proposito per l’anno nuovo non è poi tanto nuovo. Ma un’impresa ardua richiede anni d’allenamento e tanta costanza, quindi non è il caso di mollare proprio ora.
E poi il 2010 sarà un anno grandioso per i nati sotto il segno dei Pesci! Lo sostiene gran parte degli astrologi. Beh, no!, la tizia che era ieri sera al TG1 non la pensava esattamente così. Però quella non era attendibile, si vedeva chiaramente.
Buon 2010 a tutti, miei cari amici!

mercoledì 30 dicembre 2009

Passeggiando tra i ricordi

Strenne natalizie. Sì, sono giorni in cui vorresti fare tutto ciò che hai accantonato negli ultimi sei mesi perché “magari lo faccio stasera”. Poi la sera è passata e tu hai continuato a rimandare. Va bè, ma siamo agli sgoccioli, mica si può continuare a rimandare? E poi gli ultimi giorni dell’anno si dedicano ai bilanci, alle classifiche, alla lunga (e puntualmente disattesa) lista dei buoni propositi per l’anno che verrà… Insomma, ogni nuovo anno che si rispetti va accolto con un po’ d’ordine. Così, ieri sera, ho iniziato dalle cose essenziali: scaricare tutte le foto che giacevano da settimane nella mia digital camera. E m’è venuto un po’ di magone (dev’essere questa la ragione per cui continuavo a rimandare l’incombenza).
A inizio dicembre, persino Stachanov ha deciso di prendersi qualche giorno di riposo, così i coniugi Valigiesogni hanno ponteggiato in Toscana. «Un’altra volta?», direte voi. E sì, un’altra volta. Perché io, appena metto piede in quella regione, mi sento a casa mia. Questo poi era un viaggio speciale, una sorta di viaggio nel tempo.
Ho scoperto Pisa con gli occhi del signor Valigiesogni.



Ci siamo concessi un pranzo al sacco alle Piagge, lì dove lui, qualche anno fa, faceva jogging e, in primavera, andava a studiare; abbiamo scalato la torre (15 euro a persona. Lo fai una volta e poi non ci torni più), mangiato cecina, camminato in lungo e largo nelle vie del centro, sostato per un attimo nel luogo funesto in cui gli rubarono la bici. Per rendere l’atmosfera un po’ più nostalgica, ho incontrato una della mie più care amiche, nonché ex coinquilina ai tempi dell’Università, domiciliata a Pisa da qualche anno. E la serata si è conclusa in un tripudio di «E ti ricordi di quella volta in cui…?». E giù a ridere come se fossero trascorsi 10 giorni e non 10 anni.

















Per prenderci una pausa dai ricordi, ci siamo spostati nell’elegante Lucca.

La sognavo esattamente così: col cielo un po’ grigio, i vecchi caffè, le insegne d’epoca, le viuzze che ti conducono su un’ampia piazza, gli scorci che si aprono su meravigliosi cortili interni, 


















i vecchi palazzi che impregnano le vie con quell’odore d’umido, antico che ti rimanda a un romanzo ottocentesco e le note della Turandot che s’inerpicano fino alla Torre di Guinigi.










Con la pioggerellina e un vento gelido, ci siamo avviati verso Siena. Un po’ meno mia rispetto al passato perché sui balconcini della mia casetta ora ci sono gerani colorati e giochi di bambini. Le finestre sono chiuse e non lasciano trapelare la voce della radio né le risate di chi racconta una giornata buffa, appena conclusasi. Le vie sono le stesse ma camminando non incontro facce amiche, non mi fermo qua e là per salutare qualcuno. Anche la sede della facoltà è stata spostata, così come la biblioteca.





Incrociamo gruppetti di ragazzi. Studenti, si vede, lo si legge nei loro occhi. Pagherei per poter tornare un giorno in quella vita. Eppure ci son stati momenti grigi ma sono svaniti nel nulla, cancellati dalle amicizie rimaste nel tempo, dalle esperienze vissute, dai libri letti, dalle persone incontrate, dalle giornate di sole. Anche il campanilismo che caratterizza questa cittadina, la chiusura nei confronti di chi non è stato battezzato in contrada, la scarsa apertura verso l’altro (c’era, altroché se c’era), oggi sono lontani.


Piazza del Campo. Leggenda universitaria narra che se si sale sulla Torre del Mangia prima di laurearsi, si può dir addio al sudato pezzo di carta. Per non sfidare la sorte, ho rimandato questa foto per anni.  


Dopo un’ultima fiorentina (e una ribollita per me, donna dai gusti medievali), Stachanov riparte per il nord. Io riprendo il treno e torno all’oggi. 
Forse queste foto sono così malinconiche perché sanno di sogni che cozzano con la vita reale. Nella Siena d’allora pensavo che avere trentatre anni significasse essere adulta, con buona parte delle mie fantasticherie divenute realtà, significava avere le idee chiare, aver trovato la mia via, il mio lavoro…
Mi sa che i bilanci di fine anno non mi fanno tanto bene…

sabato 19 dicembre 2009

Forme espressive

“La distruzione di un libro è una sorta di omicidio. E vista la tendenza sempre maggiore a censurare e a controllare la gente per il suo bene, i libri sono l'unica forma di espressione che ancora vi sfugge. Un quadro può essere tagliato a strisce, ma una qualunque forma di restrizione imposta a un libro viene combattuta fino alla morte.
Mi interrogo continuamente sul futuro dei libri. Possono continuare a competere con forme espressive rapide, economiche e facili che non richiedono la lettura o il pensiero? […]”

Le parole sono di John Steinbeick e sembrano esser state scritte ieri. L’intero articolo, tratto da “la Stampa”, lo trovate anche qua:

http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/12/non-basta-un-bel-pacco-per-fare-un-buon.html

mercoledì 16 dicembre 2009

Solo una monetina...

Io, questa insofferenza, questo senso di fastidio verso lo straniero, nei confronti di chi è diverso da noi, italiani, proprio non lo capisco. Questa diffidenza e questa paura di guardare negli occhi chi è arrivato nel nostro paese a seguito di chissà quali peripezie non riesco proprio a comprenderla. Non la comprendo ma…
Prendo la metro e alla fermata successiva sale un signore sulla cinquantina forse, ma forse anche meno, o più. Una di quelle facce senza tempo, che aveva le borse sotto gli occhi già alla nascita. Forse è afgano. Saluta tutti in un italiano strascicato e poi chiede di seguirlo, seguirlo attentamente. E inizia a fare un gioco di prestigio, ingoiando palline e risputando asticelle, mescolando le carte e tirando fuori colombe di stoffa. Il tutto descritto in inglese. Augura buon Natale e passa tra la gente con il suo bicchiere del McDonald’s per la raccolta di qualche spicciolo. La gente brontola.
Scendo dalla metro e aspetto per attraversare. Un automobilista prende a brutte parole una zingara che continua a stargli attaccata al finestrino nonostante sia scattato il verde e i clacson suonino dietro di lui. Ingrana la marcia con rabbia mentre la donna va all’attacco nella corsia opposta. Intanto, sull’uscio del supermercato, un bimbetto di tre/quattro anni con una vaschetta di Nutella tra le mani e il visetto tutto sporco chiede spiccioli ai clienti e lancia sguardi alla donna sulla strada. Sarà la mamma, la zia, la nonna. Qualcuno che, comunque, a fine giornata, gli strapperà dalle mani quel bicchiere del McDonald’s e forse non gli laverà neppure il viso.

Sbrigo le mie cose e un’oretta dopo riprendo la metro. Questa volta sale un violinista. Anche lui senza età, anche lui sudicio, anche lui con un italiano stentato e una musica tristemente stonata. Scendo e tra le vetrine addobbate che invitano allo shopping natalizio vengo fermata dai ragazzi senegalesi. Cercano di rifilarmi elefantini, fiabe africane e numeri di Terre di mezzo. E io lo so che sono ragazzi in gamba ma li evito a brutto modo, scagliandogli contro un «Non ho tempo», senza provare lì per lì alcun rimorso.
Prendo solo vie secondarie, porto a termine la missione della giornata e torno verso la stazione Termini. È un percorso a ostacoli tra ragazzi che distribuiscono volantini di tutti i generi, banchetti per una “firma contro la droga, sostieni la nostra comunità”, “signora, qualche monetina per favore” e un gruppo di dialogatori/fundraiser di fronte ai binari che chiedono il supporto per non so neppure quale disperata causa.
Sono tornata a casa esausta. Inferocita contro quella mamma che, in una gelida giornata di dicembre, teneva lì, davanti alle porte di un supermercato, un piccolo che ancora non sa cosa significhi “amore”. Arrabbiata verso tutte le associazioni del mondo che a Natale spuntano in tutti gli angoli della strada per ricordarti quanto tu sia fortunata e debba almeno fare una piccola donazione per meritare anche quest’anno la tua fetta di pandoro. Arrabbiata contro tutti i disgraziati della terra che in questo periodo ti guardano con occhi ancora più supplichevoli, facendoti pesare il tuo silenzio con un “buone feste e felice Natale”. Furibonda contro un mondo ingiusto, la povertà, i maltrattamenti, le guerre. Furiosa contro me stessa che parlo tanto di tolleranza, comprensione, atteggiamento diverso, solidarietà e poi non ce la faccio. Non ce la faccio a guardare il mendicante negli occhi, non ce la faccio a guardare tante mani tese, non ce la faccio a comprendere ciò che accade per la strada e finisco per fare come gli altri. Volgo lo sguardo altrove e tiro dritto. Poi, al sicuro delle mie quattro mura, mi vergogno per la mia vigliaccheria.
 

giovedì 10 dicembre 2009

Natale, tempo di libri

Esco dalla biblioteca. Cerco di organizzare mentalmente gli impegni dei prossimi giorni. Il cielo è limpido e gli occhi c’impiegano un po’ ad abituarsi a questo freddo sole invernale. Di fronte a me un tizio con una telecamera. Mi guardo intorno per capire cosa stiano girando.
«Ciao!», esclama un tipo avvicinandosi con uno spolverino-cattura-polvere simile a quelli pubblicizzati da MediaShopping. S’avvicina pure il tale con la telecamera. «Sai che è appena uscito il libro della D’Addario?».
Nella mia testa, in rapida successione, si fanno spazio i seguenti pensieri: «Di chi? Ohibò, quel coso è un microfono… D’Addario? Eppure ‘sto nome l’ho già sentito…».
Insomma, l’associazione D’Addario – libro non è proprio immediata.
Cerco di cancellare lo sguardo disorientato, stile occhio (singolo) di sogliola sulle confezioni surgelate della Coop, e blatero un «Embè?». Il tipo mi avvicina minacciosamente lo spolverino e sbircia nella bustina della Feltrinelli che ho in mano.
Sfido io che hanno fermato me: appostati davanti alla biblioteca, vedono una che esce dal suddetto luogo con l’aggravante della busta della Feltrinelli…
Lo sconosciuto continua a fissarmi con la faccia a punto interrogativo. «Non è esattamente il mio genere…», mormoro.
Poco soddisfatto dalla risposta laconica, il tipo legge uno stralcio dalla quarta del libro. Pare che l’unica in grado di poterci raccontare tutta la verità sulla vicenda delle escort e del Presidente sia la D’Addario (ma dddai??). E l’unica occasione che abbiamo noi poveri italiani per scoprire tutta la verità, niente altro che la verità, sia acquistare il libro. «Ma cosa ne pensi di tutta questa vicenda?».
«E tu che razza di domande fai alla gente?», mi verrebbe da chiedere. E sì che di robe da dire ce ne sarebbero tante, ma accade un fatto strano. È che ci si scopre impreparati, colti di sorpresa da quel microfono e da quella telecamera che ti scruta, e finisci per blaterare due cose, le prime parole banali che ti passano accanto. Che sei stanco di sentire la solita solfa, che sei nauseato da tutta questa situazione e che, alla fin fine, la D’Addario ha approfittato del suo momento di visibilità e ci sta speculando su. Il tipo mi guarda con gli occhi di chi la sa lunga. «E no, non sono un’elettrice del PdL, se era questa la domanda successiva».
Sorrisone da pubblicità di un nuovo dentifricio sbiancante: «Grazie, sei stata veramente molto disponibile».
Sì. Vado via con un inquietante interrogativo: cosa regaleresti al tuo peggior nemico per Natale? Il libro della D’Addario o quello di Vespa? Non c’è limite al peggio.

mercoledì 25 novembre 2009

L'Avvento

Premessa. La TV a casa nostra non si vede granché. Fino a pochi giorni fa, un vecchissimo televisore, di quelli che puoi tranquillamente piazzare sul frigorifero tanto è piccino e leggero, rispondeva perfettamente alle nostre esigenze. Va be’, le immagini erano un po’ sfocate ma dipendeva dall’assenza dell’antenna. Comunque, per veder la Rai non ne avevamo bisogno. Quindi Report, Che tempo che fa, qualche volta Le Storie, interessante programma condotto da Augias, e Ballarò erano garantiti. Raramente ci lasciavamo ingoiare dal divano della sala per accendere il televisore dal megaschermo, con ancora attaccato l’adesivo del Digitale terrestre, che mio marito, in uno dei suoi rari attimi di follia, ha acquistato un paio d’anni fa.
I fatti. Gli abitanti della regione Lazio da mesi non fanno che sentir parlare dell’avvento del Digitale terrestre, di quanto migliorerà la nostra vita grazie ad una scatoletta chiamata decoder e del fatto che i benefici saranno tali che, poco importa se toccherà sborsare una cinquantina d’euro per un decoder decente, e altre decine d’euro per il possibile intervento del tecnico per la sintonizzazione dei canali e ancora un altro centinaio d’euro per l’intervento dell’antennista perché potrebbero saltare alcune frequenze… Poco importa se tutto questo dovesse accadere perché i vantaggi saranno tali da farci ringraziare quotidianamente il dio delle telecomunicazioni per averci aperto questo mondo.
A maggio, i miei nonni ultraottantenni sono entrati nel panico, temendo di dover dire addio a Jerry Scotti. Poi la mia mamma gli ha fatto notare che l’Avvento avrebbe riguardato prima la capitale e, solo a novembre, la restante parte del Lazio. E poi, data l’età e il basso reddito, avrebbero potuto usufruire del bonus di 50 euro, più che sufficienti per acquistare un buon decoder. Già, peccato che per potersene avvalere bisogna spenderne almeno 80. Così quei 30 euro (il costo minimo dei decoder in circolazione) gli anziani con basso reddito devono comunque sborsarli.
Ai primi di settembre l’ansia è salita. All’inizio o alla fine della trasmissione preferita, un banner rosso segnalava che dal 16 novembre al 30 il Miracolo si sarebbe completato. Non c’era Tg che non parlasse di questo. Poi, per fortuna, il caso Marrazzo ha avuto la meglio per qualche giorno sulla faccenda del Digitale e, anche noi, abbiamo avuto un attimo di tregua (sigh!).
Sabato 14 novembre alla Coop i due terzi dei carrelli con cui ci si scontrava proteggevano la magica scatoletta. Lo spazio riservato ai decoder e ai televisori era maggiore di quello riservato all’intero reparto gastronomia. Mio marito ed io decidiamo di rinunciare al vecchio amato minitelevisore e di cominciare a usare più spesso l’altro. È troppo ingombrante per poter stare nella nostra microcucina, ci toccherà cambiare un po’ le abitudini ma pace! Noi il decoder non lo compriamo.
Conclusioni. Mentre la radio riconquistava il potere in cucina, mio marito ha iniziato a giocare con il telecomando del televisore figo in sala, selezionando la modalità digitale, sintonizzando e risintonizzando i canali. Poi ha iniziato ad innervosirsi, quindi a smadonnare. Alla fine si è rassegnato a non vedere la Rai. Già, l’unico canale che prima vedevamo addirittura senza antenna è stato ingoiato dal Digitale.
Le reti Mediaset però si vedono a meraviglia!

domenica 22 novembre 2009

Le regole

L’ultima pagina di “Internazionale” riporta alcune delle vignette più ironiche pubblicate sui principali giornali di tutto il mondo. Mi cade l’occhio sul trafiletto a fondo pagina.
Le regole. Compiere quarant’anni.

Io, approssimando per difetto, sono più vicina ai trenta, ma è meglio essere preparati. Il punto 5 afferma: “Si dice che ognuno nella vita dovrebbe fare tre cose: scrivere un libro, fare un figlio e piantare un albero”.
Mmm… forse è meglio partire dall’albero.

giovedì 5 novembre 2009

Avrei preferenza di no

[…] lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”
Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. […]

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, trad. di G. Celati

Ecco piacerebbe anche a me, giusto per un giorno, un giorno solo, seguire l’esempio dello scrivano di Melville. Fosse altro per osservare la reazione di chi si trova di fronte ad un «Avrei preferenza di no».
«Biglietto, prego». Con lo stesso volto composto e gli occhi miti di Bartleby, guarderei il controllore e: « Avrei preferenza di no», risponderei. Forse il controllore farebbe finta di niente e penserebbe ad una nuova forma di protesta contro ritardi e sporcizia dei treni. O forse mi guarderebbe turbato.
«Può terminare questa pratica, per favore?», ovvio che se è il capoufficio a formulare la domanda, la risposta è una pura formalità. Invece, a sorpresa: «Avrei preferenza di no». A stento riesco ad immaginare l’espressione impietrita dal datore di lavoro. E quanto sarebbe piacevole pronunciare tanti «Avrei preferenza di no» di fronte a quelle che sono le incombenze quotidiane, quelle piccole cose che siamo così abituati a sbrigare da non renderci neppure più conto di quanti doveri soffocano le nostre giornate.

In verità, il comico atteggiamento di Bartleby ci strappa un sorriso amaro perché dietro i suoi gesti lenti, la sua imperturbabilità, i suoi silenzi si nasconde il suo rifiuto per il mondo, per le inutili pressioni a cui si è sottoposti continuamente. Il silenzio di Bartleby rappresenta il diniego verso l’impegno, la necessità di correre, fare fare, quando invece si ha bisogno di così poco spazio e così poche cose per poter vivere. Un rifituo che può spingere a commettere gesti estremi.
O forse Melville aveva in mente tutt’altro mentre scriveva quello che tra i suoi racconti è certamente il più celebre nonché quello che, ancora oggi, ci fa tanto riflettere.

martedì 13 ottobre 2009

Rematori

“Uscendo da quel parco, la corrente della Vivonne riprende slancio. Quante volte ho visto, e desiderato di imitare quando fossi stato libero di vivere a modo mio, un rematore che, abbandonato il remo, s’era sdraiato quant’era lungo sulla schiena, abbandonando la testa sul fondo della barca, e mentre lasciava che questa galleggiasse alla deriva, mentre vedeva il cielo, e nient’altro, sfilare lentamente sopra di lui, mostrava in volto l’espressione di chi pregusta la felicità e la pace!”

M. Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di G. Raboni

Ho sempre associato il piacere della libertà ad una lunga corsa nel verde, col cielo azzurro e l’aria pungente, o a una passeggiata in montagna, senza orologio. Eppure, in questa serata d’autunno, con la pioggia che batte ritmicamente sui vetri e la coscienza che borbotta: «Ci sarebbe da fare questo, questo e quest’altro ancora, e tu, che fai? Te ne stai lì a leggere! Irresponsabile…», penso a quanto vorrei esser quel rematore. Mi sdraierei nella barca, annegherei la coscienza, e lascerei i miei pensieri liberi di seguire la corrente. 

lunedì 5 ottobre 2009

C'è profumo d'autunno nell'aria

Il cielo è azzurrissimo. Spengo il computer, mi cambio rapidamente, scarpette da corsa ed esco. La schiena si srotola, le gambe si distendono, il corpo si sveglia dal torpore, in cui era stato costretto, ricominciando a dar segni di vita.
Il sole di mezzogiorno mi stordisce. Mentalmente torno al calendario per poter collocare questa giornata nel rettangolino giusto. Il calore sulla pelle non collima con una giorno di fine settembre. Zaaannn!! Il profumo del mosto mi sbatte contro. Qualcuno da queste parti ha già raccolto l’uva e si prepara per la vendemmia.
Allora non ci si può sbagliare: nonostante il cielo azzurro e l’aria calda, siamo inequivocabilmente in autunno. Perché per me, sin da piccina, l’arrivo dell’autunno ha sempre coinciso con la raccolta dell’uva. Ma sì!, poco importava se, per le bizze del tempo, la raccolta cominciava alla fine di agosto o, al contrario, all’inizio d’ottobre. A me bastava sentire quel profumo dolciastro, che ti inebria e ti si appiccica addosso, per sapere che l’estate era già alle spalle. Lo si capiva dallo sguardo eccitato di mio nonno che presidiava la cantina per giorni, lavando il tino, spostando damigiane, travasando liquidi da un contenitore all’altro. Io lo guardavo incuriosita, cercando di carpire l’ingrediente segreto che rendeva il suo vino migliore di quello dei nostri vicini. Le scarpe che facevano “ciaf ciaf” sul pavimento e lui che pronunciava tra sé e sé frasi incomprensibili. Il mistero della vendemmia.
Poi, le volte che m’è capitato d’andar a raccogliere l’uva nel Chianti (gli studenti universitari amano i lavori stagionali), la magia della vendemmia è scomparsa. Filari interminabili, un gran mal di schiena, l’insopportabile peso degli stivali a fine giornata. Ed ho iniziato a comprendere la ragione per cui mio padre s’è sempre tenuto alla larga dalla vigna di famiglia. Fortuna che a portare avanti le tradizioni ci pensa il fratello ma «Eh! Apprezzo l’impegno ma il vino buono non ti riesce proprio di farlo!...», non fa che ripetere il mio energico nonno ottantaseienne di fronte alle bottiglie di rosso, orgogliosamente ostentate da mio zio.
Il vino prodotto dallo zio, in fondo, non è tanto malvagio, eppure manca quel qualcosa… Forse bisognerebbe pronunciare la formuletta magica nota solo al nonno.
Ad ogni modo, qui si vendemmia. È arrivato l’autunno.  

sabato 26 settembre 2009

Biblioteche

Per un periodo della mia vita ho trascorso intere giornate in biblioteca. Ma, allora, ero una studentessa universitaria e la biblioteca non era il luogo in cui scoprire pagine un po’ ingiallite, edizioni vecchie ormai fuori catalogo e introvabili in libreria. Era solo il posto in cui studiare tra una lezione e l’altra, il luogo in cui cercare la concentrazione in quei giorni in cui proprio non t’andava. Non era neppure LA biblioteca. Era “il circolo giuridico” (appartenente alla facoltà di giurisprudenza. Di fatto, il luogo preferito per rimorchiare), “la cripta” (la biblioteca della Facoltà di Economia, ricavata all’interno della Cripta di San Francesco), la  Biblioteca comunale degli Intronati. Disseminate qua e là, in quel di Siena, c’erano poi altri spazi in cui poter leggere, studiare, chiedere in prestito libri ma, una volta affezionatisi a certe facce e ad un certo tavolo, ci si sentiva a casa, e raramente si andava alla scoperta di un’altra biblioteca.
Ad Arpino, mio paesello natio, i libri non hanno mai trovato pace. Sono state scelte sempre strutture fatiscenti: vecchi palazzi nobiliari dagli affreschi bellissimi, chiese sconsacrate, musei. Tutti luoghi splendidi ma pronti a vacillare alla prima scossa di terremoto, ad allagarsi alle prime piogge autunnali,  a dare spazio a mostre ed eventi vari, cacciando via i poveri libri.
Anche le strutture che ospitano le Biblioteche del Comune di Roma non sono tra le più sicure. A volte, restano chiuse anni per interventi di ristrutturazione che sembrano non dover più finire ma, in generale, offrono ottimi servizi e sono efficienti. In quelle del centro, però, c’è sempre tanta gente, telefonini che vibrano, fanciulle dai profumi troppo intensi, un bisbigliare che dopo un po’ diventa un ronzio fastidioso e ne esci irritato.
La biblioteca di Segni, invece, il paesello che gentilmente mi ospita, è silenziosa ed accogliente. Non ci sono cataloghi on line né sistemi di ricerca veloci. Sei costretto a girellare tra i volumi, estrarli, sfogliarli, annusarli, dimenticando così qual era il libro che stavi cercando. E quando t’imbatti in mucchietti di libri, poggiati provvisoriamente su una scala, su uno sgabello, sul davanzale della finestra, in attesa di trovare una sistemazione più consona, non puoi resistere alla tentazione di curiosare. Per rendere la tua ricerca più veloce, potresti semplicemente chieder aiuto alla bibliotecaria, una signora dolce, dallo sguardo mite, con la voce che è un sussurro e gli occhi sempre alla ricerca di qualcosa. Non è di quelle che si lamentano perché c’è bisogno di più spazi e più personale. No, lei è di quelle che consigliano i libri imperdibili e che ti chiedono se t’è piaciuto il libro che hai appena restituito; lei si ricorda ancora di te anche se t’ha visto una sola volta mesi e mesi fa. E leggere diventa ancora più bello.

venerdì 4 settembre 2009

Sulla via del ritorno

Montaione. Bah! Eppure la Toscana un po’ la conosco ma questo paesello non l’ho mai sentito nominare. Il navigatore sostiene che ci siamo quasi: ancora dieci minuti e “avrà raggiunto la sua meta”.
Siamo nel bel mezzo della campagna toscana, tra Firenze e Pisa. Il marito-orsetto ha pensato di rendere il rientro più soft con una breve sosta nell’agriturismo di un suo amico/coinquilino dei tempi dell’università. Ed io, ovviamente, non mi sono tirata indietro. Non è che abbia tutta ‘sta voglia di tornare al tran tran quotidiano. E poi, è maleducazione rifiutare una sosta in Toscana. 
Incontriamo solo auto con targa tedesca. Perfino quando imbocchiamo la viuzza in discesa che segnala “Soiano”, l’agriturismo di Tiberio, troviamo parcheggiate qua è là solo auto provenienti dalla Germania. Che ci faranno così tanti tedeschi nel mezzo del nulla toscano poi?...
Il cancello si apre e spunta Tibo. Calzone corto, torso nudo, pizzetto spavaldo ed il solito sorriso beffardo.
«Dio bono! Ce n’avete messo di tempo!». Perché un ligure aspiri la “c” e continui a ripetere “noi di Firenze” è un mistero ancora da svelare.
«Oh via, si va’ a fa’ un giro», e ci carica su un fuoristrada da campagna, come dice lui, per mostrarci i filari nuovi di zecca che aumenteranno la produzione vinicola. Tibo è fiero della sua azienda, nata appena tre anni fa, e gioca a fare il contadino navigato, dimenticando che ha appena 33 anni e che non è trascorso tanto tempo da quando inveiva contro “quel professore bastardo che proprio non mi voleva fa’ passà l’esame”. 
Il marito orsetto ci dà dentro con le domande tecniche: partono percentuali, tipi di coltura applicati, caratteristiche del terreno, dell’uva, delle olive. Dal canto mio, non vedo l’ora di scendere da quel fuoristrada infernale, sballottolata a destra e manca. Ma non mi lascio sfuggir il benché minimo lamento: non voglio fare la figura della donnina che urla di fronte alla prima sterzata brusca e alla guida spericolata di chi sta palesemente tentando di farti rizzare i capelli. 
Scesa dalle montagne russe, guardo il cielo diventare sempre più rosso, i poggi sempre più sfumati, i filari sempre più lontani. Intanto il vento mescola il profumo della lavanda a quello della terra, i suoni indecifrabili dei bimbi tedeschi si spostano dalla piscina al casale e penso che, in fondo in fondo, la scelta di Tiberio non è stata poi tanto sconsiderata.

Giorni di montagna

Mercoledì, 26 agosto

È una di quelle notti in cui il cielo è più immenso, le stelle sono più luminose, il silenzio sussurra frasi dolci che parlano di serenità, di un domani diverso. È una di quelle notti in cui trattieni il fiato per non disturbare la voce della natura che ti circonda.
Il vociare allegro della cena a quota 1500 metri, nel Rifugio Croz dell’Altissimo, si è dissolto mentre scendevamo a valle. Una fila ordinata di persone; ciascuno con la propria torcia; ciascuno attento a non scivolare su quel sentiero ghiaioso; ciascuno immerso nei propri pensieri. Il rumore dell’acqua; una ventina di persone ferme di fronte ad una cascatella. È solo acqua, sotto un cielo stellato, nel silenzio dei boschi. Eppure restiamo tutti lì, immobili, cercando di fermare quell’istante. Cerchiamo di farlo nostro per poi poterci rifugiare nuovamente lì, quando saremo travolti dal caos cittadino.

Giovedì, 27 agosto


Immersa in un paesaggio lunare, mi chiedo quando spunterà il rifugio Pedrotti. La scalata verso l’alto è meno insidiosa quando la nebbia avvolge tutto ciò che ti circonda.











Camminiamo dalle nove di stamani, gli scarponi iniziano ad essere pesanti, l’aria rarefatta e, nonostante lo sforzo fisico, inizio ad avere la pelle d’oca. Insomma, io sono un’orsetta marsicana, di quelle che bazzicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Mica sono abituata io a vedere, nel bel mezzo del mese di agosto, strati di neve congelata che giacciono lì da chissà quanto tempo. Un po’ di comprensione per favore! Il marito orsetto, invece, che ha il coraggio di sudare anche quassù, mi guarda con aria compassionevole.
Un miraggio: dev’essere quella casetta là! 

















Ma le indicazioni spengono il mio entusiasmo. Un cane abbaia in qualche posto lassù. L’eco non fa capire quanto su… Il pancino inizia a brontolare e… sì, sì! Stavolta è lui!















Mentre mangiamo qualcosa, il cielo si apre e il Brenta si staglia davanti ai nostri occhi. Le cose belle non si ottengono mai facilmente; bisogna sapersele sudare. Altrochè se ne valeva la pena!


C’incamminiamo verso il Passo Ceda. Il sentiero non è ben segnalato, il cielo è incerto, la stanchezza si fa sentire. Dopo un’oretta di cammino, da buona capa spedizione di un gruppo di due persone (mio marito ed io), mi fermo di fronte alla famosa ferrata menzionata da Paolo, il già citato albergatore-guida. «È un percorso splendido. Un po’ lungo ma con poche difficoltà. C’è giusto una ferratina… Niente di chè: la fate senza problemi». Ora, gente, fino a dieci giorni fa, io neppure avevo idea di cosa fosse una ferrata e, sinceramente, il fatto di trovarmi davanti ad un non sentiero, aggrappata ad una corda di ferro vacillante, sebbene solo per pochi metri, con lo strapiombo sotto, non è che mi riempia il cuore di gioia. «È che tu non sai usare bene la corda», sentenzia il marito orsetto che ha già preso in mano la situazione, mostrandomi come procedere. Avrà indubbiamente ragione lui ma, come dire, paralizzata da un secondo di terrore, la teoria è precipitata nel vuoto e le sue rassicuranti parole si perdono nell’aria. Un po’ vacillando, un po’ imprecando, ce la faccio anch’io. E torna l’euforia di chi, un po’, si sta mettendo alla prova. (Sì!, sono proprio brava!)

Ma il percorso è davvero lungo e nonostante il paesaggio splendido, fiorellini mai visti prima e compagni di viaggio inattesi, nell’ultimo tratto che ci separa dall’albergo, sogno solo di potermi finalmente sfilare gli scarponi.
Mai cena è stata più deliziosa di quella divorata stasera. 

Venerdì, 28 agosto


L’orsetta marsicana si sente ormai completamente a suo agio tra le cime dolomitiche e non la smette di zompettare nel verde intonando «Holalà hiii, hoolalàà hii…» Poco distante, il marito orsetto la guarda scuotendo la testa e borbottando «È fatta così! Che ci posso fare?». Ma, in fondo in fondo, se la sta godendo anche lui, dimentico delle grane della quotidianità.


Nota a margine
Qualora immagini e parole vi avessero invogliato a prendere scarponi e bastoncini e partire alla volta di questi sentieri, vi consiglio di cuore l’Alpotel Venezia di Molveno (www.alpotel.it), piacevole alberghetto a conduzione familiare. Eccellente rapporto qualità – prezzo e una cucina deliziosa (lo strudel, che goduria!). Si è in albergo ma ci si sente a casa propria grazie alle attenzioni della signora Renata, gli aneddoti, i suggerimenti, il desiderio di guidarti alla scoperta della montagna del signor Paolo e l’allegria dei figli. Impossibile trovare delle pecche.



venerdì 28 agosto 2009

Dagli Appennini alle Dolomiti

Il signor Paolo, prima d’esser il gestore dell’albergo nel quale alloggiamo, è un appassionato di montagna. Uno di quelli che, indipendentemente dalle cerimonie ufficiali dell’Unesco, ci tiene proprio a far conoscere le bellezze della sua regione. Così, l’escursione iniziale alla scoperta delle Dolomiti parte da Madonna di Campiglio.
«Sì, insomma ragazzi, ci s’allontana un po’, ma vale la pena cominciare con il giro dei cinque laghi».
E come dargli torto? Sarà che una settimana d’escursioni da queste parti la sognavo da anni, ma non faccio che guardarmi intorno estasiata. Sento qualcuno che si lamenta per l’aria pungente (che poi, per esser a 2000 metri, tanto pungente non lo è affatto!), qualcun altro che borbotta perchè “un’alzataccia così, in vacanza, è da sconsiderati”. Sarà… Io, finalmente, ho la sensazione d’essermi alzata presto per una buona causa.
Avevo dimenticato la paura del vuoto e quel senso di vertigine che si prova una volta saliti in funivia. Troppo tempo senza avvicinarmi ad un impianto di risalita.
La nostra guida non fa che spiegare le differenze tra il versante del Brenta e quello dell’Adamello, ma io non riesco proprio a seguirlo. Guardo in lontananza, sperando che quei nuvoloni minacciosi, verso i quali sembra condurci il nostro sentiero, scompaiano presto. Intanto, raggiungiamo agevolmente il lago Ritorto, nostra prima meta.



«E va be’, che sarà mai? Uno dei tanti laghi dolomitici!», penserete voi. In fondo è solo un lago. A 2056 metri, neanche tanto in alto, eppure…
Eppure, io mica la so spiegare quella sensazione un po’ magica regalata dall’acqua gelata di un laghetto incastrato tra i monti. Quella voglia di perdersi tra i sentieri, lontano da tutti e d’imbattersi in un nuovo laghetto, forse ancora più nascosto di questo. Quella sensazione che si prova nel vedere la nebbia che sale, sale in modo incredibilmente veloce, fino ad inghiottire tutte le persone che, fino a poco fa, erano solo a qualche metro da te. Di Paolo, l’albergatore-guida, non resta altro che un puntino verde. Ma dopo un paio di tornanti, si esce dalla foschia e si resta abbagliati dal sole. Ed io non lo so se chi vive questo spettacolo quotidianamente ci si sia un po’ abituato o continui a trovarlo straordinario, esattamente come me.

Nei pressi del lago Gelato, a 2393 metri, mi cade l’occhio su un mozzicone di sigaretta, lasciato lì da poco. E mi chiedo come si possa rovinare così ciò che la natura ha saputo donarci; come si possa pensare d’accendere una sigaretta quassù, dove l’aria è così pura.
Non c’è limite alla nostra inciviltà.






giovedì 27 agosto 2009

Molveno

Uff! Ma non si arriva mai!
Ancora pochi chilometri e dovremmo vederlo spuntare.
«Eccolo lì!»
Eh già, eccola qui la “preziosa perla in più prezioso scrigno”, per usar le parole del Fogazzaro.


In realtà, siamo giunti a Molveno più per caso che per una scelta precisa. Volevamo andar per sentieri in Trentino, desiderosi di ammirare bellezze diverse dalle cime appenniniche. Mi son persa tra decine d’indirizzi web che suggerivano quel paese anziché l’altro, quell’albergo piuttosto che un altro. Così, alla fine, confusi tra tanti pacchetti, ci siamo affidati alla sorte, fiduciosi nel fatto che il binomio lago più gruppo montuoso del Brenta non potesse tradirci. E infatti…

Nonostante l’alzataccia alle 4.00 del mattino e le quasi otto ore d’auto, con tanto di code a tratti da traffico del rientro (per gli altri), non abbiam perso tempo in sonnellini pomeridiani. Il cielo era troppo azzurro e l’acqua del lago troppo verdeblù per limitarci a guardarla da lontano.

Ci sediamo un po’ sulla spiaggetta erbosa. Ci lasciamo accarezzare dal venticello fresco; alcuni ragazzini fanno il bagno; qualcuno legge; altri sono lì, distesi al sole, con punta voglia di muovere un dito. Laggiù, le acque del lago diventano verde scuro, ma forse è solo il riflesso dei faggi e degli abeti a rendere il colore dell’acqua diverso.
C’alziamo con l’intenzione di sgranchirci un po’ le gambe e dopo un paio d’ore realizziamo d’aver quasi concluso il giro del lago. Incontriamo scogli e calette; veniamo superati da qualche ciclista e dagli appassionati della corsa. Passo dopo passo anche la stanchezza del viaggio svanisce e diventa tutto un programmar escursioni e passeggiate della mente. 

sabato 15 agosto 2009

Musica

Un’altra sera d’estate passeggiando tra le vie di Roma. Tutt’intorno un miscuglio di lingue diverse; i butta dentro dei ristoranti del centro che cercano di catturare l’attenzione dei turisti. «Only 20 euros Madame and you will get the best pizza in Rome». La signora giapponese lo guarda con diffidenza e tira dritto, attratta dalla visione del Colosseo più che dal profumo di una pizza scongelata, probabilmente, solo pochi minuti prima.
Noi, intanto, senza smettere di leccare un delizioso gelato cioccolato e cocco, ci lasciamo alle spalle il Colosseo e ci arrampichiamo verso Villa Celimontana. Quanto è magico quest’angolo di Roma! Il viale poco trafficato del colle Celio, la basilica di Santa Maria in Domnica, la Piazza della Navicella.
Entriamo nella villa. L’illuminazione soffusa, le pietruzze che s’infilano nei sandali, l’acqua delle fontane che rinfresca l’aria, l’allegro chiacchiericcio di chi vuole godersi un po' di jazz, vino e qualche stuzzichino.
Io che saltello col migliore dei miei sorrisi ebeti: quello che sfodero quando so già che sarà una fantastica serata. Ci sediamo proprio di fronte al palco; le lucine blu che ipnotizzano i miei pensieri, i suoni della città sempre più lontani. Il cielo è coperto di nubi: non è una notte da stelle cadenti. I desideri resteranno inespressi. Il fumo delle sigarette dei miei vicini e il sigaro dei signori seduti lì davanti rovinano un po’ la magia, ma siamo all’aperto, bisogna essere tolleranti.
Qualcuno sale sul palco, lascia uno spartito, poi torna e sistema le casse. Sale tutta l’orchestra e s’accendono le luci. Il direttore dell’ Orchestra Jazz del Conservatorio di La Spezia presenta il gruppo. Il pubblico non è quello delle grandi occasioni ma sembrano tutti impazienti di sentire le prime note.
Partono le trombe, attaccano i sax, il piano cerca d’imporre le sua voce e il percussionista scandisce il tempo. Sì, forse l’orchestra non è delle più celebri ma io trovo che i musicisti siano bravissimi. La testa del signore seduto davanti a me inizia a muoversi ritmicamente. Riesce a ballare anche stando seduto. Parte un applauso. L’assolo del sassofonista è stato portentoso.
I fiati cedono il posto al pianoforte e allora io mi perdo tra i sentieri della musica. Gli accordi sono allegri, concitati, martellanti e il piede del pianista non smette di agitarsi. Vedo quelle mani volare sulla tastiera, quegli occhi che fissano lo spartito ma che, forse, sono altrove, mentre le note ti avvolgono, ti spingono verso l’alto per poi cullarti dolcemente.
Il pianoforte, il maggiore dei miei rimpianti. Il Conservatorio interrotto per tante ragioni, non da ultima la fatica. È faticoso studiare il doppio degli altri a sedici anni; è faticoso uscire dal liceo, chiudersi in conservatorio, tornare a casa, fare la versione di latino e poi riprendere a studiare una Suite francese di Bach. È faticoso studiare il doppio quotidianamente e dire “non posso” a quel ragazzo tanto carino a cui, forse, un po’ piaci. Cominci a stancarti di essere quella che “tanto lei non viene” o quella che “ieri pomeriggio ci siamo divertiti tantissimo. Peccato tu non ci fossi”. E così, stupidamente, per un miliardo di futili motivi, finisci col diventare normale.
E dopo nove anni di vita trascorsi col tuo pianoforte, lasci la musica. Me ne son pentita l’anno successivo ma poi è stata la volta dell’università e l’inizio dei traslochi e dei cambiamenti e di un percorso fatto di scelte lasciate a metà.
Ma, di tanti cammini iniziati e poi interrotti, questo è quello di cui più sento la mancanza. Gli errori si pagano. Perché la musica, certo, non ha il potere di cambiare il mondo ma qualche magia riesce a farla e la realtà si trasforma. La vita diventa più leggera, il tempo si dilata, lo spazio s’amplia.

Applausi. Il tempo è volato via ed il concerto sta per terminare. Le nuvole sono scomparse, si vedono anche due stelle laggiù, in lontananza. Domani sarà una bella giornata.

domenica 9 agosto 2009

Sogno di una notte di mezza estate

Domenica pomeriggio a Roma. La tangenziale libera, il parcheggio lì, a portata di mano (chi vive a Roma o orbita intorno alla capitale sa bene di quale miracolo stia parlando), la città meno rumorosa, nessuno strombazza inutilmente di fronte ad un semaforo rosso, nessuno lancia improperi se il pedone si permette di attraversare lentamente sulle strisce.
Il cielo inizia a colorarsi di rosa, i ragazzini si rincorrono tra gli alberi di Villa Borghese, il frinire delle cicale sovrasta le nostre voci. Dalla terrazza del Pincio, la città sembra ancora più distante e meno città. Non c’è traccia del frastuono quotidiano, solo un allegro vociare. Piazza del Popolo, le viuzze del centro sono sì affollate, ma è una folla lenta che si gode la città ora che l’aria è meno afosa.
Ci dirigiamo verso Piazza di Siena con l’euforia di due bambini che hanno ricevuto un regalo tanto atteso. Si va al teatro. Ma non un teatro qualsiasi e non a vedere un’operetta qualsiasi. No no, noi stiamo andando al Globe Theatre. Solo che non siamo nella Londra del XVI secolo e che a recitare non è la compagnia di Shakespeare, sebbene la commedia sia stata scritta da lui. Paghiamo un po’ più dei 2 penny previsti in epoca elisabettiana per poter assistere all’opera stando comodamente seduti in una delle gallerie circolari che sovrastano il palcoscenico. Ma il prezzo del biglietto resta comunque accessibile, ben ripagato dalla magia che offre il luogo ancor prima che la commedia abbia inizio. 
In basso, l’accaparramento ai posti migliori, al centro del teatro, avviene rapidamente. I più sono arrivati con cuscini, coperte, teli da mare. L’occorrente per potersi godere lo spettacolo anche stando seduti a terra.


Si spengono le luci. Cessa il brusio. Ci ritroviamo in Grecia dove Teseo, duca d’Atene, attende impaziente l’ora delle nozze con Ippolita, regina delle Amazzoni. E da quel momento, il mondo della corte si confonde con la vita dei boschi. I sogni diventano incubi, le liriche d’amore s’alternano alla parodia della vita del teatro e, quando il confine tra sogno e realtà si fa più sfocato, sopraggiungono elfi e fate. E dietro ogni loro scanzonata filastrocca si nasconde una grande verità che lascia lo spettatore a riflettere sulla follia dell’amore, sulla fugacità della felicità, sulla difficoltà di distinguere la verità dalla finzione.

“Rugge il leone nella notte bruna,
“ulula il lupo al volto della luna;
“russa in pace lo stanco contadino,
“arde l’ultima brace nel camino,
“stride all’inferno a letto il barbagianni
“a lui presagio di futuri affanni;
“l’ora notturna è questa in cui leggeri
“vagan gli spettri sui muti sentieri
“uscendo dalle tombe scoperchiate
“liberi, ad aleggiare per le strade.
“E noi, fatati spirti d’ogni sorta
“che al carro d’Ecate facciamo scorta,
“sempre fuggendo il raggio dell’aurora,
“il buio essendo la nostra dimora,
“come sognando siam lieti e contenti;
“nessun topo in quest’ora
“a disturbarci la casa s’attenti.

Tutto ciò accadeva domenica scorsa, in una serena notte di mezza estate.
Riascoltare le parole di Shakespeare nel Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese a Roma sa di magico, che si ami il teatro o meno. È come fare un tuffo nel passato, dimenticarsi dei crucci di tutti i giorni e calarsi in un’altra epoca. Da venerdì scorso è di scena l’”Othello” per poi lasciare il posto, a settembre, a “La bisbetica domata”. Sarebbe un peccato farseli sfuggire.

“A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l’incanto.”

(“Sogno d'una notte di mezza estate” di W. Shakespeare, traduzione di G. Raponi)

giovedì 30 luglio 2009

Quiz

Alzi la mano chi ha partecipato almeno una volta ad un concorso pubblico. Parecchi…
Bene, adesso alzi la mano chi, arrivando nel luogo scelto per affrontare le preselettive, non abbia provato la sensazione di trovarsi ad un concerto. Mmm… pochini.
Io m’aspettavo proprio di veder spuntare, da un momento all’altro, un omino, con spiccato accento napoletano, gridare: «Gelati!! Bibite fresche; acqua, aranciata…» Mi son pure guardata intorno per verificare che non ci fosse nessun banchetto a vender magliette del big della giornata.

Non ho mai seriamente preso in considerazione, fino a qualche giorno fa, la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, “tanto si sa: i posti sono già assegnati. E poi, io a fare la ministeriale? Per carità! Meglio il privato…”
Poi, la particolare congiuntura economica, pare si chiami così (ma, non provate a pensare alla crisi che quella è un’invenzione della stampa e di chi, bontà sua, ha scelto il corso di laurea sbagliato), mi ha regalato diverse ore libere, da dover pure investire in qualche modo, no? E siccome quando medito troppo sulle cose, a mo’ di essere razionale, finisce che prendo delle decisioni insane, mi sono rimessa a studiare. In fondo, fino ad oggi, di raccomandate inviate per partecipare ai concorsi xyz ne ho spedite svariate, “perché non si può mai sapere”. Ma poi, non avendo neppure aperto un libro, m’è sempre mancato il coraggio di presentarmi. Allora perché non prepararselo sul serio un concorso? Fosse altro per poterci scrivere un post.
Vabbè, siamo alle prove tecniche generali poiché, oggettivamente, ho ripreso in mano i libri da troppo poco tempo, troppe materie a me sconosciute e poi… e poi, gli esperti sostengono che occorra un po’ di training prima d’entrare nel meccanismo del concorso. Mah!

Bollente venerdì di luglio, piena estate («Tanto i concorsi li fanno solo d’estate», sostiene una biondina con l’aria di chi ha visto cose che voi umani…), imprecisato numero di persone; ad occhio e croce direi… tante. Sguardi che scrutano tra la folla e «Ciao! Anche tu qui! Ma perché una volta non ci s’incontra, chessò io, per una pizza, anziché per ‘sti concorsi del cavolo?». Alcuni arrivano in gruppo, molte scortate dal fidanzato; c’è perfino un signore accompagnato da moglie e due figli con zainetto in spalla: «Papà sfondali! Fagli vedere quanto sei bravo! Mamma, andiamo in piscina che qui fa un caldo boia!!»
Rubo stralci di conversazione: « È che io non ne posso più del praticantato! Ma quanti anni devono passà a fa' fotocopie e andà in Tribunale prima di comincià a vedè du’ soldi?»
«Mammà, mi passi il Gatorade?». La signora fruga in una capiente borsa di paglia ed estrae la bottiglia; poco distante, un’altra signora sulla sessantina ne approfitta per attaccare bottone: «Siete pure voi di Napoli?» Un sorriso all’idea d’aver trovato un’altra compagna di sventura: «Torre del Greco. Andiamo pure noi, avanti e dietro, per fa un po’ di compagnia a ‘ste povere figlie. Che la Madonna le possa aiutà! Voi siete arrivate ieri sera?» È nata una nuova amicizia.

L’Italia dei concorsi non è un’Italia disperata. È un’Italia rassegnata, che si sposta da sud a nord e dal nord al centro, che colleziona aneddoti, che non ci crede mai fino in fondo, che, qualche volta, partecipa per il gusto di provarci, un po’ come quando si gioca al superenalotto. “Va’ a vedere che stavolta la fortuna non baci proprio me?”. Non sarà mica un caso se i test preselettivi li chiamano quiz.
Si aprono i cancelli. Un ragazzo incrocia le dita, guarda l’amico e bisbiglia: «Dovesse dirci bene, si comincia a studiare veramente…»

venerdì 10 luglio 2009

Magie


E poi, ci sono giorni in cui basta semplicemente questo:
una  rosa e pochi rametti di lavanda per tornare a sentirsi felici.

giovedì 9 luglio 2009

Strani giorni

Sono giorni così, un po’ inquieti, un po’ irrequieti, un po’ aspri. Strampalati. Si ciondola per casa, ci si siede alla scrivania e poi ci si alza. Uno sguardo al calendario, con le scadenze evidenziate in verde che sembrano voler dire “E muoviti!”.
Che di cose da fare ce ne sono, anche se non si ha alcuna certezza sull’esito. Perché si è mai stati sicuri di come finiranno i tanti progetti che costellano le nostre vite?
Il cielo è blu, non puoi neanche prendertela con il tempo che rende il tuo umore tanto instabile. Beh, puoi sempre dire che sei una donna e le femmine, si sa, sono volubili per natura.
Altra passeggiata tra lo studio e la stanza da letto. Fortuna che l’appartamento è piccino. L’occhio cade sui mucchietti di libri, depositati qua e là. Ne sono stati aperti tanti di recente. Raramente si è andati oltre pagina 15. Un segnalibro a ricordare che sono stati sfogliati e poi messi da parte. Non che non meritino d’esser letti, anzi. Non il momento giusto. È che i pensieri seguono percorsi tortuosi e non riescono a fermarsi sulla pagina scritta.
Di nuovo di fronte alla libreria. Non riesci proprio a resistere alla tentazione d’acquistar libri: i volumi intonsi superano largamente quelli già letti.
“Revolutionary road”. Ma sì, tanto vale leggere poche righe prima di tornare alle sudate carte. Sorprendentemente, dopo un paio d’ore, scopri d’essere andata ben oltre pagina 15.

mercoledì 17 giugno 2009

Un po' di silenzio

Vero: è da un po’ che non scrivo. E non perché sopraffatta dal lavoro o non ispirata. Avrei potuto parlare delle ultime città viste, degli ultimi libri letti, dei colori che hanno pennellato le mie giornate, del lavorio incessante della mente di fronte ai cambiamenti che irrompono nel quotidiano fluire della vita.
Ad annotare, ho annotato. Ma l’ho fatto su carta, con la mano che correva veloce ed il mignolo impiastricciato d’inchiostro nero. Magari ne riparlerò anche qui, o forse no. Avevo bisogno di un po’ di silenzio, di disintossicarmi dal bombardamento di parole, parole, dall’accavallarsi delle notizie, dal rincorrersi di dichiarazioni inutili, conferme, smentite, le solite accuse, le solite promesse pronte a cadere nell’oblio.
Disintossicarsi del tutto in questi nostri giorni è impresa ardua. Allora, per allontanarmi da tanto ciarlare, ho comprato un libro di Mario Rigoni Stern e ho smesso d’ascoltare tutto il resto.

mercoledì 20 maggio 2009

Altri viaggi

Allora Almitra di nuovo parlò e disse: Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.

Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e siate allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale. 
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini:
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.

Kalihl Gibran – Sul matrimonio (da “Il profeta”)

E la sposa arrivò, vestita di prati verdi e cieli azzurri. Un po’ frastornata, udì suo padre dire: «Ora è tua» e lasciò la mano della sua bambina tra le mani dello sposo. Lo sposo, con gli occhi raggianti ed un sorriso felice, la sfiorò con un bacio leggero.
Poi parlò il Primo Cittadino, le mani degli sposi si strinsero ancora di più e nell’aria echeggiarono due «Sì», pronunciati senza esitazione alcuna.
Allora lo sposo guardò dolcemente la sposa e con voce tremante promise amore e fedeltà eterna, così come l’aveva amata e rispettata sin dal primo giorno in cui si erano incontrati. La sposa, con gli occhi velati dalle lacrime e un nodo che le stringeva la gola, prese in prestito le parole di un poeta, per suggellare l’inizio di quel nuovo viaggio insieme.
Poi ci furono gli applausi, le congratulazioni, il vociare degli amici, riso bianco e confettini dappertutto. E, in mezzo a tanto frastuono, lo sguardo intenso della nonna della sposa. Il bel volto solcato dagli anni, poche parole a spazzar via le incertezze dei nostri tempi. «Andrà bene. Questo matrimonio andrà bene. Io lo so». E la sposa, certa delle certezze della nonna, non poté far altro che stringerla forte a sé e donarle il suo mazzetto di rose bianche.

mercoledì 6 maggio 2009

Le parole della felicità

Domani mi sposo.
Un anno fa, tra i miei progetti futuri, avrei inserito di tutto, anche la possibilità di ripartire come volontaria, magari per il Malawi. Ma il matrimonio, mai. Un anno fa, però, il mio futuro marito era solo il mio migliore amico; nel mio dizionario non c’era spazio per le parole “amore, convivenza, progettualità” e l’avverbio “mai” aveva un altro significato. Poi, senza neppure rendercene conto, quel rapporto d’amicizia  si è evoluto. Così, in modo naturale. È stato naturale iniziare a vivere insieme, stropicciarsi gli occhi al mattino e perdersi l’uno nel sorriso dell’altro.
«Ma tu mi sposeresti?», ed io che non riuscivo a togliermi quell’espressione ebete ed a pensare a risposta diversa dal «Sì». Più l’osservavo, più mi chiedevo come fosse possibile esser stati amici per così tanto tempo senza realizzare quanto fossimo indispensabili l’uno all’altro. 
Domani mi sposo e a Mauro verrà un coccolone quando leggerà questo post. Lui che è persona estremamente riservata; lui che rispetta i miei spazi e i miei tempi; lui che torna a casa, mi abbraccia e sussurra: «Spettacolo il tuo ultimo post!». Mai si aspetterebbe di diventare oggetto di ciò che scrivo pubblicamente. 
Domani mi sposo e mi dicono che sono luminosa come mai sono stata in passato. Io non riesco a vedermi. So solo che una morsa m’attanaglia lo stomaco da giorni, che ho una voglia irrefrenabile di correre, chiacchierare, ridere per ogni banalità.
Domani mi sposo  e non le capisco proprio quelle persone che mi chiedono il “perché”. Perché sposarsi quando tutti si lasciano, perché sposarsi quando si può benissimo continuare a convivere, perché sposarsi se si è scelto il rito civile. Non le capisco e un po’ provo tristezza per chi mi guarda sbigottito. La libertà di compiere serenamente le proprie scelte personali dovrebbe essere insindacabile: la decisione del rito civile nasce da profonde riflessioni e non dal fatto che “va be’, così almeno avrete meno problemi in caso di divorzio”.  Anche la scelta di volersi costituire famiglia, assumere delle responsabilità nei confronti dell’altro sembra essere un’idea singolare. Perché volersi vincolare per sempre quando c’è la mera convivenza? Forse semplicemente perché, una volta tanto nella vita, si è convinti della scelta che si sta facendo, al punto tale da volerci credere in quest’unione e da pensare che, in un mondo in cui tutto è precario, qualcosa di stabile possa ancora esserci.
 
Domani mi sposo e, per quanto mi stia sforzando, non riesco a trovare le parole che spieghino cosa sia la felicità.

lunedì 27 aprile 2009

Quella vocina che legge dentro di te…

Da bambina leggevo quasi esclusivamente ad alta voce. Forse perché ero spesso da sola ed ascoltarmi rendeva più festosi i lunghi pomeriggi invernali. La mia bisnonna, di tanto in tanto, faceva capolino per controllare che non combinassi pasticci prima del ritorno dei miei. A volte restava sulla porta ad ascoltarmi; altre volte si sedeva accanto a me e mi chiedeva di ricominciare daccapo chè aveva perso la parte iniziale del racconto. Spesso si faceva ripetere quei termini strani, mai uditi prima perché «io ho fatto solo la prima classe e già è tanto che so mettere la firma. E poi, quelle parole là ai miei tempi non esistevano». Restava affascinata da suoni difficili da pronunciare e li ripeteva spesso, a mo’ di poesia. Era buffo ascoltare un aggettivo ricercato ed elegante in mezzo a frasi dialettali.
La mia bisnonna era nata nel 1903; rimpiangeva di non aver avuto “un’istruzione” e di non sapere come andava il mondo. Eppure, raccontava favole bellissime; era una donna brillante e furba, con tanta sete di conoscenza e mai avrebbe immaginato che ciò che mi narrava era la storia d’Italia, quella che la mia generazione avrebbe studiato (poco e male) nelle scuole dell’obbligo.
Penso che il piacere della lettura ad alta voce risalga ad allora. Con il passare degli anni, per ovvie ragioni, la lettura è diventata sempre più silenziosa ma è comparsa una nuova voce. Quando sono veramente immersa in un testo, mi capita di ascoltare una vocina, dal suono più soave, più profondo della mia, che legge dentro di me.
Qualcuno mi prenderà per matta. Qualcun altro, invece, saprà di cosa parlo. È un suono diverso, interiore, che svanisce non appena s’iniziano a muovere le labbra. È una sensazione che un po’ indispone. Non mi capacito del fatto di non poter far percepire quell’intensità a chi mi sta ascoltando.
Ieri, dopo aver letto un post relativo alla lettura ad alta voce (http://lalettrice.splinder.com/), ho aperto le pagine di “Uccidere un bambino”, uno struggente racconto di Stig Dagerman, incluso nella raccolta “Il viaggiatore”. Volevo che il mio compagno lo scoprisse attraverso la mia voce.
Credo che Dagerman non sia uno scrittore facile ma ha la capacità di racchiudere in poche righe le piccole tragedie della quotidianità. I colori vivaci dei suoi racconti si scontrano con quel senso di malinconia e sconfitta che li pervade. Forse proprio perché non avvezza a questo modo conciso ed amaro di descrivere la realtà, ne sono rimasta ammaliata. E leggendo il racconto avrei voluto sentire la mia voce emettere lo stesso suono che vibrava nella mia testa. Niente. Era intenso, ugualmente toccante, eppur diverso.
La magia della vocina che legge dentro di te non è riproducibile.
 
E' una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterallano affettando il pane per il caffé, e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perchè in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice.
[…]
Perchè la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare dal terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e avviarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest'ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.

Dopo è troppo tardi.
STIG DAGERMAN, Il viaggiatore,  (tit. orig. da Dikter, noveller, prosafragment) 1952 - Trad. dallo svedese di Gino Tozzetti e introduzione di Goffredo Fofi, IPERBOREA.

domenica 26 aprile 2009

Bella Orvieto

Questa è Orvieto.

Metti un dì di festa in un aprile che non vuol saperne d’aprir le porte al tepore della primavera. Metti un’aria che sa di tufo, splendidi pergolati che profumano di glicine, finestre che si aprono su soffitti dalle travi in legno, chiese che qua e là richiamano la tua attenzione. Vicoli quieti percorsi da pochi turisti. 
Anche questa è Orvieto.

E tra una sosta e l’altra, senza voler seguire il percorso indicato dalle poche pagine di  “Bella Umbria”, stampate furtivamente in ufficio, ci ritroviamo a percorrere Via dei Magoni e grandioso, in tutta la sua bellezza, scopriamo il Duomo.

A volte sono insolite le ragioni che portano ad incuriosirti per una località. Io Orvieto ce l’avevo nella testa sin da adolescente.

Era il primo anno di Liceo. Le vacanze pasquali erano appena terminate, il cielo era azzurro e la voglia di chiudersi in classe poca. La nostra insegnante di lettere, una di quelle persone per le quali, ancora oggi, mi viene voglia di dire “una professoressa vera”, donna d’altri tempi, che viveva la sua professione più come una missione che come un mezzo di sostentamento,  percepì il desiderio d’evasione. «Cosa ha reso questi pochi giorni di vacanza indimenticabili?», chiese. Una domandina semplice, di quelle che ti fanno ricordare i temi delle scuole elementari: troppo banale per chi si sente già adulto. Anche le risposte furono per lo più banali, tranne una. Stefania, una ragazzina timida, tutta casa e scuola, sussurrò: «A Pasquetta sono stata ad Orvieto con i miei. Mio papà ci teneva tanto…» Lo disse quasi vergognandosene. Noialtri non avevamo fatto altro che raccontare delle scampagnate tra amici, senza la supervisione dei genitori. Lei aveva taciuto tutto il tempo.
«Che meraviglia! Sei fortunata ad avere dei genitori che ti guidano alla scoperta del bello! E non mi dire che sei rimasta impassibile di fronte ad un capolavoro dell’arte gotica in Italia, quale il Duomo di Orvieto?» Stefy non rispose. La professoressa, invece, donna di cultura che cercava di svegliare la nostra curiosità, la voglia di aprirci al mondo e di esplorarlo, improvvisò una lezione di storia dell’arte.
“Secondo la tradizione cristiana il Duomo di Orvieto fu costruito su ordine del Papa Urbano IV per conservare il corporale di Pietro da Praga, prete di origine boema. Il sacerdote rientrava da un pellegrinaggio a Roma, dove si era recato per ritrovare la fede perduta. Sulla strada del ritorno, a Bolsena, durante la celebrazione della messa, vide stillare sangue dall’Ostia. A ricordo di quell’evento, nel 1290 il Papa Nicolò IV pose la prima pietra del duomo, in corrispondenza della IV colonna su cui è scolpito l’inferno. Ma è ovvio, che a motivare la costruzione della cattedrale furono prevalentemente ragioni politiche, sociali, artistiche.  I lavori per la costruzione del duomo durarono all’incirca tre secoli. Non sto qui a parlarvi dei vari architetti e scultori che lavorarono intorno alla cattedrale ma ricordate il nome di tal Lorenzo Maitani: si devono a lui le decorazioni della parte inferiore della facciata, così come la loggia ad archi: con il suo estro introdusse degli elementi che interrompevano la linearità del progetto iniziale. Ne è venuta fuori una fastosa facciata, impreziosita da mosaici, bassorilievi marmorei e un meraviglioso rosone dell’Orcagna. Le edicole invece sanno già di Rinascimento. E poi si distingue chiaramente l’uso di materiali diversi: marmi colorati, l’alabastro, il travertino, il marmo di Carrara, vetro lavorato ed acquistato a Firenze ed a Venezia. Pensate alle risorse economiche messe a disposizione per costruire una struttura del genere. L’interno è molto più austero, eccezion fatta per le cappelle con affreschi che vengono considerate un capolavoro assoluto del Gotico in Italia. Pavimento trecentesco in marmo rosso e poi la stupenda Maestà di Gentile da Fabriano.”



«Ma… nessuno di voi ha visitato Orvieto? In fondo non è così lontano…» I più scarabocchiavano con disinteresse il banco; io pensai a quanto i miei avessero insistito per utilizzare quei giorni per scoprire le bellezze che ci circondano. Ma ero troppo presa dai miei nuovi amici per dar loro ascolto. E poi che figura c’avrei fatto? Come al solito sarei stata esclusa dal gruppo che si stava costituendo; io che avevo già la fama di quella che tanto non viene con noi. Gli adolescenti a volte con le loro parole lasciano ferite indelebili. Stefania intanto parlava della cosa che davvero l’aveva affascinata: il Pozzo di San Patrizio, costruito nella rocca medioevale della città. 

 Il pozzo, realizzato in appena dieci anni, tra il 1527 e il 1537, fu commissionato, neanche a dirlo, da un pontefice, Clemente VII, scappato da Roma dopo il sacco dei Lanzichenecchi. L’architetto Antonio da Sangallo il Giovane risolse il problema della carenza d’acqua dentro la fortezza. La genialità dell’architetto non sta nell’aver progettato un foro verticale dal quale poter attingere l’acqua ma nella doppia scala elicoidale che scende intorno al pozzo. Due rampe indipendenti che permettevano alle bestie da soma di scendere giù, fino al livello dell’acqua, dove c’era un ponticello, esser caricate e poi risalire per l’altra rampa senza andar ad intralciare le bestie che scendevano. Duecentoquarantotto gradini per rampa e settantadue ampi finestroni che permettono tuttora d’inondare di luce il percorso.

Le descrizioni di quel giorno mi colpirono moltissimo. In fondo, per noi che in campagna ci vivevamo già, una scampagnata non era cosa eccezionale. Curiosare in altre città, sì. Quella volta, i miei genitori non avevano avuto tutti i torti. Avevo perso qualcosa ma avevo imparato la lezione.
A distanza di 18 anni posso affermare che la mia insegnante del Liceo aveva assolutamente ragione: spesso le nostre giornate si dissolvono nel nulla quando abbiamo a disposizione, a pochi chilometri da casa, piccoli gioielli da attraversare, respirare, ammirare; luoghi che sanno di un’epoca lontana. Ed è proprio un peccato strasene a casa e lasciarsi ingoiare da una comoda poltrona e da un televisore acceso.  

martedì 7 aprile 2009

«Che bello sentire la tua voce…»

«Il cliente da lei desiderato non è al momento raggiungibile…»
La voce metallica continua a ripetere la stessa frase. Sembra seccata dal fatto che il cliente continui ad essere irreperibile. Poi, finalmente, il telefono dà il segnale dell’occupato. Ancora qualche minuto e vedo lampeggiare il display. Ely chiama.
Sì, Elisa mi sta telefonando. Elisa è viva.
«Non puoi immaginare cosa c’è qui…» E riprende a singhiozzare.
«Non abbiamo più una casa. Ma siamo vive…»
Elisa è una delle tante ragazze che studiano all’Università de L’Aquila. Studia Medicina. Infatti, in mezzo al marasma, si è preoccupata d’andare in ospedale, per dare una mano. Sperando di non trovare tra le vittime colleghi, compagni di corso, gli amici con cui avrebbe voluto trascorrere queste breve vacanze pasquali.
«Sembrava un film… Io non lo so come siamo riuscite a venir fuori di lì prima che crollasse tutto».
Trattengo le lacrime anch’io e faccio mente locale. Nella mia testa passano rapidamente i nomi dei vari amici di mio fratello, degli amici di famiglia, della fidanzata di mio cugino, delle decine di ragazzi che studiano all’Università de L’Aquila. Ricaccio con forza le lacrime e sussurro: «Elì, che bello sentire la tua voce…» A distanza, vedo limpidamente il suo sorriso in un volto rigato dalle lacrime: «Mai stata così felice di parlarti. Vedo se posso esser d’aiuto a qualcuno qui, che è stato meno fortunato di me…»

lunedì 23 marzo 2009

Mumble mumble… E quali sono i cinque più grandi scrittori viventi?

Fahrenheit resta una della mie trasmissioni radiofoniche preferite. Ed avere la possibilità di ascoltare la voce di Sinibaldi in diretta, senza dover ricorrere al podcast, è uno dei privilegi che raramente posso concedermi. Un venerdì pomeriggio di qualche settimana fa, resto interdetta di fronte alla domanda «Allora, quali sono a vostro avviso i cinque maggiori scrittori viventi? Inviate la vostra classifica scrivendoci allo…»
«Saramago», penso immediatamente. «McEwan», dopo averci riflettuto un po’. Mmm… do un’occhiata ai pochi libri, ordinati di recente sugli scaffali della mia nuova casetta, e vedo solo nomi di uomini morti. Vabbè qualche autore ancora in vita c’è. Solo che non me la sento di dire “il più grande scrittore vivente”. Altro particolare: scrittore, pochissime donne. Ci sarebbe la Oates, scrittrice statunitense vivissima. Solo che ho letto un suo solo libro, “La madre che mi manca”. Un’opera bellissima ma, insomma, la Oates è tra i più prolifici scrittori americani e un solo romanzo è un po’ pochino per poterla inserire ai primi posti della mia personale classifica. Scopro che il sondaggio tra gli ascoltatori va avanti da una settimana e, come ultimo giorno, viene resa nota la classifica definitiva. Che è la seguente:

Philip Roth
Jose` Saramago
Gabriel Garcia Marquez
David Grossman
Cormac McCarthy

Secondo mmm… La mia ignoranza è abissale, lo confesso pubblicamente. Ho letto pochissimo di Roth, nulla di Grossman, nulla di McCarthy. Marquez? Boh!, cioè, sì, ovvio che ho letto “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata”, “Dell’amore e altri demoni” e… basta, direi (mmm… sono un po’ ignorante anche su Marquez a ben pensarci). Comunque, dal poco che ho letto, non so non l’avrei inserito nella cinquina vincente.
Noto che neppure gli ascoltatori di Fahrenheit hanno menzionato donne. E dove sono gli italiani? Poi ascolto la voce di Mariarosa Mancuso, critica del Foglio, stupirsi dell’assenza di Alice Munro.
La copertina cinematografica di “Nemico, amico, amante...” è in bella vista sulla mia scrivania.
Ho acquistato il libro da pochi giorni, spinta dalla voglia di leggere qualche racconto e di leggere una donna. Negli ultimi anni ho scelto solo scrittori. Chissà perché poi… 
Prima di acquistare il libro, come mia abitudine, ho letto l’incipit, e poi ho aperto una pagina a caso.
La pagina a caso, nella fattispecie, diceva:

“Ma la vita nella quale avrebbe precipitato se stessa poteva non riservarle nessuno con cui infuriarsi, nessuno che fosse in debito con lei di qualcosa, nessuno su cui riversare eventuali compensi e castighi, nessuno veramente toccato da una qualsivoglia presa di posizione. Quello che lei provava potevi rivelarsi di nessun peso per tutti tranne lei stessa, pur gonfiandole il petto di angoscia, pur strozzandole il cuore e il respiro”.                                                                  
(Alice Munro, Il ponte galleggiante)

Una raccolta di nove racconti. Tutti bellissimi. Tutti con una donna come protagonista. Tutti struggenti. Non sono racconti, sono frammenti di vita. Aprono una finestra sull’esistenza di una volitiva domestica dagli occhi di velluto, sull’inquietudine di una giovane donna in una casa di campagna dell’Ontario, sugli appartamenti afosi e maleodoranti di Toronto. Ti fanno entrare nella vita di donne comuni dalla personalità complessa; donne in cui la quotidianità si confonde con i sogni di gioventù mai realizzati, con i desideri messi a tacere.
Questi racconti sanno di biscotti allo zenzero, di tacchini arrosto e grandi piatti di verdure. Sanno di fiori di campo ma anche di reazioni urticanti, come solo un prato di ortiche può provocare. Racconti densi, in cui non ci si può permettere un attimo di distrazione. E alle volte si rischia di arrivare a metà racconto e capire che deve esserci sfuggito un dettaglio importante. Allora si ricomincia daccapo e si scoprono particolari nuovi che rendono il racconto diverso e ci si chiede come si possa aver scoperto così tardi una scrittrice donna, che parla di donne, senza essere melensa o cadere nei luoghi comuni.
E siccome una sola opera non è sufficiente per poter inserire di diritto uno scrittore nella propria cinquina dei maggiori narratori viventi, vien voglia di leggere tutto, ma proprio tutto della Munro. 

mercoledì 25 febbraio 2009

Treni

Di treni nella mia vita ne ho visti passare diversi. Spesso mi è capitato d’arrivar in stazione qualche minuto dopo la partenza. In quei casi, c’ho impiegato un po’ prima di capire che un’altra occasione era andata. Altre volte sono arrivata proprio quando il treno stava partendo. Qualche secondo prima e sarei riuscita a salire anch’io. Rare volte sono arrivata e, in lontananza, ho visto arrivar anche il treno. Spesso l’ho lasciato andar via volutamente. Senza salire. Fare una scelta non è così facile come sento dire in giro.
Forse ho perso tante buone occasioni, forse avrei potuto fare scelte migliori. Forse, se anni fa avessi preso un sentiero diverso, ora non sarei qui a rimuginarci sopra. La vita va così e, in fondo, se sono questa persona oggi, lo devo alle tante scelte fatte negli anni. Anche quelle sbagliate.
Ci son giorni in cui non ti lasci trasportare dal vortice dei “se avessi…”, e vivi la tua vita serenamente. Altre volte, invece, si scatena una bufera intorno a te e non puoi non chiederti «Cosa ho sbagliato?» Già, cosa?
Forse non ho perseverato abbastanza? Forse non ci ho creduto fin in fondo. 
Mentre apro la serranda dell’ufficio in cui lavoro, in una zona periferica di Roma, la voce concitata di mia mamma ci tiene a sottolineare che la figlia di una sua amica ha ottenuto strabilianti risultati professionali in quello che sarebbe dovuto esser il mio settore. «Eppure sembra non aver neanche la laurea adatta per il ruolo che ricopre. E guadagna uno stipendio da capogiro! Me l’ha detto sua madre ieri, mentre eravamo in fila all’ufficio postale…» L’eco delle sue parole si fa sempre più lontana. Come farà ad infierire con i suoi discorsi sempre nei periodi meno opportuni? Sembra percepirli tutti i miei momenti di fragilità.
Penso a tutto ciò che sognavo di fare da grande e a ciò che faccio ora, che grande lo sono già. Lo sono diventata senza neppure rendermene conto.
«Pronto? Pronto? Ci sei ancora?» No, mamma, ero altrove; non ho idea di cosa tu abbia detto negli ultimi tre minuti ma forse è meglio così.
«Sì, scusami mamma, devo lasciarti. Ci sentiamo un altro giorno con più calma. Ah!, congratulati con la figlia della tua amica. Sono felice per lei».
E dal passato riemergono dei versi che fanno pressappoco così:

“Non chiedere, a noi non è dato sapere
 che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te
[…]
Mentre parliamo, già fugge il tempo che invidia:
cogli in sé stesso l’istante
sempre meno sperando nel tempo futuro.”

sabato 7 febbraio 2009

Rispetto

Non era mia intenzione pronunciarmi sulla questione Englaro, ma sono così indignata dai fatti delle ultime ore da non poterne fare a meno. Fosse altro, per mettere nero su bianco il mio punto di vista e per far sì che, un giorno, mai nessuno si possa permettere di “indagare per accertare le mie reali volontà”.
Il Corriere della Sera di ieri, venerdì 6 febbraio, riportava in un articolo di Marco Imarisio, “La nuova battaglia sui ricordi delle amiche”, le seguenti parole:

“Nel 2005 Pietro Crisafulli conosce Englaro ad una trasmissione televisiva dove racconta la storia di suo fratello Salvatore, risvegliato dopo due anni di coma. I due si tengono in contatto. Si incontrano, una sola volta, a Lecco. Poi si perdono di vista. Con una lettera al Tgcom, ora Crisafulli svela che il padre di Eluana gli avrebbe fatto una lunga confessione. «Non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta ad un vegetale, avrebbe voluto morire. Si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla in quelle condizioni». Per tre anni, Crisafulli ha custodito questo sconvolgente segreto. «Non volevo che tutta questa storia fosse strumentalizzata», ha detto al Giornale. Magistrati, compagni di scuola, amici veri o presunti. La sarabanda è partita. Un quarto d’ora di celebrità (tristissima, dolente) non la si nega mai a nessuno.”

Mi verrebbe da prenderlo a schiaffi il Sig. Crisafulli e quella marea di anonimi imbecilli che si permettono di giudicare e condannare fatti e persone che neppure conoscono.
Ma con quale diritto?
Ebbene, se negli ultimi anni non ci fossero state le tristissime vicende di Terri Schiavo, Welby, di Eluana Englaro, di Luca Coscioni e le battaglie della sua associazione, forse neppure a me sarebbe mai passato per la testa di dire ai miei genitori, al mio compagno, ai miei amici che «se mi fossi ridotta ad un vegetale, avrei voluto morire». Non l’avrei detto perché nell’allegria e nel senso d’invincibilità della gioventù, raramente si pensa alla morte. Io, almeno, a 20 anni, ho sempre parlato di vita, di progetti, di futuro, e non di morte. Ma è ovvio che, qualora mi fossi trovata nelle stesse condizioni della povera Eluana, i miei genitori avrebbero lottato, così come sta facendo il Sig. Beppino. È ovvio, sì, che i miei genitori si sarebbero comportati allo stesso modo, pur non avendomi mai sentito pronunciare espressamente quelle parole.
È ovvio che l’avrebbero fatto perché mi conoscono. Perché per un genitore può essere doloroso, spesso può anche non condividere, ma sa, conosce perfettamente la filosofia di vita del proprio figlio, le tendenze politiche, religiose, ciò in cui crede o non crede, ciò che non vorrebbe mai accadesse e ciò che ritiene ingiusto. E non mi si venga a dire, come è stato sottolineato, che Eluana di fatto non è sottoposta a cure ma solo ad alimentazione e idratazione artificiale.
Ma con che coraggio si può parlare di “Vita” dopo 17 anni in quello stato? Diciassette anni senza poter leggere, scrivere, ascoltare la musica, correre sotto la pioggia, beccarsi un raffreddore, incazzarsi, sognare, fare l’amore… diciassette anni di buio. E voi questa la chiamate vita?
E, forse, ciò che più mi farebbe star male in una situazione analoga, sarebbe il pensiero della mia famiglia, del mio compagno. Involontariamente diventerei causa della loro agonia; lentamente le persone che più amo morirebbero con me, sapendo che, di fatto, quella persona allegra e vitale che conoscevano non è più tra loro, sebbene fisicamente sia ancora lì. Mio malgrado, finirei per rubare anni di vita a chi una vita ce l’ha ancora e potrebbe ricominciar a viverla.

Questi pensieri m’hanno tormentato tutto il giorno, poi le parole del Capo dello Stato (rimando al blog di Marina, http://ineziessenziali.blogspot.com, per la lettera e all’altro meraviglioso post http://ineziessenziali.blogspot.com/2009/02/caso.html che richiama la vicenda Englaro) e, per concludere, la decisione del nostro illuminato Presidente del Consiglio.  Vorrei soffermarmi su una delle sue esternazioni in conferenza stampa:

"Non si può governare il Paese senza la decretazione d'urgenza perché senza la possibilità di ricorrere ai decreti bisognerebbe tornare dal popolo per chiedere di cambiare la Costituzione ed il governo”.

E qui l'indignazione è tale da rendermi, per ora, incapace di alcun commento.