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domenica 11 dicembre 2016

In viaggio con Jan Brokken a Più libri più liberi - Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken, scrittore e giornalista olandese, lo immaginavo un signore affabile, elegante, dal tono di voce caldo e pacato. Un viaggiatore in grado di tenerti sveglia fino a tarda ora, raccontando di un viaggio in Gabon e uno in Estonia, descrivendo paesaggi che forse non vedrai mai e personaggi su cui qualche volta ti è capitato di fantasticare.
Jan Brokken di persona si è rivelato più affascinante di quanto immaginassi. Ha aperto l’incontro romano di Più libri più liberi ringraziando le sue traduttrici; ha lodato Claudia Di Palermo per la capacità di calarsi nei suoi romanzi (“la prima volta che ci siamo incontrati era molto incinta. Tradurmi deve essere stato un secondo parto”), e questo sincero elogio del traduttore l’ha reso ancora più simpatico a chi lo aveva già accolto col sorriso.
Da mesi non faccio che parlare di Anime baltiche e dell'abilità di Brokken di raccontare i grandi personaggi partendo da inezie quotidiane: un modo originale e intenso di scrivere una biografia. Non si sofferma troppo sulla grande Storia, si limita ad accennare agli eventi riportati nei libri di testo scolastici. Preferisce concentrarsi su un singolo episodio della vita di un personaggio (talvolta molto noto, basti pensare a Roman Gary, Hannah Arendt, Arvo Pärt) senza farsi distrarre da tutto il resto. Ed è ciò che accade con Dostoevskij nel Giardino dei cosacchi.
Jan Brokken si imbatte nei diari di Alexander Igorovič von Wrangel e nello scambio epistolare tra questi e F.M., Fëdor Michajlovič. Legge le lettere scritte da Alexander e ha la sensazione di vedere comparire dinanzi a sé Dostoevskij in persona; ne sente la voce, ne percepisce lo sguardo indagatore. Decide quindi di entrare nella vita di Dostoevskij indossando i panni del barone Alexander Igorovič von Wrangel, l’amico di una vita, la persona con cui F.M. ha trascorso interi pomeriggi nel giardino di una dacia in Siberia.

Il 22 dicembre 1849, il sedicenne Alexander Igorovič vide per la prima volta il grande scrittore russo. Era l’anno del colera, la gente moriva in massa e le scuole erano chiuse. Alexander Igorovič era da suo zio mentre i condannati a morte del gruppo di Petraševiskij venivano condotti al patibolo.
F.M., quasi trentenne, con la camicia dei condannati davanti al plotone d’esecuzione, baciava la croce d’argento che gli poneva il prete. La grazia dello zar giunse quando nessuno ci credeva più: Alexander non avrebbe mai dimenticato tanta crudeltà (e neppure Dostoevskij, che ne soffrì tutta la vita). Lo scrittore fu deportato a Semipalatinsk in Siberia, lo stesso distretto in cui Alexander, ormai ventenne, assunse l’incarico di procuratore agli affari statali. Nacque così una lunga amicizia.
Un’amicizia che non durò tutta la vita perché ad un certo punto furono i debiti in cui si era cacciato Dostoevskij e la furia del gioco ad avere la meglio.
Brokken descrive minuziosamente le giornate dei due amici, le avventure sentimentali, il tabacco fumato, la sporcizia dei luoghi, gli attacchi epilettici dello scrittore. Li descrive come se li stesse vivendo in prima persona e non come la mera ricostruzione di un diario.
Fëdor poteva anche essere un uomo nervoso e facilmente irritabile, ma non era sicuramente respingente. Le donne frivole lo adoravano perché era capace di divertirsi, le donne fatali amavano il suo carattere intrattabile, le ragazze di diciassette o diciott’anni venivano conquistate dal suo entusiasmo e dal suo modo coinvolgente di parlare.
Fëdor era un uomo passionale: si era innamorato di Marija Dmitrievna Isaeva, sposata e con un figlio, aveva pazientato anni facendole la corte e infischiandosene del rispetto delle convenzioni. Il 6 febbraio 1857 Marija sarebbe diventata sua moglie.
Dostoevskij era facilmente irritabile, molto ironico, infallibile osservatore dell’animo umano. Nella vita mirava solo a tre cose: scrivere, pubblicare (scriveva per essere letto e non per il proprio piacere) e sposare l’amore della sua vita. 
È il Dostoevskij che avevo immaginato leggendo Delitto e castigo: lo scrittore che indaga l’animo umano senza lasciarsi spaventare dalle storie più cruente.
L’amicizia tra Alexander e F.M. termina quando il demone del gioco si è ormai impossessato dello scrittore. Dei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della dacia alla periferia di Semipalatinsk resta solo un fievole ricordo: F.M. assorto che innaffia le piante, mentre nella testa sta scrivendo un nuovo intreccio narrativo.
Il giocatore spazzerà via i momenti più intensi.


Jan Brokken ricostruisce questo rapporto di amicizia in modo estremamente dettagliato. Anche troppo. In alcuni tratti il romanzo mi è sembrato ripetitivo e poco coinvolgente. Ma le aspettative create da Anime Baltiche erano elevate e avevo messo in conto una possibile delusione.
Ciononostante, Jan Brokken riesce a trasmettere la sua passione: una volta chiuso Il giardino dei cosacchi, ti viene una gran voglia di leggere i romanzi di Dostoevskij che non hai mai aperto in passato e rileggere le opere che conosci già. E ti vien voglia di sprofondare sul divano con Oblomov di Gončarov.
Cos’aveva detto Dostoevskij di lui? «Un gentlemen con l’anima del burocrate, privo di idee e con gli occhi da pesce lesso – dotato da Dio, come per scherzo, di un talento straordinario».
Ha ragione Brokken: Dostoevskij era un genio che sapeva giocare con le parole.



martedì 10 maggio 2016

Anime baltiche, Jan Brokken

Entrò all’imbrunire nella capanna in cui stavamo preparando la cena. Magrissimo, pantaloncini beige, camicia di lino bianca, cappello di paglia a tesa larga. Si guardò intorno stupito; poggiò lo zainetto, si sistemò sul naso gli occhiali scheggiati, con le lenti perennemente sporche. Hallo everybody. I’m Teet. Come nulla fosse, tirò fuori dallo zainetto un avocado e una noce di cocco e si avvicinò al tavolo.
Noi eravamo arrivati a Chimoio, entroterra mozambicano a pochi chilometri dallo Zimbabwe, da una decina di giorni e non eravamo ancora abituati a quel viavai di volontari nel nostro progetto. Fui la prima a parlare: "Come diamine hai fatto a trovare un avocado oggi?”. La nostra amicizia nacque condividendo ogni sera un avocado, di cui io sono ghiottissima, e un sacchetto di anacardi. Mi facevano sorridere il suo inglese cantilenato e il portoghese ben scandito, quel modo di camminare ondeggiante, la serietà del suo umorismo (impiegavo sempre qualche minuto per capire se stesse scherzando o meno), la pacatezza di ogni gesto.  

Teet veniva dall’Estonia. Era il 2005, io avevo da poco scoperto che Svezia e Finlandia erano due realtà completamente diverse l’una dall’altra. L’esistenza dei paesi baltici non l’avevo ancora presa in considerazione. Teet avrebbe potuto esser originario della Curlandia, Lettonia, Lituania, Paperopoli: per me non avrebbe fatto alcuna differenza. Ma la mia prima osservazione fu tra le più sbagliate. “Praticamente Russia, giusto?”. Teet si rabbuiò appena; poi, con un sorriso compassionevole liquidò la faccenda con un Not really.
Se avessi letto Anime baltiche, non avrei commesso un errore così grossolano e avrei interpretato in modo diverso le sue osservazioni sibilline. Ma nel 2005 Jan Brokken stava ancora raccogliendo quegli stralci di vita che mi avrebbero fatto aprire gli occhi sui paesi baltici e svegliato il mio interesse.
Teet viaggiava da qualche anno; come me si era invaghito di un’organizzazione non governativa danese (che avremmo scoperto essere una mezza setta); aveva trascorso un anno in Norvegia, poi aveva iniziato a lavorare in un progetto di sviluppo rurale in Mozambico, un po’ a Lamego e un po’ a Chimoio, dove c’eravamo incontrati. “Com’è l’Estonia?”.
“Come posso raccontarti l’Estonia, little italian girl?”. Pensai che fosse difficile descrivere un paese così distante, che io immaginavo disabitato e freddo, sgranocchiando arachidi nel buio del cielo africano. Oggi ho capito cosa intendevi dire, Teet from Estonia. Come potevi spiegare, a chi credeva che l’Estonia fosse una provincia sovietica, la complessità di una terra che ha lottato per anni contro la russificazione forzata? Come potevi raccontarmi di quei boschi, dei campanili luterani a punta e dei tetti a cipolla delle chiese russo–ortodosse, della storia racchiusa nelle case di legno, delle rivolte contro il regime zarista, dei pogrom, delle deportazioni in Siberia?
Ignoro cosa facesse Teet in Estonia, da che città provenisse, quale fosse il suo trascorso. Noi cooperanti alle prime armi non parlavamo granché del nostro passato. Avevamo tutti una sorta di inquietudine, un’irrequietezza, eravamo alla ricerca di qualcosa. Teet era stato in diversi progetti, li confrontava, ci facevamo mille seghe mentali su quanto la nostra idea di cooperazione fosse corretta. Ci chiedevamo se non fosse una nuova forma d’ingerenza. Parlavamo del futuro.
Non trascorremmo tanti giorni insieme; il progetto di Teet era agli sgoccioli. Tornò nella sede norvegese della nostra organizzazione non governativa, indeciso sul prossimo futuro. “Cosa pensi di fare?”.
“Continuare a cercare la pace”.
Mi sembrò una risposta incomprensibile. Una persona che incarnava il concetto di tranquillità come Teet non poteva che esser già in pace con il mondo.
Tra il 2005 e il 2007 ci scrivemmo moltissimo. Aveva lasciato l’organizzazione che ci aveva fatti incontrare e si era trasferito a Londra. Aveva iniziato un corso di biodanza che lo entusiasmava. Che tipo originale! Ma trovava sfibrante tutta quella gente. Floods of people, specially in the evenings, so that you cannot even walk on the streets. What are they all doing?
Ogni email terminava con un Have you read any good books recently?
Mi invitò a prendere in considerazione un progetto di sviluppo in Botswana. Poi la corrispondenza divenne più sporadica. 
Nell’estate del 2010 ricevetti una email dal suo indirizzo. Scrivevano dall’eco villaggio di Tamera, Centro di ricerca per la Pace, per comunicare la scomparsa di Teet ai numerosi amici sparsi per il mondo.  Era annegato in circostanze poco chiare mentre faceva il bagno nel lago di Tamera, dove era arrivato da qualche settimana.
Il ricordo di Teet, rimasto nel cassetto per tanti anni, è emerso sin dalle prime pagine di Anime Baltiche. Ho cercato tra la mia posta: non ricordavo ci fossimo scambiati così tante email. Ho sorriso di nuovo per il suo umorismo sottile, ho rivisto i suoi occhi verdi, mi sono stupita della nostra capacità di analizzare, in una lingua non nostra, il senso di inadeguatezza verso il mondo. Come potevo aver dimenticato tutto questo? Incontrare un ragazzo così originale avrebbe dovuto svegliare la mia curiosità su quelle terre sconosciute. Come ho potuto continuare ad ignorarle?


Nel 1999 Jan Brokken, scrittore, giornalista e viaggiatore olandese, si imbarca su una nave mercantile per vedere la calda luce del Mar Baltico.
Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo, mi hanno dato voglia di saperne di più. […] Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità.
Sono tornato quattro, cinque sei volte in Estonia, Lettonia, Lituania. Sono stato in Curlandia e nella regione un tempo chiamata Prussia orientale, oggi provincia di Kaliningrad. […] Speravo di ritrovare qualcosa di quello che in passato era stata la forza e la vitalità del nostro piccolo pezzo di Europa. Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a sé stessi.
Ho impiegato molti giorni per leggere Anime baltiche, un reportage che ti penetra nel cuore, fissando tutte le informazioni che un manuale di storia non saprà mai trasmetterti. La storia di un paese non è costituita dai grandi eventi ma dalla vita delle singole persone che abitano o hanno abitato quel paese, persone comuni e personaggi diventati famosi con il trascorrere degli anni. E Jan Brokken racconta quelle vite emozionandoti; a volte il nodo alla gola mi ha costretto a chiudere il libro, alzarmi, fare altro, prima di rimettere a fuoco le parole. Ho scoperto terre sconosciute, ho ripreso contatto con una parte di me che avevo messo a tacere. Sono riemerse storie, persone, episodi apparentemente scollegati tra loro. Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a sé stessi. Mi sono chiesta che persona sarei oggi se non avessi deciso di rincorrere il contratto a tempo indeterminato e una vita normale. Ma non posso raccontarvi una storia di cui non conosco la trama.

Jacques Lipchitz - La gioia di vivere

traduzione di Claudia Di Palermo e Claudia Cozzi, Iperborea, 2014. 

Qui potete leggere il bel post di gabrilu.