Visualizzazione post con etichetta GdL biblio Ciampino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GdL biblio Ciampino. Mostra tutti i post

martedì 4 agosto 2020

La stagione dell'ombra, Léonora Miano

Come scegliere le letture mensili di un gruppo? Coordino un gruppo di lettura da quattro anni e ancora mi pongo lo stesso quesito. Abbiamo sperimentato metodi diversi, tutti abbastanza soddisfacenti ma è come se mancasse sempre qualcosa. All’inizio del 2020, avevo meditato sulla possibilità di uscire dalla comfort zone del gruppo (perché dopo qualche tempo ci si rende conto che anche il gruppo di lettura, inteso come soggetto unitario, ha una sua comfort zone) e sperimentare voci nuove. Mese dopo mese abbiamo letto molti italiani, qualche Nobel, vari americani… ma l’Asia e l’Africa? Colpa mia che, qualche volta, con il gdl ho paura di osare; colpa mia che, anche nelle letture solitarie, mi sto muovendo su terreni sicuri, già battuti; per alleggerire la coscienza, posso dire che un po’ dipende dalla disponibilità dei volumi presenti in biblioteca (resta un gruppo di lettura nato in biblioteca: dovrò pur scegliere testi di cui vi siano diverse copie! E, d’altro canto, non posso mica pretendere che il budget bibliotecario si adegui ai miei capricci?).

Pensavo a tutto ciò entrando in libreria in uno dei miei ultimi tour pre-lockdown nazionale. Ero in cerca di ispirazione. Quanta narrativa africana avevamo letto negli ultimi quattro anni? A parte L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, zero. Quanta narrativa africana avevo letto io negli ultimi 5/6 anni? Tra niente e pochissimo.

Ruminando su questi pensieri, l’occhio era caduto su La stagione dell’ombra di Léonora Miano, tradotto da Elena Cappellini e pubblicato da Feltrinelli.


Ero rimasta a vagare in libreria ancora per un po’ prima di tornare verso la stazione con il libro nello zainetto.

Poi venne la chiusura delle biblioteche, la sospensione di tutto, quel tempo strano in cui qualsiasi progetto rimase in attesa. Incertezza.


Fino a qui, la scrittura di questo post è stata quasi di getto. Dopo, ho iniziato a scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo. L’ho archiviato per un paio di giorni e ho letto un altro libro. Ora l’ho ripreso, ma non trovo le parole che rendano giustizia a un romanzo da cui non mi aspettavo molto, ma che ha saputo sorprendermi.

Insomma, se dicessi che La stagione dell’ombra nasce dall’ossessione di Léonora Miano per la cattura e il traffico transatlantico degli schiavi nell’Africa sub-sahariana, che è ambientato in un’area non meglio definita dell’Africa sub-sahariana (forse il Camerun?), in un tempo altrettanto indefinito, che è quello che precede la colonizzazione, quello della tratta atlantica, per l’appunto. Che il romanzo inizia con la scomparsa di dodici uomini - di cui dieci giovanissimi - del clan dei mulongo e un grande incendio; che di questi dodici uomini non si sa nulla, non sono né vivi né morti, e sul silenzio doloroso delle mamme e delle mogli cala una nube, come una nebbia fitta… Ecco, se dicessi tutte queste cose, così d’impeto come mi vengono in mente, mi rispondereste che basta!, non se ne può più di storie tristi e dolorose, ci mancano solo gli schiavi, lo sradicamento dei popoli avvenuto secoli fa in un altro continente. Non abbiamo avuto già abbastanza guai in questo 2020? Non meritiamo tutti un sano libro d’intrattenimento, da leggere oggi avidamente e dimenticarcene dopodomani? Sì, potremmo. Però…

Io non ho studi antropologici alle spalle, non ho cognizione di magia, di riti di purificazione e culto dei morti; ho fatto una certa fatica a distinguere Ebeise da Eleke da Eyabe e dagli altri personaggi con nomi molto simili tra loro, eppure mi sono appassionata alla vicenda e ho cercato di capire quanta verità si nascondesse dietro l’immaginazione di Léonora Miano.

Molta.

Quanto sappiamo degli africani, catturati dai loro vicini africani, e poi venduti ai trafficanti europei, agli “uomini con i piedi di pollo”? Quanto sappiamo delle conseguenze del loro sradicamento, del dolore di chi è rimasto senza sapere che fine abbiano fatto mariti, figli, fratelli? Cosa sappiamo dei loro pensieri, della loro visione del mondo, dei tentavi di chi è stato privato di indumenti, amuleti, capelli, di un nome… dei loro vani tentativi di tornare verso il proprio villaggio, verso i soli confini conosciuti?

Mamma c’è solo acqua. La strada del ritorno è sparita.

La stagione dell’ombra è un romanzo emotivamente forte, ma ha una sua musicalità, una sua poesia ed è avvincente.


Léonora Miano, camerunense, vive in Francia dal 1991. È una scrittrice prolifica, sebbene non molto tradotta in italiano. Una piccola casa editrice dalle alterne vicende, la Epoché edizioni, specializzata in narrativa africana, pubblicò Notte dentro e I contorni dell’alba, entrambi fuori catalogo.

La mia incursione nella narrativa africana non termina qui:

- Ho assegnato i compiti per le vacanze al gruppo di lettura: ci incontreremo a settembre parlando d’Africa. Tema vasto; un’occasione per prendere nota dei suggerimenti di lettura altrui e depennarne altri;

- A Roma c’è la libreria Griot, specializzata in letteratura africana. Non è a portata di mano e non ci sono mai andata. Però, proprio per il fatto che, come ho ribadito spesso, non godo di una libreria dietro l’angolo, sto fantasticando su un progettino da sviluppare nei prossimi mesi…


venerdì 12 luglio 2019

Bernard Malamud e le cose da poco


Era un sabato di settembre del 2016, era il mio primo festival della letteratura di Mantova ed io mi aggiravo tra i banchetti dei libri usati, più per riflettere su quanto ascoltato che per acquistare libri. Mi colpì questa copia apparentemente mai sfogliata, foderata con cura (c’è ancora qualcuno che fodera i libri?) de Il commesso di Bernard Malamud. 5 euro.
Di Bernard Malamud, scrittore ebreo americano, premio Pulitzer nel 1967, non sapevo granché; da qualche anno Minimum fax aveva iniziato a ripubblicarlo in Italia e, più di recente, i Meridiani Mondadori avevano dedicato due volumi ai romanzi e ai racconti dello scrittore; ricordavo d’aver letto un articolo interessante di Luca Briasco e uno dell’americanista Paolo Simonetti che mi avevano incuriosito. Abbastanza per tirar fuori i miei 5 euro e infilare il libro nello zaino.
Il commesso ha subito un paio di traslochi prima di essere impilato nella sezione “da leggere” della mia attuale libreria, per poi finire nella programmazione delle letture da condividere con il gruppo di lettura della biblioteca. Quando l’ho proposto, il mese scorso, m’aspettavo che qualcuno dicesse “sarà una rilettura”. Invece non lo conosceva nessuno.


L’altra sera sono entrata nella bottega di Morris Bober; lui era nel retrobottega, probabilmente stavo sfogliando un giornale. Il Forward, potrei giurarci. O forse un giornale yiddish del giorno prima. Ho salutato senza alzar troppo il tono della voce; il bancone consunto, la luce fioca, il silenzio mi fanno sempre temere che il mio ingresso sia un elemento di disturbo più che una fonte di guadagno. Ho sentito il cigolio del divano e il grembiule di Morris è uscito dall’ombra. Ho preso i miei due panini, qualche fetta di prosciutto e un pacchetto di tovaglioli di carta. Non che ci sia tanta scelta da Morris e i prezzi non sono così convenienti. Ma non so resistere al sorriso affabile di quest’uomo, troppo buono per poter fare affari, uno che si arrabatta da trent’anni in un quartiere di poveracci, dalla fuga dai pogrom del paese natio al sogno americano. 
Troppo onesto per poter far fortuna a Manhattan, troppo malinconico per poter rallegrare la tua giornata, troppo fiducioso nel prossimo per non farsi fregare. Ida, sua moglie, sta urlando qualcosa dal piano di sopra. Si lamenterà del fatto che gli incassi scemano e che suo marito non si decide a mettere in vendita questa botteguccia. 
Morris ora ha un aiutante, Frank, origini italiane, un altro sfigato che nella vita ha scelto costantemente la strada sbagliata. Non vuole fare il commesso per sempre, sostiene di avere troppa immaginazione per potersi chiudere in una drogheria, di un ebreo per giunta. Sta solo prendendo fiato, per poi lanciarsi in nuovi e più ambiziosi progetti. Qualche furtarello. O si è semplicemente invaghito di Helen Bober, così carina mentre torna dal lavoro o dalla biblioteca con un libro sottobraccio, quasi a volersi proteggere dal mondo circostante. Poco conta che la mamma le gridi dietro frasi per nulla gentili, ricordandole che ha già ventitré anni, che deve pensare a prender marito, un buon partito che risollevi le sorti della famiglia. Altro che chiudersi in camera con un libro.
«Si diventa ricchi a legger libri?»
Niente affatto. E poi, perché continuare a sprecar tempo con i romanzi? Anche oggi, per dire, luglio 2019, dintorni di Roma, perché trascorrere una serata con Il commesso anziché farsi un selfie, in un locale trendy, con una birra in mano?
Questa la so. La risposta me l’ha suggerita Helen, parlando di Dostoevskij (ma non so se sia la risposta corretta).
Frank le chiese che libro stesse leggendo.
«L’idiota. Lo conosce?» 
«No. Che roba è?» 
«È un romanzo». 
«Preferisco leggere la verità». 
«È la verità», disse Helen.

La prossima settimana scoprirò cosa ne pensa il gruppo di lettura.

Bernard Malamud, Il commesso (The Assistant), traduzione di Giancarlo Buzzi, Minimum fax. La mia edizione è del 2013.

giovedì 21 febbraio 2019

Marte, andata e ritorno


Fantascienza e distopia non m’appassionano. Epperò, colta da improvvisa smania di democrazia, ho approvato la mozione di Gianluca, il marziano che partecipa al gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, costringendo l’intero gruppo a leggere Ray Bradbury. Non il classicone Fahrenheit 451 (che, per inciso, non ho letto. Sì, vi autorizzo a non rivolgermi più la parola), bensì le Cronache marziane (traduzione di Giorgio Monicelli), racconto della conquista e della colonizzazione americana di Marte dal 1999 al 2026.

I coniugi K non erano vecchi. Avevano la pelle ambrata dei veri marziani, gli occhi d’oro come monete, le voci morbide e armoniose. Una volta si erano divertiti a dipingere quadri a fuoco chimico, a fare il bagno nei canali nella stagione in cui le viti li colmano di verdi linfe e a chiacchierare all’alba da solo a sola, vicino agli azzurri ritratti fosforescenti nel parlatorio. Non erano più felici, ora. Quella mattina la signora K stava fra le colonne, porgendo l’orecchio alla calura del deserto sabbioso che, sciolta come cera giallastra, sembrava trascorrere sull’orizzonte lontano. Qualcosa stava per accadere. Attese. Spiò l’azzurro cielo di Marte come se potesse da un momento all’altro raggrumarsi, stringersi in sé stesso, contrarsi e infine espellere un prodigio di luce, lasciandolo cadere sulla sabbia.

I marziani sono tipi simpatici: leggono libri metallici dai geroglifici in rilievo, vivono in case con colonne di cristallo tra le belle colline azzurre, ascoltando antiche canzoni, mentre i ragazzi giocano con i ragni d’oro; a cena si riuniscono intorno ad una tavola imbandita e gustano pezzi di carne immersi nella lava bollente. Poi gli Americani vanno in fissa con le spedizioni spaziali e per le antiche civiltà marziane dalle fragili torri di cristallo non c’è scampo. 
In fondo, le ragioni del contribuente americano, che scalpita per salire sul primo razzo utile, sono condivisibili. Provate a mettervi nei suoi panni: c’è aria di guerra atomica e il clima sulla Terra s’è fatto pesante; guerre, censura, potere, coscrizione obbligatoria, controllo governativo di questo e di quello, dell’arte e della scienza... Il contribuente americano avrebbe dato la mano destra, il cuore, la mente, per l’opportunità di andare su Marte.
Infatti, in parecchi lasciano la Terra e portano il loro chiasso, la loro arroganza, i loro nomi, le loro regole, la perfetta riproduzione delle loro città terrestri su Marte. Così, il Pianeta Rosso dalle strane terre turchine, ormai privo di marziani, viene distrutto per poi esser abbandonato.
 
Konstantin Youn, New Planet, 1921.
In Cronache marziane, Ray Bradbury assemblò una serie di racconti, alcuni dei quali già pubblicati in precedenza, nel tentativo di costruire un’opera omogenea, strutturata a mo’ di romanzo. La maggior parte dei racconti potrebbe esser letta non come un nuovo capitolo dello stesso romanzo ma come una storia a sé. Si alternano capitoli poetici e fiabeschi a racconti caustici e di denuncia, pagine implacabili a racconti meno velenosi in cui sembra di poter riporre un minimo di fiducia nel genere umano. Il terrestre, comunque, non ne esce granché bene… 

I marziani conoscevano l’arte di mescolare il bello alla vita, indissolubilmente. Per gli americani, invece, l’arte è sempre stata una cosa a parte. Una cosa che si tiene di sopra, nella camera del figlio picchiatello. Un ingrediente da somministrare a dosi domenicali, magari mescolata con un po’ di religione. Mentre questi marziani hanno arte, religione, tutto quanto, insomma.»
«Lei crede che avessero trovato un senso alla vita?»
«Sicuramente.»


giovedì 26 aprile 2018

Nemico, amico, amante… Alice Munro


La scelta del libro del mese per il gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino non è mai facile. Bisogna valutare le proposte dei partecipanti, ma ci sono anche persone che non amano né proporre né votare. Preferiscono affidarsi alla coordinatrice, che sarei io. All’inizio non mi facevo troppe paturnie; pensavo ai libri che mi avevano colpito, a quelli che ben si sarebbero prestati a uno scambio di opinioni, controllavo il numero di copie presenti in biblioteca (è un gdl che ruota intorno alla biblioteca, quindi i partecipanti dovrebbero avvalersi del prestito bibliotecario e non del proprio portafogli) e deliberavo. Al massimo, lanciavo il sondaggio considerando 2/3 titoli diversi. Poi la partecipazione è aumentata a dismisura, i lettori sono diventati sempre più esigenti e la selezione è diventata sempre più ardua.
Mai letto una raccolta di racconti in due anni. Ho pensato fosse arrivato il momento di osare, utilizzando il salvagente Alice Munro: premiata con il Nobel nel 2013 come “maestra del racconto contemporaneo”, racconti ben costruiti, con protagoniste in cui potersi ritrovare. Perfetto per un gruppo costituito prevalentemente da donne. Com’è andata? Lo racconto qui.
Tra le diverse raccolte di racconti che ho letto della Munro, sono rimasta affezionata alla mia prima lettura, Nemico, amico, amante… Non so neppure spiegarne le ragioni, visto che, a distanza di nove anni, di quei racconti non ricordavo granché. Forse ad ammaliarmi era stato il piacere della scoperta: aver trovato al momento giusto qualcuno che sapesse parlare delle frustrazioni della quotidianità e che fosse stata in grado di trasformare pezzi della propria vita in una narrazione universalmente valida. Matrimoni che resistono nonostante la cappa opprimente a tavola, corteggiatori titubanti e smaniosi di un contatto fisico divenuti mariti risoluti e critici; piccoli tradimenti, frasi pensate e mai dette; una profonda solitudine anche quando, apparentemente, va tutto bene.
Diceva di amarlo, ed entro certi limiti era anche sincera, e voleva essere amata da lui, ma c’era un fievole ronzio di odio che accompagnava l’amore, quasi sempre. […]
Il patteggiamento era già in atto.
da Post and Beam
  

La rilettura è stata più lenta del primo approccio con il libro. Avevo ben in mente il primo matrimonio della scrittrice a vent’anni, che era stato sì un matrimonio d’amore ma anche una soluzione pratica per venir fuori dai problemi economici, terminare gli studi e consolidare il rapporto con ragazzo carino, Jim Munro, dal cognome migliore di quello di Alice (“Ho preso il suo nome e me lo sono tenuto perché è meglio del mio”); affascinato dalle passioni della giovane moglie, dal suo essere sempre persa in un libro o in una frase. Conoscevo le ristrettezze economiche vissute dalla scrittrice durante l’adolescenza, il suo pessimo rapporto con la matrigna, la prima occupazione del padre (allevatore di volpi argentate), abbandonata durante la seconda guerra mondiale quando era stato costretto ad accettare un lavoro in fabbrica. Conoscevo il rapporto della Munro con Vancouver, le motivazioni per le quali scriveva prevalentemente racconti (“Per via del mio lavoro da casalinga. Non ho mai avuto un anno in cui lavorare alla stessa cosa. Il mio lavoro era sempre interrotto. Non potevo nemmeno lontanamente pensare ad un romanzo”).
Insomma, pur non ricordando la trama dei racconti, sapevo cosa avrei trovato in quelle storie. Nella rilettura ormai mancava l’elemento sorpresa ed è stata meno appassionante della scoperta. Però, è rimasto intatto il piacere di poter osservare, di nuovo, la capacità della Munro nel delineare tutte le sfaccettature della personalità di una donna: la forza, la risolutezza, la paura di sbagliare, l’indecisione, la vulnerabilità, l’intelligenza che certi uomini confondono con la freddezza (è l’intelligenza a mantenerla fredda. Intelligente significa fredda per una donna), la vitalità, la solitudine, l’ironia, la capacità di stringere i denti e alzare la testa.
Magnifica traduzione di Susanna Basso che fa percepire la meticolosa scelta delle parole e l’amore incondizionato che la Munro riversa nella scrittura.
Film tratto dal racconto "The Bear Come over the Mountain"

Alice Munro, Nemico, amico, amante… (titolo originale Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage), traduzione Susanna Basso, Einaudi, 2003.

mercoledì 21 febbraio 2018

Dracula, Bram Stoker



Cara Mina,
perdonami se ho l’ardire di scriverti, dandoti del tu, neanche fossimo state azzannate dallo stesso vampiro. Sai, ho seguito le tue vicissitudini fino a qualche sera fa e, date le circostanze, sento di potermi considerare tua amica. Non ho la presunzione di poter sostituire la splendida Lucy, così raffinata e gentile da ammaliare chiunque. Un cuore sincero e limpido, pace all’anima sua, ma in quanto ad autostima… Mina, tu che sei stata la sua più cara amica, tu che ti sei sorbita pagine e pagine di epistole lacrimevoli, avresti dovuto quanto meno smontare le sue teorie sulla “nobiltà d’animo degli uomini” (maddai!!) rispetto alla pochezza delle donne. Non trovi?
E poi, Mina, talvolta anche tu riesci a farmi perdere la pazienza! Ma dico, benedetta figliuola, hai trascorso mesi sbattendoti a destra e manca tra l’insegnamento, la stenografia, il diario, le lettere; ti sei mostrata energica nell’affrontare i postumi della malattia di Jonathan, sopravvissuto miracolosamente al fetido alito del conte Dracula, hai ricostruito con lucidità la follia degli eventi in cui siete incappati… e ancora pensi che “noi povere donne abbiamo tante lezioni da dover imparare”? E da chi? Dagli uomini?! Suvvia!
Scusami se continuo a infierire, ma non mi dirai che quel bamboccione di Lord Godalming è mai parso più sveglio di te?! Tolti i danari, il titolo altisonante e i numerosi possedimenti, resta solo la bontà d’animo. Di acume ne ho visto ben poco.
E il dott. Seward? Medico perspicace, attento indagatore della psiche umana, per carità!, eppure totalmente incapace di collegare la morte di Lucy con la presenza di Dracula; incapace di associare la trasformazione del suo folle paziente Renfield (talvolta meno matto di noi) alla curiosa presenza di lupi, pipistrelli e di quella nebbiolina persistente che avvolgeva il solo ospedale psichiatrico.
Insomma, Mina, guardati indietro: hai dato prova di grande coraggio; hai analizzato gli eventi con occhio critico ma con mente aperta al soprannaturale. Con il tuo comportamento hai smontato l’equazione intelligenza = maschio. Eppure, ancora non sei pienamente convinta delle tue capacità.
Cara Mina, sei tu la perfetta allieva del dottor Van Helsing, l’unica in grado di interpretare i movimenti delle sue sopracciglia, di star dietro alle sue giuste intuizioni. Almeno tu, Mina, che hai avuto l’audacia di ostacolare la moltiplicazione dei Non Morti, che hai continuato a scrivere il tuo diario nel mezzo del niente, incurante del gelo e del buio dei Carpazi, abbi il coraggio di credere nelle capacità delle donne e di combattere i vecchi pregiudizi ottocenteschi.
Apertura mentale Mina! Esattamente ciò che professa il dottor Van Helsing per buone 300 pagine del romanzo. Ora che avete polverizzato il conte Dracula, non smettere di lottare per sgretolare i vecchi preconcetti nei confronti delle donne.
Tua affezionatissima B.
P.S. Comunque, per prudenza, suggerirei di continuare ad aggiungere uno spicchio d’aglio a ogni pasto (mai avuto grande fiducia nei signori vestiti di nero, con gli occhi troppo rossi e i denti troppo bianchi).

Transilvania, Castello di Bran - foto pubblicata su viaggiculturalieuropa.it 

Bram Stoker, Dracula, letto nella traduzione dall'inglese di Luigi Lunari; Feltrinelli, 2011.


giovedì 28 settembre 2017

L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie

Quando qualche anno fa iniziai ad esplorare il mondo della piccola editoria, mi capitò tra le mani il romanzo di una nigeriana dal nome impronunciabile, tal Chimamanda Ngozi Adichie, sconosciuta in Italia, più o meno come la casa editrice Fusi Orari
Iniziai a leggere il romanzo in metro, poi mi fermai a prendere un caffè prima di andare a lezione di spagnolo. Il bar o la scuola di lingua ingoiarono L’ibisco viola. Mi dissi che era una storia troppo cruda e che c’erano così tanti refusi da non meritare di spendere dei soldi per acquistarne nuovamente una copia (se c’è una cosa che non rimpiango è l’epoca squattrinata delle collaborazioni occasionali). Lo presi come un segno e smisi di interrogarmi sul nesso tra l’ibisco viola sperimentale di zia Ifeoma e l’evoluzione della libertà di pensiero di Jaja.

– Quello è un ibisco, vero zia? – chiese Jaja osservando una pianta vicina al filo spinato. – Non sapevo che esistesse un ibisco viola.
Zia Ifeoma rise e toccò il fiore, di una tonalità viola scuro tendente al blu. – Hanno tutti la stessa reazione la prima volta. La mia amica Philippa è professoressa di botanica. Ha fatto molti esperimenti mentre era qui. Guarda, questa è un’ixora bianca, ma non sboccia completamente come quella rossa.
Jaja seguì zia Ifeoma, mentre noi restammo fermi a osservarli.
O maka, è proprio bello, – disse Jaja. Stava facendo scorrere un dito sul petalo di un fiore. La risata di zia Ifeoma si prolungò di qualche altra sillaba.
– Sì, è vero. Ho dovuto recintare il giardino perché i bambini del quartiere venivano a cogliere molti dei fiori più insoliti. Ora faccio entrare soltanto le ragazze che preparano l’altare della nostra chiesa o della chiesa protestante.


Chimamanda Ngozi Adichie, quella ragazza dal nome impronunciabile che agli inizi del 2000 faticò non poco per farsi pubblicare, oggi è stata inserita dal Time Magazine tra le cento persone più influenti del Pianeta, i suoi romanzi vengono tradotti in trenta lingue, in Italia viene pubblicata dall’Einaudi e le sue opinioni sul femminismo fanno discutere non poco. 
Così, quando il mio gruppo di lettura ha proposto di leggere proprio L’ibisco viola e non i romanzi più recenti della Adichie, ho capito che era arrivato il momento di ricomprare il libro (ormai privo di refusi).
Ricordavo il fanatismo religioso di Eugene, padre della quindicenne Kambili, voce narrante del romanzo, e l’incongruenza tra la sua integrità morale e la violenza esercitata nei confronti di una moglie sottomessa e dei due figli che lo venerano. Ricordavo le atroci punizioni fisiche inflitte da Eugene, perché le scene sono così crudeli e realistiche da non riuscir a prender sonno una volta chiuso il libro.  
Eugene è il proprietario dell’unico giornale che non ha paura di denunciare la corruzione del governo nigeriano, inneggia alla necessità del rinnovamento democratico, è un uomo incorruttibile, critico verso il regime militare, finanzia ospedali pediatrici, orfanotrofi e qualsiasi missione della chiesa cattolica di cui sia a conoscenza. Ciononostante, riesce quasi ad uccidere sua figlia, colpevole di voler bene al nonno paterno, a furia di calci.
La sorella di papà, zia Ifeoma, una volta aveva detto che papà era un vero prodotto del colonialismo.
Ci ho messo un po’ per comprendere la connessione tra il fanatismo religioso di Eugene, il suo ripudio verso un padre che adora divinità di legno e gli effetti della colonizzazione. Se il bene è il cattolicesimo e il paganesimo è il male assoluto, allora bisogna distruggere tutto ciò che è ancorato alle tradizioni del passato e lottare contro chi le professa. La tradizione è sinonimo di paganesimo, come tale inaccettabile da chi è stato tirato su dai sacerdoti e dalle sorelle della missione.
Mi sono immersa a tal punto nel romanzo, nel clima di terrore diffuso dai militari nigeriani, nelle rivolte studentesche, nel processo di crescita di Kambili e di suo fratello, Jaja, da non percepire nell’immediato quanto fosse dirompente il ruolo delle donne in questa storia. Mi sono innamorata di Zia Ifeoma sin dalle prime pagine, del suono chiocciante e cordiale della sua risata, della sua camminata veloce, come una che sa esattamente dove andare e cosa fare. Le labbra coperte di un brillante rossetto color bronzo, il tono irriverente, l’idea assurda che la vita di una donna, talvolta, possa iniziare quando finisce un matrimonio; la schiena dritta, l’onestà e la sfrontatezza di dire in faccia ciò che si pensa. Anche se sei una donna. Anche se sei nata a Enugu, Nigeria.    
Quindi, ho letto un romanzo femminista? Forse sì.
Nel 2003 ho scritto un romanzo intitolato L’ibisco viola. Parla di un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie, e che non fa una bella fine. Mentre promuovevo il libro in Nigeria, un giornalista – un signore gentile e benintenzionato – mi ha voluto dare un consiglio (come saprete i nigeriani sono sempre pronti a dare consigli non richiesti).
Mi ha detto che secondo molte persone il mio era un romanzo femminista, e il suo consiglio – parlava scuotendo la testa con aria triste – era di non dichiararmi mai femminista, perché le femministe non trovano marito e sono infelici.
Così ho deciso di dichiararmi femminista felice.
[Chimamanda Ngozi Adichie, tratto dall’articolo Femminismo necessario, pubblicato su Internazionale, n. 1079 del 28/11/2014]



Un libro che mi ha suscitato emozioni diverse: ho sorriso, ho sofferto, qualche volta ho chiuso gli occhi e stretto le ginocchia al petto. Ho riletto diversi passaggi, ho cambiato punto di vista nel corso della lettura e ho scritto un post un po’ confusionario, perché certi romanzi generano piccoli terremoti interiori di cui non è facile parlare.

Chimamanda Ngozi Adichie, L’ibisco viola (titolo originale Purple Hibiscus), traduzione di Maria Giuseppina Cavallo, 2012, Giulio Einaudi Editore.

Qui un assaggio del romanzo.